Bologna, ancora scontri tra studenti universitari e polizia per i tornelli in biblioteca: “Polizia ha manganellato chi studiava”

0

Ancora sconti a Bologna in zona universitaria, dopo la giornata piuttosto pesante di giovedì. Sempre nella giornata di ieri, purtroppo si sono verificati ulteriori scontri nella zona universitaria; una vera manifestazione dei collettivi e studenteschi alla quale hanno partecipato centinaia di studenti entrati con collisione con le forze dell’ordine proprio in via Zamboni. La mobilitazione è stata promossa dal collettivo universitario autonomo di Bologna, che ha deciso di protestare contro la decisione dell’Alma Mater, di installare tornelli per verificar gli ingressi nella biblioteca di discipline umanistiche attualmente occupata dai manifestanti. L’ateneo sembra aver motivato la decisione per ragioni di sicurezza in vista dell’apertura fino a mezzanotte della biblioteca e purtroppo Piazza Verdi, sulla quale la Biblioteca si affaccia, è nota per episodi di spaccio e violenza e molto spesso è anche accaduto che qualche malvivente si sia introdotto nelle sedi universitarie.

Il corteo dei manifestanti ha tentato di sfondare il cordone di polizia allestito in zia Zamboni nel cuore del quartiere universitario; ancora una volta i manifestanti hanno esposto degli striscioni. Alla carica dei manifestanti ha risposto la polizia che ha reagito con altrettante cariche e manganellate per poter impedire il passaggio di studenti e attivisti intenzionati a raggiungere il rettorato e pare che durante la protesta siano stati esplosi anche forti petardi lanciati dalle persone in corteo. Mentre nella giornata di giovedì la polizia era riuscita a fermare solo un manifestante, nella giornata di ieri sono stati fermati in tre, nel corso degli scontri con le forze dell’ordine avvenuti per il secondo giorno consecutivo in via Zamboni nel cuore del quartiere universitario di Bologna; secondo quanto riferito i tre fermati sono stati accompagnati in Questura per essere identificati.

Parecchi i danni registrati in questi due giorni di scontri, e la biblioteca dell’università di Bologna, almeno per il momento resterà chiusa. “Ieri era chiusa per delle verifiche tecniche, perché sono state tolte due porte di vetro molto grandi. Si pensava a qualche giorno, ma in questo momento non lo so, valuteremo con calma. Non è in belle condizioni”, spiega il prorettore di Bologna, Mirko Degli Esposti. La Digos, scrive l’Ansa, verificherà i fatti e si procederà per danneggiamento aggravato e invasione di edifici, ipotesi di reato che confluiranno nel fascicolo aperto sulle proteste dei giorni scorsi dal procuratore aggiunto Valter Giovannini, responsabile del gruppo ‘Sicurezza’ della Procura.“Siamo di fronte a una protesta violenta che attacca la scelta di installare i tornelli all’ingresso di una biblioteca universitaria. Una scelta sacrosanta che non inficia in alcun modo il diritto allo studio e la possibilità di frequentare liberamente le strutture universitarie”, ha dichiarato il sindaco di Bologna, Virginio Merola.

«Abbiamo perso tutti, quando succede una cosa del genere è bruttissimo, è triste, una sconfitta per tutti». Parla l’Ateneo attraverso il prorettore vicario Mirko Degli Esposti. Il day after dell’irruzione della forze dell’ordine in via Zamboni 36 per sgomberare la biblioteca di Discipline umanistiche occupata dal Cua è mesto. La struttura ancora devastata dagli scontri è chiusa e lo rimarrà per diversi giorni. L’Ateneo conta i danni, non solo fisici. Raccoglie la solidarietà del sindaco, del Pd e del ministro all’Università Valeria fedeli, «non è con la violenza che si difende il diritto allo studio».

