Ricerca shock: farsi leccare dal cane può essere mortale

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Baci dal cane possono uccidere. STUDIO CHOC: CANE, LECCATE E BACI MORTALI Farsi baciare, o meglio, leccare dal cane può avere conseguenze mortali? Lo dice una ricerca.

Baci dal cane possono uccidere. STUDIO CHOC: CANE, LECCATE E BACI MORTALI – LO STUDIO

Farsi leccare da un cane può essere fatale, persino mortale. Attenzione a chi si lascia che dal proprio cane.  Lo dice uno studio inglese secondo cui la lingua dei nostri amici a quattro zampe ha una grande quantità di batteri che possono causare patologie molto gravi. Allarme firmato da John Oxford, docente di virologia e batteriologia presso la Queen Mary University di Londra.

Baci dal cane possono uccidere. STUDIO CHOC: CANE, LECCATE E BACI MORTALI – Cani fonte di batteri

Baciare un cane o farsi leccare da un cane può essere mortale, perchè spesso sono grandi fonti di batteri. In primis dalla loro lingua, ma anche perché i cani stanno per terra, rovistano nella spazzatura, sono a stretto contatto con altri cani, mettono i loro nasi iin zone piene di batteri e germi.

Baci dal cane possono uccidere. STUDIO CHOC: CANE, LECCATE E BACI MORTALI – Cosa si rischia

Chi si fa leccare dal suo cane rischia di venire a contatto con uno dei batteri più comuni nella saliva dei cani, il Capnocytophaga Canimorsus. E’ un batterio che può provocare gravi infezioni anche mortali.

Baci dal cane possono uccidere. STUDIO CHOC: CANE, LECCATE E BACI MORTALI – Il Capnocytophaga Canimorsus

Nello specifico il Capnocytophaga Canimorsus trasmesso dalla saliva del cane è microorganismo che viene tramesso all’uomo. Inizialmente provoca sintomi confondibili con altre malattie: febbre, brividi di freddo, sudorazione profusa e spossatezza.  Il cane che ci lecca può portare malattie tramite infezione da Capnocytophaga Canimorsus.

Baci dal cane possono uccidere. STUDIO CHOC: CANE, LECCATE E BACI MORTALI – I cani infetti

Attenti osservate se i cani sono infetti: sintomi, perdita di pelo in alcune parti del corpo, presenza di forfora e macchie più scure sul manto peloso.

Baci dal cane possono uccidere. STUDIO CHOC: CANE, LECCATE E BACI MORTALI – LA MRSA

Le leccate del cane possono sfociare anche nella MRSA, un’infezione dovuta a stafilococchi (Staphylococcus aureus) resistenti agli antibiotici. Il cane sta bene, ma se la malattia viene trasmessa all’uomo le conseguenze possono provocare infezione di cute e tessuti molli, endocardite, polmonite, sepsi e sindrome da shock tossico.

Ogni ora viene maltrattato un animale

In Italia nel 2016 ogni 57 minuti è stato compiuto un reato contro gli animali, e ogni 80 minuti una persona è stata denunciata. Sono cifre spaventose quelle del rapporto sulle zoomafie che ogni anno la Lav, la Lega Anti Vivisezione stila da 18 armi a questa parte. Un lavoro certosino, che ha come obiettivo quello di analizzare, denunciare e contrastare i crimini a danno degli animali perpetrati dalla criminalità organizzata o dai singoli soggetti.
Emerge un quadro a tinte fosche, relativo all’intero anno 2016, fatto di combattimenti tra animali, corse di cavalli clandestine, traffico e contrabbando di cuccioli o di fau

na non commerciabile, macellazioni irregolari, pesca di frodo.
A guidare la classifica delle città italiane che meno rispettano gli animali è Brescia, con 449 procedimenti aperti e 375 indagati. Per lo più si tratta di reati venatori, dal momento che nell’intera provincia è diffusissimo il fenomeno del bracconaggio. La città più virtuosa è Savona, con due soli indagati e altrettanti procedimenti aperti.
In totale, però in Italia ci sono 6.848 fascicoli aperti relativi ai reati contro gli animali, soprattutto per maltrattamento. Un incremento dell’1,68 per cento per quanto riguarda il numero dei reati e del 13 per cento per quanto riguarda le persone indagate rispetto al 2015, che in tutta Italia sono 4.710.

Il criminologo Ciro Troiano, responsabile dell’Osservatorio Zoomafia della Lav, afferma che «in generale sono di più i reati denunciati a carico di ignoti che quelli registrati a carico di autori noti».
E nel 2016, infetti, ben 3.818 fascicoli sono stati aperti a carico di ignoti, contro i 3.030 a carico di noti. Il più delle volte i processi, però, si concludono senza condanna e i reati realmente puniti sono solo una minima parte di quelli commessi.
Il vero allarme, però, è dato dai combattimenti clandestini tra cani, che sono raddoppiati dall’anno precedente e coinvolgono il 118 per cento di persone in più. Perché in Italia la mafia fa affari anche con i cani. Un fenomeno che ha portato a sequestrare 133 cani, un numero aumentato del +189 per cento rispetto all’anno precedente, e a denunciare 29 persone, +38 per cento rispetto al 2015. Non solo: a testimoniare quanto sia diffusa la piaga il rapporto Zoomafie della Lav evidenzia come oltre ai combattimenti, uno dei quali è stato interrotto in flagranza, ci sono i sequestri di allevamenti di pitbull, e l’eco sempre maggiore data da pagine internet e profili suoi social network sono sempre di più le pagine che esaltano i cani da lotta. Molti dei quali vengono ritrovati abbandonati e feriti, o addirittura morti in seguito alle lotte.
Di pari passo vanno le corse clandestine di cavalli e le relative scommesse, un mondo dove la presenza della criminalità è sempre stata forte ma che nell’ultimo anno ha assunto contorni preoccupanti e confermano l’interesse di alcuni sodalizi mafiosi.
I cavalli vengono drogati sempre più spesso: sono infatti ben 61 quelli risultati positivi a sostanze vietate, come cocaina, morfina, testosterone.

