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Addio a Franco Citti, stavolta Accattone è morto davvero

Franco era stato in riformatorio, Franco odiava la madre, Franco era nato nel 1935, ad aprile. Franco faceva l’attore, recitava da ultimo testimone di un’epoca, portava le rughe di chi dalla borgata al cielo non si era risparmiato. Ora che i piani alti lo reclamano e la cronaca dice che il signor Citti: “Signore no, Citti sempre” muore a Roma a ottantanni viene in mente quel che di lui, ma anche di sé, disse Carmelo Bene in un’antica puntata del Costanzo Show: “Si può essere soltanto dei capolavori mancati”.

Nella vita di Franco Citti c’era stato posto per quelli veri, confusi tra investiture, illusioni, discese, salite, lutti e gioie. Sempre con le tasche vuote: “Perché i soldi – scrisse in Vita di un ragazzo di vita, la sua autobiografia – non li avevo da ragazzo e non li ho neanche adesso”.

PASOLINI , l’incontro artistico di un’esistenza in cui i film erano stati quasi 60 e i registi a cui donarsi, tra un ruolo di protagonista e una comparsa- ta, nomi come Petri, Fellini, Bertolucci e Coppola, lo aveva conosciuto per caso: “Scendevo tutto sporco dal tranvetto della Casilina dopo una giornata in cantiere e mi rodeva anche un po’ il culo”. Pasolini parlava “fitto fitto” con suo fratello Sergio e a Franco, che presto avrà il ruolo di Vittorio in Accattone, era di cattivo umore: “A me sinceramente di conoscerlo non mi fregava proprio niente”.

Come si sa, pur senza pressioni: “Vabbé, a Pà, quando lo faremo ‘sto film lo faremo” andò diversamente e per Franco Citti: “Ho solo la quinta ele- mentar e”, arrivò il cinema. Prima di Pasolini. Dopo Pasolini. Sempre nel segno di Pasolini. Ma c’era stato un prima e c’era stato un dopo e il dopo restituiva solo memorie sgranate della grande avventura. In alcune immagini degli anni ’70, Franco è giovane. Passeggia con la camicia verde fuori dai pantaloni e i capelli lunghi, non ancora bianchi, sul ponte di Castel Sant’Angelo. Lo intervistano. Lui racconta genesi e ragioni del suo personaggio più famoso. Accattone – suggeriscono – è una metafora.

Franco risponde: “Si veniva ar centro perché era l’unico modo di trova’ un pezzo di pane. I ricchi lo buttavano per terra e noi lo raccattavamo”. Al punto d’origine, disilluso, ferito, arrabbiato, indignato, nei panni dell’investigatore persino per raccontare che a novembre del ’75, a Ostia, l’uomo che lo fece esordire, Pier Paolo Pasolini, non fu ucciso soltanto da Pelosi, Citti era tornato.

AVEVA affrontato con fatica sempre maggiore, nella malattia, le ombre dell’Idroscalo. Lo aveva fatto con il fratello Sergio. Guardandolo dal letto, immobile, parlare in sedia a rotelle con Guido Calvi nel documentario che Mario Martone girò nella speranza che le indagini prendessero nuovo slancio. Nel luogo in cui Pasolini venne ammazzato, “un chilometro quadrato di strage” nella definizione di Franco Citti, erano successe cose tremende e incompatibili con la dinamica e l’inatteso epilogo in cui rimase intrappolata la sola Rana, il soprannome di Pelosi.

Si era impegnato per urlare in ogni modo che dietro i colpi da mattatoio, nel fango di un porcile filologicamente legato a quello declamato da Ugo Tognazzi nell’omonimo film pasoliniano: “E gli uomini non avranno più problemi di coscienza”, c’erano almeno tre individui. Fascisti, forse. Forse altro, in una trama a cui tra un depistaggio e una prova smarrita, i decenni davano sempre meno occasioni di trovare finali alternativi.

Proprio come la vittima: “Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari” i Citti sapevano ma non avevano le prove. Sergio, tre mesi prima di morire, mostrò un video fatto la mattina dopo il massacro. Parlava un pescatore. Diceva che a picchiare erano stati in tanti. In quella casa, a Fiumicino, nell’oscurità di un’impotenza anche fisica, erano rimasti solo in due.

Il vecchio Franco, l’uomo che chiamava ba by il suo whisky e discutendo dell’identità e delle inclinazioni di Pasolini con Paolo Conti si ubriacava di neologismi prima di Checco Zalone: “Adesso il vostro mondo mi sembra pieno di uominisessuali” già non c’era più. Era assente. Senza chiedere pretendere, elemosinare. Il silenzio come sberleffo. L’anatema di Carmelo Bene su chi apparentemente aveva vinto, come omaggio postumo: “Tu sei accattone, Franco? No, accattoni sono loro e non lo sanno. Sono assassini dilettanti, assassini scorreggioni”.

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