Antinori si difende: “La donna era d’accordo”

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ROMA Un malore in casa e la corsa in ospedale per alcune ore: il ginecologo Severino Antinori reagisce così agli arresti domiciliari, dichiarandosi vittima di accuse ingiuste e arrivando a scomodare Enzo Tortora. «Sto vivendo lo stesso incubo, sono come lui», dichiara mentre è sotto osservazione dei medici. Da due giorni è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Milano, perché accusato di lesioni aggravate e rapina ai danni di un’infermiera spagnola di 24 anni a cui avrebbe forzatamente prelevato gli ovuli per impiantarli ad altra paziente il 5 aprile scorso nella clinica Matris, ora messa sotto sequestro dal Nas dei carabinieri. La sua verità la racconterà nei prossimi giorni al giudice che lo sentirà per decidere se convalidare o meno l’arresto.

Nel frattempo, l’avvocato Tommaso Pietrocarlo, che fa parte del collegio difensivo con Carlo Taormina e Claudio Romano, fa notare che la versione resa dalla vittima non torna. Ci sarebbero, a suo dire, alcune anomalie, in particolare una lettera che la 24enne avrebbe scritto per chiedere «il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato» come infermiera, «e il reintegro, pur non essendo dipendente» e «un relativo risarcimento danni», altrimenti avrebbe intrapreso iniziative legali. E questa l’avrebbe preparata quando è stata portata alla Clinica Mangiagalli, dove le sono stati riscontrati l’asportazione degli ovuli ed ecchimosi compatibili con un’immobilizzazione, e la avrebbe composta con l’aiuto di un legale dell’associazione che affianca il Soccorso violenza sessuale e domestica. Una lettera, che per l’avvocato Roberta De Leo che la assiste, farebbe capire che lei in realtà intendeva solo «ottenere il riconoscimento di un rapporto di lavoro che si svolgeva in nero». Qualcosa di strettamente legato «a un diritto del lavoro» e non al procedimento penale.

IL MODULO

Tra le altre «anomalie» evidenziate dalla difesa di Antinori, delle quali il ginecologo aveva già parlato in tivù, dopo aver subito una perquisizione, ci sarebbe il fatto che l’infermiera avesse firmato un modulo di adesione al programma di ovulodonazione, poi un consenso informato, «dopo aver avuto il supporto di una psicologa che ne ha attestato la consapevolezza della scelta e la mancanza di problematiche». Pietrocarlo ha poi aggiunto che, dagli atti, si evince che la donna avrebbe riconosciuto la sottoscrizione di due moduli «molto dettagliati dell’11 e del 14 marzo e non quello del 5 aprile», giorno dell’intervento che sarebbe dovuto servire a rimuovere una cisti ovarica e che si sarebbe trasforma

to nella rapina. Insomma sono diversi gli aspetti da chiarire, anche perché l’ordinanza del gip appare dettagliata e pesante nei confronti degli indagati, Antinori in testa.

ALTREDENUNCE

Allo stato non sarebbero emerse, invece, evidenti connessioni con un’altra inchiesta milanese: una decina di donne, assistite dall’avvocato Gianni Pizzo, aveva denunciato di aver avuto una promessa di denaro dal ginecologo (circa mille euro) per consentire il prelievo degli ovuli. Non avevano ricevuto la somma perché, dopo l’operazione, era stato detto loro che non si potevano utilizzare, ma anche in quel caso il sospetto è che fossero stati impiantati invece ad altre clienti della clinica.

E’ stata diffusa lo scorso venerdì 13 maggio 2016 la notizia dell’arresto del ginecologo Severino Antinori accusato di rapina aggravata e lesioni personali contro una donna spagnola di 24 anni motivo per il quale è stato posto agli arresti domiciliari. Nello specifico secondo quanto trapelato dalle prime indiscrezioni l’accusa rivolta al dottore sopra citato è quella di avere forzatamente prelevato gli ovuli ad una cameriera spagnola per impiantarli ad un’altra paziente e il tutto sarebbe avvenuto proprio nella clinica Matris di Milano lo scorso mese di aprile. Nella giornata di ieri, sabato 14 maggio 2016 è stata diffusa un’altra notizia sul ginecologo Severino Antinori il quale, secondo quanto trapelato dalle prime indiscrezioni, sembra proprio sia stato colpito da un malore proprio mentre si trovava agli arresti domiciliari, e in seguito al malore lo stesso medico è stato trasportato in ospedale dove i medici hanno ritenuto opportuno tenerlo sotto controllo per alcune ore in seguito alle quali, non avendo riscontrato particolari problemi i medici hanno dimesso Antinori che è potuto rientrare nella sua abitazione.