Il cane
Perché il cane è un animale così speciale? Cos’ha di tanto particolare la personalità canina perché proprio questo animale sia diventato il migliore compagno dell’uomo tra tutte le 4236 specie di mammiferi (escluso l’uomo)? La risposta può esse re sconcertante per qualcuno, perché in realtà il “migliore amico dell’uomo” è un lupo travestito da cane. E la chiave per comprendere appieno lo stretto legame che esiste tra noi e il cane è proprio questa sua personalità “da lupo”.
Per alcune persone l’idea che tutti i cani – dai bastardi arruffati agli altezzosi campioni delle mostre, dai randagi rognosi agli stupendi esemplari di razza purissima, dai minuscoli chihuahua ai giganteschi danesi – in realtà non siano altro che dei lupi addomesticati è una faccenda un po’ difficile da digerire. È un pensiero che li spaventa, forse per via delle vecchie storie che circolano da sempre sul lupo: basti pensare al lupo mannaro della superstizione popolare o al lupo cattivo di Cappuccetto Rosso. Non è quasi mai stata spesa una buona parola in favore di questa magnifica creatura, perlomeno non fino ai moderni e obiettivi studi degli ultimi decenni. Di conseguenza, è difficile biasimare la gente se, così sui due piedi, non riesce ad accettare l’idea che quell’innocuo e allegro cagnetto seduto sul tappeto in realtà appartiene alla stessa specie di cui fa parte il famigerato lupo. Tuttavia, si tratta di un fatto che dobbiamo accettare, non soltanto perché è vero ma anche perché è l’unico modo per comprendere il comportamento del cane domestico e arrivare a capire come mai sono stati i cani a diventare i migliori amici dell’uomo e non le scimmie, gli orsi o i procioni, per esempio.
Prima di esaminare il comportamento del lupo, affrontiamo però alcune ovvie obiezioni che sono state sollevate a proposito di questa teoria. I cani domestici variano molto gli uni dagli altri per via della forma, della taglia e del colore, quindi non possono sicuramente appartenere tutti alla stessa specie. Sì, invece: le differenze possono essere enormi, però sono alquanto superficiali. Qualunque razza di cane può incrociarsi con un’altra e generare dei cuccioli fertili; le differenze genetiche create con gli incroci sono troppo insignificanti perché si possa distinguere una razza da un’altra sul piano biologico. Poniamo che un chihuahua venga solleticato dall’odore inebriante di una cagna di razza danese in calore.., cosa può fare? Non è un alpinista! Vero, però se la cagna in questione venisse inseminata artificialmente con un campione di sperma prelevato dal chihuahua, diventerebbe sicuramente gravida e darebbe alla luce dei cuccioli. Per quanto ne sappiamo noi oggi, non ci sono razze canine incompatibili tra loro. Né, d’altra parte, esistono difficoltà nell’incrociare cani domestici con lupi selvatici. Anch’essi danno origine a cuccioli fertili.
Quindi, nonostante le apparenze sembrino dimostrare il contrario, tutti i cani appartengono alla stessa specie dal punto di vista biologico. Il San Bernardo può arrivare a pesare anche trecento volte di più del minuscolo yorkshire e il danese è alto addirittura dieci volte di più, ma tutti e tre sono “fratelli”. Chiunque possieda un cane di piccola taglia ve lo potrà confermare: nonostante la mole inesistente, questi animali si sentono dei veri lupi e si comportano come tali. Se arriva il postino, lo accolgono abbaiando furiosamente o ringhiando con aria astiosa perché pensano che abbia invaso un territorio di loro appartenenza. Se poi il suono che emettono non è altro che un flebile uggiolìo, non è colpa loro. Lo stesso trattamento lo riservano per i cagnoni che incontrano al parco: questi esemplari “in formato ridotto” si reputano ormai adulti anche loro e quindi non vedono perché dovrebbero tirarsi indietro. A volte i cani di grossa taglia rimangono sconcertati da questo atteggiamento e arrivano persino a battere dignitosamente in ritirata davanti all’attacco combinato di un gruppo di microscopici cagnetti. I padroni possono rimanere delusi per via di questo atto di vigliaccheria da parte dei loro animali, ma in tal caso vuol dire che hanno male interpretato il comportamento dei cani più grossi: infatti, questi ultimi non hanno affatto paura dei loro minuscoli “avversari”. Il fatto è che, a causa della taglia ridotta, essi considerano i piccoli assalitori come dei veri e propri cuccioli e un cane adulto difficilmente attacca un cucciolo. Quei “cuccioli” non si comportano affatto come tali, però, ed è per questo che i cani più grossi assumono un atteggiamento perplesso quando si vedono attaccati da loro.

