Home » Primo piano » Bambini e asilo nido: meno intelligenti di quelli che restano a casa

Bambini e asilo nido: meno intelligenti di quelli che restano a casa

I bambini che da piccolissimi (età 0-2 anni) hanno frequentato il nido d’infanzia, a 8-13 anni hanno un quoziente intellettivo più basso mediamente di 5 punti rispetto ai coetanei che sono stati accuditi da nonni, baby-sitter o genitori, ma anche un rischio minore di sovrappeso e obesità. E’ la conclusione di uno studio italiano presentato al IV Forum della Società italiana medici pediatri (Simpe) e dell’Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paidòss), a Bologna dal 19 al 21 ottobre.
La situazione è fra le più comuni: mamma e papà devono lavorare, c’è da trovare una soluzione per il figlio di pochi mesi. Meglio affidarlo alle cure dei nonni o di una baby-sitter, o degli stessi genitori riducendo magari l’orario lavorativo, oppure iscriverlo all’asilo nido? Dipende dal contesto familiare di partenza: il nido è infatti un’opportunità per i bimbi che provengono da contesti socio-economici svantaggiati, ma un ‘rischio’ per i figli di famiglie abbienti, come dimostra l’indagine condotta da Margherita Fort, Andrea Ichino e Giulio Zanella del Dipartimento di Scienze economiche dell’università di Bologna, che ha coinvolto circa 500 famiglie che fra il 2001 e il 2005 avevano fatto richiesta di iscrivere il proprio figlio a uno degli asili nido pubblici del Comune di Bologna.

I ricercatori hanno raccolto i dati di circa 7.000 bimbi, ma si sono poi concentrati su quelli che in graduatoria erano immediatamente sopra o sotto la linea di demarcazione indicata dal numero di posti disponibili. “Le graduatorie vengono stilate tenendo conto di fattori socioeconomici quali la presenza di disabilità, l’assenza di un genitore, lo status lavorativo della madre e del padre e, a parità di questi fattori, il reddito e la ricchezza familiare. Ciò significa che valutare gli ultimi bambini che sono riusciti ad avere un posto nell’asilo e i primi fra gli esclusi implica fare un’analisi di famiglie omogenee per livello sociale“, spiega Zanella.

Queste famiglie sono state contattate quando i figli avevano dagli 8 ai 13 anni e i bimbi sono stati sottoposti a test per misurare il quoziente intellettivo, a test di personalità e per la valutazione di disturbi comportamentali, oltre che alla misurazione dell’indice di massa corporea.Le differenze statisticamente significative emerse sono due: i piccoli che avevano frequentato il nido fra zero e 2 anni avevano un minor rischio di obesità, ma anche un QI di 5 punti inferiore a chi era stato accudito da un adulto, che fosse un nonno o una baby-sitter o gli stessi genitori. Un calo non preoccupante, visto che i piccoli bolognesi sono risultati molto intelligenti: il QI medio era 116, contro un valore di 100 della media nazionale, per cui anche i ‘meno intelligenti’ erano comunque bimbi assai brillanti.

L’effetto sull’obesità si spiega con l’elevata qualità dei servizi nutrizionali scolastici a Bologna, che evidentemente pongono le basi per un’educazione alimentare adeguata che perdura negli anni successivi“, commenta il ricercatore. Mentre “il calo di QI è spiegabile considerando che il nostro campione ha incluso famiglie benestanti, con entrambi i genitori lavoratori e un reddito medio complessivo di 80.000 euro l’anno: i figli di questi genitori sono molto stimolati nell’ambiente domestico e non sono paragonabili ai piccoli primi in graduatoria, che arrivano da contesti sociali svantaggiati. Quando l’ambiente familiare è stimolante, per lo sviluppo cognitivo del bimbo assume molta più importanza l’interazione uno a uno con l’adulto: l’asilo è un luogo di socializzazione quando i bambini sono più grandicelli, a meno di uno o 2 anni di vita le interazioni sociali con i coetanei presenti al nido sono pressoché nulle e conta invece assai di più la presenza di un adulto che fornisca stimoli“.

