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Antropologia del radical chic italiano

“Radical chic”: lessi queste due parole insieme, per la prima volta, qualche annetto fa, non ricordo esattamente quando. Mi colpì subito l’eleganza dell’espressione, la musicalità, l’enormità di significati che racchiude. Significati che non si scoprono in un solo colpo, ma col tempo, la lettura e l’osservazione. E’ arrivato il momento di presentare i risultati di questa affannosa ricerca: nella speranza che anche voi lettori non siate troppo radical chic. In tal caso, vi consiglio vivamente, e senza nessun affetto, di cambiare pagina.

Chi è, dunque, e cosa fa il radical chic (italiano)?

Il radical chic è ricchissimo o comunque benestante, anche se disprezza i “veri ricchi”.

Il radical chic è molto istruito: è laureato oppure si è fermato al diploma. In quest’ultimo caso, dice che è perché era povero o troppo ribelle; oppure troppo intelligente per fare l’università.

Il radical chic è colto, ma non è detto che abbia un quoziente intellettivo elevato.

Il radical chic ha migliaia di libri a casa, anche se non si capisce sempre quando li avrebbe letti.

Il radical chic è ateo, ma anche clericale. Oppure è molto credente e molto critico verso la chiesa. Insomma, deve cercare di essere originale sui temi religiosi.

Il radical chic si indigna se un no global sfascia una vetrina.

Il radical chic ha tutti i figli belli e sistemati: Egli produce solo geni. I figli dei radical chic non sono mai raccomandati: sono tutti geni, ok? Al massimo hanno “una fitta rete di relazioni che…” Basta così.

Il radical chic decide cosa e come può essere criticato.

Il radical chic non ha mai votato Berlusconi. E se lo ha fatto, lo ammette solo sotto tortura. Quindi mai.

Il radical chic votava Pci o Psi. Oggi vota il centrosinistra, anche se nessuno sa più cosa sia.

Il radical chic odia Beppe Grillo con tutto se stesso. E anche se non lo odia, per qualche ragione, deve dire che lo odia.

Il radical chic pensa che i giovani son quasi tutti fannulloni e bamboccioni. Resta fermo il dato di fatto incontrovertibile per cui i suoi figli sono geni e si sono fatti il mazzo così.

Il radical chic guarda molto Rai Tre e la7. E, quando non ci sono estranei, dà una sbirciatina anche a Studio Aperto. Anche in quest’ultimo caso, la confessione avviene solo sotto tortura.

Il radical chic legge soprattutto il quotidiano ufficiale della sinistra radical chic, che poi è anche l’ufficio stampa dell’alto colle.

Il radical chic si sente culturalmente e moralmente superiore a chiunque.

Il radical chic sa che ciò che è bene e ciò che è male per il popolino.

Il radical chic disprezza il web tanto quanto Umberto disprezza Caterina perché non gliela dà.

Il radical chic odia le parolacce, ma solo se quando le dicono gli altri.

Il radical chic è sempre d’accordo col capo dello Stato: a priori. Anche se il capo dello Stato dice “ciao”, il radical chic è d’accordo.

Il radical chic non accetta di essere contraddetto: chi contraddice il radical chic, è da manicomio. Copyright: Unione Sovietica.

Il radical chic crede che negli Stati Uniti ci siano la “destra” e la “sinistra”. Ne è fermamente convinto.

Il radical chic “analizza razionalmente”, gli altri (“analfabeti, zozzi”) “insultano senza argomentare”. Il radical chic più digitalizzato li bolla come “troll”.

Il radical chic è contro le caste in generale, ma se gli chiedi quali, non ti risponde. Premessa: il radical chic non sopporta l’eccessivo uso della parola “casta”.

Il radical chic odia i demagoghi, i giacobini, i qualunquisti e i populisti.

Il radical chic ha diritto a parlare di ciascun argomento: tu no.

Il radical chic non si definirebbe mai un radical chic.

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