Caso Rai: I capigruppo dem zittiscono Anzaldi: rinnovata la fiducia nei vertici

Michele Anzaldi, irruente deputato del Pd e membro della Commissione di Vigilanza, non è ossessionato dalla Rai o da Massimo Giannini, conduttore di Ballarò su Rai Tre, come in molti credono. «È semplicemente diventato il Maurizio Gasparri del centrosinistra», sibilano amici e nemici nei corridoi di Camera e Senato dove ieri non si parlava d’altro che della sua pirotecnica intervista al Corriere della Sera, nella quale ha bocciato senza mezzi termini i renzianissimi dirigenti di Viale Mazzini, Antonio Campo Dall’Orto e Monica Maggioni, per la loro pessima gestione dell’azienda: «Dobbiamo ammetterlo, ci siamo sbagliati». Il parallelismo con il padre della legge che regola il traffico nell’etere, però, non calza molto.

Anzaldi spara a zero a prescindere, «e non sai mai se lo fa perché lo ha acceso Matteo Renzi o se gli è partita la brocca», come si dice a Roma, dicono dalle parti dem, mentre Gasparri segue il suo disegno politico. Anche sbagliando, ma assumendosene le responsabilità. Meglio, molto meglio, seguire un’altra pista, quella del«Toro scatenato» che quando vede scritto Rai carica, facendo ciò che il governo non può fare. «Anzaldi sogna di avere una pelle di Leone in salotto», sussurra malizioso un deputato dem. Il riferimento non è casuale.

Nel suo attacco ad alzo zero contro tuttala Rai, dal settimo piano all’ultimo dei conduttori, l’epurator del nuovo millennio ha un bersaglio ben preciso: il direttore di Rai Uno Giancarlo Leone. L’esponente dem pare che muoia dalla voglia di vederlo defenestrato e l’attacco a mezzo Corriere sarebbe propedeutico al prossimo giro di nomine. Renzi lo avrebbe sollecitato e Anzaldi ha caricato il cannone. Forse esagerando un po’, tanto che stavolta Renzi avrebbe reagito male. Ma male sul serio, dicono.

La «pulizia», comunque, è un’idea che piace da sempre ad Anzaldi. Nel 1987 fonda in Legambiente il «Telefono verde» per dare risposte ai cittadini o per permettere di esporre problemi relativi all’ambiente ed ai consumi, trasformato poi in «OP-LA», l’Osservatorio parlamentare Legambiente. Pulizia, insomma. Poi il cambio di passo. Nel 1993 fa parte della redazione del programma Milano, Italia in onda su Rai Tre, condotto da Gianni Riotta, suo grande amico. Dopo il video la politica che conta, diventando l’ombra di Francesco Rutelli e spalla di Filippo Sensi, attuale spin doctor e portavoce del premier. L’epurator segue er pia- cione Inori e dentro il Campidoglio, condividendone ascese e cadute. Nel 2013 sbarca in Parlamento, dove non brilla per produttività. Il suo indice, secondo Open Parlamento, è pari al 69,8%, che lo colloca al 409esimo posto su 630 deputati.

Piccolo particolare: Anzaldi ha votato 16 volte (0,11% sul totale dei voti) diversamente dal proprio gruppo parlamentare. Pazienza. Ora, però, l’avventura del signor «ammazzaRai» potrebbe essere ad una svolta. I capigruppo di Camera e Senato, Ettore Rosato e Luigi Zanda, hanno ribadito la fiducia nei vertici dell’azienda di viale Mazzini. «In Vigilanza ognipar- lamentare», affermano all’unisono, «rimane libero di esprimere valutazioni personali. Resta fermo, però, che la politica deve saper rispettare l’autonomia gestionale dell’azienda. Per questo rinnoviamo la nostra fiducia nei vertici dell’Azienda che stanno gestendo la più grande impresa culturale del Paese, una sfida che non si improvvisa né si risolve nei primi pochi mesi del loro mandato». Insomma, va bene esagerare ma quando è troppo è troppo. Eppure la «bocciatura» di Anzaldi arriva a parole, congiunte, mentre nei fatti non tutti sono così costernati e indignati per questo attacco alla Rai. Cosi poco renziana….

Finché le accuse lanciate da Michele Anzaldi si concentravano su qualche conduttore o al massimo importunavano qualche direttore di Rete o di Tg, viale Mazzini reagiva con un po’ di fastidio, facendo spallucce. Ma quando ieri il deputato dem che Beppe Grillo paragona a Goebbels ha alzato il tiro e ha centrato in pieno il 7° piano, le stanze dei dg e dei mega dirigenti sono state attraversate per qualche istante da strani pensieri. C’è chi avrebbe addirittura pensato alle dimissioni, si dice.

