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Adesso Juventus – Dinamo Zagabria Streaming Gratis

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Scovare un centrocampista da Juventus a gennaio «non è semplice», direbbe Massimiliano Allegri come recita il ritornello snocciolato ad ogni vigilia di partita. Ma Beppe Marotta, Fabio Paratici e il tecnico bianconero hanno un tratto caratteriale in comune: l’ottimismo, ragionato naturalmente. Ecco perché anche l’obiettivo più lontano in apparenza può avvicinarsi, e poi riallontanarsi, appeso allo yo-yo delle contingenze del pallone. In corso Galileo Ferraris la situazione è la seguente: Axel Witsel è prenotato da un pezzo con 6 milioni belli pronti a beneficio dello Zenit, ma se i russi non lo mollano c’è poco da fare (dalla Catalogna, intanto, “pompano” il Barcellona…); Corentin Tolisso, per ora, non è in vendita a gennaio e il presidente Jean-Michel Aulas chiede tra i 35 e i 40 milioni per un giocatore già corteggiato in Premier. Trentacinque o quaranta milioni? La Juventus li avrebbe in cassa, ma per l’immediato i francesi non ci sentono…

Per questo (e per tanti altri motivi, comprese le difficoltà riscontrate sui fronti Matuidi e Dahoud) i campioni d’Italia non trascurano nulla. E torna caldo, in tal senso, il nome di Steven N’Zonzi, anni 27, da Colombes (nord ovest di Parigi) alle vette del grande calcio. O perlomeno è ciò che si augura di toccare quanto prima il ragazzo e il suo entourage. Uno che ha “visto” la nazionale francese ma soltanto fino ai Bleuets, l’Under 21, ha il doppio passaporto (Francia e Congo) e a Siviglia gioca da una stagione e una fetta della successiva. Morale: una Europa League in bacheca, prestazioni all’insegna della continuità di rendimento, sostanza a palate, tecnica non disprezzabile, corsa, presenza scenica che non intriga solo chi mastica poco o nulla di pallone. I suoi numeri? Quarantasei presenze e 4 gol al primo anno in Andalusia, altre 19 con tre reti a corredo del secondo. Se non è indispensabile nei meccanismi di gioco di Jorge Sampaoli, così come lo è stato di Unai Emery, poco ci manca. E il fatto che non possa giocare in Champions con la Juventus interessa fino a un certo punto. Marotta e Paratici le studiano tutte e N’Zonzi fa parte del catalogo di campioni in “esposizione”.

Difficile, anche nel suo caso, strapparlo a Siviglia ora, ma c’è un elemento tendente ad “apparecchiare” il tavolo giusto, con tutti gli ingredienti al loro posto. La clausola… Ohibò, c’è una clausola in ballo? Essì, è un qualcosa che i dirigenti bianconeri conoscono a menadito, per 132 milioni di buonissimi motivi come da “scontrino” rilasciato da Roma e Napoli per gli ingaggi estivi di Miralem Pjanic e Gonzalo Higuain. Sul tema la Juventus resta calda, tanto più che secondo fonti spagnole la cifra è spacchettabile in due: già, la clausola è pagabile in due esercizi. Come dire: con 15 milioni ti porti a casa un signor centrocampista, utile per il campionato, mentre per l’Europa se ne riparlerà la prossima stagione. Ovvio che nessuna delle parti in ballo intenda sbilanciarsi, a maggior ragione in merito alle voci di provenienza andalusa che descrivono Marotta pronto a pagare la clausola. Di sicuro il rapporto tra il club bianconero e il Siviglia è buono, con Marotta che ultimamente non poteva non confermare ciò che è impossibile smentire: ’sto N’Zonzi è bravo. «Noi monitoriamo sempre il mercato e lui è un giocatore interessante»: parola dell’ad. La Juventus, mai come in questo momento, pensa alle prossime mosse con estrema oculatezza: con Kwadwo Asamoah e Mario Lemina destinati alla Coppa d’Africa, mentre Claudio Marchisio, Sami Khedira e Miralem Pjanic non possono giocarle tutte (o magari sarebbero pure in grado di cambiare posizione sul campo), l’innesto del franco-congolese potrebbe rivelarsi determinante.

L’affare è condizionato da due variabili: la disponibilità del Siviglia a trattare per gennaio (gli spagnoli, del resto, sono abilissimi nel comprare a poco e rivendere a tanto, ma soprattutto a fine stagione) e a patto che la concorrenza (Barcellona, Chelsea, Manchester City) si faccia da parte. Senza dimenticare, naturalmente, la volontà di un giocatore che, rispetto a Tolisso, assicura meno dinamismo ma una fisicità ben diversa. Questa Juventus manca di un gigante dai piedi fatati in mezzo e N’Zonzi (191 centimetri per 77 chili, per molti è il “nuovo Vieira”) sarebbe più che adatto per l’occupazione della mattonella del regista difensivo, con doti non comuni di smistamento del pallone. Con Sampaoli (e prima con Emery) il 27enne ha già dimostrato di saper giocare da mediano destro o sinistro nel 4-2-3-1, ma anche da centrale nella pentamediana del 3-5-1-1. Ha indossato (e indossa ancora) i panni del “mezzo destro” nel centrocampo a 4 che illumina il 4-4-2 (come il 27 novembre al Sanchez Pizjuan contro la Juventus), o nel 4-3-3 visto allo Stadium nel match del 14 settembre. Lo trovi ovunque, sperando che non rinnovi il contratto in scadenza nel 2019: magari, a quel punto, la clausola sarebbe aggiornata a livelli non più tollerabili…

Talismano in campionato. Implacabile nel derby. E nei derby, compresi quelli giocati a Manchester con la maglia del City. Edin Dzeko sorride. E i gol che adesso arrivano anche quando sembrerebbero ai limiti dell’impossibile, testimoniano come sia cambiato il mondo rispetto a soli sette-otto mesi fa, quando non arrivavano quelli che sembravano già fatti. C’è il derby, roba da Dzeko. E un derby che vale io scudetto è ancora più da Dzeko. Lui, l’uomo dei titoli impossibili: come quello con il Wolfsburg, il primo e unico arrivato nel 2008-2009 dopo 63 anni di storia, come quello con il City nel 2011-2012, il terzo dei Citizens, ma colmando un digiuno lungo 44 anni. Fatto che rese piti goduto quei traguardo rispetto al bis di due stagioni dopo. E restando dentro le imprese ar due di Dzeko, i titoli che fanno la storia e che in qualche modo capovolgono quell’aria mite che anche il suo allenatore spesso gli rimprovera, c’è il Mondiale in Brasile del 2014, la prima volta della suaBosnia Erzegovina trascinata dentro quel sogno dai suoi 10 gol nelle qualificazioni.

Avanti insieme. La qualificazione del Napoli si aggiunge a quella della Juventus e per il calcio italiano è un motivo d’orgoglio. I bianconeri hanno seguito la partita di Lisbona nell’hotel della cintura che ospita il ritiro, calcolando nuove possibilità nel gioco degli incastri, in attesa dell’urna di Nyon. Poiché la squadra di Massimiliano Allegri è virtualmente prima nel proprio girone – il calcio è imprevedibile, d’accordo, ma è davvero arduo immaginare un black out contro la Dinamo Zagabria, inchiodata a zero punti e senza gol -, la vetta azzurra, conquistata ieri sera, non aumenta almeno il rischio di pescare uno dei top club che ha mancato la vetta nel suo raggruppamento: il regolamento vieta infatti derby tra squadre della stessa Nazione, così, se il Napoli fosse arrivato secondo, le percentuali di pericolo si sarebbero allargate, invece, se non altro, si potrà sperare in un abbinamento con il Benfica.

INCIAMPI. Il paradosso, ad ogni modo, rimane, perché la Juventus, salvo inciampi clamorosi stasera, può bec­care il Manchester City (se­condo nel girone C dietro al Barcellona), il Bayern Monaco (secondo nel D alle spalle dell’Atletico Madrid) e il Psg, battuto ieri in casa dal Ludogorets Razgrad e scaval­cato dall’Arsenal vittorioso a Basilea. Non solo: rischia anche di incrociare il Real Madrid se non dovesse riu­scire, stasera, a battere il Bo- russia Dortmund. Già, un paradosso, ma tra corso Ga­lileo Ferraris e Vinovo nes­suno esagera con i calcoli o cede… a pentimenti. Allegri ironizza sugli svantaggi evi­denziati dopo mesi di giuste pressioni per arrivare pri­mi, ribadendo che l’obiet­tivo rimane la vetta e all’ur­na si penserà soltanto dopo, e Claudio Marchisio, al suo fianco in conferenza stam­pa, parla a nome dei compa­gni quando ribadisce che il primo posto è l’unico traguardo.

DESIDERIO. Che il sorteggio sia benevolo o cat­tivo, poco cam­bia d’altronde per una squadra che vuole arrivare in fondo, consapevole delle difficoltà della Champions, dell’imponderabilità di partite a eliminazione diretta dove il caso può condizionare l’esito e oscurare i valori, ma sicura di aver ridotto, se non annullato, il gap con le Grandi d’Europa e di potersela giocare a testa alta con tutte. Il presidente Andrea Agnelli, soffiando ieri su quarantuno candeline, avrà espresso probabilmente il desiderio di alzare la Coppa, quello che Sami Khedira ha svelato pubblicamente: «La Juve non vince la Champions dal 1996, direi che è ora di rivincerla – le parole del centrocampista tedesco a Uefa.com -: per questo ho scelto la società bianconera. Possiamo competere, ci credo fortemente: sappiamo bene che ci sono ottime squadre in lotta, almeno otto possono realisticamente ambire al titolo, e che servirà anche un pizzico di fortuna, ma lottiamo e lavoriamo duramente ogni giorno per quel sogno. L’anno scorso abbiamo trovato l’avversario più duro, il Bayern, agli ottavi: siamo andati molto vicini al passaggio di turno. ma alla fine siamo stati eliminati. Va così, può sempre andare in un modo o nell’altro: noi dobbiamo solo continuare a crederci».

TESORO. La conquista degli ottavi era il primo traguardo, adesso si apre una strada tanto impervia quanto affascinante: avanti il più possibile, avanti sperando d’applicare il motto “Fino alla fine”‘ orgogliosi intanto di un parziale che dà prestigio e vale un tesoro: nell’ultima edizione, pur uscendo subito agli ottavi contro il Bayern, la Champions ha fruttato 84 milioni di euro, complice il market pool riservato all’Italia e diviso in larghissima parte tra due sole squadre, poiché la terza, eliminata ai play off, aveva dovuto contentarsi d’una quota ridottissima. La storia si ripete quest’anno: ci sono solo Juve e Napoli, avanti insieme.

FATTO PER IL DERBY. 11 derby esula dallo straordinario e diventa l’ordinario per Dzeko. Chi vince domani si gioca molto: la Lazio il sorpasso e potenzialmente il secondo posto con vista sulla Juve, la Roma il consolidamento del ruolo di anti Juve all’inizio di un ciclo che la metterà poi di fronte al Milan in casa e proprio ai bianconeri Ilio ri. Con la grande chance che sulla carta è rappresentata dall’impegno della squadra di Allegri, in casa contro l’Atalanta rivelazione che ha già battuto liniere il Napoli, oltre ai giallorossi. Una Juve reduce dalla sconfi ita per 3-1 in casa del Genoa, un ko inatteso, la cui lettura definitiva passa attraverso l’impegno di stasera. E sì, il derby di Roma si giocherà sapendo già cosa avranno fatto Marchisio e i suoi compagni.

Dici derby e pensi a Dzeko: a Roma ne ha giocati e ne ha vinti due, segnando sia all’andata che al ritorna Quelli che non sono scaramantici sorrideranno pensando al… non c’è due senza tre. Quelli che lo sono, attiveranno le contromisure del caso. E il banco, Edin se io è preso nella stagione dei tormenti, quella scorsa, quella che sommata alla attuale conferma come non fosse proprio tutto da buttare. Quando il gigante bosniaco segna, la Roma non perde: senza il pareggio con il Bologna delio scorso campionato avremmo potuto dire che vince sempre, visto che i suoi 20 gol (8 più 12 finora) maturati in 16 partite hanno portato 15 vittorie e quel pal i. In questo campionato si può dire sì che i gol di Dzeko vogliono dire vittoria: 8 partite timbrate e 24 punti in classifica. Se ci aggiungiamo l’Europa League le partite diventano 10 e i gol 17. Curiosità che accomuna Dzeko e Totti, che sembra quasi vederli, il 10 che manda in porta il 9: anche i gol del capitano nel derby (11) hanno portato pareggi (5) e vittorie (4) e nessuna sconfitta.

ANCHE IN PREMIER. Edin è stalo uomo derby anche a Manchester in Premier League. E lo è stato soprattutto fuori casa, all’OldTrafford, un segnale che riempie il cuore di speranza ai tifosi giallorossi ora che il derby è Lazio-Ro- ma. In assoluto ha messo in fila 4 vittorie e due sconfitte, con 4 gol e un assist a casa dello United, da dove tornò con un eclatante 6-1 il 23 ottobre del 2011 (prima doppietta) e con un 3-0 il 25 marzo 2014 (e altre due reti). «Se giochiamo come con il Pescara il derby non lo vinciamo», le parole del bomber giallorosso alla fine dell’ultima partita in casa, caricato dal suo nuovo ruolo di re dei marcatori in serie A. Spallati si è arrabbiato. «Cominci lui…». Fosse che il suo attaccante sta iniziando a incattivirsi… E già, se in palio c’è un posto per lo scudetto, il derbydiventa ancor più roba da Dzeko.

Il giorno del giudizio è arrivato. Simone Inzaghi ci pensa fin dal ritiro di Auronzo e oggi pomeriggio tornerà a viverlo da protagonista. In panchina, perché da giocatore di derby ne ha vissuti tanti (vinto solo uno…), anche se mai da allenatore in Serie A. In un Olimpico che promette di essere stadio molto amico (oggi la Curva Sud sarà semivuota per la protesta contro le barriere) e dunque, una partita che, anche se derby, la Lazio giocherà in casa oltre quello che sancisce il calendario: «Ci sarà la nostra curva piena e uno stadio che ci vuole bene, siamo contenti perché era un piccolo obiettivo riportare la gente allo stadio. Cercheremo di dare una soddisfazione ai tifosi», ammette candidamente Inzaghino. «I derby sono partite a sé nel campionato.

Da giocatore ne ho disputati tanti, da allenatore con i ragazzi prima e domani sarà il primo in Serie A: sappiamo che incontriamo una squadra forte, ma avendo la stessa umiltà di sempre e con grandissima determinazione possiamo vincerlo». E ancora: «Purtroppo il derby può influenzare sul trend della stagione». Dice consapevole che questo punticino dalla Roma e sole 5 lunghezze dalla Juve capolista dopo 14 turni, sono un trend non preventivato e che allo stesso modo in soli 90′ può vivere un’impennata o un brusco ritorno alla normalità: «Vincere il derby è il massimo che uno possa chiedere. Noi cerchiamo di far sì che vada bene. La gente si aspetta che la Lazio faccia la sua partita: ci vuole qualcosina in più: la partita perfetta da parte di tutti».

Una Lazio che ci arriva dopo essersi presa la carica dei 3mila a Formello nell’amichevole a porte aperte di giovedì: «I tifosi hanno allenato la mente mentre il corpo lo abbiamo allenato io e il mio staff…», la sintesi di Inzaghino. A chi gli chiede se firmerebbe per il pareggio, lui tira su la cresta e intona un deciso «noi giochiamo in casa, lo stadio sarà nostro e noi vogliamo vincere la partita. Faremo di tutto per dare una grandissima gioia ai nostri tifosi». Suona come un manifesto di presunzione, anche se poi è lo stesso Inzaghi, prima a specificare che la miglior dote di questa Lazio è «umiltà e determinazione» (che poi coincide con la ricetta per battere la Roma), che poi i giallorossi sono stati costruiti «per vincere lo scudetto, noi sotto altri presupposti…», e infine a sottostimare l’assenza di Salah: «E’ un grandissimo giocatore e senz’altro è un valore aggiunto per la Roma, ma chi giocherà al suo posto vorrà fare bene e magari farà meglio la fase difensiva. Quindi per noi è un’arma a doppio taglio…».

Il cerino insomma torna in mano a Spalletti, che per il laziale «è un ottimo allenatore che stimo, molto preparato e che dà mentalità alle sue squadre». E guardando in casa propria, Inzaghi sembra voler dire che quanto a sfiga la Lazio non è stata da meno, ma non tutti i mali vengono per nuocere: «Tutti abbiamo avuto infortuni pesanti, abbiamo perso Biglia e de Vrij, tutti si erano fasciati la testa e invece abbiamo scoperto alcuni giocatori che ci hanno permesso di arrivare a 9 risultati utili di fila…». Ma il derby è sempre il derby e in un modo o nell’altro, lo sguardo si focalizza anche sull’arbitro. Qui Simone Inzaghi non può trattenersi quando gli fanno il nome di Banti e conclude chiosando: «Mi ha espulso due volte, una quando ero giocatore in prestito a Bergamo, l’altra in Lazio-Inter dello scorso anno da allenatore. Ma se l’hanno designato un motivo ci sarà, ho fiducia in lui, sa gestire certe partite». E a mettere del pepe sul questo derby ci pensa alla fine un botta e risposta tra Ruediger e Cataldi. Il tedesco sul Tempo aveva ironizzato dicendo di «non conoscere la Lazio e il suo allenatore». Ieri il giovane laziale su Twitter ha replicato: «Chi ha parlato? Non ti conosciamo».