Al tempo al quale le graduatorie utilizzate nello studio si riferiscono (tra il 2001 e il 2005), il rapporto fra adulti e bambini in un nido era di un adulto per quattro piccoli al di sotto di un anno di età e uno ogni sei bimbi dopo l’anno di età: viene perciò ridotta l’intensità dei rapporti uno a uno con l’adulto, benefico nei piccolissimi per migliorarne le capacità cognitive.

In bimbi di famiglie in cui gli stimoli sono già molti – commenta Giuseppe Mele, presidente Simpe – ‘togliere’ l’attenzione esclusiva del rapporto uno a uno con un adulto di riferimento comporta una riduzione del QI, ma in bimbi che provengono da contesti svantaggiati dove gli stimoli non ci sono l’ingresso al nido ha solo effetti favorevoli perché il piccolo vi trova tutte le sollecitazioni che altrimenti non avrebbe: esiste in altri termini un gradiente socio-economico per gli effetti cognitivi dell’0asilo nido, diversi in base al contesto familiare“.
Questi dati, quindi – conclude – non dimostrano che l’asilo nido ‘fa male’, ma impongono semmai una riflessione sulla loro organizzazione: perché anche i bimbi di famiglie benestanti possano giovarsene sarebbe opportuno aumentare il numero di educatori e preferire semmai le formule micro-nido, così da portare il più possibile il rapporto fra educatori e bimbi verso uno a uno. Con vantaggi di cui ovviamente beneficerebbero anche i piccoli di contesti socio-economici più svantaggiati“.

Periodo prenatale
Durante tutto il periodo prenatale l’individuo è esposto ad influenze ambientali esterne le quali riescono comunque a raggiungerlo nonostante l’isolamento amniotico. In alcuni casi tali influenze possono provocare modificazioni organiche e funzionali anche di notevole gravità.
Tra i fattori esterni importanti la dieta materna rappresenta un elemento da tenere in considerazione: studi condotti dall’università di Toronto hanno dimostrato una relazione diretta tra alimentazione della madre ed eventi legati al parto, all’aborto, alla prematurità, a quanto attiene allo sviluppo neurologico del bambino.
Gli elementi chimici che compongono alcuni tipi di droghe sono in grado di superare la barriera placentare e filtrare nel sangue del bambino: ciò è valido anche per alcuni tipi di farmaci. Queste considerazioni sono valide anche per il fumo.
L’esposizione a questi fattori costituisce causa predisponente per la sindrome di morte improvvisa infantile che può verificarsi nelle prime settimane di vita.
L’uso di droghe pesanti, ad es. eroina, può portare il neonato a sintomi da astinenza, iposviluppo e alta incidenza della mortalità perinatale.
Le malattie che la madre può contrarre in gravidanza rappresentano un altro fattore di rischio per le malformazioni o disturbi del feto di carattere cardio-circolatorio
Dal punto di vista fisiologico si parla di stadio embrionale che si limita alle prime 8 settimane di gestazione e di stadio fetale che inizia dalla 9a settimana: è infatti da questo periodo che inizia la formazione dei vari sistemi costituenti l’organismo.
Infine gli stati emotivi della madre liberano sostanze chimiche che vengono immesse in circolo e passano nel sangue del feto con conseguenze la cui valutazione dipende da caso a caso. Alcuni studi ipotizzano una diretta correlazione tra stati emotivi materni durante la gestazione e disturbi della personalità.
Il dibattito sulla vita psichica intrauterina del feto è comunque oggetto di ampio dibattito che coinvolge aspetti religiosi, medici, psicologici, etici, deontologici, ecc.
Così pure è ancora oggi oggetto di ampio dibattito il dualismo tra ereditarietà e ambiente quali determinanti dello sviluppo della personalità del bambino.
Il modello di interpretazione del comportamento umano che oggi raccoglie maggiori consensi è di tipo bio-psico-sociale.

