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Auto-diagnosi troppe si fanno con Google, medico mette fuori cartello

Due pezzi di nastro adesivo, un foglio A4 stampato in bianco e nero. Poche parole, divertenti ma ficcanti. La foto ci è stata inviata da un medico dell’Istituto dei Tumori di Milano che ha notato l’avviso appeso sulla porta dello studio di un suo collega . Un ironico segno di resa davanti a un «concorrente» troppo potente ormai. E pensare che il dottor Google non ha mai preso davvero la laurea…chissà se Yahoo ha almeno uno straccio di «pezzo di carta»? No naturalmente, al massimo uno straccio di bit.

Evviva. Ben venga uno strumento che ci viene in soccorso quando abbiamo dei dubbi e cerchiamo di saperne di più. Ma ci sono dei limiti. Che, puntualmente, superiamo anche in ambiti in cui mai si dovrebbe. E così succede che sempre più persone bypassino il proprio medico e si rivolgano con fiducia a «dottor Google». Che ci vuole? Si ha un sintomo, un dolorino, un malessere. Lo si digita su internet ed ecco spuntare diagnosi, rimedi, cure e, addirittura, anche farmaci da assumere.

Facile no? E pure comodo. «Dottor Google» è gratis, sempre disponibile e a portata di mouse. Chi ha più voglia di fare file, attese, domande imbarazzanti a un essere vivente. Chi se ne frega se l’essere vivente in questione ha un camice bianco e il curare le persone lo fa di mestiere. Un click e via, tutti in farmacia a comprare medicine a casaccio. Una follia, che sta diventando tremendamente comune. Secondo gli ultimi dati addirittura l’80% dei pazienti cerca informazioni sulla propria salute sul web. Ma l’aspetto più sconvolgente è che nel 58% dei casi ci si accontenta del parere di internet senza consultare uno specialista. E al diavolo la figura del medico. Anni di studio, competenze acquisite e specializzazioni buttate malamente nel cestino.

Un’abitudine molto pericolosa che rischia di compromettere la nostra salute. Innanzitutto perché la maggior parte dei risultati disponibili su internet non sono attendibili. I motori di ricerca non fanno distinzioni tra informazioni potenzialmente utili, fesserie o peggio ancora bufale. Va poi considerato che non sempre a un sintomo, specifico o meno, corrisponda una cura valida per tutti indistintamente, senza dimenticare che la persona comune non dispone degli strumenti (vedi laurea in medicina) per decifrare le indicazioni necessarie per accedere a un rimedio efficace. Evidentemente a nessuno verrebbe in mente di costruire un palazzo solo consultando siti web che spiegano come farlo. Ed altrettanto evidentemente a nessuno verrebbe permesso di farlo senza le competenze necessarie. Eppure in un campo delicato come la salute tutto sembra valido. E così sempre più persone nella convinzione di fare il proprio bene non solo non curano la propria patologia ma, spesso, aggravano anche le proprie condizione. Si sprecano poi i medici poi raccontano di lunghe e tediose discussioni con pazienti «tuttologi» che contestano diagnosi e cure somministrate. Certo, perché su Google hanno letto chissà che cosa e guai a fidarsi di chi ovviamente ne sa di più.

Non a caso in giro per il mondo i dottori, quelli veri, continuano a fare appelli perché si eviti di ricorrere alle cure fai da te. In Inghilterra il presidente della Royal Pharmaceutical Society ha espressamente chiesto di non fidarsi delle diagnosi online. In Belgio è stato realizzato uno spot trasmesso in tv in cui si ridicolizza chi ricorre al web per curarsi. Eppure dappertutto, anche in Italia, i numeri sono sempre più preoccupanti e lo studio del «dottor Google» è sempre più intasato. Tanto che, a furia di curarsi come capita, si sta sviluppando un nuovo tipo di patologia. Si chiama «cybercondria», e definisce l’abitudine di chi ogni volta che avverte un disturbo chiede lumi al web. E puntualmente si convince di essere afflitto da un male gravissimo. Una sorta di ipocondria 2.0.