«Tutti abbiamo perso», ripete Degli Esposti che si rivolge «alla comunità, agli studenti, ai veri studenti, forse dovremmo cominciare a smettere di chiamare studenti persone che non lo sono o non lo sono mai stati». Ripercorre la storia delle ultime due settimane, da quando il 23 gennaio è stata aperta la biblioteca del 36 fino a mezzanotte «senza nessuna restrizione all’entrata, solo con un sistema di controllo e verifica di chi entra», precisa il vicario, «chiedevamo solo un minimo di interesse a entrare in una biblioteca che ha patrimonio invidiato da tutto il mondo». «Dal primo giorno e tutti i giorni hanno ripetutamente aperto le porte d’emergenza e abbiamo lasciato fare — prosegue Degli Esposti —, hanno sottoposto il personale a umiliazioni prendendosela con chi chiede solo di fare il bibliotecario. Persone mascherate hanno divelto due porte di emergenza con vetri antisfondamento e le hanno portate come trofeo in rettorato. Non siamo intervenuti, sapevamo le conseguenze». Si arriva così a giovedì, con il 36 chiuso perché «l’edificio non aveva più misure di sicurezza minime», l’occupazione e il successivo sgombero. «È successo quello che tutti vorrebbero evitare ma non si poteva lasciare un patrimonio di libri e persone in balia di pochi», dice.

L’Università chiesto l’intervento, le modalità le hanno decise le forze dell’ordine, E adesso? «Chiedo agli studenti di crearsi la consapevolezza, di informarsi su quello che vogliamo fare delle nostre strutture. Valuteremo con calma il da farsi, l’importante è che ora non ci siano più atti di violenza». Non è pentito della linea del dialogo, «vogliamo dialogare con gli studenti, con quelli che vogliono dialogare però — dice —. Non permetteremo che qualcuno detti le regole. Qui non c’è voglia di dialogare, non c’è neanche tanto interesse ai temi degli studenti. C’è qualcuno molto più interessato a volere quello che è successo, a volere i manganelli, a volere il video su Facebook».

«La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa». Merola cita perfino Karl Marx per commentare la guerriglia di giovedì sera. Risponde a chi accosta il ‘77 alla protesta del Cua. «Stiamo attenti, non cadiamo nella farsa — suggerisce il sindaco — siamo di fronte a una protesta, violenta, che attacca la scelta di installare i tornelli all’ingresso di una biblioteca universitaria. Una scelta sacrosanta che non inficia in alcun modo il diritto allo studio e la possibilità di frequentare liberamente le strutture universitarie. Anzi. Non vedo oggi, come accadde invece 40 anni fa, un movimento che, seppure tra errori e scelte estreme, cercava di affermare una alternativa all’esistente».
Solidarietà dal primo cittadino ma anche dal Pd che su quanto successo dichiara che «non è minimamente accettabile». «Ma che studenti, questi sono delinquenti! Dategli quel che si meritano»,commenta su Facebook del leader della Lega nord Matteo Salvini.

Sono tornati in strada per riprendersi la zona universitaria, ma anche ieri sono stati respinti da un cordone di poliziotti. Dopo gli scontri di due giorni fa e l’irruzione della celere al 36, ieri pomeriggio il Cua e Lubo, alla testa di circa 800 persone, hanno marciato per le vie della città al grido «Fuori Ubertini e Coccia da Bologna», brandendo in mano i libri. Poteva essere una nuova giornata di scontri violenti, visto che, dopo essere partiti da piazza Verdi e aver attraversato via Rizzoli e Indipendenza, i manifestanti hanno tentato di deviare da via Zamboni per raggiungere di nuovo il 36. Ma un cordone di poliziotti in assetto antisommossa li ha respinti ancora, con una carica. Tre persone sono state fermate. Un ragazzo e una ragazza del Cua, che occupavano la prima fila di manifestanti, sono in stato di arresto per resistenza aggravata, perché indossavano i caschi e saranno processati oggi per direttissima. Una terza attivista fermata dalla Digos è stata poi rilasciata in serata. La tensione ieri però è durata poco, al contrario di due giorni fa. Perché dopo la prima carica un gruppo di trenta persone «armate» di chitarre, si è seduto a terra tra i manifestanti e la polizia e intonando Bob Marley ha chiesto alla celere di arretrare. I collettivi avrebbero voluto avanzare ancora, decisi a riprendersi via Zamboni, ormai militarizzata, ma hanno dovuto arrendersi e accodarsi al gruppetto di «pacifisti». «È questo il bello del movimento — commenta il Cua —, l’importante è che chiediamo tutti la stessa cosa: che la polizia vada via dall’università».
Dopo gli arresti, i manifestanti hanno improvvisato un nuovo corteo che è arrivato fin sui viali, bloccando il traffico e chiedendo la liberazione dei compagni arrestati.
Ieri mattina i collettivi avevano tenuto una conferenza stampa in piazza Verdi per denunciare quanto successo a Lettere, affermando che è stata la polizia a devastare la biblioteca: «Ubertini ha permesso che la polizia mettesse piede in università dopo 40 anni, in quella che dovrebbe essere la culla dei saperi e del libero pensiero». Oggi si ricomincia con un nuovo corteo alle 17, sempre da piazza Verdi.