Il periodo perinatale
Si chiama periodo perinatale quello che intercorre tra l’inizio delle doglie e il primo ambientamento del neonato che avviene nei primi tre quattro giorni dalla nascita.
L’esperienza della nascita è legata alla meccanica del parto e in rapporto alle modalità in cui avviene : un evento naturale come il parto può comunque avere insite molte insidie per il bambino legate sia alla posizione con cui si presenta, sia alle manovre durante il travaglio, nonché agli aspetti legati alla respirazione e alla mancanza di ossigenazione che può presentarsi. Inutile sottolineare più di tanto i rischi legati alla prematurità e le relative consgeuenze possibili nello sviluppo cognitivo e motorio.
Con il termine “trauma della nascita” si intende in genere quell’insieme di effetti meccanici e chimici che non possono non condizionare il successivo sviluppo e comportamento dell’individuo. L’adattamento al nuovo ambiente di vita per il neonato rappresenta uno stress non indifferente, in particolare il neonato deve adattarsi a: una nuova temperatura, una respirazione autonoma, un nutrimento per via diretta, alle funzioni escretorie.
Alla nascita sono presenti reazioni sensorie di tipo visivo intese come reazione alla luminosità, reazioni uditive relativamente a particolari intensità e durata degli stimoli, reazioni olfattive, particolari reazioni di tipo gustativo, reazioni di tipo doloroso.
I riflessi presenti sono quelli di orientamento, di suzione, di prensione, plantare, il cosidetto “riflesso di Moro” (riflesso ad uno stimolo di “scossa” come un colpo battuto sul guanciale vicino alla testa).
Le emozioni di un neonato possono essere catalogate in reazioni di paura (di cui il riflesso di Moro costituisce il modello comportamentale), di amore e di calma (che si ottengono carezzando il neonato) e , secondo alcuni ricercatori, di rabbia (che si otterrebbero cercando di tenere fermo il neonato).
Tuttavia il concetto di sviluppo emozionale mal si adatta a questo tipo di reazioni in quanto si è oggi inclini a pensare che il comportamento emozionale si manifesti con reaazioni generali piuttosto che con comportamenti specifici.
Quanto sopra dunque rappresenta il bagaglio di “tutto ciò che sa fare” un neonato nei primi giorni di vita.
3. I primi diciotto mesi di vita
II periodo infantile è generalmente diviso in tappe o stadi. Diversi sono stati i ricercatori che se ne sono occupati , Kagan e altri riconoscono:
• il primo stadio nella fase neonatale fino al 7° giorno di vita , in cui il neonato è impegnato a superare gli effetti del trauma della nascita,
• il secondo stadio fino alla ottava settimana, caratterizzato da attenzione visiva e aumento delle vocalizzazioni,
• il terzo fino alla 12a, con la percezione delle distanze e la comparsa del sorriso,
• il quarto fino al 6° mese, con inizio della coordinazione motoria occhio-mano,
• il quinto dal 7° al 12° mese, con la comparsa di ansietà di fronte alle situazioni inattese o persone sconosciute,
• il sesto dal 12° al 18° mese, con l’inizio del linguaggio organizzato e la conquista della deambulazione.

Secondo Piaget nei primi 18 mesi si realizza una sorta di rivoluzione in cui il bambino finisce per situarsi come oggetto tra gli altri in un universo formato da oggetti permanenti. All’inizio, quando ancora non esiste il linguaggio e neppure la funzione simbolica, è l’intelligenza senso-motoria che organizza il reale secondo un insieme di strutture causali e spazio-temporali. Questo tipo di intelligenza coordina tra loro percezioni e movimenti ed è tesa alla soddisfazione pratica e non alla conoscenza.
L’intelligenza senso-motoria è alla base del processoper cui l’oggetto, prima solo percepito,lentamente viene valutato nelle sue costanti individuali di forma e movimento in uno spazio. Come si è detto tende alla soddisfazione pratica, cioè è un’intelligenza vissuta, mentre la capacità di una rappresentazione d’insieme è basata sul Pensiero, che è capace di dare una rappresentazione complessiva.

Dal punto di vista strettamente fisico il bambino passa in questo periodo dai circa 50 cm della nascita ai circa 80 cm dei 18 mesi, con differenze comunque significative tra le varie zone. Il peso invece varia dai circa 3.250 kg dei maschi e 3.100 kg delle femmine alla nascita e raggiunge circa i 10.300 kg verso il 18° mese.
Un altro indicatore importante di sviluppo è l’indice cefalico, cioè l’aumento della circonferenza cranica che passa da circa 340 mm alla nascita ai circa 450 mm ad un anno.
Nell’accrescimento corporeo non esiste un parallelismo tra aumento ponderale e saturale bensì alternanza di fasi di sviluppo.