ROMA «Una gara speciale, ma che si vince come quelle normali. E se la Lazio è favorita ci fa piacere, è uno stimolo in più». Non gioca a nascondersi perché non è nel suo stile ma ascoltandolo, non essere considerato favorito al derby, non dispiace a Spalletti. La vigilia della stracittadina sembra non finire mai. Massimo rispetto per il lavoro di Simone Inzaghi («È stato bravo con i suoi ragazzi a creare un derby di alta classifica») ma anche se non lo dichiara così direttamente, come titolato da alcuni siti («La Lazio non è il Real Madrid»), il suo pensiero si avvicina abbastanza: «I miei calciatori hanno le qualità per vincere. Non è come quando giochi contro il Real Madrid e cerchi l’eccellenza in più cose per vincere la partita. In questa gara qui c’è da cercare di essere noi stessi il più possibile. La partita è sicuramente difficile, loro stanno bene, stanno facendo un buon calcio, però la Roma ha le carte in regola per portare a casa il risultato senza far sì che l’addizione dei calciatori metta un’altra addizione di quello che devono fare individualmente per poterlo vincere». Tradotto: se la Roma gioca come sa fare, per la Lazio si fa dura.

Non si sbottona sulle scelte pre-gara. Il ballottaggio è tra un attaccante (El Shaarawy, non al meglio, o Iturbe) e un laterale Emerson che potrebbe cambiare il collaudato 4-2-3-1 in un 3-4-2-1 più guardingo. Ma è inutile provarci. Anche se a volte sembra essere sul punto di regalare qualche indizio («Basta fare le scelte giuste, avere la personalità di passare anche da bischero, far credere che sei così e invece…»), Spalletti poi torna indietro sui suoi passi: «No, non dico nulla, ho l’1% in mano in più sulle scelte e me lo tengo». Più loquace sicuramente su quanto accaduto in settimana. Dalla tragedia dello Chapecoense alla frase del tifoso laziale che per incitare la squadra a Formello, ha parlato di derby come «guerra etnica», i temi di discussione non mancano. Lucio non menziona direttamente la frase incriminata, ma s’intuisce che le sue parole vanno a colpire proprio lì: «In questa settimana ho visto molti video su You Tube. Per come sono fatto, il pensiero va subito al video di Allan dello Chapecoense, quando prima di andare a giocare la finale dei suoi sogni è lì che sorride con i compagni. Insieme trasferiscono questa gioia di giocare una partita che mai si sarebbero immaginati di disputare. Quella è un’immagine che mi resta più impressa, altre passano più velocemente. Visto che l’obiettivo di tutti è andare a togliere le barriere, mi chiedo se certi discorsi che ho sentito siano la strada giusta. Ripeto, se penso a cose che mi motivano io penso ai video dello Chapecoense, quella è l’immagine che mi rimane più impressa. Anche perché nel calcio non ci sono razze. C’è solo un pallone».

Passerella finale sul concetto di romanità: «È uno stile di vita, un modo di salutarsi, di guardarsi, di incontrarsi e di allenarsi. Ce lo sentiamo addosso per tutta la settimana, non servono conferme. Il fatto di avere questa seconda pelle, che sia vicina o distante, lo percepisci lo stesso. Fa lo stesso rumore che essere allo stadio, ci sentiamo tutto quel peso dell’importanza che ha il giocare o il far parte della Roma. Una cosa è certa, si tratta del derby della città eterna e finché ci sarà il Colosseo, ci sarà la Roma e quindi questa partita». Detto da un toscano, fa un certo effetto.

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Questa partita l’avrebbe potuta giocare con la maglia azzurra. Almeno è quello che ha sperato per diverse settimane Aurelio De Laurentiis, il presidentissimo del Napoli che in estate ha corteggiato Mauro Icardi per portarlo al San Paolo al posto del partente Higuain. E invece stasera Maurito sarà come al solito al centro dell’attacco nerazzurro e si presenterà con un bottino impressionante di 12 gol e 4 assist in campionato, ovvero un “curriculum” che oggi lo pone al vertice degli attaccanti più decisivi nei maggiori tornei europei. L’Inter e Stefano Pioli si affidano ancora alla sua verve realizzativa per continuare la rincorsa alla zona europea e il Napoli cercherà di frenarlo confidando nei precedenti che non sono per nulla positivi per l’argentino, finora a segno (su rigore) in una sola occasione al San Paolo.

De Laurentiis ci ha provato davvero ad acquistare Icardi, ha flirtato con l’entourage del capitano nerazzurro – che stasera per l’occasione indosserà una fascia speciale dedicata alla tragedia della Chapecoense – e in particolare con la moglie-agente di Maurito, Wanda Nara che in una delle sue dichiarazioni estive ammise: «Il Napoli ha offerto 7 milioni di euro, più 3 per i diritti d’immagine a Mauro: tutti a Napoli vogliono Icardi». Dopodiché il numero uno azzurro fece all’Inter diverse offerte, alcune ufficiali, altre giunte ai dirigenti nerazzurri per vie traverse, ma nessuna che sia riuscita a scalfire la volontà di Suning e Thohir di cedere il proprio capitano. Si era parlato addirittura di 70 milioni e De Laurentiis provò anche un approccio personale con Thohir, ma nulla. Anche perché Icardi, al di là del caos mediatico che si era scatenato in estate – per raggiungere il rinnovo di contratto che il club gli aveva promesso l’anno precedente, va comunque ricordato -, non aveva intenzione di andare via da Milano. Beffa delle beffe, questa sera Icardi si presenterà a Napoli da capocannoniere, ovvero il titolo conquistato la stagione scorsa dal partente Higuain, mentre il Napoli lo sfiderà senza il centravanti scelto al suo posto, il polacco Milik gravemente infortunato, affidandosi a un Gabbiadini alla ricerca di se stesso (1 gol in 10 partite, 1 in carriera contro l’Inter).

Icardi oltre a essere il sogno di De Laurentiis era anche il centravanti indicato da Sarri. Niente da fare e oggi l’argentino se lo gode Stefano Pioli. Il tecnico emiliano finora ha sempre speso parole d’elogio per il capitano e anche ieri non si è tirato indietro: «Mauro sta dimostrando di essere uno dei migliori centravanti al mondo. Ho conosciuto in queste tre settimane di Inter un grandissimo professionista, un lavoratore incredibile, uno molto dentro al progetto, insomma un per compagni». Contro la Fiorentina Icardi ha avuto tre nitide occasioni da gol, due le ha trasformate. Una percentuale eccezionale, da vero cecchino, un bilancio che Pioli vorrebbe cercare di aumentare. La sua Inter finora ha subito troppi gol (7 in tre partite), ma ha segnato tantissimo, 8 reti, dimostrando un gioco offensivo più incisivo rispetto a quello di De Boer. In particolare Icardi è meno isolato rispetto a prima e quando arrivano i cross dal fondo sono di più i giocatori nerazzurri in area di rigore. Detto questo, però, Pioli vorrebbe un Icardi ancor più coinvolto nella finalizzazione. In fondo basta contare i tiri in porta del suo attuale rivale nella classifica marcatori: Icardi ha concluso verso la porta 19 volte (come Perisic, Candreva è a 20), Dzeko 34. Di fatto, Icardi ha la media di un gol ogni tiro e mezzo verso il portiere avversario, Dzeko uno ogni tre.

Questa sera, poi, Icardi vivrà anche un personalissima sfida con Diego Armando Maradona, idolo incontrastato di Napoli e sempre duro nei suoi confronti. Maradona ogni volta che può accusa Icardi di essere un traditore (per la vicenda familiare con Maxi Lopez), non considerandolo utile per la nazionale argentina. Maurito ha sempre risposto a tono – l’ultima volta a ottobre – e questo non sarà altro che uno stimolo in più per segnare un gol anche al Napoli, per proseguire la sua corsa al titolo di capocannoniere e rilanciare l’Inter in classifica.

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Nanchino diventerà il quartier generale della tournée cinese dell’Inter in programma la prossima estate. I nerazzurri avranno come base del soggiorno il grande hotel di proprietà di Suning vicino alla sede della multinazionale che ha acquistato il club nerazzurro a giugno: cinque stelle, una torre di 48 piani e pure un campo da golf per i momenti di svago. Una scelta logistica che porterà ancora una volta l’Inter in Cina e che rende ancora più stretto il legame tra l’azienda di Zhang Jindong e l’Inter. Un rapporto fortificato dalla decisione del figlio Steven di prendere casa a Milano, nel nuovo quartiere che sorge intorno a piazza Gae Aulenti, una delle zone più moderne della città. Questa mattina Steven partirà per Napoli insieme a Zanetti per seguire dal vivo la partita del San Paolo.

 Si dice “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. E quando il distacco diventa una scelta, allora si diserta soprattutto per non soffrire. Stasera al San Paolo sono attesi soltanto 30mila spettatori, una miseria per la nobiltà di una sfida di prestigio nazionale e l’importanza di un confronto diretto che apre al Napoli i 5 giorni più importanti di questa stagione. Nell’anticipo della 15esima giornata, Napoli-Inter si sfidano per la 141esima volta in A con l’intento, entrambe, di raggranellare punti utili per l’accesso alla prossima Champions. Eppure gli spalti non saranno gremiti. Potrebbe restare senza vuota anche la poltrona del presidente De Laurentiis, rimasto con la bocca cucita sugli argomenti del calcio anche in questi giorni di dichiarazioni rese a Sorrento nell’ambito delle giornate internazionali del cinema: solo oggi deciderà se partecipare alla sfida oppure se vederla in tv e capire come va a finire.Sotto esame soprattutto le scelte che adotterà Sarri e le conseguenze che le stesse avranno sul risultato finale. Una sola vittoria per il Napoli nelle ultime 6 partite, durante le quali la porta di Reina è rimasta imbattuta solo nella deludente sfida con la Dinamo Kiev. L’ultima vittoria risale al 26 ottobre, nel 2-0 contro l’Empoli al San Paolo e il bunker di Fuorigrotta deve tornare ad essere inviolabile come prima: dopo aver vinto 19 gare su 21 in casa, il Napoli ha poi trovato solo 5 punti nelle ultime 4 sfide. “Stiamo giocando bene, ci manca il risultato che nel calcio conta molto. Dobbiamo ritrovare un po’ di fiducia, continuare a giocare bene per vincere”, la confessione a Mediaset Premium è di Faouzi Ghoulam, uno di quelli che non hanno ancora rinnovato e che oggi rappresenta un motivo di interesse per il Psg. Quali saranno le scelte di Sarri, dopo le critiche piovutegli per le sostituzioni poco felici nel match pareggiato col Sassuolo? Due grandi dubbi: Hysaj o Maggio a destra, Diawara o Jorginho in mezzo al campo. Tornerà Albiol a guidare la difesa al fianco di Koulibaly e con la probabile presenza rassicurante di Diawara a fare da filtro. Zielinski dovrebbe vincere il ballottaggio con Allan mentre Hamsik proverà a realizzare il suo terzo gol in 21 gare con l’Inter. Quasi obbligata la prima linea, anche alla luce della squalifica di Mertens. Sulla destra Callejon, animato dal desiderio di ritrovare la continuità di inizio campionato, con le 5 reti in 4 gare, poi diventate 2 nelle seguenti 10 presenze. A sinistra Insigne vuole segnare nella terza sfida di fila e Gabbiadini giocherà titolare per la seconda volta.
Il brivido correrà sul filo. Oh sì, andrà così. Attenti a quei quattro, sarà dai loro piedi che con tutta probabilità si deciderà la sfida. E per estensione, anche le ambizioni future. Napoli e Inter, finora, sono le delusioni del campionato. In estate, si sa, la squadra di Sarri era indicata come la principale antagonista della Juve cannibale. Langue al sesto posto, a otto punti di distanza dalla vetta, insieme con una delle rivelazioni: il Torino. E l’Inter, si diceva, in quanto a qualità non aveva nulla da invidiare alla superpotenza del conte Max. Sta 4 gradini sotto al Napoli, all’8° posto. Stanotte le big ridimensionate si sfidano e hanno l’occasione di piazzare un colpo buono per la classifica e, soprattutto, per il morale. Uno scontro diretto che pesa. E per averne ragione, una strada è andare via leggeri. Bisogna correre sul filo, pardon sulle linee. E in questo Napoli e Inter sanno come fare. Bisogna spiegare le ali per tornare a volare.

Ci squadre che sfruttano gli esterni in maniera molto efficace, pensiamo a Roma e Lazio, ma non c’è dubbio che gli uomini di Sarri e Pioli che giostrano sulla fascia siano determinanti per il loro gioco. Josè Callejon e Lorenzo Insigne da una parte (ma anche Mertens, per stasera squalificato), Antonio Candreva e Ivan Perisic (e pure Eder) dall’altra. Gemelli diversi, altrettanto efficaci. Anzi, determinanti. Per Maurizio Sarri il sistema di gioco è un totem: 43-3, altro non c’è. Il suo è un tridente che sfrutta i lati del campo, anche se per forza di cose «stringe più al centro». Stefano Pioli è più elastico nella filosofia di gioco e in questo momento sta optando per un 4-2-3-1 proprio per far rendere al meglio i suoi giocatori di linea. Anche perché lui l’ariete pronto a sfruttare e finalizzare il prodotto delle fasce, cioè cross e scambi in velocità, ce l’ha. Sarri non più, o meglio non ancora al momento. Con il serial bomber Icardi, Candreva e Perisic hanno molte più soluzioni. Senza Milik, e con Gabbiadini che, ormai non ci sono dubbi, fatica parecchio nel ruolo di centroavanti Callejon e Insigne spesso devono risolvere le cose da soli. Tanto che Sarri adotta sempre più volentieri la soluzione di Mertens falso nove. Che arretra a far gioco, concede meno punti di riferimento e può sfruttare la rapidità per gli inserimenti in area. Solo che, appunto, Mertens è a riposo forzato (non proprio un guaio, vista la decisiva sfida di Champions col Benfica martedì sera) e dunque via alla giostra degli esterni con il Gabbia che ha un’altra grande chance da sfruttare per far ricredere tutti, il tecnico in primis.

CALLEJON SUL TRONO Con Pioli, l’ex «nemico» Candreva è cresciuto tantissimo, è più al centro della manovra e gioca tanti palloni. Sforna una media di 8 cross a gara, nettamente il migliore del quartetto. Finora è stato bravo negli assist (4). Ma guarda caso, Con Pioli si è messo a segnare i suoi primi gol stagionali in campionato (contro Milan e Fiorentina). Un po’ come Insigne, finalmente più concreto oltre che spettacolare. Sarri ha un bisogno assoluto dei suoi gol e lui ultimamente glieli sta dando. Ma siamo ancora a 3, un po’ poco, oltre ai quattro passaggi vincenti. Per fortuna c’è Callejon (tra l’altro diventato papà, per la seconda volta, della piccola Aria) che nella sfida tra esterni di questa sera è il re assoluto: sette reti, tre assist, 20 occasioni create, per tacere del lavoro difensivo che fa. Ha una media di 4 palloni e mezzo recuperati a partita, anche in questo caso la migliore. Uno stakanovista della corsa e del gol. se Pioli riesce a faermare il treno spagnolo, è a buon punto. Sotto questo aspetto, sarà super prezioso il supporto di Perisic. La più «ala» del gruppetto ma con un doppio ruolo: difensore aggiunto. Anche lui col neo tecnico ha alzato il rendimento, è arrivato a 4 gol. Sotto porta è più incisivo dell’ex laziale, meno come crossatore: ha una media di «appena» 5 cross e spiccioli a gara. La percentuale di palle messe in mezzo dai due napoletani è molto inferiore a quella degli interisti (e qui si possono anche capire i dolori di Gabbiadini) per un semplice motivo: sono più punte e il modulo richiede maggiori scambi e inserimenti che volate in fascia. Ma è dall’esterno che i due creano i brividi sulle schiene dei portieri.
ACCORGIMENTI
Detto che sia Napoli che Inter hanno uomini in tutte le zone che possono risolvere una sfida, riuscire a tappare le fasce potrebbe essere la mossa vincente. Date le caratteristiche di squadre e uomini, l’Inter cercherà i lati più del solito e agirà di rimessa perché il Napoli pretenderà di avere il pallino: è nel suo Dna. Musica per gli esterni dunque. L’Inter potrebbe avere vita più facile a destra, ché Ghoulam a volte non è impeccabile e Insigne non ha il passo di Candreva. A sinistra la lotta è aperta. In copertura Callejon e Zielinski dovranno sacrificarsi se giocherà l’arrugginito Maggio, e non può essere lasciato solo con Perisic. Che però avrà il suo daffare per aiutare D’Ambrosio con Callejon. Forse è su quel filo che si deciderà la partita.