La rivolta del Cua contro l’Ateneo stavolta ha fatto nascere (e crescere) una vera e propria contro rivolta. Non più tanto sotto traccia, come accade qualche mese fa. Una ribellione «rumorosa» stavolta, che ha iniziato a montare l’altra sera, quando il collettivo ha occupato la biblioteca al 36 di via Zamboni. E che ieri ha assunto proporzioni insolite per l’Alma Mater: migliaia di studenti hanno deciso di uscire allo scoperto e di dire «basta» agli attivisti. Prima in ordine sparso, poi con una petizione pubblica sulla piattaforma Change.org, che ieri sera sfiorava le 5.000 firme dell’obiettivo. Titolo della petizione: «Dissociazione dall’operato del Collettivo Universitario Autonomo».
Più chiaro di così lo scopo dell’appello via web non poteva essere. «Alla luce di quanto accaduto di recente in via Zamboni 36, per questo e altri atti vandalici perpetrati dal Cua a danno dell’ Università— ha scritto su Change.org Marco Messina, studente che ha dato voce a un sentimento diffuso in via Zamboni — noi studenti scegliamo di dissociarci dalle azioni del Collettivo in segno di critica e di protesta. Supportiamo le istituzioni dell’Ateneo e attendiamo che vengano presi dei provvedimenti nei confronti dei responsabili dei danni ai quali l’Università ha assistito».
Sotto il testo della petizione, decine e decine di commenti. C’è chi stigmatizza i modi del Cua. Chi vuole solo studiare e chiede pace. Chi dai tornelli si sentiva tutelato. Scrive Maria Giovanna: «Firmo perché voglio dissociarmi dallo scempio di cui si è dato spettacolo ieri sera (giovedì, ndr). Non è giusto nascondersi dietro falsi e in questo caso illogici pretesti o idealismi». E Orazio: «Non condivido il metodo teppistico usato da questi finti studenti che sono contro tutto e tutti a prescindere e vogliono imporre le loro idee alla stragrande maggioranza degli studenti che non la pensa come loro, con la violenza».
Sono studenti che non si sono mai organizzati e probabilmente non lo faranno nemmeno in questa occasione, ma dopo mesi in cui dicono di aver subito le manifestazioni del Cua si sono trovati inaspettatamente uniti per la stessa causa: emarginare gli attivisti. «Non appartengo a nessun gruppo né ne ho mai fatto parte — dice il redattore della petizione, Marco Messina — quella di una raccolta firme era un’idea che qualche studente aveva avanzato in un gruppo Facebook dell’Università e mi sono reso disponibile ad avviarla. Non è un’iniziativa personale, ma l’espressione di una voce collettiva».
E c’è anche chi, ieri, ha deciso persino di scrivere una lettera personale al Cua. Come Gabriele Magnolfi, studente di Scienze storiche: «Voi non mi rappresentate. Come pretendete di passare per vittime negli scontri con la polizia? I metodi della polizia criticati da voi, studenti come me, sono esattamente gli stessi che voi adottate. E siete probabilmente troppo fieri delle vostre barricate per capire che lanciare sedie e bottiglie danneggerà in maniera irrimediabile qualsiasi prossimo tentativo di essere presi sul serio in maniera civile».
Prende le distanze dai collettivi anche il Sindacato degli Universitari, associazione di sinistra che ha rappresentanti negli organi d’Ateneo. «Le responsabilità di quanto successo — hanno scritto — sono di tutti, nessuno escluso. Chiediamo ai responsabili del terrore in Ateneo di questi giorni di fare un passo indietro per il bene di TUTTI gli studenti e di sostituire la violenza fisica al dialogo». E quel «tutti» scritto in maiuscolo spiega più di mille parole.

Loading...
SHARE