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Da Breivik a Merah,così l’odio nasce da una vita fallimentare

E possibile che le orrende stragi dell’Isis, le cui immagini vengono riproposte continuamente, abbiano influenzato il modo in cui Ali Sonboly ha realizzato la strage di Monaco. Ma il vero problema non è riflettere sul tema dell’emulazione, bensì sul rapporto tra fallimenti esistenziali e processi di distruzione e auto-distruzione.

In seguito a una serie di traumi radicali, alcuni ragazzi precipitano in una condizione molto dolorosa che, se assume un carattere permanente, può avere due sbocchi. Il primo sbocco, che si riassume nella formula “il male sono io”, procede dall’esterno verso l’interno. L’individuo prende atto delle sofferenze che la società gli impone, si attribuisce tutte le colpe, e reagisce con l’autodistruzione, che può assumere molte forme, tra cui il suicidio. La frase dominante è: “Sono un mediocre e la mia vita non vale niente”. Il secondo sbocco, che si riassume nella formula “il male sei tu”, procede dall’interno verso l’esterno. L’individuo attribuisce le colpe della sua sofferenza alla società e trova nelle ideologie radicali la formula sintetica per spiegare il suo dramma complesso. La frase dominante è: “La società è malata e occorre distruggerla”.

Le ideologie radicali, spostando l’attenzione dalle caratteristiche dell’individuo a quelle della società, sono fortemente auto assolutorie. Ecco perché piacciono molto a coloro che hanno una grande idea di sé, ma la cui vita è un fallimento totale. Anders Breivik immaginava di essere un eroe messianico, ma era circondato dall’indifferenza di tutti. Abbracciò l’ideologia neo-nazista, che gli fornì il tipo di narrazione che cercava. Per Breivik, tutti i mali erano in un certo tipo di organizzazione sociale, che noi chiamiamo “società aperte”.

Il caso di Mohammed Merah, il giovane jihadista che realizzò la strage contro la scuola ebraica di Tolosa, il 19 marzo 2012, è uno dei più interessanti perché consente di osservare i due “sbocchi” in una stessa vita. Nel giorno di Natale 2008, Mohammed Merah si impiccò in carcere perché, dopo essere stato arrestato molte volte, era giunto alla conclusione che la sua vita non avesse alcun valore. Aveva vent’anni. Tornato in libertà, incontrò l’ideologia jihadista, passando dalla formula “il male sono io”, alla formula “il male sei tu”.

Nei soggetti come Anders Breivik e Mohammed Merah, il dramma esistenziale viene prima e l’ideologia dopo. Questo è il percorso verso la radicalizzazione che seguono coloro che chiamiamo “squilibrati”. Mohammed Merah fu arrestato e rilasciato diciotto volte, prima diessere ucciso dalla polizia, a 23 anni. Altri ragazzi provengono da famiglie agiate, ma non per questo sono al riparo dalle crisi esistenziali. Non sono “squilibrati”, lo diventano. Ecco perché molti dei loro amici e familiari restano sconvolti, quando apprendono la notizia del loro gesto insano: “Era un bravo ragazzo! Com’è potuto accadere?”.Infine, esistono i ragazzi che, pur essendo colpiti da una crisi esistenziale, uccidono in assenza di una precisa ideologia, come sembra essere il caso di Ali Sonboly, l’autore della strage di Monaco. Ideologia o no, il problema resta sempre lo stesso. Un ragazzo sta male, perché non riesce a trovare il suo posto nel mondo, e vuole smettere di soffrire.

Che cosa possiamo fare per prevenire il processo di distruzione di questi particolari “lupi solitari”? Sul piano operativo, niente, per tremotivi. Il primo motivo è che, come abbiamo visto, non tutti coloro che hanno una tragica crisi esistenziale trovano la loro via d’uscita nelle ideologie radicali. Il secondo motivo è che nessuno di noi può sapere dove si sta consumando un dramma esistenziale. Il terzo motivo è che le ideologie radicali, e i gruppi che le professano, sono più facilmente reperibili grazie a internet. Un tempo, bisognava mettersi alla ricerca di un gruppo di estremisti o, magari, era un gruppo di estremisti che andava alla ricerca di adepti. Questo accade ancora oggi, ma, in passato, il processo di radicalizzazione imponeva di lasciare più tracce. Per diventare estremisti, e realizzare una strage, i ragazzi dovevano fare più cose, rendendo più facile il lavoro della polizia. Più cose fai, più tracce lasci, più poliziotti ti trovi dietro. Oggi, internet consente di legarsi a un gruppo di estremisti, senza mai uscire di casa.

Eppure, possiamo fare molto sotto il profilo culturale. Ad esempio, possiamo smettere di credere che le sofferenze dei giovani nascano dalla mancanza di denaro. Questo è il dramma degli adulti che attribuiscono ai giovani i loro stessi pensieri. Il dramma più grande per un ragazzo non è la mancanza di soldi, ma l’essere travolto da una crisi esistenziale, come dimostra il fatto che, anche nelle famiglie più ricche, troviamo ragazzi coinvolti in processi di autodistruzione, provocati dalla mancanza di significato esistenziale. Una società educata ad ascoltare i giovani, come Ali Son- boly, sarebbe affascinante, per la sua novità.