Proprio mentre si trovava in ospedale, però, il ginecologo finito al centro della cronaca, ha risposto al telefono e non ha perso occasione per dichiarare ancora una volta di essere assolutamente innocente, paragonando inoltre ciò che adesso sta accadendo a lui a quello che tempo fa è accaduto ad un grande conduttore televisivo, giornalista e politico italiano e il cui nome è ancora oggi ricordato per un caso di malagiustizia di cui fu vittima. Nello specifico ecco che il ginecologo Antinori, direttamente dall’ospedale dove è stato accompagnato in seguito ad un malore che lo ha colpito mentre si trovava presso la sua abitazione agli arresti domiciliari, ha nello specifico dichiarato “Ho dolori al petto, forse è un infarto sto malissimo per un arresto del tutto immotivato. Vogliono la mia morte? Io sono un uomo onesto, ci tengo a dirlo a tutti. So che non potrei parlare con la stampa ma lo faccio lo stesso, mi mettessero in galera non mi interessa. Io non ho rubato ovuli a nessuno, e intanto gli embrioni sequestrati stanno morendo. Mi sento come Enzo Tortora”.

Parole colme di rabbia e delusione con le quali il medico cerca in tutti i modi di allontanare le accuse che gli sono state rivolte, ed ecco che successivamente è tornato a parlare delle sue condizioni di salute affermando “Sto un po’meglio. Sto prendendo dei farmaci, ora ho un altro controllo ma certe accuse mi distruggono”. Il Dottor Antinori all’Adnkronos ha inoltre dichiaratoNon ho mai fatto cose illecite o illegali, mi sono sempre attenuto alle norme. Il mio è un grido di dolore. Perché avrei dovuto rubare ovuli? Non l’ho fatto, non ho forzato nessuno. Sono innocente. E ho sempre fatto solo del bene. Sono indignato, avvilito, è un provvedimento ingiusto perché non ho fatto nulla”.

Il ginecologo Severino Antinori, ai domiciliari con l’accusa di aver espiantato ovuli con violenza, è stato portato in ospedale a causa di un malore. Il medico continua a dichiarasi innocente («Sono come Tortora») e i suoi avvocati inoltre spiegano che la donna che ha denunciato il ginecologo avrebbe firmato un modulo di adesione al programma di ovulo donazione e un consenso informato «dopo aver avuto il supporto di uno psicologo che ne attestò la consapevolezza della scelta e la mancanza di problematiche»

Dal pronto soccorso del San Camillo, dove viene visitato in seguito a un piccolo malore, Severino Antinori risponde al cellulare. Non per rassicurare ma per difendersi: «Sono un perseguitato dagli anni Settanta. Era il 1975 e c’era Giulio Andreotti… Mi combattevano allora, come ora. Hanno anche tentato di diffamarmi ma non ho mai avuto paura e sono andato avanti con il mio lavoro. Sono come Enzo Tortora», dice torrenziale.
In un mese il ginecologo più popolare e forse il più controverso d’Italia è stato raggiunto da due provvedimenti della magistratura. L’ultimo è quello del pm milanese Maura Ripamonti che lo accusa di sequestro di persona e lesioni: un espianto di ovociti con la forza nei confronti di una donna nella sua clinica Matris (l’associazione Donna aiuta Donna, che la assiste, sostiene che lavorasse lì «in nero»). Giorni fa, il tribunale di Roma, aveva disposto per lui il divieto di avvicinamento all’ex moglie e alle figlie.

I due fatti sono, almeno in parte, in relazione. E non solo perché le figlie, Monica e Stella Antinori, hanno scelto la specializzazione del padre e condiviso successo e proventi (sulla divisione dei quali è in corso una causa civile), ma anche perché si sono trovate in contrasto su metodi e normativa. Il ginecologo però si sarebbe fatto una legge per sé, spingendo sulla ovodonazione che in Italia è sottoposta a vincoli rigidi: «Con mio padre ho
interrotto i rapporti — spiega ora Monica Antinori — finché siamo stati insieme abbiamo sempre cercato di rispettare le normative pur riconoscendone i limiti». Limiti che suo padre avrebbe tentato di aggirare, accusa, «praticando al posto della fecondazione assistita, l’ovodonazione». Antinori avrebbe non solo importato gameti da Spagna o altri Paesi ma anche dato il via a un reclutamento intensivo di donatrici di ovuli a pagamento.
Finora però, dicono le figlie, «non era stato talmente pazzo» da arrivare agli estremi contestati dalla Procura milanese. Un espianto con la violenza. Fatalità, gli Antinori sono ai ferri corti da un paio di anni, più o meno da quando la Cassazione s’era espressa contro la legge 40. E ora? «Siamo comprensibilmente dispiaciuti per lui — dice Monica — ma siamo anche angosciati da questioni personali che lo riguardano e che ci rendono angustiati e impotenti». Con l’ultimo investimento — la Ma- tris, un ex centro per la chirurgia maxillofacciale riconvertito alla fecondazione assistita — Antinori avrebbe perso anche il buon senso. Anteponendo, dicono, il reclutamento di donatrici alle esigenze della professione.

