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Borsellino ostacolo per la trattativa Stato-mafia

Sono passati quasi 20 anni dalla strage di via D’Amelio dove trovarono la morte il giudice Borsellino e la sua scorta. A distanta di tanti anni ci sono ancora tante ombre sull’identità dei mandanti, e soprattutto sulle reali motivazioni di quell’efferata strage.

Una svolta alle indagini sembra essere arrivata dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, colui che aveva rubato la Fiat 126 per poi riempirla di esplosivo. Dichiarazioni che hanno dato avvio ad una nuova inchiesta della Procura di Caltanissetta che ha portato a quattro ordinanze di custodia cautelare. I provvedimenti riguardano Salvatore Madonia, accusato di essere uno dei mandanti, Vittorio Tutino e Salvatore Vitale, accusati di aver partecipato all’organizzazione della strage, e il pentito Calogero Pulci, accusato di aver con le proprie dichiarazioni avvalorato quanto dichiarato dal falso pentito Vincenzo Scarantino.

Nel documento che accompagna i provvedimenti di custodia cautelare del Gip di Caltanissetta, notificati stamane agli interessati dagli agenti della DIA, emerge una verità agghiacciante: «La tempistica della strage è stata certamente influenzata dall’esistenza e dalla evoluzione della così detta trattativa tra uomini delle Istituzioni e Cosa nostra». Nella strage che ha portato alla morte di Paolo Borsellino ci sarebbe, dunque, un diretto coinvolgimento delle istituzioni. Quelle istituzioni che avrebbero dovuto invece proteggerlo e sostenerlo nella difficile lotta contro cosanostra.

Da una dichiarazione della moglie di Paolo Borsellino, Agnese, emerge come lo stesso giudice era consapevole che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo. Ecco la dichiarazione riportata nei verbali dei pm:

“Il 15 luglio, verso sera, conversando con mio marito in balcone lo vidi sconvolto, mi disse testualmente: “Ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era “punciutu” (mafioso). Tre giorni dopo, durante una passeggiata sul lungomare di Carini, mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere”.

Il generale Subranni, il capo del Ros dei carabinieri. “Proprio la struttura che stava conducendo la cosiddetta trattativa”, affermano i pm. Per questa ragione, Subranni è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Secondo i pm della procura di Caltanissetta, Borsellino era infatti a conoscenza della trattativa in corso. “Dalle indagini è altresì risultato che della trattativa era stato informato anche il dottor Borsellino il 28 giugno del 1992. Quest’ultimo elemento aggiunge un ulteriore tassello all’ipotesi dell’esistenza di un collegamento tra la conoscenza della trattativa da parte di Borsellino, la sua percezione quale ostacolo da parte di Riina e la conseguente accelerazione della esecuzione della strage”.

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