Se i sei milioni di cani della Gran Bretagna, i quaranta milioni di cani degli Stati Uniti e tutti gli altri milioni di cani sparsi un po’ ovunque nel mondo appartengono a una stessa specie, com’è che sono così diversi gli uni dagli altri? La risposta è molto semplice: il cane, essendo l’animale che l’uomo ha addomesticato per primo, ha avuto davanti a sé molto tempo per differenziarsi attraverso le selezioni effettuate con gli incroci. Gli elementi difficili, eccessivamente nervosi o aggressivi sono stati eliminati e il cane è diventato un animale più giocoso, tranquillo e docile. Così, per ottenere esemplari adatti alla corsa, ecco che attraverso gli incroci si sono ottenuti animali con le zampe più lunghe e il corpo più snello; con le zampe più corte per cacciare in tana alla ricerca della selvaggina di scarto; con il corpo microscopico per essere dei veri cani da salotto, tanto piccoli da poter stare comodamente in grembo ed essere facilmente trasportati. Ognuno di questi cambiamenti è stato ottenuto per mezzo di incroci selettivi. Per esempio, è molto semplice “miniaturizzare” una razza: basta prendere gli animali più piccoli di cucciolate diverse e incrociarli sempre tra di loro. Nel giro di poche generazioni è possibile generare esemplari di statura e taglia molto ridotte.
In tempi recenti sono state create diverse centinaia di razze “pure” in occasione di mostre canine e sono stati fissati i cosiddetti standard per ogni razza. Ufficialmente, si riconoscono sei gruppi principali di razze: i cani da caccia; i segugi e i levrieri; i cani da guardia, difesa e utilità; i terrier; i cani da salotto; e i cani da compagnia.
Alla categoria dei cani da caccia appartengono i pointer, i setter e i retriever (o cani da riporto), i quali accompagnano i cacciatori e li aiutano a scovare, stanare e recuperare le prede. I segugi, invece, vengono impiegati per seguire le tracce degli animali e catturarli durante la caccia a cavallo o a piedi. I cani per la caccia alla volpe, per esempio, sono adatti per le battute a cavallo, mentre i basset-hound sono più usati negli inseguimenti a piedi perché con le loro zampe corte (ottenute attraverso appositi incroci) hanno un’andatura molto lenta. Alcuni segugi, come il bracco per esempio, si basano sull’olfatto; altri, come il levriero, sulla vista.
Fra i cani da guardia, difesa e utilità rientrano i cani pastore e certe altre razze canine con funzioni specifiche, come per esempio gli husky impiegati per trainare le slitte. I terrier sono famosi per la caccia in tana alla selvaggina di scarto, proprio perché hanno le zampe talmente corte da permettere loro di infilarsi nelle tane alla ricerca di tassi, volpi e roditori. Sono cani testardi e indipendenti, la cui personalità spiccata risale ai tempi in cui dovevano inseguire la preda senza stancarsi mai perché vivevano isolati e si procuravano il cibo da soli.
I cani da salotto sono essenzialmente cani di razza nana che sono stati creati “in formato ridotto” per essere dei giocattoli più maneggevoli per l’uomo. Alcuni, come per esempio il pechinese e il maltese, hanno alle spalle una reputazione antichissima come animali prediletti dei ricchi e dei potenti, allevati per secoli con l’unico scopo di mantenere il loro ruolo specializzato di aristocratici cani da salotto, esenti da qualunque dovere terreno. I cani da compagnia, invece, non possono vantare tanta nobiltà. Infatti, sebbene siano animali che oggi sono diventati esclusivamente compagni dell’uomo o vengono esibiti nelle mostre canine, non molto tempo fa erano impiegati come strumenti di lavoro. A questo gruppo appartengono razze molto diverse tra loro, come per esempio quella del dalmata (un animale appariscente creato appositamente per correre di fianco alla carrozza del suo padrone); quella del bulldog (nato per lottare selvaggiamente negli antichi combattimenti tra cani e tori); oppure quella del lhasa apso (originariamente creato dai tibetani per dare l’allarme se per caso qualche intruso cercava di entrare nel grande palazzo del Dalai Lama a Lhasa, nel Tibet). Oggi questi antichi doveri si sono persi nelle pagine della storia, però le razze sopravvivono ancora ed è per questo che gli animali che vi appartengono vengono chiamati molto poco romanticamente “cani utilitari”.
Il mondo dei cani, però, non è fatto soltanto di esemplari aristocratici: ci sono anche i bastardi e i randagi, e sono molto numerosi. Si calcola che oggi nel mondo la popolazione di questi animali si aggiri sui centocinquanta milioni. Alcuni sono tornati allo stato selvatico molti secoli fa – come il dingo australiano e il singing dog della Nuova Guinea – altri si sono inselvatichiti o sono stati abbandonati soltanto di recente e hanno costituito dei veri e propri branchi che di solito sopravvivono frugando tra i rifiuti lasciati dall’uomo. Ambedue le categorie sono riuscite a riadattarsi alla vita selvatica nonostante la loro addomesticazione e gli animali che ne fanno parte si accoppiano tra di loro, dando vita a una popolazione di cani del tutto autosufficienti. Una terza categoria è quella dei cani abbandonati: si tratta di animali che riescono a malapena a sopravvivere e che non sono riusciti a ritrovare una loro collocazione all’interno della società canina. Infine, vi sono i coccolatissimi “bastardi da salotto”, curati e viziati dai loro padroni, i quali li difendono accanitamente, criticando gli altrettanto vezzeggiati cani di razza. Essi sostengono che i bastardi sono più vicini al cane ancestrale – ed è per questo che vivono più a lungo dei cani di razza – hanno molti meno difetti fisici, sono più resistenti alle malattie e hanno un carattere più equilibrato, dimostrandosi molto meno nervosi e aggressivi. Essi affermano inoltre che è proprio la loro eterogeneità a renderli così forti e resistenti. Bisogna dire che la loro difesa dei bastardi è davvero ammirevole, però è ingiusta nei confronti della maggior parte dei cani di razza. La verità è che tutti i cani sono molto simili al tipo ancestrale. Quale che sia la loro forma, il loro colore o la loro taglia, in fondo sono tutti dei lupi e meno male che è così, come vedremo tra poco.
Esistono tre teorie diverse sull’origine del cane domestico.
La prima si basa sull’esistenza di un “anello mancante”, una specie antichissima di cane selvatico molto simile al moderno dingo che diede origine al cane domestico e fu poi sterminata dai primi uomini che vivevano sulla Terra. È una teoria che ha un certo senso, perché in effetti quando le specie venivano “migliorate” attraverso gli incroci, di solito gli uomini che li avevano effettuati prendevano delle misure per eliminare i progenitori selvatici e “non migliorati” dei loro animali, in modo da impedire contaminazioni. Inoltre, è evidente che quando i cani domestici si inselvatichiscono e incominciano ad accoppiarsi tra di loro in branchi composti da cani randagi, il prodotto è simile in qualunque parte del mondo. I dingo dell’Australia, i singing dogs della Nuova Guinea, i pye dogs dell’Asia, i paria del Medio Oriente e gli indiani delle Americhe hanno tutti una corporatura e un aspetto molto simili tra loro. Sembra quasi che ci vogliano far capire com’era il loro antico e ormai estinto antenato. Comunque, nonostante vi siano appunto tali somiglianze, questa teoria dell'”anello mancante” non ha più trovato riscontro.
Una seconda teoria sostiene che le diverse razze canine hanno avuto origine da due specie di cani selvatici: alcune dal lupo e altre dallo sciacallo. Questa opinione è stata ampiamente documentata da Konrad Lorenz nel suo libro intitolato “E l’uomo incontrò il cane” (Adelphi, Milano 1986), però ricerche più recenti hanno dimostrato l’infondatezza della teoria della “doppia origine”. Infatti, studiando attentamente gli sciacalli si è scoperto che in realtà differiscono molto sia dai cani sia dai lupi. Contemporaneamente, un’indagine approfondita sui lupi ha dimostrato che sono incredibilmente simili ai cani sotto quasi tutti gli aspetti.
Oggi si tende a seguire la terza teoria, e cioè che tutti i moderni cani domestici siano discesi – in un periodo variabile tra gli ottomila e i dodicimila anni fa – da un’unica specie, quella del lupo. A dar sostegno a questa tesi concorrono numerosi e accurati studi anatomici e comportamentali effettuati negli ultimi decenni e oggi la conclusione sembra una sola. Sorge spontanea una domanda, comunque, ed è questa: perché i cani selvatici non assomigliano molto di più al lupo?
Perché la domanda nasce da un equivoco sul tipo di lupo dal quale è stato generato il cane. Oggi, i lupi che vediamo nei film e allo zoo sono quelli tipici dei paesi nordici: i lupi russi, scandinavi e canadesi. Sono animali grossi, col pelo molto folto, che si sono adattati alle zone più fredde abitate dai primi lupi. Il cane non ha avuto origine da questi esemplari, bensì dal lupo asiatico – molto più piccolo, meno tozzo e provvisto di una pelliccia meno folta – che viveva nelle zone più calde riservate a questa specie. Si trattava di un animale molto più simile al cane selvatico di oggi, sia nella corporatura sia nell’aspetto, di cui era sicuramente il progenitore.
Osservando attentamente i branchi di lupi selvatici, abbiamo imparato molto sulla vera natura di questo “predone”. Non si tratta assolutamente di una bestia crudele, bensì di un animale appartenente a una specie estremamente organizzata sul piano sociale, capace di grandi sacrifici e di aiuti reciproci all’interno del branco. Una sana competizione tra i vari elementi è attivamente controbilanciata da collaborazioni di diverso tipo: nella caccia, durante l’accoppiamento e nelle azioni difensive. Per esempio, all’alimentazione dei piccoli non provvedono i genitori, bensì altri animali adulti, e all’interno di ciascun gruppo sociale non ci sono combattimenti.
È evidente che fu proprio la grande somiglianza tra la vita sociale dei lupi e quella dei primi uomini a creare quello stretto legame e quell’attaccamento tra le due specie. Ambedue i gruppi vivevano in “branchi” su un territorio ben difeso. Ambedue stabilivano una base al centro del territorio e da lì facevano piccole sortite alla ricerca di cibo. Ambedue si specializzarono nella cattura di prede più grandi di loro. Ambedue giocavano d’astuzia nella caccia, impiegando tattiche di accerchiamento e ricorrendo a imboscate. Ambedue svilupparono legami tra maschi e femmine e affidarono la cura dei piccoli al gruppo. Ambedue, infine, elaborarono una complicata serie di linguaggi del corpo, comprese le espressioni facciali, gli atteggiamenti posturali e i gesti.