La prima dentizione (20 denti) si completa intorno al 24 mese.
La psicomotricità infantile è in gran parte frutto di maturazione piuttosto che di apprendimento: ciò in pratica significa che è inutile stimolare precocemente i bambini in quanto analoghi risultati vengono raggiunti lasciando che lo sviluppo segua il suo ritmo normale.
Nella norma un bambino è capace di stare seduto con un supporto verso i 3/4 mesi, da solo verso 7/ 8 e per un tempo più lungo verso i 9 mesi. Per quanto riguarda la deambulazione, pur nelle variabili individuali, grosso modo un bambino cammina se sostenuto verso la 42a settimana, a 45 si tiene ritto se appoggiato ad un supporto, a 47 sta in piedi da solo, verso la 63a settimana cammina da solo.
Nello sviluppo motorio assume grande importanza la manipolazione: l’evoluzione si compie fino a raggiungere verso i 4/5 mesi una perfetta coordinazione occhio-mano.
Gli stadi dello sviluppo psicomotorio possono organizzarsi, secondo McGraw, in 4 tappe o stadi fondamentali:
– fino a 4 mesi, con una progressiva diminuzione dei movimenti ritmici caratteristici del neonato,
– tra i 4 e gli 8 mesi, caratterizzato dall’aumento dei movimenti volontari,
– tra gli 8 e i 14 mesi, con un maggior controllo dell’attività spinale inferiore,
– tra i 14 e i 24 mesi, con lo sviluppo dei processi di associazione e del linguaggio.
L’acquisizione delle abilità motorie primarie tuttavia seguono linee di sviluppo che non sono del tutto uguali nei singoli individui con possibili marginali interventi della componente ambientale nel determinare lo sviluppo stesso in modo più o meno preococe.
Due parole vanno spese anche per sottolineare l’importanza del sonno nell’economia di autoregolazione per il mantenimento dell’equilibrio chimico e fisiologico dell’organismo e per una sorta di rifornimento di energie.
Per quanto riguarda lo sviluppo della percezione, la maturazione delle zone corticali che presiedono alla visione rendono possibile l’apprendimento di alcuni processi percettivi fin dai primi giorni dopo la nascita. Il contrasto, il movimento, la complessità e la varietà rappresentano gli stimoli necessari per una maggiore fissazione nei bambini di questa fascia d’età: essi agiscono come attrattiva.
Un altro problema che si pone riguarda la distanza e la profondità che studi approfonditi hanno dimostrato provenire da un apprendimento che si realizza molto precocemente, intorno ai 6 mesi.
I processi visivi del bambino dunque sono molto sviluppati fin dalla primissima infanzia e già alla 12a settimana il bambino è in grado di apprendere lo schema della faccia umana, ad un anno la sua percezione visiva è del tutto simile a quella dell’adulto.
Fin dalla nascita il bambino possiede anche una percezione uditiva che gli consente di discriminare suoni di diversa intensità influenzata soprattutto dall’apprendimento e dalla stimolazione ambientale. Lo sviluppo della percezione uditiva si correla in modo molto stretto con la nascita del linguaggio.
Lo sviluppo del linguaggio rappresenta l’aspetto più macroscopico della socializzazione del bambino: dal grido al balbettito e poi fino alla prima breve frase il bambino piano piano inizia a strutturare la sua personalità attraverso le interazioni rese possibili dal linguaggio.

Durante il primo anno il balbettio rappresenta quasi l’unica risposta verbale che il bambino può dare, tuttavia anche questa primitiva forma verbale presenta due sfumature diverse: la prima legata al grido della nascita, cioè suoni senza un preciso significato, la seconda invece collegata in qualche modo ad un significato.
Naturalmente la produzione del linguaggio dipende innanzitutto dall’integrità delle strutture anatomo-funzionali ad esso preposte, in particolare: l’apparato uditivo, quello fonetico, le vie nervose perfuieriche, le zone corticali deputate e quelle psicoassociative.