Sarà una insolita cornice di pubblico quella che stasera assisterà a Napo- li-Inter. Attesi a Fuorigrotta appena 30.000 spettatori, decisamente pochi per un match storicamente molto sentito dalle

due tifoserie (per i sostenitori nerazzurri c’è il divieto di trasferta). Sarri ieri ha spedito To- nelli con la Primavera, che sarà impegnata in casa del Milan. Di conseguenza, in panchina andrà l’esterno offensivo Roberto Insigne, il giovane fratello di Lorenzo, anche perché Mertens è squalificato e oltre ad El Kad-
douri non ci sono altri attaccanti in organico. Maggio dovrebbe essere preferito ad Hy- saj a destra, ballottaggio vivo tra Zielinski e Allan. Rispetto al Sassuolo, rientreranno Albiol, Diawara e Ghoulam (quest’ultimo deve ancora rinnovare, sulle sue tracce ci sono le grandi di Premier e il Psg). Il terzino algerino ha parlato a Kiss Kiss Napoli: «Vogliamo riassaporare il gusto della vittoria. Dicembre per noi sarà decisivo». Domani di nuovo tutti in campo, martedì ci si gioca la Champions contro il Benfica. Saranno 1.500 i tifosi del Napoli a Lisbona ultima seduta tattica prima di partire per Napoli è stata improntata all’affinamento di certi movimenti da proporre questa sera. Stefano Pioli, alla luce di quel che Maurizio
Sarri modula con il suo Napoli, vorrebbe cercare subito la profondità per costringere gli avversari a districarsi con il movimento lungo-corto degli esterni nerazzurri. In questo piano avrà un ruolo fondamentale Kondogbia che verrà confermato davanti alla difesa. Semmai Pioli si porterà il dubbio
del compagno di reparto del francese. Brozovic è favorito su Joao Mario anche per la scioltezza con cui trova la via della porta (2 gol nelle ultime 2 uscite). Dietro a Icardi si muoverà Banega, mentre sugli esterni Candreva e Perisic. Davanti a Handanovic, Ranocchia affiancherà Miranda, sugli esterni D’Ambrosio è in vantaggio su Nagatomo e a sinistra ci sarà Ansaldi. Gnoukouri non è stato convocato, Santon prosegue la riabilitazione così come Medel che ieri si è visto ad Appiano. Oggi raggiungeranno Napoli Zanetti con Zhang Steven.
Dal terrazzo della sua casa milanese Mauro leardi ha una splendida vista su San Siro. Ieri sera, dall’albergo di Corso Vittorio Emanuele che ospita il ritiro dell’Inter, si è potuto godere il meraviglioso panorama di Napoli. Lo sfondo di Capri e del Vesuvio sarebbe potuto diventare familiare per il centravanti argentino se in estate fosse andata a buon fine la trattativa che il presidente De Laurentiis ha condotto con Wanda Nara nel tentativo di strapparlo al- l’Inter.
ESTATE CALDA Icardi era la prima scelta di Sarri, l’uomo che il tecnico azzurro aveva indicato quale unico possibile successore di Higuain tra gli attaccanti della Serie A. In effetti, Maurito sta ripercorrendo le orme del Pipita: 12 gol in
14 partite rappresentano un bottino eccellente e continuando di questo passo anche il record di Gonzalo (36 reti nello scorso campionato) potrebbe vacillare. Il fantasma di Higuain è presente nella mente di Icardi, che vorrebbe succedergli nella classifica cannonieri e rubargli il posto nella Seleccion, quanto nei cuori dei tifosi del Napoli, che lo scorso anno affidavano al Pipita gran parte delle loro speranze. Dopo il «tradimento» estivo di Hi- guain, in azzurro Icardi sarebbe stato accolto come un messia. La piazza lo invocava nonostante fosse già arrivato Milik, De Laurentiis ci ha provato ma forse ha sbagliato strategia: prima di convincere l’In- ter ha cercato di convincere Wanda Nara, la moglie manager di Maurito, attraverso una sontuosa proposta di ingaggio e lo sfruttamento ad hoc dei diritti di immagine del calciatore. Addirittura, alla signora Icardi è stato proposto un ruolo in uno dei film del presidente del Napoli. L’Inter, però, non ha mai messo davvero in vendita il suo capitano, nonostante in estate reclamasse a gran voce (soprattutto attraverso i tweet di Wanda) il rinnovo di contratto. Il club nerazzurro ha lasciato che il Napoli formulasse le sue proposte, che rialzasse la posta spingendosi fino a cinquanta milioni di euro più Gabbiadini, ma non ha mollato la presa e si è tenuto stretto Icardi.
UNO PER TRE Giusto che Maurito da solo ha segnato più del tridente che il Napoli
schiererà stasera (12 gol Icardi, 11 per Callejon, Gabbiadini ed Insigne). Ecco perché gli occhi del San Paolo saranno tutti per lui, che indosserà una fascia di capitano speciale listata a lutto e con il simbolo della Chapecoense. Se Icardi si fosse vestito di azzurro, Gabbiadini oggi non sarebbe alla corte di Sarri. Anzi, probabilmente sarebbe un punto fermo del 4-23-1 di Pioli visto che in questo schema Manolo ha fatto le cose migliori a Napoli alle spalle di Higuain e l’Inter lì sta adattando un centrocampista. Invece, Gabbiadini resta per ora l’unico centravanti del Napoli
visto che Milik è ancora ai box. Da quando l’ex dell’Ajax si è infortunato, il Napoli ha iniziato a soffrire di sterilità offensiva. Addirittura, la media gol è crollata da 2,2 reti a partita fino ad 1,3. Con Milik in campo il Napoli ha segnato venti volte nelle prime nove uscite stagionali, senza di lui sono state appena tredici le marcature nelle successive dieci gare. Chissà, però, come il polacco avrebbe accettato il ruolo di alternativa a Icardi. Inutile chiederselo visto come è finita la telenovela dell’estate: tutti felici e contenti meno uno, Maurizio Sarri.
Santo Stefano è ancora lontano, sia per il calendario (26 dicembre) sia per carenza di elementi (tre settimane su una panchina non fanno nemmeno aprire il discorso). Eppure per provare a profanare il San Paolo, Pioli testerà i suoi poteri spirituali dall’alto di alcune dimostrazione di fede. L’allenatore dell’Inter, in effetti, ha messo sotto il magnete del proprio frigorifero diversi ritagli di giornale che rimembrano partite eccelse in casa del Napoli. Su tutte, un paio in cui Stefano da Parma si è conquistato il terzo posto in campionato (e quindi il preliminare di Champions League) e la finale di Coppa Italia (poi persa contro la Juventus).
DOLCI RICORDI Il tutto con la divisa ufficiale della Lazio. Il 31 maggio 2015 andò a vincere 4-2 al San Paolo nello spareggio dell’ultima giornata di cam-
pionato. Protagonista fu anche Antonio Candreva che partecipò al primo gol (realizzato da Marco Parolo) e segnò il secondo (rapido ribaltamento di fronte e gol davanti al portiere) nella serata contrassegnata anche dal rigore sparato sopra la traversa da Gonzalo Higuain con il Napoli che aveva recuperato dallo 0-2 al 2-2. L’8 aprile,
un paio di mesi prima, Pioli aveva sfilato ad Aurelio De Laurentiis pure la finale di Coppa Italia. Dopo l’1-1 dell’Olimpico, il gol di Lulic spedì i biancocelesti all’ultimo atto. All’attuale allenatore dell’Inter deve proprio piacere il San Paolo. Tanto che alla guida del Bologna, nel dicembre 2012, ci vinse due volte in 4 giorni tra campionato e Coppa Italia. «Fa tutto parte del passato, sono piacevoli ricordi, vero, ma dobbiamo pensare di vincere» – ha ammesso ieri in conferenza Pioli. Il quale non ha tempo per altro se non per organizzare la risalita verso il terzo posto. «La squadra ha personalità, ha bisogno di trovare maggiore fiducia e consapevolezza nei propri mezzi.
Siamo alla ricerca di un equilibrio che ci consenta di restare sempre in partita, anche quando andiamo sotto nel risultato. Bisogna restare lucidi, non abbiamo paura degli altri. La classifica non presenta una situazione irrimediabile, noi dobbiamo lavorare per recuperare punti restando concentrati giorno dopo giorno. Il Napoli è una squadra che ha una sua identità precisa, sappiamo come affrontarla. Ma non è l’ultimo treno per la rincorsa alla Champions».
GABIGOL Sarà anche per questo che in adesso non c’è spazio per Gabigol: «È giovane, ha qualità, sta capendo il calcio italiano». E nemmeno per parlare di colpi di mercato sensazionalistici: «Messi? Sognare è bello, ma può essere pericoloso. Non abbiamo tempo e abbiamo bisogno di pensare alla stretta realtà». Come dire, teniamo i piedi per terra e guardiamo alla quotidianità. Anche perché l’anno scorso, contro Sarri, perse 2 volte su 2 per un bilancio complessivo di 0-7. Bene, ma non benissimo.
La testa, prima quella: e come se si fosse sul lettino di Freud, meglio ripetere i concetti, lasciandoli memorizzare. E poi quel mantra, mica un gelido rimprovero lanciato nel vuoto per far rumore quando l’1- 1 con il Sassuolo è diventato ghiaccio nella schiena: «Sembriamo una squadra d’adolescenti». E’ la notte di Sarri e però – per appartenenza – la partita del Napoli: è un’ora e mezza in cui portarsi dentro i rimpianti (e sono tanti) di tre mesi attraversati comunque ad altissima velocità, mostrando il proprio calcio e però andando poi a franare con l’Idea sugli scogli dei risultati. E’ una partita, ed è doppia, perché va giocata tra stasera e martedì, però procedendo per gradi, liberando la propria mente dagli scarabocchi del recente passato (per dire: venti tiri con il Sassuolo, sei nello specchio, un gol; e gli avversari: due tiri: una traversa e il pareggio) e dotarsi di quella dose massiccia di cinismo, di «sana cattiveria», che lunedì sera Maurizio Sarri ha invocato come il salvagente per un naufrago. E’ Napoli- Inter e già pesa (assieme al Benfica) come una sentenza, quando non siamo neppure a Natale: c’è pressione (ambientale) e l’esigenza di non perdersi, meglio studiare tanto e poi evitare il ritiro ed altra razione di stress: ce n’è già in abbondanza, ché da trentasei giorni (2-0 all’Empoli) s’insegue una vittoria al san Paolo.

IL FUTURO. E’ tutto compreso, centottanta minuti con dentro la verità, tutta la verità e rigorosamente la verità sul proprio futuro, sul proprio ruolo, sulla propria dimensione, sulla propria consistenza, sul proprio conto. E’ un braccio di ferro con la sorte, che s’è presa Milik e poi ha cancellato anche Mertens, la variabile del «falso nueve», e va affrontato con il doppio petto, il frac o qualsiasi cosa che sia elegante e non si fermi – in superficie – dinnanzi allo specchio, ma entri nella carne della partita e la conquisti (magari dominandola) e comunque la graffi: perché quando il gioco si fa duro, gli adolescenti lasciano che siano gli uomini a giocarsela.

IN VIDEO VERITAS. Ma non si può violentare la propria natura, né disconoscerla, né comunque lasciare che venga frustata dalle ovvietà di chi dimentica cosa sia stato il tiki-taka o quel palleggio vagamente olandese e tutto ciò che ha comportato, per un anno intero e pure adesso: poi, è chiaro che, in questo calcio indemoniato, sopraffatto dal senso pratico, si frantumino i concetti ed i giudizi, ma dinnanzi alla parete della sala video, in quelle analisi rivedute ed utili per correggersi, è emersa la vocazione a piacersi e la necessità a non incantarsi. «Bisogna essere cattivi». Eccoli là, buoni ma «sporchi e cattivi», una pellicola che resti, che racchiuda il calcio di Sarri e del Napoli nella sua famelica interpretazione, in cui si combinino l’intensità con la voracità, la verticalità con l’insaziabilità.

CALCIO DANDY. Ma è certo che debba restare quella forma d’eleganza, non conosce altro calcio il Napoli di Sarri, né gli si può chiedere di votarsi alla imperfezione o al rude difensivismo: però, mentre sono sfilate le immagini del Sassuolo e della Dinamo Kiev, però pure quelle dell’Inter da spiare, s’è notata l’assenza d’una necessaria perfidia, che non è un’invocazione per l’anima ma per la partita. Si parte: è un tour de force in cui c’è in palio l’onore – e fosse solo quello, visti i compensi della Cham- pions – e pure un pizzico di se stessi, non della credibilità ma della autorevolezza smarrita, non delle capacità ma della maturità da dimostrare, affinché non ci siano perplessità sul Progetto e possa, ma per sempre, cascare nel nulla – senza fragore – l’accusa d’essere «adolescenti». Perché poi bisogna diventare Grandi…

INVIATO A CASTEL VOLTURNO – La causa è ormai chiarissima e l’effetto è visibilissimo: si chiama crisi economica, è un dato reale, che sinteticamente esprime il disagio d’andare allo stadio un giorno sì e l’altro pure. E se pure i prezzi restano abbordabili, come per Napoli-Inter, il San Paolo rimane disadorno. È la storia di uno stadio mezzo pieno o mezzo vuoto, dipende dall’angolo d’osservazione: saranno intorno ai trentacinquemila, stavolta, per un San Paolo nel quale ne andrebbero intorno ai sessantaquattromila. Dunque, si starà larghi, mica come contro il Sassuolo in
cui s’è sfiorata (seriamente) la soglia dei cinquantamila, complice il taglio netto di De Laurentiis ad un costo del biglietto divenuto irrisorio (dai sette ai trenta euro). Ma Napoli-Inter rientra tra le gare di maggior prestigio, dunque di richiamo, e pur rimanendo «bassi» (venti le curve, trentacinque i distinti, 45 la Nisida, 70 la Posilli- po) è umanamente complicato per le famiglie sopportare un sacrificio ogni quattro giorni: poi aggiungeteci i confort (!?) e tutto ciò che comporta andare a Fuorigrotta.
RESTYLING. Magari, chi può
dirlo?, sarà più semplice quando saranno stati ultimati i lavori del San Paolo (ri)annunciati attraverso Kiss Kiss dall’assessore allo sport, Ciro Bordello: «Dobbiamo fare una piccola delibera per l’approvazione del progetto definitivo. Interverremo subito sull’impianto anti-incendio, poi sulla tribuna stampa, poi sull’area accoglienza. I bagni fanno parte del secondo lotto. E comunque si comincerà entro la fine del mese, dopo la gara con il Torino». Praticamente nella settimana che condurrà al Natale.

Il sogno Messi «bello e pericoloso», ma soprattutto la rincorsa a una Champions League che l’ambizioso gruppo Suning vuole a tutti i costi. La vigilia del match di stasera al San Paolo è stata animata dal commento di Stefano Pioli al sogno di mercato ritirato fuori martedì da Tronchetti Provera, ma l’ex allenatore della Lazio ha preferito guardare al sodo invitando i suoi uomini e l’ambiente a rimanere concentrati sul presente e su una classifica da migliorare a tutti i costi perché la proprietà non più tardi di mercoledì gli ha ribadito che tipo di risultati si aspetta. «Volete sapere se anche io sogno Messi? Sognare è bello – ha sottolineato -, ma può essere pericoloso. In questo momento
non ho il tempo e il bisogno di pensare ad altro che non sia la nostra classifica deficitaria. La situazione non è irrimediabile, ma rimane comunque difficile. Dobbiamo recuperare punti e possiamo farlo solo se rimaniamo
«In questo momento penso solamente a migliorare in fretta la nostra classifica che è deficitaria»
concentrati sul campionato». Zero spazio per il mercato, compreso quello di gennaio che ormai è alle porte. «In queste tre settimane ho studiato la squadra, ma ho ancora bisogno di tempo per capire quello che eventualmente può servire. A breve faremo un nuovo incontro
con la società che terrà in considerazione le mie richieste e ci faremo trovare pronti per gennaio». Di certo lui non si sente un traghettatore: «Suning mi ha trasmesso la sua convinzione di costruire qualcosa a lungo termine con me. I dirigenti sono motivati e hanno idee innovative perché vogliono far tornare grande l’Inter. La proprietà, Thohir e i dirigenti ci stanno aiutando e supportando perché hanno notevoli ambizioni».
OCCHIO AL NAPOLI. Per la formazione di Sarti Pioli ha mostrato rispetto: «Non credo che il Napoli sarà condizionato dalla partita di Champions con il Benfica e mi aspetto un avversario forte, che in casa gioca bene e che sarà motivato. Dobbiamo sperare in noi stessi e non negli eventuali er-
rori degli altri. Loro giocano bene e non mi interessa se non conquistano i tre punti in casa da 36 giorni perché il San Paolo è un campo difficile. Potremo far risultato solo se saremo perfetti o quasi. Vogliamo il massimo, ci siamo preparati bene e scenderemo in campo per vincere anche se questa non è una sfida da ultima spiaggia perché da qui alla line del campionato di giornate ce ne sono ancora tante. La definirei una gara importante, ma non decisiva».
DOBBIAMO CRESCERE. Senza tornare direttamente sul 4-2 contro la Fiorentina il tecnico emiliano ha poi indicato la strada: «Da quando sono arrivato abbiamo fatto cose positive e la squadra ha personalità. Adesso deve solo trovare consapevolezza nei propri mezzi e se ci riuscirà credo che cresceremo ulteriormente. Dobbiamo essere più bravi a leggere le partite, rimanere sempre compatti, essere continui, lucidi e gestire meglio la palla. E poi non dobbiamo snaturare le nostre caratteristiche. Abbiamo bisogno di altri risultati positivi per aumentare la nostra fiducia e far bene a Napoli sarebbe importante perché le vittorie aiutano la classifica, ma anche la testa».