Domanda dell’investigatore: «Ma da dove arrivano gli ovuli?». Risposta dell’infermiera dello staff: «Li ha portati il prof con la valigia». Il 9 aprile del 2014 la Consulta bocciava il divieto della fecondazione eterologa in Italia e il ginecologo Severino Antinori, che della gravidanza a tutti i costi, sempre e comunque, ha fatto una ragione di vita, di carriera e business, iniziava la costruzione del «sistema». Senza regole e senza limiti d’età per le donne che per ostinazione l’hanno nel tempo pregato d’avere un bambino. Non ci si muoveva, tanta gente c’era, il martedì e il giovedì, nella clinica Matris di via dei Gracchi a Milano: erano gli unici due giorni d’attività della clinica sequestrata e chiusa venerdì pomeriggio dai carabinieri del Nas, che poco prima avevano arrestato all’aeroporto di Fiumicino il 7oenne Antinori, con l’accusa di aver immobilizzato e anestetizzato una infermiera spagnola 24enne per rubarle nove ovuli.

Una porta d’ingresso scorrevole, una reception dove lavorava la figlia del direttore sanitario e una sala d’aspetto. Ma erano un inganno le pareti luccicanti e l’immagine, nitida e concreta, da clinica svizzera. Sia perché i muri abbondavano, quasi a infondere coraggio se non la presa di coscienza nelle pazienti che quello fosse un luogo insieme benedetto e magico, di fotografie di Anti- nori, di sue interviste a riviste che l’osannavano. E sia perché il resto della Matris quasi sconfinava nella clinica abusiva. Un’altra porta scorrevole portava a un corridoio. Due stanze sulla destra, utilizzate per il deposito degli ovuli e dello sperma congelati che non si è mai saputo da dove provenivano, altre due stanze sulla sinistra, impiegate per gli interventi realizzati spesso senza registrarli sulla cartella clinica.

Come accertato da più ispezioni, mancavano le minime condizioni igienico-sanitarie, non c’era il rispetto delle norme della sicurezza sul lavoro; la crioconservazione prevede l’uso di azoto liquido ma non c’erano rilevatori per le fughe di gas; gli ovuli devono essere trasportati come succede con gli organi, secondo codici e con appositi contenitori: invece niente, al massimo viaggiavano nella «valigia del professore». E il personale, poi: direttore sanitario è stato un medico di famiglia senza titoli, infatti interdetto dalla professione.

Era un luogo d’illegalità ma ancor prima di dolore. Il dolore di chi spendeva non meno di cinquemila euro, cifra che poteva salire con velocità vorticosa in caso di «imprevisti», dietro la promessa di diventare mamma e papà. E il dolore, certamente, delle donatrici di ovuli. Che a volte si sono fatte operare per superficialità o per necessità economica; ma che nella maggioranza dei casi avrebbero subito pressioni psicologiche e interventi sbagliati. In Italia la donazione di ovuli dietro ricompensa economica è vietata, qui pare fosse la regola.

L’avvocato Giovanni Pizzo si occupa di una ventina di giovani — Antinori le pretendeva di vent’anni e bellissime — che negli ultimi mesi hanno denunciato la Matris (generando un’altra inchiesta della Procura). «Credo che sia solo un caso se non ci sia mai stato un decesso» dice il legale, il quale confessa d’aver ricevuto minacce di morte per essere andato contro il «sistema». Del resto Antinori gode o godeva di una ampia rete di conoscenze, amici famosi e pazienti ancor più famose, nomi da spendere. Pizzo ripete che le sue assistite hanno subito di tutto:

«Provate a immaginare il peggio. Ecco, nella clinica c’era».
L’infermiera derubata degli ovuli aveva ecchimosi sul corpo provocate da lacci per tenerla ferma a letto. I pm avevano anche ipotizzato il sequestro. La ragazza aveva conosciuto Antinori in vacanza. Il ginecologo l’aveva invitata a un colloquio di lavoro. Una volta alla Matris, con la scusa di una visita medica di routine e della scoperta di una presunta cisti ovarica, era stata sedata e operata contro la sua volontà, mentre la difesa del ginecologo insiste: «Ha firmato la liberatoria, sapeva dell’operazione e ha avuto anche adeguato supporto psicologico». Tornata in Spagna la giovane ha presentato una seconda denuncia. E adesso indagano anche là. Con strumenti migliori dei nostri. L’Italia, ricorda l’avvocato della ragazza, Roberta De Leo, è ancora indietro. In Spagna potrebbero configurare il reato di traffico di organi; qui, in assenza d’altro, ci si è dovuti ancorare alla rapina, come i soldi rubati dalla cassa di una farmacia, neanche fosse stato violato il corpo d’una donna.

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