Dalla nascita fino al 7° mese circa il bambino affina il proprio patrimonio fonemico senza intenzione né consapevolezza del parlare, in questo periodo sono presenti gli strilli collegati al grido neonantale; le lallazioni che compaiono verso il 3° mese, iterazioni dello stesso suono emesse come gioco motorio; i balbettamenti intenzionali che compaiono verso il 6° mese e sono dieretti alle persone che intargiscono con il bambino; l’ecolalia che compare copn la ripetizione dei morfemi e dura per tutta la seconda infanzia.
Il Periodo Locutorio ha inizio quando il bambino scopre l’esistenza di un legame tra suono e cosa e intenzionalmente si sforza di trovare questi legami o, più semplicemente, di porre arbitrariamente dei legami tra suoni da lui inventati e cose o persone.

Tutti gli Autori concordano sull’importanza dell’imitazione di suoni ed il suo ruolo sociale. Taluni però insistono sul valore di maturazione dell’uso dell’imitazione, altri invece ne sottolineano la componente affettiva proveniente dai rinforzi sociali.
La parola-frase segna l’inizio di una nuova fase della durata in genere di pochi mesi in cui il bambino appropriatosi di qualche parola ne afferra il valore sematico e le utilizza come azioni (pappa può assumere significati come voglio la pappa, stai preparando la pappa, la pappa è cattiva, ecc.).
Il Periodo Delocutorio si estende fino a tutto il 5° anno in una progressiva conquista strutturante del linguaggio correlata alla normalità dello sviluppo mentale.

Il ruolo del processo di attaccamento nello sviluppo
Le modalità di attaccamento si cominciano a realizzare nella vita intrauterina ma è dalla nascita che il sistema di attaccamento del neonato entra in interazione con quello dei genitori: se osserviamo al rallentatore un genitore che tiene in braccio un bambino è possibile evidenziare tutta una serie di micro elementi che caratterizzano e costituiscono l’essenza di quella relazione.
La modulazione del tono, i ritmo delle parole rappresentano elementi costitutivi del processo di attaccamento nelle sue fasi iniziali predisponendo il bambino ad un corretto sviluppo delle capacità di adattamento e consentendone lo sviluppo emozionale e della conoscenza di sé.
La modalità con cui si struttura la reciprocità tra genitori e figlio è estremamente importante per l’organizzazione della conoscenza del bambino, tanto importante quanto difficile perché non si è preparati a riconoscere le esigenze della nostra specie.

Le teorie sullo sviluppo dei processi emotivi hanno visto impegnati in prima istanza autori di matrice psicoanalitica nelle cui tesi si sottolineava che le emozioni e la coscienza di sé derivano dalla regolazione e dal controllo delle spinte pulsionali e dalla consecutiva distribuzione energetica. Successivamente, gli studi di Bowlby hanno introdotto il concetto di attaccamento a figure significative come esperienza fondamentale del bambino per strutturare i successivi comportamenti sociali, in particolare dei solidi legami nell’età adulta: l’inadeguatezza di tale processo lascia vulnerabile il soggetto nei confronti delle perdite, come conseguenza dell’insufficiente sviluppo dell’autonomia. Recentemente, lo sviluppo delle neuroscienze ha portato a realizzare modelli interpretativi più sofisticati che interfacciano aspetti neurobiologici e legami affettivi Secondo alcuni ricercatori un’esperienza emotiva vera e propria compare verso i 7-8 mesi e quindi con essa anche l’idea della permanenza delle figure d’attaccamento. Ovviamente anche un neonato ha manifestazioni di terrore, ad esempio di fronte ad un forte rumore ma questo viene definito stato emotivo e non un’esperienza emotiva: sarebbe cioè geneticamente predisposto a quella reazione senza averla ancora imparata.

Nella gradualità delle esperienze emotive la paura precede la vergogna o la colpa per le quali è necessario un più eleborato meccanismo di pensarsi. Non c’è una priorità tra sviluppo emotivo e cognitivo: entrambi agiscono come strutture inseparabili fin dalle primissime fasi dello sviluppo.
E’ possibile evidenziare in bambini dai 2 ai 4 anni differenti reazioni di fronte al medesimo stimolo, ad esempio essere lasciati alla scuola materna: studiando i rapporti con le madri è stato possibile identificare alcuni particolari modelli di attaccamento che predispongono alla formazione di un’impalcatura di personalità che, pur non essendo determinante, fornisce una traccia per le future fasi di sviluppo.

