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Addio a Paolo Poli: Addio al mattatore, sfrontato eroe dei travestimenti Cultura, omosessualità, censure: una vita per il teatro

Difficile credere che non ci sia più Paolo Poli, morto ieri sera a 86 anni (fiorentinissimo, vi era nato il 23 maggio 1929) in un ospedale di Roma, dove era stato ricoverato qualche tempo fa in seguito a un ictus che l’ha spento poco a poco. L’estate scorsa su Rai3 ci aveva deliziato raccontandoci, complice Boccaccio, i peccati capitali con un perfetto Massimo Recalcati nella parte di Freud-Lacan. Difficile immaginare Paoli Poli spegnersi, senza ribattere, senza protestare, senza una poesia, una battuta, un verso, una mossa vintage, una filastrocca, una boccaccia, una sfrontatezza, un sorriso, una malizia. Tutto quel repertorio che l’aveva reso insomma Paolo Poli, inconfrontabile pezzo unico: un uomo intelligente e colto, straordinario nell’impastare cultura alta e bassa, figlio di carabiniere e di una maestra, laureato con una tesi su Henry Becque.

Aveva iniziato facendo il supplente a scuola, quasi coevo dei ragazzi, poi la comparsa per caso (lo aiutò l’amico Zeffirelli), pure un fotoromanzo, la radio, lo sciancato nelle Due orfanelle al cinema e infine la scalata al teatro. Che non era ancora il «suo» teatro, da cui si era ufficialmente ritirato un anno fa senza fare annunci, dopo decenni vagabondi in cui non mancò una recita né un travestimento, puntuale, rigoroso: era la Borsa di Arlecchino di Aldo Trionfo che lo lanciò. Spese la vita in teatro, disse di no perfino a 8% di Fel- lini. Ma per fondare una compagnia ci vogliono soldi ed arriva la fata di un liquoroso Carosello con cui Poli corona il sogno e inizia il suo infinito girovagare per l’Italia riscoprendo, divulgando e finemente ironizzando sulle opere e i giorni dei letterati, capovolgendo i banchi di scuola.

Fu il primo, solo se richiesto, a dichiararsi omosessuale senza tralasciare aneddoti anche conto terzi, a scherzare con tutti al femminile, primo a recitare en travesti, a far la burletta: Paolo fu una nessuna e centomila sante ed eroine, madri devote o sfacciate peccatrici, sciantose o zitelle, non per far ridere ma per quell’estremo kitsch con cui agguantava la contemporaneità e l’eternità del «corpo» teatrale. Ogni cosa allora era scandalo, sia che mettesse in locandina Marinetti, Swift o Gozzano, ma quando portava ancora lo smoking e gli abiti maschili il suo bellissimo volto diventò popolarissimo in tv, nel regno di bambini cui raccontava fiabe con delizia, in trasmissioni cult di gran spirito, con Umberto Eco, con l’amica Laura Betti, una «Canzonissima» con la Mondaini, operette, una riduzione dei Moschettieri (con la sorella Lucia, la Vukotich, Marco Messeri), un Viaggio a Goldonia con Gregoretti, sempre andata e ritorno nella Italietta a cavallo tra 800 e 900, colpendo al cuore il piccolo borghese in ogni sua meschinità e ipocrisia.

In teatro, solo o molto ben accompagnato da cinque fedelissimi e dai fondalini magnifici di Lele Luzzati che erano ormai uno specchio, Poli si divertì pazzamente a rovistare nel passato, a rievocare tempi del tabarin, a ironizzare sulla vita di Santa Rita da Cascia: fu fra i pochi a subire la censura che proibì lo spettacolo per oltraggio alla religione, all’Odeon di Milano, laggiù nel ’67. Ma prima recitò Il candelaio, Il diavolo con la Monti (e la regìa occulta di Pippo Crivelli che lo seguiva dal Novellino), fu irresistibile mamma nei panni edipici della Nemica di Niccodemi, raccogliendo sotto titoli ghiotti come Vispa Teresa, Carolina Invernizio, Mezzacoda, L’asino d’oro, I viaggi di Gulliver quegli scampoli di cultura che per primo rese trasversali con la musica, le canzoni e la danza, con collaboratrici come Jacqueline Perrotin, Claudia Lawrence, Ida Omboni, Pino Strabioli e la sorella quasi gemella Lucia con cui fece ditta per qualche stagione di «femminilità». Il marchio era il bricolage, star sempre l’amata canzonetta, anche sanremese, ma amava i francesi e per un anno si dedicò a Raymond Queneau; poi negli ultimi tempi, sempre ricalcando uno schema, allestì show sugli scritti della Ortese e l’ultimo fu su Pascoli, preda perfetta dei suoi strali. Filippo Crivelli lo voleva come ospite d’onore del nuovo Gerolamo che si riapre a Milano, dove lui era stato un principe. Ci prometta almeno una poesia e non ci venga a raccontare dall’aldilà che non aveva calcolato di morire proprio la sera del venerdì Santo.

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