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Apple, Sony e Samsung choc: accusati di sfruttamento minorile da parte di Amnesty

Amnesty International e l’organizzazione non governativa Afrewatch hanno lanciato un particolare report in cui viene fatto riferimento al cobalto estratto in alcune zone della Repubblica Democratica del Congo, zone dove è molto comune il lavoro minorile per cui viene proprio da pensare che proprio tali sostanze vengono lavorate dai minori e poi successivamente acquistate da produttori di batterie sia in Cina che in Corea del sud che a loro volta li rivenderanno a grandi giganti della tecnologia ovvero Apple, Samsung e Sony.

Insomma, il rapporto pubblicato da Amnesty International denuncia il fatto che le batterie presenti all’interno dei nostri smartphone Samsung, Apple o Sony potrebbero essere prodotte proprio grazie al lavoro prodotto da bambini di meno dieci anni. Sulla questione è intervenuta la stessa Apple la quale, nel corso di una intervista rilasciata alla BBC avrebbe nello specifico affermato “il lavoro minorile non è mai tollerato nella nostra supply chain e siamo orgogliosi di aver nell’industria nuove garanzie”. Inoltre l’azienda avrebbe affermato che,nel momento in cui verrebbero a conoscenza che uno dei loro fornitori si serve del lavoro minorile farebbe in modo che lo stesso fornitore finanzi il viaggio del lavoratore minorenne per tornare a casa e poi ancora, sempre al fornitore l’azienda chiederebbe di continuare a retribuire il lavoratore minorenne fornendogli lo stesso stipendio che era solito guadagnare lavorando e poi ancora l’azienda chiederebbe al fornitore di retribuire il giovane per far si che riceva istruzione nella scuola da lui scelta o dalla famiglia promettendogli inoltre di ottenere un posto di lavoro solo quando avrà raggiunto quella che è l’età legale per lavorare.

Mentre invece, sempre la Apple, riguardo la questione relativa all’utilizzo di cobalto, avrebbe affermato “Stiamo valutando decine di materiali diversi, tra cui il cobalto, al fine di individuare i rischi sul lavoro e ambientali, nonché le opportunità per Apple per realizzare un efficace e sostenibile cambiamento” Sulla questione inoltre non poteva non intervenire Samsung, azienda sudcoreana con filiali in 58 paesi, la quale ha voluto commentare le accuse affermando attraverso un comunicato “Se viene rilevata una violazione del lavoro minorile, i contratti con i fornitori che sfruttano il lavoro minorile vengono immediatamente terminati”.

 Gli operai che lavorano in queste miniere, compresi migliaia di bambini, lo fanno in condizioni assolutamente pericolose per la propria vita, senza alcuna protezione e nello specifico senza mascherine per riparare le vie respiratorie e la pelle, senza scarpe o elmetti, respirando delle polveri pericolose in grado di arrecare ai polmoni danni permanenti. Amnesty International, per il suo rapporto sullo sfruttamento del lavoro minorile, avrebbe intervistato più di 80 minatori ed ex minatori, e tra questi un giovanissimo di appena 14 anni di nome Paul il quale ha raccontato di lavorare nelle miniere già dall’età di 12 anni.

Nello specifico il ragazzino, oggi quattordicenne, avrebbe raccontato “Passo praticamente 24 ore nei tunnel. Arrivo presto la mattina e vado via la mattina dopo. Riposo dentro i tunnel. La mia madre adottiva voleva mandarmi a scuola, mio padre adottivo invece ha deciso di mandarmi nelle miniere”. Sulla questione è intervenuta anche la Sony la quale avrebbe affermato di essere al lavoro insieme ai fornitori proprio per affrontare le delicate questioni del rispetto dei diritti umani e del lavoro nei siti di produzione.

Sedici le multinazionali direttamente coinvolte nell’inchiesta. Grandi nomi compresi: da Apple a Microoft, da Sony a Vodafone. Solo 7 di loro hanno affermato di essere totalmente estranee alle accuse, mentre molte tra cui Vodafone e Microsoft hanno fatto sapere di non essere al corrente della catena produttiva e, quindi, non poter né confermare né escludere il coinvolgimento di lavoro minorile durante l’attività estrattiva.

«È preoccupante che aziende con fatturati da 125 miliardi di dollari come Microsoft non siano in grado di tracciare la provenienza del cobalto pur sapendo l’origine del minerale» – ha commentato Mark Dummet, ricercatore di Amnesty International. Più della metà della produzione mondiale di cobalto proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, potenzialmente uno dei Paesi più ricchi del Pianeta con 24 trilioni di dollari in materie prime ancora sotto terra. In uno studio del 2012 l’Unicef aveva scoperto che i bambini coinvolti nelle miniere artigianali del sud del Paese erano all’incirca 40mila.

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