Manca niente, un giro di valzer – o qualcosa del genere – la palla che rotola e sarà gennaio: il mercato è adesso, perché è inutile fingere, s’è già cominciato (e da un po’) lavorando sotto traccia e seppur si volesse ignorare la questione, riducendola a chiacchiericcio, ci penserebbe sempre e comunque Maurizio Zamparini a svelare i retroscena, squarciando orizzonti insospettabili. «Un mese e mezzo fa mi arrivò un messaggio di De Laurentiis in cui mi chiedeva di Nestorovski ed io risposi di no. Magari ne riparleremo in futuro ma io a gennaio non lo cederò e non vorrei darlo via neanche nella prossima estate, perché so di avere un attaccante che è un opportunista come pochi, che a me ricorda Inzaghi e che tecnicamente è persino migliore di Inzaghi». Eccola qua la notizia, servita bella calda, attraverso Kiss Kiss, da un presidente che non si tiene niente, né gli allenatori né segreti e né le dinamiche d’un calcio che ha smesso, e da un po’ di procedere con consuetudini arcaiche e che si adegua ai tempi. UN SMS. Era già successo che tutto cominciasse con un messaggino, di quelli che vanno dritti al cuore del «problema»: perché l’Atletico Madrid, per sondare, s’avvicinò a De Laurentiis con un sms e chiese del Pipita. «Incedibile». Poi tentarono a voce: sessanta milioni più Kranevitter. «Incedibile». Il resto è Storia del calciomer-cato moderno, che Maurizio Zamparini arricchisce di un nuovo particolare, perché nei tabulati dei centravanti tenuti sott’osserva-zione dal Napoli c’era stata pallida traccia di Ilija Nestorovski (27 a marzo), macedone piombato nel campionato italiano con prepotenza (sette gol finora), un affare che il presidente del Palermo promuove a modo suo, ritraendolo – ufficiosamente – dalle schermaglie, però adulandolo: «Io non lo vorrei dare. E’ uno che ha carattere». STRATEGIA. Ma De Laurentiis ha cominciato il personalissimo tour di perlustrazione e va assumendo informazioni utili da conservare nella memoria, fino a quando non verrà poi l’ora giusta per sferrare l’attacco: intanto, c’è un mesetto circa denso di partite nelle quali può succedere qualsiasi cosa, pure che si ribaltino certe situazioni, ma se c’è un ordine gerarchico – e c’è – il bomber che domina i pensieri resta Leonardo Pa-voletti (28, questo l’ostacolo nelle riflessioni) del Genoa, per il quale già in agosto è stata presentata un’offerta da capogiro (quindici milioni a Preziosi, due e quattro al goleador per un quinquennale), poi – e questi sarebbero più o meno appaiati – Simone Zaza (25) e Gregoire Defrel (25), lievemente più defilato, per attitudine tecniche e vocazioni, Luis Muriel (25) volendo, ma questo dipenderebbe da altre varie volontà, Carlos Bacca (30, altro motivo di meditazione). Ma poi, converrà esserne coscienti, esistono anche le sorprese: Dolberg (19) è una passione autentica, ma è ancora giovanissimo, semmai resta prospetto rilevante  per il futuro, e dunque è problematico rivolgersi all’estero, avendo Sarri tempistiche d’inserimento che striderebbero l’impellenza delle esigenze. Però ci siamo: tra un mese si riaprono le danze, nell’area di rigore…

La fascia da rinforzare è quella sinistra. In difesa, naturalmente. E il primo obiettivo del ds Ausilio è tornato a essere un giocatore già corteggiato la scorsa estate, Domenico Criscito. Che la trattativa con l’ex esterno del Genoa vada in porto non è certo neppure stavolta, ma il dirigente nerazzurro e il tecnico Pioli sono convinti che il quasi trentenne di Cercola possa essere il rinforzo ideale (se low cost) per una rosa che a gennaio sarà sfoltita, ma anche puntellata in difesa.

ORA O MAI PIU’. Criscito ha un altro anno e mezzo di contratto con lo Zenit San Pietroburgo, il club che lo ha acquistato dal Genoa nell’estate 2011 per 15 milioni. Guadagna molto (poco più di 3 milioni a stagione) e finora in Russia è stato bene. La tentazione di tornare in Italia l’ha avuto periodicamente anche perché, a turno, le grandi del nostro campionato si sono interessate a lui. Ci ha pensato più volte il Napoli, è stato un’idea per Milan, Roma e Fiorentina, mentre per l’Inter si è trasformato in una tentazione ciclica. Questa, però, potrebbe essere la volta buona perché il Mondiale 2018 è alle porte e Criscito ha capito che solo tornando in Serie A avrà (forse) una vetrina che lo metta in condizione di competere con una concorrenza anagraficamente più giovane. Il ct Ventura un mese fa è stato chiaro: «E* 1 un ottimo giocatore e l’ho visto crescere. Il suo problema è che si deve violentare per ritrovare il sacro fuoco perché qualitativamente merita la Nazionale». Ecco proprio in queste parole c’è il senso del discorso: in Russia il campionato non è agonisticamente probante come nei 5 principali tornei del Vecchio Continente. O comunque non tutte le gare lo sono. Tornando in Italia Criscito si rimetterebbe in gioco anche in ottica azzurra.

OSTACOLO ZENIT. Resta da capire però quanto Taf-fare sia fattibile. Perché Criscito, attraverso il suo agente (Andrea D’Amico), ha fatto sapere di essere disposto a sedersi a un tavolo per discutere di un nuovo contratto (fino al 2019, dunque allungato di un anno rispetto alla scadenza attua

le del 30 giugno 2018), ma c’è da convincere lo Zenit a trattare. La scorsa estate la richiesta della società russa era stata di 15 milioni per acquistare il cartellino, una cifra fuori mercato non tanto per il valore del giocatore, ma per il ruolo che ricopre e l’età. E siccome il presidente Aleksandr Dyukov ha mostrato nell’affare Wit-sel con la Juventus di non accettare “imposizioni” né dai suoi tesserati né da altri club, l’Inter deve trovare la strada giusta per strappare il sì.

CONTROPARTITA E ALTERNATIVE. Un’idea che verrà valutata è quella di proporre allo Zenit una contropartita tecnica. I russi la scorsa estate si erano interessati a Murillo e a Jovetic, ma nessuno dei due era interessato a tentare un’avventura  nella Premier League nonostante la formazione di San Pietroburgo sia attualmente a -3 dal primo posto occupato dallo Spartak Mosca dell’italiano Carre-ra. Sarà fatto un nuovo tentativo o magari sarà offerto un altro dei calciatori giudicati in esubero alla Pineti-na (Melo, Biabiany o Gabi-gol per 6 mesi?). L’alternativa è un prestito con obbligo di riscatto per non appesantire il bilancio ancora sotto la scure della Uefa. Resta il fatto che Ausilio dovrà comunque tenere aperte alternative. Se Lichtsteiner è un’idea (a parametro zero) per giugno e Conti è monitorato per il futuro, a gennaio occhio a Darmian che lo United potrebbe cedere e al costoso Rodriguez del Wolfsburg.

Si scrive turn over però si legge, si chiama, rivoluzione: perché in questo calcio che costringe a giocare sempre, è vietato fermarsi ai dettagli e conviene intrufolarsi nelle viscere d’una squadra che qualcosa perde e qualche altra deve tutelare. E’ il giorno di Napoli-Inter, che precede di (appena) novanta-sei ore la sfida di Lisbona: nel libro bianco di Sarri c’è qualsiasi espressione utile, il minu-taggio dei singoli – complessivo, compreso le Nazionali -i metri percorsi da ognuno e da quali velocità e con quale intensità, le accelerazioni, la potenza metabolica; e poi c’è anche il bollettino medico di giornata, che induce alla cautela su Hysaj, acciaccatosi con il Sassuolo al punto giusto da restare sospeso tra la panchina e la tribuna.

STRAVOLTA. La difesa che ne esce è praticamente nuova di zecca, ha pochissime analogie con quella che ha sfidato il Sassuolo e però parecchie con l’altra che s’è misurata con la Dinano Kiev: in campo, partendo da destra, ci va Maggio che torna titolare dopo oltre un mese  (lui c’era nel 2-0 all’Empoli, ultima vittoria interna) ma è lungo la linea che si compie il ribaltone d’un settore che, rispetto a lunedì scorso, viene rivoltato per i tre-quarti. Ci manca un leader, o un regista difensivo, o l’autorevolezza di Raul Albiol, che deve ripresentarsi dopo aver smaltito le fatiche suppletive a cui è stato sottoposto per recuperare quei due mesi di inabilità: sarà un caso, e forse non lo è per niente, ma lo spagnolo s’è visto contro la Dinamo Kiev e Reina è potuto uscire dal campo imbattuto e non ha giocato lunedì. E comunque, là dietro, c’è movimento vero: rimane Koulibaly, come sempre (verrebbe da dire) mentre a sinistra la terra torna ad essere di Ghoulam, con Strininc che scivola in panchina.

RITOCCHI. E’ inevitabile che uno stravolgimento d’un settore implichi conferme altrove e infatti c’è semplicemente un ritocchino ed il resto del Napoli è di agevole lettura: la regia apparterrà ancora a Diawara, che ormai ha scavalcato Jorginho e si va a giocare (da titolare) la sua sesta partita in quaranta giorni; mentre il ballottaggio della mediana di destra, che sembrava quasi scontato, potrebbe essere accantonato, lasciando ad Allan la funzione di interdire da quella parte, con Hamsik che fa da contraltare dall’altra. Zielinski è però bello allenato ed ha gamba per impensierire il brasiliano.

NO PROBLEM. La conta degli attaccanti è semplicissima ed il lavoro di Sam è stato agevolato da Dries Mertens, lasciatosi ammonire contro il Sassuolo in maniera ingenua, persino inutile, e comunque autore d’un quiz che sarebbe durato gli interi quattro giorni: stavolta, è inutile perdersi in congetture, perché di centravanti (falso o vero) ce n’è uno soltanto, ed è Manolo Gabbiadini e sugli esterni ci sono legittimi proprietari difficili da scalzare. Davanti, a meno di imprevedibili impennate ideologiche, Callejon a destra, Gabbiadini a sinistra e Insigne a sinistra, magari destinati – ma questo può suggerirlo soltanto l’evoluzione della partita – a cedere il testimone a Giacchettini e ad El Kaddouri, pertenersi poi un po’ di energia per Lisbona.

IN SINTESI. Vi sembrerà turn over o parrà rivoluzione (obbligata), ma c’è comunque parecchio di nuovo nel Napoli che sfida l’Inter ed una bestia nera che risponde al nome di Stefano Pioli, che nel dicembre del 2012 vinse al san Paolo con il Bologna (prima il 16, poi il 19) tra campionato e coppa Italia, che con la Lazio, all’ultima giornata, due anni fa, strappò la qualificazione ai preliminari di Champions, che con il Chievo (2010-2011) siprese sei punti su sei…

Ha riposato all’ultima contro il Sassuolo (c’era Stri-nic), ed è ora pronto a farne verosimilmente due di seguito in quattro giorni. Faouzi Ghoulam dovrebbe tornare titolare sulla sua fascia di competenza per le sfide ad Inter e Benfica, probabilmente le più delicate fra le cinque (in venti-due giorni) che separano il campionato dalla sosta natalizia. Cominciando già da stanotte a metterci tutto se stesso per tornare a volare in campionato.

RIASSAPORARE. «Vogliamo tornare a riassaporare il gusto della vittoria. Contro l’Inter proveremo a vincere ad ogni costo. Certo, non sarà una gara facile, perché siamo di fronte ad una squadra importante, ma sono sicuro che in questo mese faremo molto meglio. Negli ultimi tempi ci è mancata un po’ di fiducia, ma resto dell’idea che rimedieremo». Sa bene che nelle prossime due notti il Napoli dovrà ottenere il massimo possibile, in primo luogo per non perdere ancora terreno in campionato, ma anche per approdare agli ottavi di Champions League. Sa che c’è molto in ballo, sa che in uno dei due casi il responso sarà di quelli decisivi, e lo ribadisce ai microfoni di Kiss Kiss Napoli: «Le gare con Inter e Benfi-ca? Sono due cose diverse. In campionato abbiamo l’obbligo di vincere, perché i tre punti sono fondamentali in ottica classifica. Dobbiamo tornare al posto che ci compete e, inoltre, fare una grande prestazione davanti al nostro pub -blico: ci saranno tanti tifosi a sostenerci».

IL DUELLO. Non vuole essere lui il protagonista, ma uno fra gli undici in campo. Cosicché, quando gli si chiede del duello preannunciato sulla fascia fra lui e Can-dreva, sposta abilmente il centro dell’attenzione: «Ci sono tanti calciatori forti all’Inter ed anche tanti match nei match. Spero che sarà una bella partita, e noi la giocheremo da squadra». A stretto giro arriverà la Champions League, accompagnata da una sentenza definitiva: «Sarà una gara importantissima per il nostro futuro in Europa. Tutta la prossima settimana sarà molto importante, e lo saranno pure le partite successive di questo mese. Noi però dobbiamo e vogliamo pensare per prima cosa all’Inter».

PUNTO SU MANOLO. Un attacco che va a singhiozzi dopo l’uscita di scena di Milik e le difficoltà palesate da Manolo Gabbia-dini, il franco-algerino ha però le idee molto chiare in proposito. Si dichiara particolarmente ottimista sulla spinosa questione: «Mi dispiace tantissimo per Mi-lik, ogni compagno che si fa male manca alla squadra. Io punto su Manolo. E’ un calciatore fantastico: al momento gli manca ancora qualcosa ma, vedrete, farà molto bene. Adesso ha solo bisogno di fiducia, la nostra ce l’ha ed i tifosi gli dovranno fargli sentire la loro in campo». Faouzi Ghoulam ha un contratto sino al 2018 e diversi corteggiatori (si sta parlando di rinnovo ma, al momento, senza particolari impellenze di mettere nero su bianco), è uno dei punti di forza della linea difensiva di Sarri che, fra non molto, sarà peraltro costretto a rinunciarvi per un periodo piuttosto consistente. A metà gennaio partirà infatti la Coppa d’Africa, e Ghoulam è titolare anche nella sua Algeria. Restano perciò i prossimi cinque match di dicembre e poi: «Poi arriveranno le vacanze, e noi speriamo di andarci con un bel posto in campionato e gli ottavi di Champions in tasca. Vogliamo ottenere il massimo su tutti i fronti e concludere l’anno nel migliore dei modi».

Altre cinque partite da vivere stringendo i denti, in attesa che arrivi il sospirato rinforzo per l’attacco. Ma il Napoli davvero lo prenderà? La risposta è “sì”, anche se il valore dello stesso potrebbe dipendere dall’esito delle gare che saranno giocate da domani al 22 dicembre. A cominciare dall’Inter, ospite al San Paolo in un venerdì che dovrà essere da leoni: la squadra di Sarri non può permettersi un altro insuccesso casalingo, dopo i tre pari consecutivi contro Lazio, Dinamo e Sassuolo. Dare il massimo, in tutti i settori del campo e fino alla fine del match, per evitare che si ripetano altre beffe come quelle patite negli ultimi 10 minuti contro Sassuolo e Besiktas. Questione di atteggiamento degli interpreti o di disposizione in campo degli stessi? Se n’è discusso apertamente negli ultimi due giorni a Castelvolturno, evidenziando che sono 6 i gol subiti in più rispetto allo scorso anno e 6 in meno i punti in classifica. Bisogna ridurre il numero delle reti al passivo, in mancanza del bomber che toglieva le castagne dal fuoco. Per la migliore interpretazione della linea difensiva, domani tornerà Albiol al posto di Chiriches con l’intento di guidare il reparto, dopo il turno di riposo in tribuna nel match col Sassuolo. Davanti allo spagnolo, come difensore aggiunto, sarà scelto Diawara che ha caratteristiche fisiche più idonee di Jorginho per arginare le energiche folate offensive dell’Inter e con lui, a completare la linea mediana, anche Zielinski, oltre ad uno tra Hamsik e Allan. A destra, invece, dovrebbe finalmente riposare Hysaj (non si ferma dal 19 ottobre, 2-3 col Besiktas, e non è al meglio per un colpo all’anca rimediato lunedì), così da rivedere Maggio. Nessuna novità in attacco, diventa obbligato presentare il tridente offensivo con Callejon-Gabbiadini-Insigne, anche per le assenze dell’infortunato Milik e dello squalificato Mertens. Per tornare a vincere a Fuorigrotta si punta sul terzo gol consecutivo di Insigne che si è sbloccato ad Udine e poi ha proseguito col Sassuolo. Tre punti che sarebbero utili a tenere lontana l’Inter e restare in corsa per un posto in Champions League: è questo l’auspicio dei 30mila fan che hanno già acquistato il biglietto per la supersfida.