Tra le ricerche sull’attaccamento una appare particolarmente interessante, infatti Ainsworth ha evidenziato tre modelli:
attaccamento sicuro, caratteristico di bambini che hanno mantenuto un buon contatto con i genitori anche di fronte a situazioni nuove e si riuniscono con serenità ai genitori dopo un periodo di separazione;
attaccamento ansioso e resistente o ambivalente, caratterizzato da difficoltà di esplorazione e da un forte stress emotivo al momento della separazione. I bambini ad attaccamento resistente si mostrano molto impulsivi, sempre in allarme e pieni di paure mentre i loro genitori sono iperapprensivi e iperprotettivi;
attaccamento ansioso evitante, caratteristico di bambini che evitano i genitori al momento della riunione, hanno un comportamento più amichevole con gli estranei che in famiglia mentre a scuola spesso presentano chiusura, ostilità e isolamento dal gruppo: sono atteggiamenti caratteristici di chi ha avuto un attaccamento rifiutante o scarsamente comunicativo a livello emotivo Tali influenze ambientali potranno indurre schemi cognitivi disarmonici rispetto alle mete del sistema comportamentale. Il processo di attribuzione di significato alle emozioni coordinate all’attività di un dato sistema comportamentale, è di regola disturbato da uno schema cognitivo disadattivo che abbia assunto il controllo di quel sistema, aprendo così la strada allo strutturarsi di una modalità abnorme di sviluppo cognitivo-emotivo, per cui la conoscenza di sé si sviluppa attraverso l’attribuzione impropria di significato e valore alle proprie esperienze emotive, preludio della psicopatologia .

Si assiste dunque all’intersezione di fattori genetici, cioè di predisposizioni biologiche, cui si sommano gli aspetti dei sistemi di reciprocità, cioè lo stile di allevamento, che i bambini sperimentano nei primi anni di vita che, successivamente, nell’interazione con i fattori ambientali e sociali, determinano il successivo sviluppo della personalità sia per ciò che riguarda il concetto di sé, l’autostima e la sicurezza sia per quanto riguarda l’ambiente scolare, i rapporti con i coetanei, la famiglia, le capacità di prendere decisioni e fare scelte.