All’inizio, il rapporto tra l’uomo preistorico e il lupo deve essere stato competitivo, dal momento che i loro modi di vivere erano così simili. Probabilmente i lupacchiotti indifesi venivano catturati e portati negli insediamenti umani per essere gustati sotto forma di prelibati bocconcini, ma poi finivano per diventare i giocattoli dei bambini del villaggio. Nella vita dei piccoli lupi c’è un periodo particolare durante il quale i cuccioli “socializzano”, quindi gli esemplari molto giovani che venivano catturati crescevano con l’idea di appartenere a un “branco” di esseri umani e non a uno di lupi.
Questo significa che, diventando adulti, probabilmente i lupacchiotti si comportavano automaticamente come cani da guardia, dando l’allarme se le loro orecchie sensibilissime avvertivano qualche rumore nella notte. Con ogni probabilità venivano anche usati nella caccia, perché riuscivano a fiutare le prede prima ancora che i loro “genitori adottivi” riuscissero a scovarle. Sarebbe stato molto stupido da parte degli esseri umani non comprendere il valore di questi talenti canini e non sfruttarne quindi il potenziale. Così, invece di mangiarsi tutti i cuccioli, forse i primi uomini ne tenevano alcuni in vita, li allevavano e li facevano accoppiare tra di loro. Gli esemplari troppo timidi o, al contrario, troppo aggressivi venivano subito uccisi e mangiati, mentre gli altri diventavano dei veri e propri compagni per l’uomo e vivevano in simbiosi con lui.
Col passare dei secoli, probabilmente quel primo cane simile al lupo non cambiò di molto, a parte qualche variazione insignificante nell’aspetto esteriore. Forse gli animali che presentavano delle modificazioni nel mantello – predominanza del bianco o del nero, macchie o strisce colorate – venivano tenuti in maggiore considerazione perché potevano essere meglio identificati rispetto agli altri loro simili, però molto probabilmente non furono prese altre misure selettive per cercare di modificare il compagno di razza canina dell’uomo preistorico.
Con l’avvento dell’agricoltura, però, diventò molto più importante custodire la proprietà e probabilmente a quel punto nacque una razza specializzata di cani da guardia, seguiti poi da quelli da caccia e da pastore. Le centinaia di razze diverse che conosciamo noi oggi erano di là da venire: esse sono il risultato di programmi di selezionamento molto spinti che sono stati effettuati negli ultimi secoli. Probabilmente nel Medioevo esisteva soltanto una dozzina di tipi diversi di cani in Europa, ognuno con un compito ben preciso e importante da eseguire.
L’enorme esplosione di differenti razze canine ebbe origine durante la rivoluzione industriale perché in quel periodo, direttamente o indirettamente, il numero dei cani era superiore alle effettive necessità. Non potendo più impiegare gli animali per i lavori nei quali si erano specializzati e che adesso non esistevano più ed essendo proibito l’uso dei cani in sport crudeli come i combattimenti con i tori, con i tassi e con altri cani, gli appassionati di cani dovettero trovare qualche altro ruolo per i loro beniamini. Così, nel diciottesimo secolo si organizzarono gare per premiare il cane “migliore” e nel diciannovesimo secolo si era già arrivati a istituire mostre canine specializzate e regolamentate da precisi standard.
Anche la famiglia reale vi partecipava, e ben presto fu di gran moda allevare, tenere in casa e mettere in mostra cani di razza pura.

Le città diventavano sempre più grandi e l’improvviso fiorire di cani da compagnia rappresentava per i loro abitanti un ricordo nostalgico della vita di campagna. Per chi era rimasto intrappolato dal turbinio della vita moderna, la passeggiata nel parco con il cane simboleggiava l’ultima fetta di piacere rurale. In un ambiente fatto solo di mattoni e cemento, il desiderio di una forma di contatto con la natura era veramente forte e i cani sembravano rispondere molto bene a questa esigenza. Cosa che fanno ancora oggi.