Tornerà anche De Laurentiis in tribuna? Probabilmente sì, anche perché il patron è a Sorrento per le Giornate internazionali del cinema e oggi dovrebbe tornare a Napoli anche per un vertice di mercato con il ds Giuntoli. Potrebbe arrivare dalla Colombia l’attaccante per rinforzare a gennaio la prima linea del Napoli: uno tra Luis Muriel e Duvan Zapata dovrebbe essere il prescelto qualora il club azzurro non riuscisse a chiudere la trattativa con il Genoa per Leonardo Pavoletti. Per Muriel si vocifera di un accordo verbale tra De Laurentiis e Ferrero, sulla base di 25-26 milioni ed un pagamento dilazionato, operazione che il patron azzurro proverebbe a chiudere solo se non dovesse riuscire l’assalto a Pavoletti. Il Genoa fa sapere che non è in vendita, anche se il presidente Preziosi non disdegnerebbe la cessione a gennaio per 18 milioni di euro. La soluzione low cost prevede il rientro anticipato di Zapata dall’Udinese, in cambio di 2 milioni per la penale, ed il lancio definitivo di Perica da titolare con i friulani. Intanto, il Napoli e la Ponte Petra sono prossimi a definire la cessione dell’attaccante brasiliano, classe ‘98, Leandrinho che il club azzurro potrà tesserare a gennaio. Le due società si sono scambiati i documenti via mail e adesso aspettano solo l’ok dai rispettivi uffici legali: alla società carioca andrà la somma di 550.000 euro. Con l’acquisto di un attaccante, il tesseramento di Leandrinho ed il recupero di Milik, è molto probabile che il Napoli opti per la cessione di Gabbiadini, ma solo di fronte ad una buona offerta proveniente da un club estero. Da ieri si è intensificato l’interessamento dello Schalke 04, club tedesco disposto a spendere 20 milioni per il cartellino di Manolo.

Le parole di Marco Tronchetti Provera su Leo Messi hanno avuto eco pure in Spagna ma, soprattutto, rendono manifesto il cambio di marcia che Suning intende dare all’Inter: mentre con Erick Thohir al timone tutto ruotava intorno al rispetto del fair play finanziario, il gruppo di Nanchino vuole – una volta messe alle spalle le pendenze con la Uefa – inaugurare una nuova era in cui non sarà più blasfemo accostare al club nerazzurro i nomi dei più grandi giocatori al mondo. Si tratterebbe semplicemente di un ritorno al passato, dato che Moratti – restando in tema – aveva strappato al Barcellona Ronaldo e, in tempi più recenti, ha portato a San Siro fuoriclasse quali Figo, Eto’o e Ibrahimovic.

Il grande obiettivo è quello di convincere Messi un giorno a scegliere l’Inter. Il boccino, più che il Barcellona, l’ha in mano l’argentino e non soltanto perché in estate non ha voluto iniziare a parlare di rinnovare il contratto in scadenza nel giugno del 2018. Finora Leo ha sempre detto di voler chiudere la carriera in blaugrana in ossequio al debito di riconoscenza con il club che l’ha portato in Europa e curato quando era ancora soltanto un ragazzo dalle potenzialità enormi ma con un fisico alquanto gracilino. Da allora molti anni sono passati e la condanna a 21 mesi di prigione comminata a lui e al padre per frode fiscale ha segnato un solco profondo tra il Pallone d’Oro, il club (che non l’avrebbe tutelato a sufficienza) e la Spagna in generale. Nella prima metà del 2017 verrà discusso il ricorso e, probabilmente soltanto dopo quella sentenza Messi prenderà in esame una possibile trattativa per il rinnovo col Barça. L’Inter è soltanto spettatrice di quanto sta accadendo, ciò nonostante ha ripreso il corteggiamento mediatico (e non solo) nei confronti di Leo: obiettivo è convincerlo che – qualora dovesse decidere di vivere un’altra esperienza al di fuori della Liga – nessuno potrebbe volergli bene come a Milano dove è amato sin dai tempi di Moratti («Potevamo prenderlo quando al Barça aveva davanti Deco, Ronaldinho ed Eto’o – ha rivelato Luis Suarez a Kiss Kiss – e io ho ancora il suo pre-contratto»).

Non è però immaginabile pensare che Messi possa lasciare il Barcellona per una squadra che non è neppure in Champions quando, per esempio, il Manchester City di Guardiola potrebbe fare ponti d’oro per lui. Questo lo sanno pure a Nanchino dove però – non a caso – è già stato deciso di regalare un top player ai tifosi nell’estate che verrà, ovvero quando sarà entrata a regime la rivoluzione che ha in mente il gruppo Suning. Sull’opzione Messi, dato che il contratto della Pulce andrà in scadenza nel 2018, c’è tutto il tempo per lavorare. Più facile nell’immediato – anche alla luce della prospettiva che neppure la stagione che verrà sarà baciata dalla Champions – lavorare su James Rodriguez (che nel Real trova spazio soltanto in Coppa del Re…) oppure su Alexis Sanchez che ha un contratto con l’Arsenal – dove finora non ha raccolto grandi gioie – in scadenza nel 2018. Strappare alla Liga e alla Premier uno di questi due giocatori sarebbe un manifesto programmatico di quanto vuole costruire Suning a Milano. L’obiettivo è di riportare l’Inter là dove merita e, per questo motivo, la prossima campagna acquisti sarà faraonica, dato che – oltre al top player – i nomi nella lista consegnata ad Ausilio sono quelli di Verratti, uno tra Bernardeschi e Berardi, Lindelof, Marquinhos e Acerbi. Qualora Suning dovesse costruire un Barça in salsa tricolore, sarebbe più facile per Messi accettare il corteggiamento dell’Inter. Se così fosse, Zhang chiuderebbe un cerchio aperto da Moratti con l’acquisto di Ronaldo. I tifosi, in tal senso, sono autorizzati a sognare.

La storia lascerebbe poche speranze: sul campo della Juve l’Atalanta ha giocato 59 partite vincendo quattro volte, l’ultima nel 1989 quando quasi tutti i titolari di stasera non erano nati. Anche la logica sembrerebbe remare contro: dopo la sconfitta di Genova i bianconeri hanno bisogno di reagire e, dall’altra parte, la striscia di successi dei nerazzurri comincia a confrontarsi con la legge dei grandi numeri. Però oggi l’Atalanta può provare a vincere e già questo è un successo visto che fino a poco tempo fa nessuno avrebbe azzardato una simile ipotesi.
I
ULTIMO LIVELLO In questi giorni di doverosa celebrazione del miracolo di Gasperini, ci si interroga sulla meta realistica del viaggio dei pirati nerazzurri: Europa League? Champions? Scudetto stile Leicester? E’ presto per dirlo: il valore delle squadre si misura nei momenti difficili, non in quelli in cui tutto fila liscio. Stasera, comunque, il vascello di capitan Gasp supera le Colonne d’Ercole: comunque vada, sarà una bellissima avventura. I dubbi principali che la circondano sono due. Cosa accadrà quando la condizione atletica sarà meno straripante? Come reagirà la squadra quando sentirà la pressione? La risposta alla prima domanda arriverà più avanti, il secondo quesito aleggerà stasera a Torino. Un risultato positivo contro i
campioni d’Italia equivarrebbe al superamento di un livello nei videogame. E ci sono solide basi tecnico-tattiche per ragionare concretamente sull’assalto allo Stadium.
FISICITÀ’ E MARCATURE E’
probabile che l’Atalanta metta pressione alla Juve fin dall’avvio. L’assenza di Gagliardini toglie un po’ di fisicità ai nerazzurri, ma l’impronta non dovrebbe cambiare: aggressività dovunque e soprattutto sul portatore di palla. Marchisio sarà guardato a vista da Kurtic. Mancando Bonucci, Allegri non potrà sfruttare il doppio regista e allora chiederà a Pjanic di stare più dentro al gioco. Saranno Freuler e Kessie a sobbarcarsi il compito di limitare l’ex giallorosso, sontuoso quando ha il tempo per pensare e preparare la giocata, meno determinante quando gli viene tolta l’aria. La lunga imbattibilità su azione dimostra quanto sia difficile anche solo tirare in porta all’Ata- lanta. I difensori sono attentissimi sull’uomo, l’uno contro uno è praticato anche lontano dall’area ma con lo scopo di riconquistare in fretta la palla per scaricarla in avanti.
CAMBIO DI PASSO E DI MODULO I nerazzurri sono dappertutto: merito della condizione atletica, certo, ma anche dell’impostazione tattica. In fase difensiva le linee sono corte e la densità alta. In fase offensiva la squadra attacca sia l’ampiezza sia la profondità. Sarà curioso vedere stasera l’atteggiamento della Juve: proverà a schiacciare progressivamente gli avversari o li lascerà giocare per individuare i varchi nei quali colpire? Senza Dybala manca ad Allegri il giocatore che salti l’uomo, mentre Gomez è in gran forma ed è pronto ad esaltare con i dribbling e la fantasia i tifosi che aspettano da 27 anni un successo in casa della Juve (l’1-0 fu firmato proprio da un argentino: Claudio Caniggia). Il cambio di passo, in effetti, è uno dei tratti di distintivi dei ragazzi di Gasperini: ce l’hanno Conti, Spinazzola, Kessie, Gomez, Kurtic. Nella Juve, invece, senza Dybala e Pjaca vanno tutti più o meno alla stessa velocità. Solo sulle fasce Cuadrado e Alex
Sandro danno gas. A proposito di Cuadrado, le sostituzioni potranno avere un ruolo determinante. Juve e Atalanta sono in grado di cambiare modulo senza ricorrere alle riserve. Proprio il modulo dell’Atalanta non è facilmente codificabile grazie alla capacità di adattarsi azione dopo azione agli avversari e allo sviluppo della partita. Un altro dei segreti di Gasp, che oggi va allo Stadium a giocarsela senza paura. Chi l’avrebbe detto?

CJ è una vecchia canzone di Claudio Baglioni, dal titolo «Quanto ti voglio», che dice: «Tanto il tempo aggiusta tutto». Si parla d’amore e non di calcio, però Massimiliano Allegri è convinto che questa teoria sia applicabile anche nel campo del pallone. Più sei grosso più quando cadi fai rumore: per questo la sconfitta di Genova ha avuto come conseguenza un discreto chiasso mediatico. «Nell’arco della stagione ci sono passaggi a vuoto, ma non bisogna farsi frastornare. A Genova i primi 30 minuti sono stati di terrore, ma la squadra veniva da 11 vittorie e
2 sconfitte e mi sembra che siamo ancora in testa».

MESE DIFFICILE In punti sulla seconda, significa che anche in caso di un altro passo falso stasera con l’Atalan- ta («Complimenti a Gasperini, che sta facendo bene con giocatori giovani. La sua squadra può stare in testa, anche se il campionato è ancora lungo») e di successo di Milan e Roma, la Signora resterebbe ugualmente la prima della classe, ma con le inseguitrici a una incollatura. Rischio che Allegri non vuole correre, visto che il calendario ha riservato ai bianconeri un dicembre da bollino rosso: dopo i bergamaschi, avranno il derby in trasferta e la Roma in casa. Per questo il tecnico vuole una vittoria a tutti i costi: «I campioni tirano fuori il carattere e l’orgoglio quando prendono le botte. Per una settimana abbiamo lavorato tutti insieme, non succedeva da parecchi, e questo può averci fatto solo bene. Dalle batoste bisogna uscirne fortificati». Dicembre è un mese bifronte per la Juve di Allegri: l’anno scorso la squadra infilò tre successi su tre, due stagioni fa invece fece due pari con Fiorentina e Samp (e poi perse la Supercoppa di Doha con il Napoli ai rigori).

DYBALA SÌ, ANZI NO Allegri però scaccia via i cattivi pensieri con il solito buonumore e addirittura trova del buono anche nell’ecatombe degli infortuni: «Pensare negativo porta negatività. Abbiamo perso Bonucci e Alves, però Chiellini sta bene, Marchisio sta bene, il recupero di Barzagli procede bene, Dybala sta tornando e Pjaca sta correndo». Ecco, Dybala, il più atteso della compagnia, che ieri per la prima volta ha fatto tutto l’allenamento con la squadra, ma questo non significa che sia pronto: «Paulo sarà convocato ma più che altro per riassaporare il clima partita. Difficilmente giocherà, magari mercoledì in Champions potrà giocare». In serata la sorpresa: Dybala non è tra i 20 per l’Atalanta. Nessun caso: non si sente ancora pronto e non vuole correre il rischio di ricadute. E Allegri ha deciso di dargli un giorno di riposo, rimandando il rientro con la Dinamo o col Toro.

DUBBIO MODULO Chiellini invece giocherà e guiderà una difesa d’emergenza: «Ho 6 uomini, ne giocheranno 4 o 5. Ho abbondanza in questo ruolo. Be- natia può stare al posto di Bonucci». In caso di 4-3-1-2, uno tra Rugani e Benatia con Chiellini, Sturaro a centrocampo e Pjanic trequartista. L’alternativa è il 3-5-2 con tutti e tre i centrali, Lichtsteiner (Cuadra- do ha avuto un piccolo problema fisico in settimana, è convocato ma dovrebbe partire in panchina) e Alex Sandro (favorito su Evra) sugli esterni. In attacco Mandzukic-Higuain: «Gonzalo segna anche senza Dybala e l’intesa con Mario sta migliorando».

 Il destino è tutto da scrivere in 90 minuti, quelli che stabiliranno le squadre meritevoli di accedere agli ottavi di finale di Champions League. Il Napoli si trova di fronte al primo esame di stagione, un match da dentro o fuori e dal quale dovrà uscire indenne per evitare la beffa. Contro il Benfica basterà non perdere, tuttavia anche una sconfitta potrebbe bastare agli azzurri, a patto che la Dynamo Kiev batta il Besiktas. Incroci a cui Sarri non sta pensando: il Napoli si è già complicato troppo la vita per sperare che ogni risultato vada ad incastrarsi nella giusta casella ed è per questo che vincere diventa prioritario, anche per invertire una rotta che non gli sorride da troppo tempo.
Il Napoli non vince in Champions da 3 partite (2 pareggi e una sconfitta) ed è la più lunga serie senza vittorie nella competizione europea per il club campano, una tendenza che va cambiata. Oltretutto, gli azzurri non conoscono altro modo di giocare a calcio se non imponendo la propria identità, su ogni campo. Lo faranno anche questa sera al Da Luz, il terreno sul quale il Benfica ha costruito i maggiori successi: basti pensare che ha perso solo 2 delle ultime 15 gare interne in Champions (9 vittorie, 4 pareggi) trovando la via del gol in 13 di queste per rendersi conto dell’ambiente caldo in cui si troverà a giocare il Napoli. «Mi aspetto un Benfica forte tecnicamente, è una squadra preparata e poi giocherà in un grande stadio davanti ad un caloroso pubblico. Noi dovremo avere grande personalità per reggere un avversario di questo livello e se riusciremo ad essere alla pari dal punto di vista della mentalità e della determinazione, metteremo in difficoltà l’avversario. Però credo che entrambe le squadre nel corso della partita avranno momenti di difficoltà»: così Maurizio Sarri ha caricato a dovere la sua squadra pur concedendosi altro tempo per decidere al meglio quale undici schierare. A centrocampo Allan e Diawara sembrano aver vinto il ballottaggio con Zielinski e Jorginho, ma solo oggi l’allenatore scioglierà le riserve.
Il dubbio più grande è in attacco: chi rimarrà fuori tra Gabbiadini e Mertens? Il bergamasco ha convinto contro l’Inter, mentre il belga sembra esaltarsi nelle gare di Champions, tanto da aver messo lo zampino in 4 degli ultimi 6 gol del Napoli: sono già 3 le reti con un assist nelle 5 partite disputate. «Non lo so chi schiererò tra i due, vedremo solo oggi come staranno e deciderò – argomenta Sarri – ma sicuramente avremo un calciatore forte in panchina che potrà cambiare il corso del match e che magari ci darà l’accelerata che serve a partita in corso». Il tecnico del Napoli non scopre le carte alla vigilia del match, ma allerta i suoi su quello che potrebbe essere l’andamento della gara: «E’ una partita da dentro o fuori, sarà difficile e potrebbe anche essere diversa dal solito. Siamo abituati ad imporre il nostro gioco, come il Benfica, ma una delle due dovrà adattarsi all’altra. Vogliamo la qualificazione e faremo di tutto per ottenerla anche perché sentiamo di meritarla».
Pochi dubbi ci sono sull’impiego di Callejon, fin qui sempre titolare, e di Hamsik. Il capitano del Napoli ha in testa un solo risultato: «Non pensiamo al pareggio, siamo qui per vincere – ha detto -. Vedrete un Napoli solido che non si chiuderà in difesa. Faremo il nostro calcio come sempre perché ci giochiamo tutto in una partita e passare il turno è fondamentale. Ogni match è una finale e nonostante non sarà una gara facile, possiamo farcela. Quello che accadrà tra Dinamo Kiev e Besiktas non deve interessarci, potrebbe condizionarci e a noi serve avere la testa libera».

Le proporzioni sono pressoché le stesse, più o meno 60 per cento contro il 40, ma a vincere nel referendum proposto dal sito di Tuttosport è stato il Sì. Referendum solo consultivo, perché il potere decisionale in questo caso è di Massimiliano Allegri e nessun altro, ma che comunque riguardava un’abrogazione importante: quella del 3-5-2. Non proprio una Costituzione, ma quasi, per la Juventus dell’ultimo trionfale quinquennio. Adottato da Conte al posto del suo fin lì caratteristico 4-2-4, per sfruttare al meglio il terzetto difensivo e Pirlo, il sistema di gioco è stato mantenuto da Allegri, che però già nella sua prima stagione sulla panchina bianconera attuò una riforma temporanea: per rimediare all’infortunio che tenne a lungo fuori Barzagli passò a un 4-3-1-2, con Vidal trequartista, con cui condusse la Juventus al quarto scudetto consecutivo e alla finale di Champions persa con il Barcellona, la prima dopo Calciopoli.

Nella scorsa stagione Allegri provò di nuovo a passare alla difesa a quattro, ma le difficoltà iniziali lo convinsero poi a tornare al costituzionale 3-5-2, che al massimo si mutava in campo in 4-4-2 con l’allargamento di Barzagli e l’arretramento di Evra. In questo avvio di stagione, però, i risultati subito eccellenti hanno dato al tecnico la tranquillità per tentare nuove riforme, delle quali un gioco non scintillante ha fatto avvertire l’esigenza. Riforme che consentirebbero all’allenatore bianconero di sfruttare al meglio un potenziale offensivo arricchito in estate dagli arrivi di Higuain, Pjaca e Pjanic.

Proprio il bosniaco ex romanista ha sofferto in questi primi mesi, disputando le migliori partite in casa del Chievo, da mezzala con la squadra schierata col 4-3-3, e sabato contro l’Atalanta, da trequartista in un 4-3-1-2. Oltre a Pjanic, la vittoria sui nerazzuri ha esaltato Mario Mandzukic, ormai idolo dei tifosi come leggete a pagina 7, le cui prestazioni fanno apparire come peccato mortale una sua esclusione stabile.

Così proprio Allegri ha aperto la strada alla riforma: sul campo, con i citati schieramenti contro Chievo e Atalanta, e a parole, assicurando a più riprese che «Mandzukic, Higuain e Dybala possono giocare insieme». Che il nuovo corso preveda il tridente, il trequartista dietro a due punte, o più probabilmente un’alternanza di entrambi i sistemi visto che Allegri ama cambiare assetto anche a partita in corso, il passaggio obbligato è comunque l’abrogazione della difesa a tre.

Proprio per la citata propensione del tecnico bianconero a variare sistema di gioco non si tratterebbe probabilmente di un’abrogazione definitiva, soprattutto dopo che Bonucci e Barzagli saranno entrambi tornati disponibili: il 3-5-2 diventerebbe però solo un’opzione e non più la regola di base.

Come abbiamo accennato, la riforma troverebbe il pieno appoggio da parte dei tifosi. E non solo perché permetterebbe di schierare un numero maggiore di giocatori dalle caratteristiche offensive, che accendono maggiormente la fantasia, ma anche in base a considerazioni tattiche. Principalmente due, una legata alla fase difensiva e l’altra a quella offensiva. Per quanto riguarda la difesa, l’assetto a tre è visto come legato a doppio, anzi, triplo filo a Barzagli, Bonucci e Chiellini: se quel blocco viene meno, come adesso per gli infortuni e come avverrà inevitabilmente in futuro, allora meglio cambiare assetto e passare a quattro. Relativamente alla fase di costruzione, c’è Pjanic al centro delle motivazioni di chi apprezzerebbe la riforma tattica: nel 3-5-2 il talento del bosniaco è visto come soffocato da compiti troppo gravosi in copertura, mentre il ruolo da trequartista lo esalterebbe.

Vince il sì, ma perché la riforma trovi piena attuazione dovrà, ovviamente, vincere la Juve.

Sul gioco d’anticipo (sugli attaccanti) ha costruito una carriera, ma stavolta Andrea Barzagli sta superando se stesso. Dopo il grave infortunio di Verona del 6 novembre – spalla sinistra lussata – il 2016 del toscano sembrava finito. La prognosi di 60 giorni rimandava tutto a gennaio, seppur l’azzurro in cuor suo abbia sempre sperato di poter rientrare in tempo per la Supercoppa di Doha del 23 dicembre. Il big match contro il Milan era considerato un obiettivo ambizioso, ma i progressi delle ultime settimane hanno fatto rivedere i programmi allo staff juventino. Ieri Barzagli ha svolto una parte di allenamento con i compagni. «Andrea sta bene – ha detto Allegri – e potrebbe essere a disposizione per la Roma». Lo scontro diretto con i gialorossi è fissato per il 17 dicembre. Appuntamento già “caldissimo”: i biglietti a disposizione sono stati esauriti in 2 ore.

Barzagli- se tutto andrà secondo tabelle – rientrerà tra i convocati con una ventina di giorni d’anticipo. Magari non sarà titolare contro la Roma, ma riaverlo in panchina sarebbe molto più che importante. Un po’ perché il toscano è un senatore e un po’ perché a quel punto aumenterebbero sensibilmente le possibilità di poter schierare Barzagli titolare in Supercoppa contro il Milan. Decisivi saranno i prossimi allenamenti, ma a Vinovo sono ottimisti. Con Barzagli – e in attesa di Bonucci, pure lui abituato a bruciare le tappe – si avvicinerebbe la ricomposizione della BBC difensiva. Tempi più lunghi per Dani Alves, infortunatosi nella disfatta di Marassi contro il Genoa (frattura composta al perone).

Stasera, contro la Dinamo Zagabria, Allegri rilancerà Paulo Dybala a partita in corso: per l’argentino sarà la prima passerella dopo l’infortunio di San Siro del 22 ottobre. Il “Conte Max” dovrà pazientare ancora un po’ per Marko Pjaca (reduce da una frattura al perone). «Ha riniziato correre, sta meglio, ma difficilmente lo rivedremo in partita prima di gennaio», ha chiarito il tecnico. Il gioiellino croato è uno dei grandi attesi del 2017. «Sarà la rivelazione», ribadisce ad ogni occasione Allegri.

A inizio stagione l’ex Dinamo Zagabria ha mostrato lampi di classe e nella seconda parte dell’panno potrebbe diventare un uomo decisivo per la corsa Champions. Pjaca è considerato il tassello ideale per il passaggio al 4-2-3-1 di stampo europeo. Già, tre trequartisti (Pjaca, Pjanic e Dybala) alle spalle di Higuain.

Con la qualificazione agli ottavi di Champions già in tasca Massimiliano Allegri si gode l’ultima partita del girone, non irresistibile come coefficiente di difficoltà visto che i croati della Dinamo Zagabria hanno un bel zero alla voce punti. E la rilassatezza del momento la si respira anche nella conferenza stampa di vigilia per il clima scherzoso con cui il tecnico bianconero si rivolge alla platea.

Premesso che il Conte Max ha ribadito più volte di non volere fare calcoli, di puntare soltanto a un unico obiettivo, quello di battere la Dinamo per mantenere la vetta alla conclusione della fase a gironi, alla fin fine si lascia andare anche a una risata all’ennesima richiesta se sia più conveniente arrivare primi o secondi in termini di incroci nel sorteggio. «Ma come, mi viene da ridere – sottolinea – non capisco questo tormentone. Siamo partiti nella prima partita del girone dicendo che bisogna arrivare primi perché la Juventus deve arrivare prima, perché arrivando prima abbiamo tutti i vantaggi del mondo e adesso che siamo riusciti ad essere primi sento che bisogna arrivare secondi…».

E in effetti, a differenza di altre stagioni, quest’anno la Champions riserva incroci da brivido anche se si arrivi in testa al girone: il rischio è quello di beccarsi nei sorteggi di lunedì il Psg, il Bayern Monaco, il Manchester City, il Benfica, tutte seconde. In attesa degli altri tre gironi che scendono in campo stasera. «Guardate che siete buffi veri voi – insiste Allegri -. Io ho fatto il percorso delle sei partite. Tanto stanno nella pallina, vediamo poi chi sarà primo tra Real e Borussia Dortmund, vedremo gli incroci delle squadre. L’unica anomalia è che se il Siviglia arriva secondo ha dei vantaggi perché non può prendere né il Real Madrid se è primo, né il Barcellona e l’Atletico Madrid». Quanto alla Juve, perderà il primo posto solo se non batterà la Dinamo e gli spagnoli vinceranno a Lione: in questo caso la supererebbero. Pareggiando, invece, il Siviglia potrebbe al massimo raggiungere una Juve sconfitta stasera, ma comunque prima in virtù degli scontri diretti.

Se Allegri non prende in considerazione un risultato che sia diverso dalla vittoria, ragiona invece su un minimo di turnover (Alex Sandro, Chiellini e Khedira a riposo in panchina) in vista del derby di sabato e delle successive sfide con la Roma in campionato e il Milan nella Supercoppa. In questa ottica, chiede l’approccio giusto alla sfida contro la Dinamo Zagabria. «Dobbiamo essere bravi ad affrontare la partita in modo aggressivo: se la gara va subito in discesa, possiamo poi risparmiare un po’ di energie». La richiesta è ineccepibile: due gol subito, tanto da mettere al sicuro il risultato, e poi remi un po’ in barca perché la squadra ha soltanto tre giorni per recuperare dalle fatiche e affrontare un Toro agguerrito in una sfida che richiede un grande dispendio di energie anche nervose.

Il piano di Allegri potrebbe però cozzare contro la realtà dei croati, che saranno anche sprovveduti nel loro approccio alla Champions, ma non rinunciatari a priori: proveranno con tutte le forze a mettere in difficoltà la Juventus a dispetto del 4-0 subito a Zagabria nella gara d’andata. «Se non riusciamo con questo approccio dovremo fare una partita diversa – avverte Allegri -. Loro giocheranno una partita chiusa, come hanno fatto in casa con il Lione e in altre partite. Fare gol non è semplice quando trovi dieci giocatori dietro la linea della palla».
Quindi, palla al centro e aggredire subito l’avversario. Nel nome del primo posto e del derby.

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. Si gioca la Champions, ma il pensiero va anche al campionato, soprattutto dopo le frasi di Baldissoni, dg della Roma, che vede nella squalifica di Strootman per due giornate (salterà Milan e Juventus) «un provvedimento non casuale». Da veterano bianconero, con dieci anni di militanza, Claudio Marchisio non si scompone alle accuse: «E’ una frase che ho sentito tante volte nella mia vita professionale. Ci sono delle immagini, dei giudici che decidono: non spetta a noi commentare certe cose. Restiamo concentrati sui nostri obiettivi e non pensiamo ad altro».
In effetti dicembre rappresenta il mese della svolta per la Juventus. E il Principino non vuole lasciare nulla per strada: «Primo trofeo stagionale, primo posto in Champions e provare ad allungare il vantaggio in campionato: dovremo essere molto concentrati per tutto il mese. Dopo il ko a Marassi abbiamo lavorato bene e reagito immediatamente. Dopo cinque anni si cerca sempre di dire che la squadra non ha fame o ha qualche problema: noi non abbiamo nessun problema, lo abbiamo dimostrato sul campo. La voglia di vincere non ci è passata».

Come l’allenatore e molti compagni, Marchisio non vuole fare calcoli se convenga di più essere primi o secondi, ma indica una sola certezza. «Vogliamo vincere e mantenere la vetta del girone. Poi vedremo le posizioni degli altri e quali saranno gli avversari possibile. L’esperienza ci insegna che serve a poco fare calcoli: nella stagione in cui siamo arrivati in finale, la squadra che in teoria doveva essere la più abbordabile, cioè il Monaco, è quella che ci ha messo più in difficoltà. A certi livelli, ogni partita può essere difficile, e quello che conta è arrivarci con la giusta condizione».

La stessa che il Principino spera di raggiungere a febbraio-marzo, quando si giocheranno gli ottavi. «Sono felice per la continuità che riesco ad avere giorno dopo giorno in allenamento. Sono consapevole di dover ancora lavorare, ci vorrà un po’ per essere al 100% dal punto di vista della reattività e della condizione, ma sono soddisfatto di come stanno andando le cose».
Titolare stasera in Champions – ed è la prima che ne gioca due di fila dal primo minuto – con vista però al derby (e sarebbero tre consecutive in una settimana), una partita alla quale non vuole rinunciare.

L’emergenza di Siviglia è ormai ufficialmente un ricordo: l’attacco della Juventus contro la Dinamo Zagabria tornerà a brillare in tutta la sua luce, quella di Gonzalo Higuain, di Mario Mandzukic e di Paulo Dybala, il cui rientro a un mese e mezzo dall’infortunio riportato con il Milan è stato annunciato da Massimiliano Allegri.
Per ammirare lo splendore della Joya, però, questa sera si dovrà attendere il secondo tempo: «Non ha ancora i 90 minuti – ha spiegato il tecnico – e deve ripartire gradualmente. Giocherà tutta la ripresa oppure uno spezzone». Troppo rischioso schierare l’argentino da titolare, iniziando così la partita già con una sostituzione obbligata. Meglio controllare l’evolversi e le necessità del confronto e poi tornare a mostrare ai tifosi dello Stadium i guizzi del ventitreenne attaccante, permettendo al contempo a lui di tornare a respirare aria da sfida vera per prepararsi al derby di domenica: «Sono pronto!», scalpita intanto su Instagram. A cercare di mettere subito ko la Dinamo ci penseranno Gonzalo Higuain e Mario Mandzukic: figurarsi se il taglio al ginocchio sinistro subito contro l’Atalanta poteva fermare il leone croato, in un momento strepitoso. Talmente strepitoso che probabilmente anche nel derby saranno lui e il Pipita a scendere in campo per primi, con un Dybala lucidato dai minuti di stasera pronto ad abbagliare il Toro a partita in corso (a meno che Allegri non osi il tridente già contro i granata). Questa, comunque, è un’altra storia: e prima di pensarci la Juventus deve scrivere la parola fine a quella del girone.

Quello di Dybala non sarà l’unico ritorno di stasera allo Stadium: farà la sua ricomparsa anche il 3-5-2, a causa dell’assenza di terzini destri che impedisce una conferma della difesa a quattro vista domenica sera contro l’Atalanta. Allegri ha lasciato uno spiraglio all’ipotesi di Sturaro come sostituto di Lichtsteiner, ma il centrocampista ha speso tantissimo contro i nerazzurri e potrebbe dover spendere altrettanto anche domenica contro il Torino, se il tecnico ripresenterà il 4-3-1-2 che ha funzionato alla grande nell’ultimo turno di campionato. Così appare certo il ritorno alla difesa a tre.

Una difesa dove, a proposito di energie spese, non ci sarà Giorgio Chiellini: «Sta bene, ma veniva da un infortunio e ha giocato 90 minuti domenica: quasi certamente riposerà e di sicuro lo farà Alex Sandro». Due annunci che delineano in maniera netta il settore sinistro della formazione bianconera: con Barzagli e Bonucci out gli unici centrali di ruolo sono Rugani e Benatia e il solo in grado di adattarsi al posto di Chiellini è Patrice Evra. Davanti al francese, come esterno di centrocampo, ci sarà Asamoah, mentre la fascia destra sarà il regno di Juan Cuadrado da una bandierina all’altra.

Sarà invece una novità assoluta il terzetto di centrocampisti, rivelato quasi completamente dallo stesso tecnico bianconero: «Giocheranno Lemina e Marchisio e non giocherà Khedira». Il Principino sarà così titolare due volte in quattro giorni per la prima volta da quando, il 26 ottobre contro la Sampdoria, è tornato in campo dopo l’infortunio. Visto che lo sarà quasi certamente anche domenica contro il Torino appare impossibile un suo impiego nel più dispendioso ruolo di mezzala: sarà il regista basso, il che esclude anche l’impiego di Hernanes tra gli undici titolari. A questo punto l’identikit del terzo centrocampista corrisponde in modo quasi definitivo a Miralem Pjanic: da lui i tifosi e Allegri si attendono nuove giocatre decisive dopo quelle mostrate contro l’Atalanta. Meglio ancora se nella prima parte della partita, in modo da chiuderla più in fretta possibile per poter poi gestire le energie in vista del derby e del campionato. Da un obiettivo all’altro, senza sosta: tanto l’emergenza è finita e i “problemi” d’abbondanza sono all’orizzonte.

Diciamo subito che il problema per la Juventus, nell’ultimo impegno di Champions League prima di mandare agli archivi il Group stage, non sarà certamente rappresentato dallo spessore dell’avversario ma dalla necessità di trovare le giuste motivazioni dopo aver già conseguito la qualificazione con l’impresa di Siviglia e alla vigilia di un derby, domenica pomeriggio all’Olimpico Grande Torino, che si preannuncia di fuoco. Acceso. Combattuto.

La Dinamo Zagabria, già sonoramente battuta all’andata (secco 4-0 firmato Pjanic, Higuain,Dybala, Dani Alves), è ultima in quasi tutte le classifiche di rendimento delle 32 squadre partecipanti alla massima competizione europea: fase difensiva, possesso palla, capacità realizzativa.

