Bruxelles, identificati i kamikaze: Per errore uno era stato estradato e liberato

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BRUXELLES Bisogna tornare a Molenbeek per dipanare i fili degli attentati che martedì hanno schiantato la capitale del Belgio. Molenbeek, cioè il quartiere dove era stato pianificato l’attacco a Parigi del 13 novembre; lo stesso quartiere dove Salah Abdeslam si è nascosto per più di quattro mesi – fino all’arresto della scorsa settimana – grazie a una incredibile rete di complicità, e dove hanno pascolato pure i kamikaze che due giorni fa si sono fatti saltare in aria all’aeroporto di Zaventem e alla stazione della metro di Maelbeek facendo 32 morti e 250 feriti.

 Impronte e dna hanno restituito i nomi dei tre kamikaze di Bruxelles. Due erano fratelli, Khalid et Ibrahim Bakraoui, 27 e 30 anni. Il terzo è Najim Laachraoui, nato in Marocco 24 anni fa ma approdato in Belgio con la famiglia quand’era ancora in fasce. Tutti e tre avevano già dato il loro supporto nella preparazione degli attentati di Parigi. Dunque, le stragi del 13 novembre e del 22 marzo hanno la stessa firma: quella di un gruppo che a Molenbeek ha stretto un legame di complicità in una turbolenta giovinezza da «delinquenti comuni». Più che il fanatismo religioso sono le loro biografie a renderli simili. I fratelli Bakraoui fino al 2012 hanno speso le proprie esistenze fra rapine, spaccio di droga, nottate al bar, alcool, prostitute. Proprio come molti dei macabri protagonisti delle carneficine della capitale francese: i fratelli Abdeslam, Abdelhamid Abaoud, Bilal Hadfi. Fra il 2012 e il 2013 hanno tutti frequentato le galere belghe, e quando ne sono usciti non erano più criminali qualsiasi, ma invasati disposti ad andare in Siria e prepararsi al martirio contro gli «infedeli». Rovistando in quei mesi trascorsi dietro le sbarre sarà forse possibile capire come sia avvenuta la metamorfosi. Ma la polizia belga, per ora, ha altre cose di cui occuparsi, compresa l’antipatica necessità di difendersi dalle accuse di inefficienza che continuano a pioverle addosso. E’ di ieri il j’accuse del presidente turco Ergodan secondo cui uno dei kamikaze dell’aeroporto era stato arrestato in Turchia e consegnato già a luglio alle autorità del Belgio che poi però l’hanno rimesso in libertà per «mancanza di indizi».

 Quattro mesi fa, in vista dell’attacco a Parigi, Khalid e Ibrahim Bakraoui erano rimasti nelle retrovie: si erano limitati ad affittare, sotto falso nome, gli appartamenti di Forest e di Charleroi utilizzati come basi logistiche dal commando che poi è colpito Parigi; Laachraoui aveva preparato le cinture esplosive, ma in Francia non era andato. Questa volta sono entrati direttamente in azione, forse anche per mettere fine nel più orribile dei modi a quattro mesi consumati a nascondersi, a fuggire, a seminare la polizia belga che li stava comunque cercando.

 Martedì, prima di scendere nella metropolitana di Bruxelles imbottito di esplosivo, Khalid Bakraoui ha registrato una sorta di videotestamento sul suo computer: «Sono braccato, non so più cosa fare, di certo non voglio trovarmi in una cella vicino a lui (cioè a Salah Abdeslam, ndr.)». Meglio la morte della cattura, dunque. Una mezza conferma all’ipotesi secondo cui gli attentati di Bruxelles sarebbero stati progettati in fretta e furia per esorcizzare l’arresto di Salah e «fare qualcosa» prima che l’antiterrorismo li acciuffasse. Molenbeek era diventato un posto insicuro per loro. Si era spostati nel quartiere più accogliente e insospettabile di Shaerbeek, in un appartamento di rue Max Roos. Lì hanno confezionato la cintura esplosiva che Khalid Bakraoui aveva indosso quando si è fatto saltare sul convoglio della metropolitana. E sempre lì hanno preparato tre valigie zeppe di tritolo con cui è stata compiuta la strage all’aeroporto. Due sono esplose, la terza – quella più potente – è stata fatta brillare dagli artificieri: le vittime sarebbero potute essere molte di più. Allo scalo di Zaventem erano in tre. Due – Ibrahim Bakraoui e Najim Laachraoui – sono saltati in aria con le loro valigie. Il terzo si è salvato ed è in fuga, e per ora non ha un nome. All’aeroporto ci sono arrivati con un taxi, ed è stato l’autista dell’auto pubblica a portare la polizia al covo. Ha visto in tv il fermo immagine che immortalava i tre terroristi che spingevano i carrelli portabagagli nell’atrio partenze, è corso in centrale: «Sono saliti in rue Max Roos, non hanno voluto che toccassi i loro bagagli, li maneggiavano con estrema delicatezza».

 In realtà i terroristi avevano chiesto un furgone poiché dovevano trasportare bagagli molto voluminosi. Al centralino dei taxi la richiesta non è stata capita, è arrivata una berlina, quattro valigie di quelle dimensioni non stavano nel bagagliaio. Una l’hanno lasciata nel covo, ed è quella trovata dalle squadre dell’antiterrorismo durante la perquisizione di martedì notte. C’erano anche una bandiera dell’Isis, una borsa piena di chiodi e biglie di ferro, sostanze chimiche con cui sono stati preparati gli ordigni. Al café Amaij di rue Delanoy, nel cuore di Molenbeek, sullo schermo della tv compaiono i volti dei tre kamikaze. Sono facce note per alcuni avventori: conoscevano Salah, conoscevano suo fratello Ibrahim (saltato in aria in boulevard Voltaire a Parigi), conoscevano Abaoud, ucciso dalle teste di cuoio a nella banlieu parigina due giorni dopo le stragi del 13 settembre. E riconoscono, adesso, i volti dei fratelli Bakraoui. Li vedevano scorrazzare per il quartiere fino a qualche anno fa, auto rombanti, finestrini abbassati, musica a palla. Provano a capire chi possa essere il quarto uomo, il fuggitivo. Nomi fra cui scegliere ne hanno tanto

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