Lo sviluppo del bambino da 0 a 6 anni
La personalità’ di un bambino e’ qualcosa di molto complesso che mal si presta a schemi e formule. Ogni persona e’ infatti un mondo a se’ ed ancor di più’ una mente in crescita che ha, forse più’ dell’ adulto, una possibilità’ di scelta fra diversi percorsi . Tuttavia , pur con molte cautele, e’ comune tra gli specialisti cercare di descrivere alcuni punti importanti che sembrano rappresentare delle tappe nella storia dello sviluppo di un individuo.
Nel primo anno di vita del resto tutte le mamme fanno l’esperienza delle domande del pediatra che si assicura che il bambino cominci a sorridere a 2 mesi, che stia seduto almeno a 6 , e che in quel periodo cominci a balbettare le prime sillabe. Gia’ in quei mesi il bambino e’ in grado di distinguere la voce della mamma e a raccogliere in modo comunicativo le informazioni che a lui da’, indirettamente, attraverso l’intonazione della voce. Si può’ dire che l’inflessione di ciò’ che diciamo rappresenta per il lattante il primo messaggio ed e’ quindi naturale che l’adulto sia portato e caricare in modo particolare la voce quando ha a che fare con un bebe’.
Anche lo sguardo ha un suo percorso, un suo graduale perfezionamento: progressivamente il bambino comincia ad esplorare ciò’ che vede usando movimenti più’ ampi degli occhi. A 8 mesi per molti cominciano i primi piccoli drammi: poiché’ e’ più’ facile distinguere le fattezze del volto della madre rispetto agli estranei, ecco che zii ed amici fanno l’esperienza di un pianto dirotto quando prendono in braccio il bambino.
Il gioco in questo periodo e’ fortemente orientato sul proprio corpo e tutti gli oggetti vengono portati alla bocca. Se qualcuno pero’ toglie dalle mani di un lattante un oggetto “interessante” e lo nasconde sotto una coperta questi si lancerà’ alla ricerca e saprà’ trovare il giocattolo nascosto.
Infine, intorno al compimento del primo anno, i genitori cominciano a notare le prime vere parole, non solo babbo e mamma, ma anche palla, mommo, apri, scarpe sia pure con qualche storpiatura. Gia’ molti bambini a quest’eta’ sanno camminare da soli, ma uno sviluppo e’ normale anche quando il grande evento si compie nel 17°-18° mese.
Nel 2° anno di vita si assiste alla nascita del linguaggio e del gioco. Sembra che il bambino scopra in modo più’ compiuto il mondo: può’ esplorare ciò’ che gli sta intorno camminando e poi correndo, può’ chiedere con più’ precisione ciò’ che lo incuriosisce all’adulto anche quando e’ molto in alto, può’ commentare con la mamma ed il papa’ oggetti ed eventi interessanti, comunicare le proprie necessita’ corporali cominciando in molti casi a liberarsi del pannolino, può’ infine trasformare ciò’ che lo circonda con il gioco, sì che una banana diventa un telefono e un panchetto una cucina economica e cominciare quindi a prendersi cura di… altri, cioè’ bambolotti orsetti, sempre bisognosi di bere, mangiare, lavarsi e dormire. Il mondo dell’ adulto e’ rappresentato, imitato e interiorizzato e comincia a divenire la base, la struttura portante della personalità’, il modello. Si può’ dire senza timore di raccontare sciocchezze che un bambino “sboccia” a quest’eta’.
All’ inizio del 3° anno comincia a perfezionarsi la possibilità’ di esplorare qualcosa di molto diverso dall’universo fisico: gli altri, intesi come altre persone capaci di percepire e desiderare oggetti, sono “compresi” meglio.
La mente con le sue manifestazioni comincia sempre più’ a delineare gli interlocutori come personalità’ , “persone”. Questa capacita’ , dapprima estremamente rudimentale, andrà’ affinandosi con gli anni fino a raggiungere la sua pienezza intorno ai 4 anni, 4 anni e mezzo.
Fino ai tre anni si dispiega la possibilità’ di progettare, fare piani. Le torri diventano allora sempre più’ alte, si cominciano a fare piccole costruzioni, come porte fatte di cubi. Gli incastri riusciti, dapprima di forma semplice si fanno sempre più’ elaborati ed il bambino comincia a soddisfare il desiderio di mettere al loro posto le sagome di figure con contorni irregolari.
La finzione diventa più’ completa fino ad immaginare oggetti assenti, mimati con gesti o dati comunque per presenti, mentre il linguaggio si perfeziona e gradualmente passa dalla capacita’ di dire due parole a tre ed infine, a tre anni, in genere un bambino sa dire una frase semplice come “la macchina e’ sul tavolo”, completa di articoli e preposizioni. Come sottolineato all’inizio, tuttavia ogni bambino e’ un mondo a se’, e cosi’ anche nel linguaggio vi può’ essere una grande variabilità’: certi bambini parlano molto bene già’ a 2 anni, altri devono attendere oltre i tre anni.
A completamento della maturazione del mondo fantastico, a questa eta’ molti bambini sanno gia’
usare l’ imperfetto fantastico : ….io ero un cow-boy…….andavo a cercare gli indiani….
La nascita della propria personalità viene percepita sempre piu’ profondamente e soprattutto sempre piu’ come qualcosa di diverso dalla figura dell’adulto, in particolare dalla madre.
E’ questa allora un’altra tappa decisiva. Il bambino che fino ad allora, senza rendersene conto, si confondeva un po’ con la madre, adesso e’ una personalita’ libera e sente di esserlo: incomincia la fase del NO. E’ un no spesso a tutto purche’ sancisca la diversita’:io sono io e tu sei tu, sembra dire. Ma il Mondo,ora esplorato da solo, diventa per effetto dell’inizio di questa differenza, minaccioso. Non e’ piu’ il mondo “un po’ mamma” di prima dove tutto e’ madre e quindi familiare. Esso puo’ nascondere insidie ed ecco allora sbocciare le paure, del buio, dei grossi animali, come la tigre od il lupo, in seguito degi insetti. Non deve allora preoccupare l’inizio di questa fase, le paure sono infatti un segno di una avvenuta maturazione ed accompagneranno l’avventura del piccolo per parecchi anni.

Loading...

Altre Storie

Primo trapianto di testa, esperti attaccano il neurochirurgo: Canavero è semplicemente “fuori di testa”

Il primo trapianto di testa del mondo è stato portato a termine con successo ed è …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *