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Alzheimer, farmaco riduce placche nel cervello. Cura entro il 2020?

Se fino ad oggi, tuttavia, la ricerca specifica di settore si è concentrata sulle modalità con cui leplacche amiloidi si formano e sui fattori legati alla prevenzione del fenomeno, considerato a lungo irreversibile, un recente studio pubblicato sull’autorevole rivista Nature riferisce circa la sperimentazione relativa ad un nuovo farmaco che sembrerebbe in grado di ridurre sensibilmente gli accumuli di detriti proteici alla base delle placche e di far così regredire la malattia anche a seguito della sua diagnosi. In pratica si tratta di un anticorpo monoclonale che insegna al sistema immunitario dell’individuo a riconoscere le placche della malattia e a combatterle. Chi ha ricevuto il principio attivo ha mostrato una progressiva riduzione delle placche, spiegano gli autori. “Secondo alcuni ricercatori le placche sono un effetto, non una causa del declino – scrive Reiman – Se il suo rallentamento verrà confermato da studi più ampi ci saranno indicazioni utili anche a risolvere questo dubbio”.

A sinistra un cervello umano in condizioni normali, a destra il cervello di un paziente affetto da morbo di Alzheimer. Dopo 54 settimane di trattamento, la beta-amiloide è risultata significativamente ridotta nel cervello dei pazienti che hanno ricevuto l’anticorpo, e dosi più elevate sono state associate con una maggiore riduzione. È stato dimostrato che il farmacoriduce l’amiloide nel cervello, ma non sempre si sono visti gli effetti clinici. In questo caso sia nell’animale sia nell’uomo anticorpo monoclonale si lega alla betamiloide e ne produce una riduzione.

Valuto questo studio molto importante e incoraggiante – commenta Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria e direttore scientifico del Gruppo di ricerca Geriatria di Brescia- e ho l’impressione che, con le dovute cautele, ci stiamo avvicinando a una soluzione concreta per curare l’Alzheimer“.

Questa prima fase di trial su pazienti umani è servita anche a valutare i profili di sicurezza del trattamento che, per il momento, sembrano dare buoni risultati. Gli scienziati, comunque, rimango con i piedi per terra, evitando toni trionfalistici in quanto sono stati molti i farmaci che nella prima fase hanno mostrato sensibili cambiamenti, ma che nelle ulteriori sperimentazioni non hanno ottenuto risultati altrettanto significativi. Lo studio si dovrebbe concludere entro la fine del decennio.

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