Perché i cani abbaiano?
È un errore piuttosto comune quello di ritenere che un cane che abbaia sia necessariamente un cane con cattive intenzioni. L’animale emette un rumore forte che sembra diretto esclusivamente a voi, ma non è affatto così. In realtà, il latrato è una specie di allarme canino ed è rivolto agli altri membri del branco, compreso “il branco di esseri umani” di cui fa parte anche il vostro cane.
Abbaiando, l’animale vuole trasmettere questo messaggio: “Qui sta succedendo qualcosa di strano. Fate attenzione!”. Nell’ambiente selvatico, il segnale ha due effetti: costringe i cuccioli a cercare un riparo o un nascondiglio e stimola gli adulti a riunirsi per intraprendere qualche azione. Trasportato nella vita dell’uomo, il latrato può essere paragonato al rintocco di una campana, al suono di un gong o allo squillo di una tromba che annuncia l’arrivo di qualcuno alle porte di una fortezza. L’allarme non ci dice se chi deve arrivare è un amico o un nemico, però ci dà la possibilità di prendere le necessarie precauzioni. Ecco perché il cane abbaia sia che arrivi il suo padrone, sia che a entrare in casa sia stato un ladro. Una volta identificata la persona, il latrato viene sostituito da una amichevole cerimonia di benvenuto o da un feroce attacco, a seconda dei casi.
Il vero e proprio attacco, invece, è del tutto inaspettato e silenzioso: il cane aggredisce senza timore e morde. Per averne la conferma basta osservare le dimostrazioni coi cani poliziotto. Gli uomini fanno finta di essere dei criminali in fuga e corrono sul campo dove si svolgono le esercitazioni mentre gli animali vengono liberati. Non si sentono né latrati, né rumori di altro genere. I cani compiono grandi balzi silenziosi e finiscono ben presto per affondare i denti nell’imbottitura sul braccio del finto delinquente, guardandosi bene dal mollare la presa.
La fuga è altrettanto silenziosa. Un cane che cerchi disperatamente di fuggire si allontana sgattaiolando senza farsi notare. Essenzialmente i latrati sono sintomi di conflitti o frustrazioni e il fatto che siano quasi sempre la prerogativa di animali aggressivi significa semplicemente che persino il cane più ostile di solito ha anche un po’ di paura. Comunque l’attacco silenzioso del cane poliziotto è molto meno comune di quello ringhioso. Il ringhio con le labbra ritratte per mostrare i canini è tipico del cane molto aggressivo e un po’ spaventato. È quella piccola dose di paura che trasforma un attacco silenzioso in un’aggressione preceduta da uno sfoggio di canini, ma nonostante questo non c’è da scherzare con un cane del genere. La spinta ad attaccare, infatti, è ancora molto più forte del desiderio di fuggire. Il cane che ringhia e mostra i denti è lo spauracchio del postino.
Nella scala della paura, segue il cane che ringhia. In questo caso, l’animale è leggermente più spaventato rispetto all’esemplare che ringhia e mostra i denti, comunque il rischio di un attacco è sempre molto forte. Il cane che adotta questo comportamento probabilmente è un po’ sulla difensiva, però il livello di aggressività è ancora alto e un atteggiamento del genere può sfociare da un momento all’altro in un vero e proprio attacco.
Quando l’ago della bilancia si allontana ancora un po’ dall’attacco e la paura incomincia a prendere il sopravvento, l’animale alterna il ringhio al latrato: all’improvviso quel brontolio sommesso si trasforma in un’abbaiata decisa. A quel punto, si assiste a un’alternanza di suoni: ringhio-abbaio, ringhio-abbaio. E come se il cane volesse lanciarci questo messaggio: “Vorrei attaccarti (ringhio), ma penso che chiederò rinforzi (abbaio)”. Se nel cervello del cane la paura diventa ancora più forte e l’animale riesce a dominare l’aggressività, esso smette di ringhiare e si sente soltanto abbaiare, in modo forte e continuo. Questi latrati possono durare anche parecchio, perlomeno finché l’elemento estraneo che li ha causati non sparisce oppure finché il “branco” umano non interviene per vedere cosa sta succedendo.
L’abbaiare del cane domestico è caratterizzato dal fatto di assomigliare a delle “mitragliate”: bau, bau, bau… bau, bau, bau, bau, bau, bau… bau… bau, bau, bau. Si tratta di vere e proprie “raffiche” incessanti e rumorose. È un fenomeno legato ai diecimila anni di incroci selettivi sul cane e non all’origine selvatica dei nostri animali domestici. Anche i lupi abbaiano, ma il rumore che fanno è molto meno impressionante. La prima volta che si sente abbaiare in un branco di lupi, si riconosce immediatamente il tipo di suono, però si stenta a credere che possa essere tanto breve e moderato. I lupi non abbaiano molto forte e neanche molto spesso, e in ogni caso il suono che emettono è sempre monosillabico: una specie di “uuff” intermittente. Di solito viene ripetuto diverse volte, ma non si tramuta mai nella rumorosa “raffica” tipica dei discendenti domestici del lupo.
Per quanto possa sembrare strano, è stato dimostrato che i lupi tenuti nelle vicinanze di cani dopo un po’ di tempo imparano a emettere lo stesso latrato “amplificato”. Quindi, è evidente che il passaggio da “uuff” a “bau-bau-bau” non è troppo difficile. Comunque, nonostante l’esistenza di questa capacità imitatoria, è molto probabile che nei primi secoli dell’addomesticamento del cane ci sia stata una rapida selezione a opera dei proprietari di questi animali per fare in modo che il migliore “abbaiatore” fungesse da sistema d’allarme contro i ladri. Probabilmente partirono dal modesto “uuff” dei lupi e, selezionando i cuccioli più rumorosi e insistenti delle varie figliate, arrivarono via via alla creazione dei moderni cani da guardia. Oggi quasi tutte le razze canine posseggono qualità genetiche tali da permettere loro di abbaiare “secondo le regole” e alcune sono migliori di altre da questo punto di vista. Solo il bansenji (o “cane africano che non abbaia”) sembra essere sfuggito completamente a questa regola. Si tratta di un animale piccolo e silenzioso la cui razza è stata creata più di cinquemila anni fa nell’antico Egitto per la caccia in muta. Evidentemente, nella sua lunga storia di addomesticamento, questo cane non è mai stato addestrato alla guardia.
Per concludere, il famoso proverbio che dice “can che abbaia non morde” si basa su una verità canina. Infatti, di solito il cane che abbaia non è abbastanza coraggioso da mordere e quello che morde, invece, non si preoccupa di chiedere rinforzi abbaiando per dare l’allarme.

Perché i cani ululano?
I cani abbaiano più dei lupi, però ululano meno di loro. La ragione di questo fenomeno è da ricercarsi nella diversa vita sociale che conducono i cani domestici rispetto ai lupi selvatici. La funzione dell’ululato è quella di sincronizzare e riunire il branco per una determinata azione. I lupi ululano soprattutto al crepuscolo prima di partire per una battuta di caccia e al mattino presto prima di allontanarsi di nuovo in gruppo per procacciarsi il cibo. I cani domestici, invece, ricevendo il cibo dai padroni, vivono sempre una vita “da cuccioli” e non sentono affatto il bisogno di rinforzare la coesione del gruppo (funzione incentivata dall’ululato). È difficile che in un branco di cani si verifichi uno smembramento del gruppo tale da scatenare l’ululato. L’unica situazione che può turbare la routine giornaliera del cane domestico si verifica quando l’animale viene rinchiuso e lasciato da solo: in quel caso, allora, il cane può emettere un “ululato di malinconia” che ha la stessa funzione di quello tipico del branco di lupi. In ambedue i casi, l’animale vuole trasmettere questo messaggio: “Io sono (noi siamo) qui… dove siete voi?… Venite a raggiungermi”. In un ambiente naturale, l’ululato ha l’effetto di attirare gli altri membri del branco come calamite e di indurli a unirsi al “canto della tribù”. Quindi, un essere umano che non si unisce all’ululato di un cane manca a un suo dovere nei confronti dell’animale.
Si è riscontrato che certi cani maschi in circostanze normali non ululano mai, però lo fanno in modo continuo e straziante quando vengono rinchiusi e allontanati da una femmina in calore. Questo non significa che l’ululato è un richiamo sessuale, ma semplicemente che anche in questo contesto il messaggio è: “Vieni a raggiungermi”.
II messaggio trasmesso dall’ululato è talmente efficace che i ricercatori sono riusciti a imitarlo e a servirsene per catturare i lupacchiotti. Seduti su un albero a fare il verso del lupo, gli studiosi hanno potuto prendere i cuccioli che venivano attirati dal richiamo. I lupi adulti, però, non si lasciano ingannare da una strategia del genere e questo fatto rivela un altro elemento importante per capire il significato dell’ululato. Infatti, si è potuto constatare che, crescendo, ogni lupo del branco impara a riconoscere l’identità e la provenienza di ciascun ululato. Persino i ricercatori sono riusciti a riconoscere i diversi elementi del branco che stavano studiando e hanno stabilito che ogni ululato è “personalizzato” da impercettibili variazioni nella cantilena. Quindi, il messaggio trasmesso a ogni ululato è questo: “Sono io. Vieni a raggiungermi”. Alcuni esperti della vita dei lupi sono dell’opinione che quando l’animale butta indietro il capo e lancia i suoi lugubri ululati, il verso che emette serve anche a trasmettere informazioni sul suo umore. Inoltre, dal momento che gli ululati si dipartono molto più spesso dai confini dei territori occupati dai lupi, sembra che nel messaggio sia contenuta anche un’indicazione riguardante il territorio. In questo modo, infatti, il branco fa sapere agli altri gruppi che quella zona è occupata e abitata da una “banda” organizzata.
È interessante notare che i lupi solitari – cioè, quelli che sono stati cacciati dal branco – non si uniscono agli ululati dai loro angolini reconditi. Né cercano di riunirsi al gruppo di cui facevano parte in origine. Però di tanto in tanto ululano per conto loro, quando il resto del branco sta in silenzio. Se risponde qualche altro lupo “reietto”, ecco che gli animali si riuniscono e danno inizio a un nuovo branco in qualche altro territorio libero.
Ritornando ai cani domestici, è ovvio che essi siano meno inclini a ululare dei loro cugini selvatici perché non vivono nello stesso contesto sociale. Se i cani domestici fossero tenuti in gruppi simili ai branchi dal punto di vista organizzativo, indubbiamente gli animali ululerebbero molto di più: lo si è visto in certi canili. Qualche volta lo fanno anche i cani che sono stati chiusi in casa da soli, tenuti lontani dalle cagne in calore o abbandonati per la strada, ma non quelli che possono contare su una famiglia affettuosa. In questo caso, infatti, i cani non sentono alcun bisogno di emettere un suono così lugubre.
C’è un’eccezione però, e alquanto divertente. Quando non esisteva la televisione e in certe case si usava cantare alla sera, qualche volta capitava che i cani fraintendessero i segnali, pensando che i padroni stessero cercando di “riunire il branco per uno sforzo comune”. Così, rispondevano entusiasticamente al richiamo buttando indietro la testa e ululando insieme al resto del branco “adottivo”, rimanendo poi sconcertati per le reazioni negative che il loro atteggiamento suscitava.