Non più gli attacchi a Massimo Giannini, il giornalista che ha preso il posto di Giovanni Floris a Ballarò. Non più e non solo le bordate contro la direzione di Andrea Vianello a Rai 3 o contro la diretto- ra del Tg3 Bianca Berlinguer. Ma attacchi diretti, più mirati per scalfire il dg Antonio Campo Dall’Orto e la presidente Monica Maggioni accusati in un’intervista al Corriere della Sera di arroganza. Di essere «peggio dei predecessori», di fare poco o niente, di restare «muti in un silenzio altezzoso». Parole grosse – se non fuoco amico – se si pensa che entrambi, Campo dall’Orto e la Maggioni, si trovano dove sono grazie ad «una serie di votazioni a catena complicatissime», «con uno straordinario lavoro di mediazione politica», come ha rivendicato appunto il deputato palermitano presentando in un certo senso a loro il conto.

È appena il caso di ricordare che Anzaldi, 55 anni, non è il ministro della propaganda nazista come pure strepitano i grillini ma il segretario della commissione di Vigilanza Rai, nonché un fedelissimo di Renzi. Un ultrà legato al premier e ancora di più al ministro degli Esteri Gentiloni. Dunque per la proprietà transitiva al governo. Ed ecco i sospetti. «Dobbiamo preoccuparci?», s’è chiesto qualcuno sfiorato da un dubbio mai sorto prima. E se l’uscita a gamba tesa fosse ispirata addirittura da Palazzo Chigi? Per una forma di strana telepatia l’interrogativo è arrivato al pd che ha diramato un comunicato semi-riparatore a firma dei due capigruppo di Camera e Senato Ettore Rosato e Luigi Zanda. «Rinnoviamo la nostra fiducia – si legge – nei vertici dell’Azienda che stanno gestendo la più grande impresa culturale del Paese, una sfida che non si improvvisa nei primi pochi mesi del loro mandato». Nessuna presa di distanza secca, tutt’al più la concessione delle attenuanti per il poco tempo che dg e presidente hanno avuto a disposizione per mettere in pratica la filosofia del premier («basta inseguire i talk, l’agenda passa ormai da altre piattaforme»).

Quanto il comunicato sia partito in modo spontaneo o quanto sia stato richiesto espressamente al Nazareno è da chiarire. Resta l’apprezzamento per quei «segnali che sono già arrivati» mentre «altri ne arriveranno». Auspicio ribadito poco dopo dal vice segretario dem Lorenzo Guerini con quel «lasciamo che abbiano il tempo per attuare il piano per l’azienda che hanno presentato».
Il domandone resta: a nome di chi parla Anzaldi? «La sua non è una posizione isolata – conferma i sospetti Rosato – fermo restando che la politica deve saper rispettare l’autonomia dell’Azienda». E il vertice? «Sono liberi e devono lavorare», passa e chiude il capogruppo dem.

Convivono tra i democrat due sentimenti opposti e contrari. Da una parte l’urgenza di cambiare la Rai senza fare troppe pressioni, in coerenza perciò con la Riforma. Dall’altra rappresentare i malumori che ormai lo stesso Renzi farebbe fatica a nascondere. Che poi i contenuti di Anzaldi siano un po’ “ruvidi” e “urticanti”, come qualcuno sostiene, questo è un altro discorso. La sostanza resta. «Io isolato? Non scherziamo – risponde il deputato del pd – mentre salivo per raggiungere il mio posto in Aula in molti mi hanno stretto la mano e ringraziato. Ho detto quello che molti pensano». Riferimento alla polemica con Massimo Giannini che avrebbe insultato in diretta il ministro Boschi, O alla scelta di mandare in onda l’intervista della Leosini all’uomo che sfregiò Lucia Annibali nonostante il parere contrario del procuratore di Pesaro. Due casi ai quali se ne sta per aggiungere un terzo: la polemica per la partecipazione ”indisturbata” del pentastellato Alessandro Di Battista al “Processo del Lunedì”. Un programma in cui generalmente chi viene invitato, anche i politici, parla di moviola, calcio e di sport e dove invece l’esponente grillino ha toccato altri argomenti senza essere incalzato. Un ”erro- re” già commesso quando ”Dibba” fu invitato a Ballarò senza doversi confrontare con altri avversari. Accuse che vanno prese con le molle perché quando si parla di Rai la politica entra in fibrillazione. Si sa. E non finirà qui: oggi Campo Dall’Orto e il direttore editoriale Verdelli verranno ascoltati dalla Vigilanza. Si parlerà anche del Capodanno anticipato. Quando si dice un anno cominciato male.

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