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Brutti ricordi, ecco come il cervello li nasconde in un cassetto

Che fine fanno le esperienze negative, i brutti ricordi, che ci hanno terrorizzato? Stando a uno studio condotto dall’University of Cambridge il cervello umanotenderebbe a rimuovere una esperienza stressante e traumatica relegandola in una sorta di cassettino della memoria. Un po’ come accade, per semplificare, con le email indediderate che finiscono nello spam.

Nel cervello umano esiste un cassetto segreto in cui è possibile confinare i ricordi negativi, legati ad esempio a un trauma vissuto. Lo rivela uno studio pubblicato su Nature Communications, condotto da un team di ricercatori dell’Universita’ di Cambridge. La chiave di questo cassetto dei brutti ricordi e’ rappresentata da un messaggero cerebrale chiamato GABA (Acido Gamma-AmminoButirrico), che agisce sul magazzino della memoria: l’ippocampo.

Si tratta di una chiave che il cervello adopera quando vuole confinare pensieri spiacevoli, fonte di preoccupazioni e stress. Lo studio ha iniziato a sbirciare dentro questo cassetto, attraverso tecniche di risonanza magnetica Per il momento non è ancora chiaro il modo in cui operano i circuiti nervosi che lo controllano, ma è stato visto che, in presenza di un suo malfunzionamento, i ricordi negativi possano riaffiorare di continuo, tormentando le vite di chi soffre di patologie come disturbo post traumatico da stress, schizofrenia, ansia o depressione. Per Michael Anderson, uno dei coordinatori della ricerca, “la nostra capacita’ di controllare i pensieri e’ fondamentale per il nostro benessere. Quando quest’abilita’ viene meno, infatti – sottolinea lo studioso -, possono insorgere alcuni tra i piu’ debilitanti disturbi mentali”.

Come funziona il cervello? E la memoria? John Locke in An Essay Concerning Human Understanding paragonò la mente ad una “tabula rasa” quotidianamente incisa da stimoli raccolti dai sensi. È il bagaglio di esperienze e memorie dell’individuo, che consente di esprimere concetti più o meno astratti e di formulare idee. Per Locke niente è innato, ma tutto deriva dall’esperienza: l’individuo è il risultato di ciò che apprende. Altri filosofi invece non negavano l’esistenza di idee e ricordi innati.

Oggi le stesse domande affascinano ed alimentano la curiosità dei neurobiologi, tra cui la mia: in che modo i suoni, le immagini, la lettura ripetitiva di una poesia sono immagazzinate nelle cellule nervose? Come queste cambiano in risposta a determinati stimoli? Sono i cambiamenti a livello cellulare che permettono di ricordare, a distanza di decenni, numeri, nomi, accadimenti? Siamo consapevoli dell’enorme complessità strutturale e funzionale dell’oggetto che vogliamo studiare e, ironia della sorte, capirne il funzionamento dipende proprio dalla “performance” delle nostre cellule nervose.

Nel neurone, unità funzionale specializzata del sistema nervoso, si distinguono almeno tre compartimenti: un corpo cellulare, contenente nucleo e la maggior parte degli organelli cellulari; un assone, lungo e sottile prolungamento che trasmette segnali elettrici al fine di comunicare con altri neuroni o tipi cellulari. Infine uno o più dendriti, dal greco dendron, albero.
I dendriti, elementi tra i più complessi dal punto di vista morfologico-funzionale, processano ed integrano i messaggi elettrici provenienti da altri neuroni. I punti sui dendriti dove il singolo messaggio viene raccolto furono identificati dal grande istologo Ramon Y Cajal, premio Nobel nel 1906 insieme a Camillo Golgi, ai quali diede il nome di “spine” dendritiche, apparendo tali al microscopio. È dimostrato che funzioni “superiori” del sistema nervoso, come apprendimento e memoria, sono il risultato sia della formazione di nuovi contatti o sinapsi tra neuroni sia di un più efficiente funzionamento di quelli già esistenti, fenomeno noto come plasticità sinaptica. Stimoli vari possono aumentare il numero di sinapsi e quindi la capacità del neurone di processare più informazioni, mentre patologie neurodegenerative ne compromettono il funzionamento. Non è quindi importante, entro certi limiti, quanti neuroni abbiamo ma quante sinapsi questi neuroni sono in grado di costruire.