Perché i cani dimenano la coda?
Si sente spesso dire, sia dai profani sia dagli esperti, che se un cane dimena la coda vuol dire che è ben disposto. Ma non è affatto vero. Questa affermazione errata è molto simile a quella secondo la quale il gatto muove la coda quando è arrabbiato. La verità è che tutti gli animali che dimenano la coda (siano essi canini o felini) esprimono uno stato conflittuale, e questo vale anche per quasi tutti i movimenti “direzionali” di altre parti del corpo usati nel linguaggio animale.
Quando un animale è dibattuto, si sente tirato contemporaneamente da due direzioni diverse: vuole al tempo stesso avanzare e retrocedere, girare a sinistra e a destra. Però, dal momento che uno stimolo annulla l’altro, la bestia rimane dov’è, in tensione. Il corpo dell’animale, o parte di esso, incomincia a muoversi in una direzione, obbedendo a un impulso, ma poi si blocca e si muove nella direzione opposta. È così che si forma tutta una serie di segnali visivi stilizzati tipici di ciascuna specie: contorsioni del collo, rapidi cenni del capo, piegamenti delle zampe, saltelli, movimenti rotatori delle spalle, flessioni del corpo, guizzi della coda e – nei cani e nei gatti – i ben noti dimenamenti della coda.
Cosa succede esattamente nella mente del cane che dimena la coda? Essenzialmente, l’animale è dibattuto: non sa se restare o andarsene. Il desiderio di fuggire è molto semplice da spiegare: è causato dalla paura. La voglia di rimanere, invece, è un po’ più complessa da chiarire, anche perché non c’è una sola voglia ma diverse. Il cane può voler restare perché ha fame, perché desidera “fare amicizia”, perché è aggressivo, oppure per qualunque altra ragione. Ecco perché è impossibile attribuire un unico significato al movimento della coda: si tratta di un segnale visivo che deve sempre essere interpretato nel contesto, tenendo conto anche delle altre azioni che si stanno svolgendo in quello stesso momento. Per aiutarvi a capire quanto ho esposto sopra, vi darò alcuni esempi.
I cuccioli non dimenano la coda quando sono molto piccoli. Il primo dimenamento di coda fu osservato in un cagnolino di diciassette giorni, ma si trattò di un’eccezione. In genere, al trentesimo giorno di vita circa il cinquanta per cento dei cuccioli dimena la coda e il movimento è decisamente conclamato al quarantanovesimo giorno. (Questi sono dati di media, in quanto vi sono alcune variazioni tra una razza e l’altra.) I cuccioli dimenano la coda per la prima volta quando prendono il latte dalla madre. Man mano che i piccoli si allineano uno di fianco all’altro davanti alla pancia della cagna e lei incomincia ad allattarli, ecco che la coda prende a muoversi furiosamente. Si potrebbe facilmente spiegare il fenomeno dicendo che si tratta di un’espressione di giubilo da parte dei giovani animali, ma se fosse così allora perché i cuccioli non incominciano a dimenare la coda anche prima,  quando hanno, poniamo, due settimane di vita? In quello stadio della loro esistenza il latte è altrettanto importante e le code sono abbastanza sviluppate, quindi il motivo qual è? La risposta è molto semplice: uno stato conflittuale tra i cuccioli. Quando hanno due settimane di vita, i cagnolini stanno vicini gli uni agli altri per stare più caldi e comodi, ma in quel periodo non c’è alcun antagonismo tra di loro. Alla sesta o settima settimana, però, quando ormai il movimento della coda è evidente, i cuccioli incominciano a fare i prepotenti e ad azzuffarsi. Per poter succhiare il latte dalla madre, i piccoli devono stare molto vicini gli uni agli altri, vicini alle stesse creature che prima li stavano tormentando. È una situazione che genera paura, ma la paura è a sua volta schiacciata dal desiderio di attaccarsi ai capezzoli della mamma. Quindi, nel periodo dell’allattamento i cuccioli vivono uno stato conflittuale, sono dibattuti tra la fame e la paura: vorrebbero stare attaccati al capezzolo ma al tempo stesso non desiderano essere troppo vicini agli altri cagnolini. È proprio questo conflitto a dare origine nei cani ai primi movimenti della coda.
Il dimenamento della coda si è osservato anche in un’altra situazione e precisamente quando i cuccioli elemosinano il cibo dagli animali adulti. In quel caso esiste lo stesso tipo di situazione conflittuale, perché nel momento in cui i piccoli si avvicinano alla bocca degli adulti per nutrirsi, essi si trovano nuovamente vicinissimi gli uni agli altri. In seguito, quando sono diventati adulti, i cani ricorrono a questo linguaggio del corpo, oltre agli altri segnali, per salutarsi dopo un periodo di separazione. In questo caso il conflitto emozionale è il prodotto dell’amicizia e dell’apprensione combinate insieme. Il cane dimena la coda anche nel caso di approcci amorosi, dove sono presenti sia l’attrazione sessuale sia la paura. Infine, il fenomeno è osservabile soprattutto quando il cane è aggressivo. In questo caso, l’animale che dimena la coda ha paura, anche se è ostile, e ancora una volta dimostra di vivere sensazioni in conflitto tra loro.
La qualità del movimento varia molto da un animale all’altro. I cani sottomessi dimenano la coda in modo ampio e rilassato, mentre quelli aggressivi compiono un movimento corto e secco. Più l’animale è remissivo, più bassa è la coda durante il dimenamento. Infatti, il cane sicuro di sé ha la coda completamente eretta.
Se tutti questi fenomeni possono essere captati anche dai cani da guardia (o dai lupi) quando si incontrano in diversi contesti sociali, perché il dimenamento della coda è stato spesso male interpretato ed etichettato semplicemente come una dimostrazione di amicizia? Perché conosciamo molto meglio le forme di saluto tra uomo e cane che non quelle tra cane e cane. Se siamo padroni di parecchi cani, di solito gli animali vivono sempre insieme, ma noi e loro ci separiamo e ci riuniamo continuamente ogni giorno. Perciò quello che noi vediamo ripetutamente è un cane sottomesso che saluta il suo padrone o la sua padrona, gli elementi dominanti del suo “branco”. In queste occasioni, l’animale dimostra soprattutto la sua amicizia e la sua eccitazione per il fatto di rivedere il “capobranco”, però la sua attrazione è frenata da una leggera paura: questa alternanza di sensazioni è sufficiente per scatenare la situazione conflittuale e quindi il movimento della coda.
È un fatto che ci riesce difficile accettare, perché vorremmo che i nostri cani provassero soltanto amore per noi. L’idea che abbiano anche solo un po’ di paura ci dà fastidio. Però, pensiamo per un attimo alla nostra mole, o anche solo alla nostra altezza, in confronto alla loro; noi li sovrastiamo e questo basta per preoccuparli. Se poi aggiungiamo il fatto che li dominiamo in tanti modi e che dipendono da noi sotto tanti aspetti per la loro sopravvivenza, non c’è da stupirsi se sono così dibattuti.
Infine, si ritiene che con il movimento della coda i cani trasmettano anche dei segnali odorosi, oltre a quelli visivi. Pure questo è un fatto che ci riesce difficile comprendere, a meno che non ci sforziamo di contemplare il mondo con gli occhi di questo animale. Ogni cane ha un proprio odore personale che trasmette per mezzo delle ghiandole anali e quei movimenti decisi e vigorosi della coda hanno l’effetto di schiacciare ritmicamente tali ghiandole. Se la coda si trova in posizione eretta, per esempio nel caso di un animale sicuro di sé, quel rapido sventolamento aumenta notevolmente l’emissione di odori anali. Il nostro odorato non è abbastanza sviluppato per avvertirli, però essi hanno una grande importanza per i cani. Probabilmente è anche per questo motivo che un movimento così semplice e ritmato della coda ha assunto un ruolo tanto rilevante nella vita sociale di questi animali.