Una cattiva abitudine che andrebbe al più presto cancellata. A colpi di buonsenso, non di mouse. Con la salute non si scherza ma la malattia più diffusa è sempre la stupidità. Anche se questo, probabilmente, Google non ve lo dirà.

Il medico di famiglia adesso è internet. Ma sbaglia le diagnosi

Oggi, invece, lo fanno quasi tutti, al punto che per qualcuno internet sta progressivamente sostituendo la figura del medico di famiglia. Ma è un grave errore, perché un recente studio conferma che i dati medici accumulati online sono spesso fuorvianti, se non del tutto sbagliati.

Il riferimento è in particolare a Wikipedia, la famosa enciclopedia online, in voga dal 2001, e pubblicata in 285 lingue. La ricerca condotta dagli esperti della Campbell University, negli Usa, evidenzia che il 90% delle voci mediche contenute in Wikipedia è inesatta. Il motivo? Le incursioni continue degli utenti che, liberi di poter contribuire all’approfondimento dei vari argomenti, finiscono con il fornire indicazioni prettamente mediche appannaggio dei luminari; e le compagnie farmaceutiche, accusate di cancellare vari dati relativi agli effetti collaterali di determinati medicinali.

«Ricercatori e persone comuni non dovrebbero utilizzare l’enciclopedia online come risorsa primaria – spiega Robert Hasty, a capo dello studio – perché gli articoli riportati non passano attraverso il regolare controllo cui sono sottoposti, per esempio, i pezzi destinati alle più importanti riviste mediche». Wikipedia da prendere con le pinze, dunque, tenuto conto del fatto che praticamente tutte le malattie e relativi sintomi sono citati, per un totale di almeno 20mila voci dedicate alla salute. Si è giunti a questo risultato analizzando i dati concernenti patologie come il diabete, il tumore ai polmoni, e il mal di schiena. E verificando molte incongruenze relative, per esempio, alla somministrazione di antidepressivi ai più piccoli o alle modalità di diagnosi dell’ipertensione. In tutti i casi c’è il rischio di giungere in ritardo a una diagnosi o creare inutili allarmismi.

Chi è malato, o pensa di esserlo, deve quindi rivolgersi al medico di fiducia. Il problema è che spesso sono gli stessi dottori a interrogare la «rete». Risulta che almeno il 70% degli specialisti lo faccia. «I medici, ma anche gli studenti di medicina, dovrebbero evitare di consultare Wikipedia per superare i propri dubbi – dice Hasty – considerato che in certi casi il fenomeno può avere implicazioni cliniche importanti». Piuttosto sarebbe utile che contribuissero a sfatare certi luoghi comuni e a correggere loro stessi le voci «traballanti», si legge sul Journal of American Osteopathic Association.

Cosa da non sottovalutare se si pensa che nei Paesi civilizzati la paura di essere malati, l’ipocondria, è sempre più diffusa e con essa la spinta a utilizzare un servizio semplice, veloce, che promette una diagnosi rapida e sicura, senza avere i requisiti per farlo. Almeno una persona su dieci si crede malata senza esserlo, e il fatto di consultare internet può farla ammalare veramente, non della patologia temuta, ma di una sorta di nevrosi legata all’ossessiva attenzione per il proprio corpo. Lo dimostra anche il recente film Supercondriaque, che ironizza su un disagio che in alcuni casi richiede un sostegno psicoterapeutico.

L’attendibilità di Wikipedia va valutata con attenzione anche perché, con l’allungamento della vita media, sempre più persone fanno uso di farmaci e spesso consultano la Rete per avere informazioni. Secondo l’Aifa ogni italiano prende ogni giorno almeno un farmaco essenziale (della cosiddetta fascia A); e gli anziani arrivano a prenderne in media 11 al giorno. Anche se, in generale, si sta sempre peggio. I dati, infatti, affermano che l’aspettativa di vita sana alla nascita sia in costante calo, passata dai 68,7 anni del 2004, ai 62,1 anni del 2012.

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