Ha una rosa con un’età media di quattro anni inferiore di quella bianconera (24 contro 28), piena di ragazzi del ’95 o del ’96 che giocano quasi tutti nelle Nazionali giovanili. Questo serve a vendere ogni anno prospetti interessanti (gli ultimi casi: Pjaca proprio alla Juventus e Rog al Napoli nel mercato estivo) tuttavia ovviamente va a discapito della competitività.
Inoltre questa sera allo Stadium i croati non potranno contare sulle qualità della stellina Ante Coric, trequartista di 19 anni infortunatosi due settimane fa a Lione, forse il profilo più interessante tra i croati. Valeva già 10 milioni di euro per Transfermarket.com prima della gara di andata con la Juve.
Oggi Spurs e Liverpool se lo stanno contendendo per il mercato di gennaio partendo da una base d’asta di 15 milioni di euro.
Yvaylo Patev, tecnico della Dinamo, punterà sul 4-3-3 che, in pratica, si tradurrà con un 4-5-1 attendista, avendo interpretato in questo modo tutte le precedenti gare di Champions League.

La densità bassa non ha mai permesso, però, alla Dinamo Zagabria di migliorare la tenuta difensiva in Europa. Centrali troppo lenti, Benkovic in modo particolare, non garantiscono una copertura veloce degli spazi, soprattutto negli inserimenti da dietro. Del resto la coperta è sempre corta. Quando la squadra si sbilancia in avanti alla ricerca del gol lo fa senza equilibrio, lasciando campo al contropiede avversario come successo in maniera evidente – ad esempio – nell’ultimo turno di campionato in occasione della rete subita dal Rijeka (incontro terminato 1-1).

La contingente mancanza di terzini destri (Dani Alves è infortunato, Stephan Lichtsteiner non è stato inserito nella lista Uefa) potrebbe indurre Massimiliano Allegri a riproporre il 3-5-2 “classico”. L’unica alternativa praticabile sarebbe quella di giocare a quattro “inventando” Sturaro come laterale basso. Ma del resto nella gara di andata, con il 3-5-2, Dani Alves impiegato come esterno alto mise in gravi difficoltà la Dinamo Zagabria, sempre lenta negli scivolamenti laterali, dettando i cambi di gioco lunghi a favore di Pjanic. Cuadrado di conseguenza non dovrebbe fare altro che riprodurre la stessa situazione di gioco del brasiliano, aggredendo la profondità anche senza palla. Una strategia senz’altro non alternativa alle sue serpentine palla al piede che metteranno sicuramente in grave difficoltà il terzino sinistro Pivaric, capitano dei croati.

Il cambio di modulo comunque non modificherà di molto l’assetto in mezzo al campo. Ci saranno due esterni alti in più e un trequartista in meno rispetto alla sfida contro l’Atalanta, ma rimarrà invariato il triangolo mediano con il vertice basso. In quel ruolo è stato fondamentale, nelle ultime settimane, il recupero di Marchisio e sarà altrettanto importante salvaguardare l’azzurro da eventuali ricadute. Ciò, però, non significa necessariamente lasciarlo rifiatare…

Il Principino, pur non essendo ancora brillante nella corsa, ha dato grande stabilità alla fase difensiva bianconera nonché lucidità nel fraseggio basso. Potrebbe essere saggio, in teoria, optare per un turno di riposo propedeutico al derby di domenica prossima (nel caso al suo posto potremmo quindi vedere in campo stasera in quel ruolo Lemina o Hernanes). Ma proprio nell’ottica di far accumulare minutaggio per riabituarsi sempre di più – dopo il lungo stop – al ritmo partita e alla continuità di impiego, la partita – sulla carta agevole – di questa sera può tornare utile. Ragion per cui Allegri è orientato ad insistere,

In caso, appunto, di ritorno al 3-5-2, Pjanic dovrebbe tornare a giocare nel ruolo di interno, dove finora non ha mai convinto pienamente. Tutti abbiamo negli occhi l’ottima prestazione fornita dall’ex giallorosso contro l’Atalanta. Il bosniaco ha impressionato per qualità e continuità di rendimento grazie ai suoi movimenti in orizzontale, per smarcarsi in fascia, e in verticale, per attaccare l’area di rigore. Penso di interpretare il sentimento comune se dico che lo vorremo vedere in campo sempre e solo in quel ruolo. Per questi ragionamenti contro la Dinamo non è da escludere l’impiego nell’undici titolare di giocatori più adatti a questa partita come Sturaro e Asamoah. Anche Khedira infatti, che ha più minutaggio di tutti, potrebbe essere soggetto a turnazione.

Dovrebbe essere la partita ideale per il ritorno al gol di Higuain che già all’andata trovò spesso utili interstizi tra i difensori croati. Rispetto alle ultime gare mi aspetto di vederlo più vicino alla porta avversaria, sia perché inevitabilmente la Dinamo sarà spesso compressa nella propria trequarti, sia per la presenza, tra i bianconeri, di due esterni di ruolo che produrranno tanti cross. Higuain tornerà utile per smistare il traffico nelle combinazioni strette e per intercettare qualche cross attaccando, come solo lui sa fare, il primo palo.

Al suo fianco (ma non troppo) ancora Mandzukic in grado di farsi apprezzare non solo per i tanti palloni recuperati ma anche per sapersi muovere in attacco lontano dalle traiettorie di Higuain. I due non si cercano molto ma almeno non si pestano i piedi. Scalpitante anche Kean che dopo aver fatto il suo esordio in Serie A non vede l’ora di festeggiare anche quello in Champions.

L’analisi delle distanze percorse nei primi cinque turni di Champions riserva delle sorprese e smentisce dei luoghi comuni.
Tanto per capirci il giocatore della Juve che ha la media più alta di metri percorsi al minuto è Miralem Pjanic. Il bosniaco con 132,2 metri/minuto è anche nella top 5 europea e mette in fila Alex Sandro (131,4), Marchisio (129,4) e, per distacco, tutti gli altri centrocampisti: Khedira, che in assoluto è il bianconero con più chilometraggio, ha una media minuto di 123 metri, Hernanes e Lemina 116. Quest’ultimi sono surclassati anche da Dybala (121) che dimostra di avere, oltre che una tecnica sopraffina, anche i polmoni di un mediano.

Dati, questi rilevati dalla UEFA, che smentiscono tutti quelli che ritengono il bosniaco non in grado di fare la mezzala perché non in grado di coprire il raggio d’azione richiesto dal ruolo. Le ragioni semmai sono da ricercarsi altrove. Ad esempio nella sua predilezione a giocare tra le linee e nel corto (come ha dimostrato contro l’Atalanta), non certo nelle sue capacità aerobiche. L’avreste mai detto? Penso di no

Ma le sorprese non finiscono qui. Mandzukic, il giocatore considerato più generoso della Juve (vedi i contrasti vinti sempre contro i bergamaschi) è quello che corre meno di tutti (portiere escluso). La sua media (99,8 metri/minuto) è nettamente inferiore a quella di Higuain (108,6) che invece tutti considerano poco mobile rispetto ai tempi di Napoli.

Dobbiamo dire, ad onor del vero, che il parametro analizzato è prettamente quantitativo. Per valutare la prestazione atletica di un calciatore nella sua globalità occorrerebbe prendere in considerazione anche altri indicatori come la potenza e la frequenza delle accelerazioni.
La distanza è comunque un dato chiave che viene preso in grande considerazione dagli staff tecnici anche nella pianificazione degli allenamenti e nella scelta delle esercitazioni che vi sono contemplate.
Ritengo un’impresa quella compiuta dai bianconeri a Siviglia contro una squadra spagnola che aveva corso 11 chilometri in più della Juve nei quattro turni precedenti ma ne ha corsi 6 in meno nello scontro diretto decisivo. Segno che nei momenti che contano gli uomini di Allegri sanno tirare fuori il meglio di loro stessi. Una qualificazione quindi meritata anche se la compensazione dello stress psico-fisico in terra spagnola è stato poi pagato a caro prezzo nel match successivo contro il Genoa (era già successo qualcosa di analogo contro le milanesi).

Il maratoneta del calcio europeo è il ventiquattrenne Koke mediano dell’Atletico e della nazionale spagnola che incarna al 100 per cento lo spirito agonistico del suo tecnico Diego Simeone con 61,265 chilometri percorsi in 450 minuti giocati (sempre in campo nei 5 incontri del girone eliminatorio).

Ma il prototipo del giocatore moderno è Aleksandr Golovin (classe 1996!), tuttofare del CSKA, utilizzato come mediano, seconda punta e attaccante esterno. Eccellente visione di gioco e destro velenoso. Già due volte in gol con la Nazionale maggiore.

Tra i best runner europei ci sono, infine, altri due prospetti di sicuro avvenire: il ventenne Dele Alli, fenomeno del Totthenam e già protagonista nel nuovo corso dell’Inghilterra targata Southgate, e il trequartista portoghese del Monaco Bernardo Silva (classe ’94).

Peccato che nel nuovo che avanza non ci sia traccia di giovani italiani.

In teoria la Juventus potrebbe anche disinteressarsi dell’altra partita del girone: ai bianconeri, stasera, basta una vittoria contro la Dinamo Zagabria per staccare il pass per gli ottavi da prima del gruppo. Eppure il risultato di Lione-Siviglia interessa – e non poco – ai dirigenti juventini. Allo stade de Lyon andrà in scena uno spareggio: chi la spunta proseguirà l’avventura in Champions, mentre l’altra verrà retrocessa in Europa League. Non è soltanto una questione di fascino: tra una Coppa e l’altra ballano tanti soldi. Trattandosi di due club che fanno del “comprare a poco e vendere a tanto“ una ragione di vita, sono alte le possibilità che l’eliminazione dalla Champions porti a un sacrificio di lusso. Uno tra Corentin Tolisso (Lione) e Steven N’Zonzi (Siviglia) potrebbe rivelarsi meno blindato del previsto. Siccome alla Juventus interessano entrambi, Giuseppe Marotta e Fabio Paratici aspettano di capire quale assist arriverà dall’ultima partita di Champions. Già, l’eliminato dalla Coppa dei sogni potrebbe “pescare” la Juventus non nei bussolotti dei sorteggi, quanto piuttosto nel mercato di gennaio. Tolisso e N’Zonzi non sono due cloni e non sarebbero impiegabili negli ottavi di Champions, ma in modo diverso permetterebbero a Massimiliano Allegri di compensare parte dei “muscoli” venuti meno con l’addio estivo di Paul Pogba.

Il Siviglia si presenta allo “spareggio” dello stade de Lyon con due risultati su tre, ma nonostante ciò – in attesa del verdetto Champions – N’Zonzi sembra più avvicinabile di Tolisso per la Juventus. Il motivo è riassunto nell’appendice del contratto del centrocampista degli andalusi: la clausola da 30 milioni (pagabile in due rate) mette spalle al muro il Siviglia, da diverse settimane in pressing sul francese per rinnovare l’accordo. La cifra non è disumana e i bianconeri – come già in estate per Pjanic e Higuain – stanno valutando la possibilità di percorrere la strada diretta, senza trattativa. In Andalusia sotto la gestione Monchi – ds tra i migliori d’Europa – la parola “incedibile” non esiste. Per il re delle plusvalenze tutto ha un prezzo, compreso N’Zonzi. Senza i ricavi della Champions, potrebbe essere il 27enne mediano dalle lunghe leve (193 centimetri d’altezza) a far quadrare i conti del Siviglia. Gli spagnoli vorrebbero evitare questo scenario, però un po’ esiste una clausola e un po’ – come ha sottolineato ieri il presidente José Castro – «noi vogliamo qualificarci per il prestigio, ma anche perché si tratta di un obiettivo economicamente importante per la società».

Alla Champions, per motivi di cassa, tiene anche il presidente del Lione. Aulas è un abilissimo mercante: Tolisso non ha clausole, ma un prezzo in continua ascesa. Il numero francese valuta il suo gioiello 40 milioni e lo vorrebbe cedere solo in estate, confidando in un’asta che innalzi ulteriormente la quotazione. L’eventuale retrocessione in Europa League potrebbe far rivedere i programmi ad Aulas. La Juventus è vigile, pronta ad approfittarne.

Un mese e mezzo di oblio, di terapie e denti stretti, di rabbia e fiducia, di tifo in tribuna: stasera scolorerà tutto, perché Paulo Dybala tornerà protagonista. Massimiliano Allegri lo ha convocato perla prima volta dopo l’infortunio del 22 ottobre a San Siro e ha annunciato l’intenzione di schierarlo: «Giocherà nel secondo tempo, o in parte di esso: ha lavorato molto bene ma non è ancora in condizione di reggere i 90′, va fatto rientrare gradualmente». L’argentino non vede l’ora, ma è già felice così: «Tornare in gruppo per una partita dopo più di un mese è qualcosa di speciale». Sensazioni affidate ai social, come i messaggi dei compagni: «Bentornato Paulo – il post di Juan Cuadrado -, di nuovo con noi più forte che mai». Non è l’unica bella notizia sul fronte recuperi: Andrea Barzagli non è in lista, ma ieri, a sorpresa, ha lavorato con la squadra. « L’ho tenuto nascosto – sorride Allegri -, me l’hanno buttato in campo e non me ne sono accorto, l’avete subito beccato… Andrea sta decisamente meglio, speriamo di averlo a disposizione già con la Roma: perlomeno a disposizione».

VANTAGGI. Il tecnico non sottovaluta la Dinamo Zagabria: «Non sarà una formalità: dovremo affrontare la partita in modo aggressivo, per riuscire a metterla in discesa e risparmiare, così, un po’ di energie. In Europa non vinciamo in casa da un anno? Torneremo a farlo adesso. Il girone è stato strano: abbiamo vinto due partite in trasferta soffrendo molto e abbiamo buttato due partite in casa. E’ il calcio». Ride, poi, quando vengono fuori i pro e i contro d’un primo posto quasi scontato: «All’inizio si diceva: “La Juventus deve arrivare prima, arrivano tutti i vantaggi del mondo” ora che siamo primi bisogna arrivare secondi…. Guardate che siete buffi veri, voi… Tanto sta tutto nell’urna, vedremo se arriverà primo il Real o il Bo- russia Dortmund, vedremo gli incroci… L’unica anomalia è che se il Siviglia arriva secondo ha dei vantaggi perché non può prendere né il Real Madrid, né il Barcellona, né l’Atletico Madrid».

DICEMBRE. Ampie indicazioni sulla formazione («D avanti giocano Mandzukic e Hi- guain, a centrocampo Marchisio e Lemina, torna Evra, stanno fuori Chiellini, Khedi- ra e Alex Sandro») ma anche un dubbio tattico importante: «Difesa a tre, oppure a quattro con Sturaro terzino». Il turnover tiene conto di un dicembre di fuoco che mette in palio stasera il primato nel girone di Champions, nelle prossime due giornate (Torino e Roma) quello in A, infine la Supercop- pa contro il Milan: «E’ un mese importante – dice Claudo Marchisio -: vogliamo mantenere o aumentare i punti di vantaggio in campionato e poi vincere assolutamente il primo trofeo della stagione. Bisogna rimanere molto concentrati, da qui lino alla sfida col Milan». Il Principino parla della sua condizione («Al di là delle prestazioni nelle gare, sono felice della continuità negli allenamenti: ci vuole ancora un pochino per essere al 100%, però sono felice per come sta andando»), quindi commenta le parole di Mauro Baldissoni, dg della Roma, secondo cui la squalifica di Strootman non è un caso: «Frasi così le ho sentite tante volte, però ci sono le immagini, ci sono dei giudici che decidono: non spetta a noi commentare queste cose, noi dobbiamo concentrarci sui nostri obiettivi e non pensare agli altri».

REAZIONE. Resta tempo per riparlare di vantaggi e rischi della vetta del girone («Vogliamo arrivare primi, vinciamo la partita e poi aspettiamo gli altri risultati. N ell’urna non ci sono certezze: l’anno che siamo arrivati in finale, la partita più difficile è stata quella con il Monaco») e per commentare la reazione dopo Genova: «Quando arrivano sconfitte così, è normale porsi delle domande: è stato l’approccio sbagliato. E’ normale che dopo cinque anni di vittorie si cerchi sempre, ogni volta che arriva una sconfitta, di intaccare il gruppo, di trovare dei problemi, ma noi non abbiamo nessun problema e abbiamo risposto sul campo».