Perché i cani ansimano tanto?
La gente ansima se ha corso per prendere l’autobus, però nessun essere umano ansima quanto un cane. Questo animale può mettersi ad ansimare senza neanche muovere il corpo. Se per esempio incomincia ad avere troppo caldo, il cane spalanca la bocca, lascia penzolare la lingua e dà inizio a quei rapidi respiri affannosi che noi tutti conosciamo. Contemporaneamente, l’animale si inumidisce la grossa lingua in modo da controbilanciare il processo di evaporazione che sta alla base di questo meccanismo di raffreddamento. Ecco perché un cane surriscaldato beve più del normale: per mantenere costante la riserva di liquidi sulla superficie della lingua. Senza questo meccanismo di regolazione, i cani morirebbero per eccesso di calore.
Perché i cani hanno bisogno di ansimare così forte per riuscire a regolare la temperatura del loro corpo? La risposta è da ricercarsi nell’anatomia della loro pelle. A differenza di noi, infatti, i cani sono provvisti di efficaci ghiandole sudoripare soltanto nei polpastrelli; noi possiamo abbassare rapidamente la nostra temperatura corporea sudando profusamente, ma loro no.
Stranamente, i tre migliori amici dell’uomo – il cavallo, il gatto e il cane – hanno sviluppato tre diversi metodi di raffreddamento corporeo. Infatti, i cavalli sudano copiosamente come noi; i gatti si leccano vigorosamente il mantello quando hanno troppo caldo, coprendosi di saliva per rinfrescarsi; i cani ansimano. Indubbiamente, il fatto che i cani abbiano scelto di ansimare ha la sua origine nei folti mantelli che ricoprivano il corpo dei loro antenati. Infatti, nel periodo in cui si stava sviluppando il cane primitivo, evidentemente per questo animale era più importante mantenersi caldo in un clima rigido che non rinfrescarsi alle alte temperature. Con un pelo così folto, le ghiandole sudoripare dell’epidermide potevano fare ben poco per influenzare la regolazione della temperatura corporea, quindi cessarono di essere importanti. Oggi molte razze presentano mantelli meno folti, quindi il sudore potrebbe nuovamente venire in aiuto dei cani nelle giornate afose, ma i cambiamenti genetici del pelo non sono stati accompagnati dalla necessaria reintegrazione delle ghiandole sudoripare. Persino le razze completamente glabre, come quella del cane nudo messicano per il quale il fenomeno del sudore potrebbe facilmente ridiventare funzionale, hanno un’epidermide notevolmente secca anche in condizioni di temperatura elevata. Un tempo si diceva che la temperatura corporea di questi strani cani arrivava addirittura a 40° (invece dei soliti 38-39°), ma le recenti analisi condotte in questo senso non hanno confermato tale teoria. Sembra che abbiano la stessa temperatura degli altri cani, ma la loro epidermide è più calda al tatto perché è glabra. Si dice che questa razza fu creata dai primi messicani perché gli esemplari fungessero da “borse dell’acqua calda” nelle notti fredde e, in effetti,l’elevata temperatura corporea di questi animali, unita alla loro assenza di sudorazione, li rendeva adattissimi a questo ruolo.