Come i terroristi, hanno le loro date simbolo. Il 20 aprile 1999, giorno del massacro di Columbine, Stati Uniti. Oppure il 22 luglio 2011, la strage di Utoya in Norvegia. Come i terroristi hanno i loro idoli: coloro che li hanno preceduti macchiandosi di delitti orrendi. Come i terroristi registrano i video prima della missione e scrivono lunghi «manifesti» per spiegare i loro attacchi. Come i terroristi utilizzano Internet per documentarsi, per cercare — disperatamente — altri solitari, per trovare pretesti e motivi delle ferite che si portano nella mente e talvolta sulla pelle. Turbe, malattie. Come i terroristi progettano l’assalto, per settimane o per anni. Molti di loro sono convinti — esattamente come un militante jihadista — di avere il diritto di far soffrire il prossimo. Non considereranno mai il loro gesto criminale, ma piuttosto il simbolo di riscatto oppure una vendetta.

Dunque ammissibile.Molti sono «in cerca di giustificazioni», scrive il professore Peter Langman. Un nome non a caso. Il suo libro Perché i ragazzi uccidono era nella casa del giovane responsabile dell’assalto di Monaco. Un testo importante per chi vuole capire un mondo angosciante. L’omicida avrà divorato le pagine, ritrovando se stesso e le storie di altri «lupi». Percorso abbastanza comune tra gli stragisti. E poco importa dove vivano. Quelli americani hanno ispirato «fratelli del dolore» in Germania e Finlandia, i due Paesi — insieme alla Scozia — sconvolti da episodi simili. Sono emersi anche contatti a distanza. Agenti di influenza, quasi degli ispiratori, con dediche appassionate su YouTube.

Anders Breivik, l’attentatore di Utoya, è diventato il riferimento con il suo gigantesco studio dove immagina la «resistenza del Cavaliere Templare» contro gli stranieri. Un testo xenofobo, poi diffuso via web, risultato di 15 mila ore di lavoro, al 70 per cento passate davanti a un computer. La sua vera trincea. Per la polizia tedesca il norvegese avrebbe affascinato l’assassino del centro commerciale bavarese. Così come Tim Kretschmer, diciassettenne viziato e pieno di problemi, che l’11 marzo del 2009 ha ucciso 15 persone — in gran parte donne — a Winnenden. Raccontava di essere stato vittimadi bullismo (ma non lo era), uno psicopatico che dirà a uno degli ostaggi: «Ammazzo per divertimento». Candido e crudele, come lo era Eric Harris nei corridoi del liceo di Columbine.

Le indagini scopriranno, con grande ritardo, i diari degli assassini del Colorado, pagine dove loro affermano di voler provocare la «rivoluzione dei diseredati». Adam Lanza, responsabile del martirio dei bimbi di Newtown, ha distrutto la memoria del computer cancellando ogni traccia, si è lasciato dietro l’archivio con centinaia di schede dedicate ai killer di massa. Teneva i conti dei morti, voleva superare il record. Un adolescente malato e non curato a dovere, forsepensava di vivere uno di quei videogiochi che lo tenevano impegnato tutta la giornata, fino a notte fonda, nel seminterrato della sua villa trasformato in un rifugio contro gli altri e il mondo. Ne usciva raramente, l’ultima volta — il 14 dicembre 2012 — ha prima freddato la madre, poi ha attaccato le elementari della cittadina del Connecticut.

Oggi si ripete come sia «difficile prevenire». Vero. Però gli analisti indicano dei parametri che possono aiutare. Primo. Non esiste un profilo unico, non basarsi su luoghi comuni. Secondo. In un buon numero di casi qualcuno — un familiare, un conoscente, un amico — hanno colto segni di anormalità, riscontrato idee pericolose in giovani afflitti da gravi patologie.
Terzo. Sono emersi elementi di stress, tensione, nell’immediatezza di un evento delittuoso.

Quarto. Non tutti sono isolati, alcuni al contrario sono inseriti nel contesto sociale, però lasciano trasparire il loro malessere. Quinto. L’esplosione di violenza può essere improvvisa, ma sovente matura attraverso un lungo processo, da qui la possibilità di intercettare le intenzioni pericolose.
Infine un capitolo che investe i mass media. Diversi osservatori hanno rilevato che il rischio di emulazione è molto alto, un attacco importante può essere seguito da altri minori, magari solo abbozzati. Poi c’è la «fama» dell’autore. I kamikaze dell’Isis postano le loro immagini prima di salire sul camion-bomba, saranno ricordati da combattenti. Stessa cosa per lo sparatore di massa.
Spera di uscire dall’anonimato. Per questo non ho mai usato il nome del tedesco-iraniano e credo sia venuto il momento di creare un blackout attorno a chi deve essere dimenticato e mai citato.

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