Come il neurone crea nuovi contatti (nuove memorie) o rende selettivamente più efficienti quelli già esistenti? Alcuni meccanismi molecolari di questi fenomeni sono stati individuati grazie alla sinergia della neurobiologia con altre discipline, in particolare con la biologia molecolare. Quest’ultima, ossia la capacità di manipolare geni e la loro espressione, è figlia della rivoluzione iniziata più di 50 anni fa quando Watson e Crick rivelarono la struttura del DNA ed il meccanismo dell’ereditarietà. Il DNA ci rende uguali, tutti Homo sapiens sapiens, ma allo stesso tempo differenti gli uni dagli altri. Pur essendo definito “la” molecola della vita, il DNA da solo non fa nulla poiché necessita della presenza di diverse proteine, ad esempio per duplicarsi, ma anche di un ambiente con precise caratteristiche chimico-fisiche inclusi acqua, lipidi e metalli la cui sintesi non dipende dal DNA. Inoltre il codice del DNA, sottoforma di ACGT, non viene riconosciuto dalla macchina cellulare che produce le proteine, mattoni di cui sono fatte le cellule. Infine il DNA, essendo nel nucleo, è isolato dal citoplasma dove avviene la sintesi proteica.

Per questi ed altri motivi, il codice del DNA viene trascritto in un nuovo linguaggio sottoforma di un acido ribonucleico detto RNA messaggero, il quale lascia il nucleo, entra nel citoplasma e qui viene tradotto in proteine.
Nei neuroni, vari RNA sono trasportati nei dendriti dove, a seguito di stimolazioni, producono localmente proteine che costruiscono o modificano selettivamente una o più sinapsi. È indubbio che questo flusso di informazione genetica svolge il ruolo primario di artefice dello sviluppo e di regolatore del funzionamento delle cellule, neurone incluso. Ogni cellula ha in sé un programma innato, dettato dall’espressione del DNA: il neurone però può modificarsi con l’esperienza. Madre natura ha messo d’accordo i filosofi!
Il cervello umano contiene circa 1011 neuroni, per un totale di 1014-1015 sinapsi: Wider than the sky, come intitolò un suo libro Gerald Edelman, Nobel nel ’72, per sottolinearne la complessità. È possibile quindi studiare un organo così complesso e capire come funziona? Sì, studiando ad esempio strutture nervose più semplici. I neurobiologi dispongono di diversi modelli, semplici come gli invertebrati (insetti, molluschi, vermi) oppure vertebrati (pesci, uccelli, mammiferi). Perché tanta scelta? Fondamentalmente perché fisiologia del neurone è simile in tutti gli animali: il neurone dello zebrafish (pesce d’acquario e modello di studio dello sviluppo embrionale) funziona come il nostro. Molte delle differenze, legate inevitabilmente all’evoluzione, consistono nel numero di cellule o di riarrangiamenti neuronali. Inoltre i geni dello sviluppo del sistema nervoso hanno un certo grado di conservazione evolutiva. Tutto rende il neurone una delle cellule specializzate più antiche sottolineandone l’importanza.
Ogni neurone è il prodotto dell’espressione di circa 30.000 geni, la maggior parte identificati. Come questi geni interagiscono tra loro o con proteine, regolando sviluppo e funzionamento del sistema nervoso, è ancora oscuro. Nuovi approcci sperimentali multidisciplinari ed una nuova visione della biologia potranno aiutarci. Parafrasando Denis Noble, siamo organisti davanti ad un organo con 30.000 canne che eseguono una Toccata undFuge di Bach con un solo registro: pur sapendo le note, non percepiamo la bellezza dell’armonia che l’insieme di quelle 30.000 canne potrebbe creare.

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