Perché i cani alzano la zampa per orinare?
Ormai tutti sanno che per i cani maschi Fazione di orinare è molto di più di una semplice eliminazione di sostanze di rifiuto del corpo. Infatti, ogni volta che vengono portati a spasso, i nostri piccoli amici si concentrano soprattutto sulla lettura dei segnali chimici depositati nei vari punti strategici intorno a casa da altri cani di sesso maschile. Ogni tronco d’albero o lampione viene annusato con espressione assorta e tremante, poi l’animale, avendo letto attentamente i messaggi odorosi, lascia a sua volta il proprio marchio e cancella in tal modo il vecchio segnale con il suo odore potente.
Quando sono ancora piccoli, sia i maschi che le femmine orinano in posizione accucciata, ma raggiunta la pubertà, cioè intorno agli otto-nove mesi, i maschi incominciano ad alzare una zampa posteriore quando vogliono orinare. La zampa sollevata è distesa e rigida e il corpo del cane è angolato in modo tale da dirigere l’emissione di liquido di lato e non in basso, sulla superficie del terreno sottostante. Questo stimolo ad alzare la zampa è talmente forte che nelle passeggiate disseminate di segnali odorosi il cane può trovarsi senza orina ed essere quindi incapace di emettere il getto. In casi del genere, si vedono i cani che cercano disperatamente di far uscire le ultime gocce di pipì per poter lasciare anche lì il loro “biglietto da visita”. L’alzata di zampa è talmente indipendente dal bisogno di orinare che gli animali compiono il gesto anche quando la vescica è completamente vuota.
Stranamente, l’azione è indipendente anche dalla virilità del maschio: infatti, i maschi castrati prima della pubertà incominciano ad alzare la zampa per orinare nello stesso periodo in cui lo fanno quelli sessualmente attivi. Quindi, nonostante si tratti di una caratteristica dei maschi adulti, l’azione non sembra essere legata ai livelli di testosterone, come invece ci si aspetterebbe. È vero che il comportamento non è dettato dalla presenza di ormoni sessuali, però è anche vero che serve per lasciare dei messaggi sulla condizione sessuale del cane che ha compiuto l’azione, in quanto insieme all’orina vengono secreti anche gli ormoni sessuali. Inoltre, nello stesso liquido sono presenti anche particolari secrezioni, del tutto personali, originate dalle ghiandole accessorie: in questo modo il maschio “personalizza” ogni suo messaggio odoroso e rende nota la sua identità.
Vi sono tre ragioni per le quali i maschi alzano la zampa per orinare invece di accovacciarsi come fanno le femmine. La prima, e forse la più importante, è che l’animale ha bisogno di mantenere i segnali più freschi possibile. Depositandoli sul terreno, il cane li renderebbe più vulnerabili che non “marcando” oggetti verticali. Secondariamente, in quella posizione il cane depone le emanazioni odorose al livello del naso dei suoi simili, rendendole al tempo stesso più facili da individuare e più accessibili da annusare. Infine, quell’atteggiamento particolare serve a informare gli altri cani del luogo in cui si trovano i messaggi odorosi, oltre a rammentarlo agli stessi animali che hanno depositato l’orina. I cani, infatti, si avvicinano a un lampione o a un albero isolato che hanno individuato da lontano, lo annusano e alzano la zampa. In altre parole, la selezione dei punti di riferimento verticali serve per restringere il numero dei luoghi in cui possono esserci delle emanazioni odorose. Questo sistema maschile di “marcatura” ha come conseguenza anche il fatto di rendere più facile per il cane l’identificazione a distanza del sesso di un suo simile. Osservandone la sagoma quando si ferma per orinare, l’animale è in grado di ottenere un’informazione e di servirsene per decidere se avvicinarsi o meno al suo simile.
Quali sono esattamente i messaggi trasmessi con la “marcatura”? Sono state fornite diverse spiegazioni e probabilmente sono tutte valide: la prima ipotesi è che il messaggio sia destinato allo stesso cane che lo ha lasciato. In altre parole, lasciando la propria emanazione odorosa su tutto il territorio che circonda la sua abitazione, il cane stabilisce il proprio dominio su quell’area. Ritornandovi, esso avvertirà il proprio odore e saprà di essere in un territorio a lui familiare. Anche noi, d’altra parte, ci sentiamo a nostro agio in casa nostra perché siamo circondati da tutto ciò che ci appartiene e ci è più caro. Allo stesso modo, il cane si sente a suo agio perché ha “personalizzato” i punti strategici del suo territorio con il proprio odore. La seconda ipotesi è che il messaggio sia destinato ad altri cani per informarli delle condizioni sessuali e della presenza territoriale di un cane in particolare. Può essere un modo per riunire elementi di sesso diverso o per diffidare altri maschi dall’invadere quella zona. C’è chi sostiene invece che i maschi sono attratti dagli odori degli altri cani e non rifuggono mai dalle loro emanazioni odorose per paura. Il fatto che queste “marcature” non siano dichiaratamente minatorie non significa però che non servano a “bollare” il territorio.
La terza spiegazione del fenomeno, infine, è una variazione della seconda ipotesi: secondo questa teoria, il vero scopo della “marcatura” è quello di fornire delle informazioni sulla distribuzione del tempo in una determinata area. Se, per esempio, allo stato selvatico diversi gruppi di cani sono costretti a vivere a stretto contatto gli uni con gli altri limitando le occasioni di conflitto, questo sistema permette loro di sapere quando e con che frequenza si avvicinano i branchi delle zone confinanti. Dal momento che l’intensità e la qualità dei messaggi odorosi dipendono dalla loro freschezza, i cani hanno la possibilità di stabilire la frequenza con la quale i loro rivali hanno perlustrato la zona. Con la “marcatura”, i cani riescono a suddividersi il tempo a loro disposizione su un determinato territorio, evitando così che i vari gruppi si confrontino in modo diretto e magari pericoloso.
Da certi studi sui cani randagi che vivono in campagna si è potuto stabilire che questi animali passano due-tre ore ogni giorno a controllare i messaggi odorosi lasciati sul loro territorio. Questo significa che le loro spedizioni giornaliere si svolgono su un’estensione di parecchi chilometri e che ogni emanazione odorosa lungo il tragitto viene attentamente annusata e vagliata per decifrarne il messaggio. Per far questo, il cane impiega molto tempo e molte energie, però riesce al tempo stesso a ottenere una mappa dettagliata della zona nella quale sono contenute tutte le informazioni sulla popolazione canina locale, i suoi spostamenti, le sue condizioni sessuali e la sua identità.
Si ritiene che le femmine non alzino mai la zampa per orinare, ma questo non è del tutto vero. Infatti, circa un quarto delle femmine solleva la zampa posteriore per la minzione, però lo fa in modo diverso dal maschio perché rattrappisce la zampa sotto il corpo invece di estenderla lateralmente. Di conseguenza, in questo modo l’orina si deposita per terra e non su una superficie verticale. Talvolta la femmina cerca di ovviare al problema assumendo una posizione alquanto sgraziata, cioè cammina all’indietro sulle zampe anteriori e orina con tutte e due le zampe posteriori sollevate da terra e appoggiate a un palo o a un muro. In certe occasioni, ma molto di rado, può arrivare persino ad alzare la zampa come fanno i maschi.

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