Per sondare Tumore di Gonzalo Higuain basta osservarlo con attenzione durante la rifinitura. Il Pipita ride e scherza con tutti, abbraccia il ritrovato Paulo Dybala, poi cerca di arrampicarsi sulla schiena di Mario Mandzukic che incurante del freddo si presenta all’allenamento con le maniche corte. Morale della favola: se davvero il gol gli manca Higuain è molto bravo a non darlo a vedere. L’umore sembra buono, d’altronde perché non dovrebbe esserlo, visto che la sua squadra è in testa in campionato (con 4 punti di vantaggio sulle seconde) ed è già qualificata
agli ottavi di Champions. Manca l’ultimo step: battere la Dinamo Zagabria significherebbe mantenere il primo posto, che però non sempre è garanzia di sorteggio migliore. Higuain non soffre di manie di protagonismo, alla Juventus ha imparato che vincere è più importante che fare gol, perché alla fine i record si dimenticano mentre i trofei restano. Per questo non si cosparge il capo di cenere né si fustiga per il mese abbondante d’astinenza, ma questo non significa che non gli piacerebbe essere l’uomo del match.
UN ALTRO PIPITA Rewind: 29 ottobre, Juventus-Napoli finisce 2-1, Gonzalo non esulta per rispetto alla sua ex squadra però
si prende tutte le copertine. Quel giorno nessuno si è chiesto il perché di quell’assegno di 90 milioni consegnato in estate ad Aurelio De Laurentiis. In quella rete c’era tutta l’essenza del Pipita: un colpo da tre punti tirato fuori dal cilindro al momento giusto, perché è questo che deve fare un centravanti. Ed è per questo che la Juve ha scelto di pagare l’esosa clausola pur di averlo. Mandzukic non è quel tipo di centravanti, fa gol pesanti (vedi quello con il Bayern in finale di Champions 2013) ma non è uno da oltre venti centri a stagione. Higuain alla Juve sta conoscendo un altro calcio: non c’è più un’intera squadra al suo servizio, pronta a correre e lottare pur di farlo segnare. Nella nuova famiglia Gonzalo ha imparato presto che bisogna rimboccarsi le maniche, che il gruppo conta più del singolo e le vittorie si ottengono con l’aiuto di tutti. Si è inserito bene nei meccanismi, Allegri è contento di quanto sta  facendo, il Pipita pure ma lo sarebbe di più se ricominciasse a segnare. Da lui ci si aspettano sempre tiri da tre punti.

STADIUM PORTAFORTUNA Dopo la gara con il Napoli, Gonzalo ha bissato in Champions ma non è bastato per battere il Lione in casa. Finì 1-1 (il Pipita mancò il raddoppio, un errore non da lui) e da quel 2 novembre Higuain non ha più trovato la porta: quattro gare di campionato a secco, più la trasferta di Siviglia saltata per un infortunio alla coscia (che l’ha costretto all’iniziale panchina anche nella successiva sfida di campionato con il Genoa, persa dalla Juve). Lo Stadium gli porta fortuna: dei 9 gol realizzati finora, 6 sono stati costruiti nel  fortino bianconero. Alla Dinamo ha già segnato nella goleada dell’andata quando c’era anche Dybala, che stasera rientra dopo quasi un mese e mezzo (Milan-Juve del 22 ottobre) ma s’accomoderà in panchina.

GOL E KETCHUP «In attacco giocheranno Higuain e Man-dzukic. Anche Gonzalo è in forma, non solo Mario», se lo coccola Allegri. I momenti di astinenza capitano a tutti. Al Pipita successe anche ai tempi del Re-al Madrid e Van Nistelrooy per consolarlo gli disse: «Non preoccuparti, i gol sono come il ketchup: a volte ci provi ma non escono. Poi però arrivano tutti insieme». A Higuain è piaciuta molto questa immagine e tutte le volte che gli capita di stare più di due partite senza segnare si ripete la frase come un man-tra. Il gol per lui non è una liberazione, ma un modo per non sentirsi dire più che sta attraversando un momento no: basta che la palla superi la linea di porta e magicamente Higuain torna a essere per tutti il castigatore di sempre. Ma più di quello gli interessa aiutare la Juve a mantenere il primo posto per continuare a inseguire insieme un sogno chiamato Champions League.

Trecentosettantotto giorni: pare una filastrocca di chissà che cosa, invece è la somma dei giorni dall’ultima vittoria in Champions League in casa, Juve-City 1-0, gol di Mandzukic, 25 novembre 2015. Detta così, 378, fa impressione; detta cosà, ovvero che è passato più di un anno, lo fa ancora di più. La Juve che sa
tritare in casa e in A, in Cham- pions fa la belva da trasferta (tre vittorie su tre) ma non allo Stadium. «E’ stato un girone strano quello di quest’anno. Ma la risposta ve la dò domani» fa Allegri. Che poi è oggi. «Vinciamo noi…». Pratica archiviabile, in effetti.
DECIDE LA PALLINA Il dilemma, dal quale Allegri esce con ironia, è che a questo giro non si capisce se conviene arrivare primi o secondi, visto che alcune
big sono mischiate e spalmate sulle due poltrone. «Se io fossi Allegri – dice il tecnico della Dinamo, Petev – giocherei per il primo posto, per me il secondo non esiste». Una cosa è certa: il prestigio di andare a comandare il girone vince su tutto, anche perché Max Allegri nelle sue esperienze di Champions mai s’è preso il gradino numero uno alla fine del gruppo di competenza. «Certo che è buffo questo tormentone del primo posto – dice il tecnico della Juventus – Quando iniziava la Champions si diceva che bisognava arrivare primi, adesso che siamo primi si parla di secondo posto. Vediamo che succede negli altri gironi: tanto
la verità sta nella pallina. L’anomalia è che se il Siviglia arriva secondo non può prendere le spagnole prime: ha vantaggi».
DYBALA FA STAFFETTA In allenamento si è rivisto Dybala e sarà staffetta con Higuain o Mandzukic. «Paulo giocherà o il secondo tempo o parte di esso – riprende Allegri – ha lavorato molto bene, non è ancora in condizione ottimale per giocare 90’, quindi va fatto rientrare in modo graduale». Ci si attendeva che per far rifiatare qualcuno potessero esserci alcuni minuti per Kean e invece il ragazzo è scivolato con la Primavera e non è stato convocato

Così, avanti Pipita e Mario. «Hi- guain è in forma, Mandzukic ha preso solo una botta con l’Atalanta: sta bene come stanno bene gli altri». E dietro, e in mezzo, può succedere di tutto a livello di scelte. «In mezzo gioca Marchisio – riprende Allegri – se deciderò per la difesa a 4 Sturaro può fare il terzino destro, Chiellini difficilmente giocherà per recuperarlo al meglio anche se sta bene, riposa Alex Sandro, Evra c’è, Lemina gioca e Khedira no». Dinamo a zero punti («Vogliamo capire cosa sappiamo fare con la Ju- ve» ha detto Petev), l’occasione giusta per riprendere il filo con le vittorie allo Stadium.

Due su due. Due italiane agli ottavi di Cham- pions. Il Napoli da testa di serie: primo nel gruppo dopo il bel successo di Lisbona e l’harakiri del Besiktas. E la Ju- ve con tutta probabilità lo stesso, visto che affronta una Dinamo Zagabria ancora a zero. Sorteggio lunedì a Nyon. Tutto bello, bellissimo, fantastico: ma proprio sicuri che vincere il gruppo sia stato un traguardo? Il sospetto che per una volta sia meglio il contrario è forte.
L’ANNO SCORSO… Paradossi di una Champions «liquida», nella quale le prime due dei gruppi sono decise da tempo (in molti casi almeno), ma non sempre nell’ordine previsto. L’anno scorso i bianconeri pagarono carissimo il k.o. col Siviglia: persero il primato nel gruppo, finirono tra le «non» teste di serie e trovarono negli ottavi il Bayern.
Andò male, anche se ai supplementari del ritorno. Fuori pure la Roma, in seconda fascia e accoppiata al Real Madrid. Ricordato che i tedeschi sono potenziali avversari del Napoli e della Juve (in caso di primo posto), tutto passa per il Real. SPAURACCHIO REAL Proprio così. Cristiano Ronaldo e soci sono al momento secondi nel gruppo F, a -2 dal Borussia Dortmund. Stasera scontro diretto al Bernabeu per la gloria, i soldi e soprattutto la classifica: ai tedeschi basta il pari, ma vincendo il Real Madrid farebbe il sorpasso. Di questi tempi il Borussia è in gran condizione: il pari non è utopia. Così il Real finirebbe in seconda fascia dove sono già Bayern. Manchester City e Paris Sg. E la chiamavano seconda fascia…
LA SITUAZIONE Ricapitoliamo la situazione a 90’ dalla fine.
Sono già qualificate: Arsenal e Psg (A); Napoli e Benfica (B); Barcellona e Manchester City (C); Atletico Madrid e Bayern (D); Monaco e Leverkusen (E); Bo- russia e Real (F); Leicester e una tra Porto/Copenaghen (G); Juventus e una tra Sivi- glia/Lione (H). Sembra lo specchio del ranking Uefa: 3 inglesi, spagnole e tedesche; 2 italiane e francesi; una portoghese. Manca la Russia. Una tra Francia e Spagna aumenterà di un’unità. Anche il Portogallo dovrebbe iscrivere un altro club, il Porto, al quale basta un pari con il Leicester.
SCENARI: DA TESTA DI SERIE E
quindi il sorteggio. Il buon senso obbliga a considerare la Ju- ve in prima fascia. Ebbene: tra Bayern, City, Psg (che non potrà certo ripetere lo psicodramma
di ieri col Ludogorets) e Real (se arriva secondo), per le italiane resterebbero da scegliere Leverkusen; una tra Porto o Copenaghen; Benfica (Juve) e Siviglia/Lione (Napoli). Non un sorteggio tranquillo.
SCENARI: SECONDA FASCIA
Mettiamo invece che stasera la Juve perda con la Dinamo e il Siviglia superi il Lione. Per i bianconeri sarebbe secondo posto. Se davvero il Real fallisse il sorpasso nel gruppo, finendo tra le «non» teste di serie, la rivale terribile sarebbe una: il Barcellona. Poi Atletico, Arsenal e Borussia: tutte forti, sì, ma non insuperabili. E infine Monaco e Leicester alla portata. Insomma, a questo punto è il Real l’ago della bilancia. Ma, al di là di tutto, essere primi o secondi non cambia la vita: in questa occasione la famosa «manina» conterà di più.

La notizia è… una corsa con gli altri: ieri Andrea Barzagli, infortunatosi alla spalla nella gara di Verona contro il Chievo il 6 novembre, si è rivisto a Vinovo e in gruppo. «Sta migliorando – sorride Allegri -, vediamo se lo avremo per la Roma». Sarebbe un vero miracolo, per uno che doveva tornare a gennaio inoltrato.
MARCHISIO E STROOTMAN
Certamente non ci sarà stasera, il centrale fiorentino. Mentre giocherà Marchisio. «Le parole di Baldissoni sulla squalifica di Strootman? – fa il Principino – Frasi che ho già sentito tante volte: noi dobbiamo pensare ai nostri impegni. Che ci vedono dentro un mese nel quale dobbiamo dimostrare tanto e lottare per il primo trofeo stagionale, che vogliamo vincere».
GRUPPO SENZA PROBLEMI
La Juventus ha dimostrato di saper reagire alle sconfitte, quella di Genova non fa eccezione: «Sono mancati carattere e voglia, ed è stato sbagliato l’approccio. In questi casi ci si parla, si prepara la gara successiva al meglio e si reagisce – ha spiegato Marchisio -. Sono cinque anni che vinciamo, dopo un k.o. si cerca di intaccare il gruppo, ma non ci sono problemi e c’è la voglia di continuare a vincere». Sami Khedira è a Torino per questo. «La Juve – dice a Ue- fa.com – non vince la Cham- pions dal ‘96, quindi è ora di rivincerla. Possiamo farcela».

L’amore tra Julian Draxler e la Juventus non è mai tramontato. Il matrimonio non si è mai celebrato, nonostante tutto fosse già ampiamente impostato nell’estate del 2015. Tra qualche mese lo scenario può riaprirsi, anche perché il trequartista tedesco è in crisi con il Wolfsburg, fischiato dai propri tifosi e attratto dal desiderio di cambiare aria. E magari vincere. Il club tedesco lo aveva pagato 36 milioni, adesso il suo valore di mercato è più elevato. Il Wolfsburg in estate aveva declinato una proposta del Psg di 65 milioni, però dopo la stagione attuale il prezzo sarà destinato ad abbassarsi. In ogni caso si tratta di un investimento che non spaventa la Juventus, dato che l’ad Beppe Marotta, con i colpi Higuain e Pjanic, ha dimostrato come i bianconeri abbiano alzato l’asticella. La stima di Massimiliano Allegri nei confronti di Draxler è estremamente elevata, lo aveva rivelato nel forum organizzato da Tuttosport l’agente Fabio Parisi, intermediario dell’operazione che nel 2015 aveva portato il tedesco molto vicino al trasferimento a Torino: «Allegri aveva parlato con Draxler, erano in sintonia e tra i due si era creato immediatamente un grande feeling. Il Wolfsburg vanta una proprietà forte, ma purtroppo per i tifosi tedeschi da lì prima o poi vogliono andarsene tutti. Draxler in estate è stato a un passo dal Psg, che era arrivato ad offrire quasi 65 milioni. A fine stagione andrà via di sicuro. Lui alla Juve sarebbe venuto di corsa e per Allegri era il trequartista ideale. Ripeto: Draxler andrà via, poi che possa tornare d’attualità per la Juve non lo so. Credo che i bianconeri possano spendere ancora grandi cifre, hanno un fatturato solo un filo più basso dei top club. E la plusvalenza reale che hanno realizzato con Pogba inciderà sul bilancio anche nei prossimi anni, permettendo a Marotta e Paratici di realizzare altri investimenti con un bilancio sano».

Lo stesso Draxler qualche mese fa aveva esternato ai media il proprio rimpianto per il mancato passaggio alla Juventus, situazione che dunque tiene aperta una porta per il futuro: «Per me è un onore il fatto che la Juventus volesse acquistarmi e che abbia cercato così a lungo di portare a termine l’operazione. È un club che mi piace. C’erano stati diversi colloqui. Per me era fatta, il mio entourage aveva trovato un accordo con la Juventus. I due club però non erano riusciti ad accordarsi. Se la trattativa con la Juventus fosse stata più breve oggi sarei a Torino. Mi sarei divertito molto a giocare con una squadra così forte. Devo ammettere che col senno di poi sarebbe stato bello vincere scudetto e Coppa Italia». Invece ora Draxler si ritrova in una società senza grandi ambizioni.

Non è da escludere una riapertura di tale possibilità, ovvero di trasferirsi nella Torino bianconera. A maggior ragione con un Allegri che progressivamente può abrogare il 3-5-2 in favore di un ritorno al più amato 4-3-1-2 (oppure 4-3-3 in base agli uomini a disposizione). Ma questa è un’altra storia. Intanto Marotta e Paratici si scaldano con anticipo per il mercato del futuro, sapendo di poter mettere a segno almeno un colpo a effetto, forse anche due.

La difesa a quattro e quello che ne consegue dal centrocampo in su è più di una tentazione per Massimiliano Allegri, che riflette seriamente sulla possibilità di una svolta definitiva. Tuttavia domani sera è molto più probabile lo schieramento “classico”, con la difesa a tre, causa mancanza totale di terzino destro di ruolo. Dani Alves ko, Lichtsteiner fuori dalla lista Champions, Cuadrado adatto a presidiare la fascia ma non come terzino. Insomma, a meno che Allegri non ricicli Benatia o, eventualmente, Sturaro in quella posizione, il buon vecchio 3-5-2 è la soluzione più facile per affrontare la Dinamo Kiev, nella partita che vale il primato del girone. E davanti a Buffon (o Neto, nel caso Allegri volesse regalare un’altra occasione al brasiliano) si potrebbero schierare Rugani, Benatia e Chiellini. Non ha molto da scegliere, Allegri, considerata la drammatica situazione degli infortuni in difesa che vede sia Barzagli che Bonucci fuori ancora a lungo.

Insomma, se rivoluzione deve essere, se ne riparla semmai nel derby. Anche perché Allegri non vuole correre nessun rischio contro la Dinamo Zagabria, dopo aver azzannato il difficile successo a Siviglia che ha spianato la strada per il primo posto nel girone, sarebbe una follia scivolare contro la squadra più debole del raggruppamento (ancora a zero punti dopo 5 partite). Il problema per il tecnico bianconero sarà, più che altro, bilanciare le energie fra la Coppa e il derby di domenica (ore 15, all’Olimpico Grande Torino). In questo senso ogni ipotesi è plausibile a centrocampo e in attacco.

Tornerà Dybala, ma non dal primo minuto. Il suo progressivo inserimento in squadra inizierà con mezzora o, al massimo, un tempo. In modo da poterlo avere a tempo pieno nel derby o subito dopo. L’argentino è pronto, è guarito da qualche giorno e non vede l’ora di tornare in campo per una partita vera. Contro la Dinamo avrà la sua prima occasione dopo il ko che lo ha bloccato il 26 ottobre contro la Sampdoria. Detto di Dybala, le cui condizioni verranno monitorate molto da vicino per valutare il suo eventuale utilizzo contro il Torino, Allegri potrebbe decidere di far riposare Mario Mandzukic, che ha giocato le ultime dieci, lasciando Higuain in compagnia di Cuadrado o addirittura del sedicenne Moisle Kean, che ha già messo piede in Champions League negli ultimi minuti della partita di Siviglia.

A centrocampo, invece, Allegri potrebbe far riposare Marchisio, schierando Hernanes davanti alla difesa, con Sturaro e uno fra Pjanic e Khedira a completare il reparto. Evra e Alex Sandro si giocano un posto sulla fascia sinistra: in teoria con il francese favorito, ma potrebbe finire in panchina per precauzione, visto che è l’unica alternativa nel caso ci fosse bisogno di un sostituto per uno dei tre centrali. A destra c’è solo Cuadrado, che non a caso è partito dalla panchina contro l’Atalanta e domani inizierà sic

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