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Caso Cucchi, la Cassazione annulla la sentenza: “Medici colpevoli, il ragazzo si poteva salvare”

Assoluzione annullata con rinvio, comparizione davanti ad un’altra sezione della Corte d’Assise d’appello di Roma e il rischio che il reato cada in prescrizione per decorrenza dei termini che scadono oggi. Sembra essere infinita la verità intorno alla morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre del 2009 nella struttura protetta dell’ospedale Pertini di- Roma. Ieri, infatti, è stata annullata con rinvio la sentenza di assoluzione dei cinque medici dell’ospedale accusati di concorso in omicidio colposo in relazione alla morte del ragazzo romano.

La decisione è stata presa dalla prima sezione penale della Cassazione al termine di una camera di consiglio durata circa tre ore. Al termine della quale è stato accolto il ricorso della Procura generale della Capitale presentato contro la sentenza di appello-bis con cui la la Corte d’Assise d’appello di Roma aveva nuovamente assolto i cinque medici dopo che la Suprema Corte, nel dicembre del 2015, annullò con rinvio le precedenti assoluzioni pronunciate nel primo processo d’appello. Il primario Aldo Fierro e i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Silvia Di Carlo e Luigi de Marchis Preite in primo grado erano stati condannati, mentre nel primo processo d’appello erano stati assolti «perché il fatto non costituisce reato».

Ieri, durante la requisitoria, il sostituto pg di Cassazione Antonio Mura, aveva sollecitato l’annullamento delle assoluzioni e chiesto la celebrazione di un ulteriore processo a carico dei 5 medici. «Dal 19 ottobre se i medici avessero letto congiuntamente tutti i dati disponibili delle analisi di Stefano Cucchi, avrebbero potuto chiamare un nutrizionista e apprestare le cure necessarie», ha sentenziato.

«Perfetto, sono contento», è stata la reazione dell’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi. «La prescrizione la dobbiamo ai medici legali e periti che sono intervenuti in quel processo di parte pubblica», ha detto il legale, ringraziando poi Mura, che nella sua requisitoria aveva detto che c’era «ancora tempo per fare giustizia», nonostante la prescrizione che scatterà tra poche ore.

Per la morte di Stefano Cucchi vengono rinviate a giudizio dodici persone: tre agenti di polizia penitenziaria (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici), sei medici dell’ospedale Sandro Pertini (il primario Aldo Fierro e i dirigenti medici Stefania Corbi, Rosita Caponetti, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis e Silvia Di Carlo) e tre infermieri (Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe) dello stesso nosocomio. Per gli agenti di polizia viene formulata l’imputazione di lesioni personali e abuso di autorità mentre tutti i medici vengono rinviati a giudizio per abbandono di persona incapace tranne Rosita Caponetti imputata per abuso d’ufficio e falso ideologico. Anche per gli infermieri l’addebito è abbandono di persona incapace. Il 5 giugno 2013 la III Corte d’Assise di Roma condanna in primo grado i medici Corbi, Bruno, Preite De Marchis e Di Carlo a un anno e quattro mesi e il primario Fierro a due anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), Rosita Caponetti (medico) a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve i tre infermieri e le tre guardie penitenziarie, i quali, secondo i giudici, non avrebbero in alcun modo contribuito alla morte di Cucchi. Il 31 ottobre 2014, a seguito di una sentenza della I Corte d’Assise d’appello di Roma, vengono assolti tutti gli imputati, compresi i medici. Contro tale sentenza hanno depositato ricorso in Corte di Cassazione i familiari di Stefano Cucchi e la Procura generale di Roma. La prima udienza dei giudici della Suprema Corte è stata fissata per il 15 dicembre 2015. Nel gennaio del 2011, con rito abbreviato viene inoltre condannato a due anni di reclusione per falso e abuso d’ufficio, Claudio Marchiandi, direttore dell’ufficio detenuti e del trattamento del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria (Prap). Marchiandi risultava imputato di falso, favoreggiamento e abuso d’ufficio per aver contribuito a falsificare le reali condizioni di Cucchi per consentire il suo ricovero presso la struttura protetta dell’ospedale Pertini e di aver aiutato gli agenti della polizia penitenziaria a eludere le investigazioni. Il funzionario del Prap viene poi assolto in appello “perché il fatto non sussiste” (aprile 2012). In seguito la Corte di Cassazione ha riconosciuto una serie di vizi in alcuni passaggi della sentenza di assoluzione e ha ordinato un nuovo processo davanti a un’altra sezione della Corte d’Appello di Roma. L’inizio del dibattimento è previsto nel gennaio 2016.

Cucchi, la Cassazione annulla le assoluzioni dei medici del Pertini

Potrebbero essere colpevoli. Per la seconda volta in un anno, con una scelta che avrà conseguenze praticamente solo simboliche, la Cassazione ha deciso di annullare l’assoluzione dei medici del Pertini, che tennero Stefano Cucchi una settimana in cura prima che il ragazzo arrestato e probabilmente pestato dai carabinieri (su questa vicenda è in corso l’udienza preliminare) morisse tra atroci sofferenze. La decisione è arrivata ieri sera e la prescrizione scatta questa mattina, ma non vuol dire che la decisione di ieri sera non avrà conseguenze giudiziarie, visto che il processo andrà comunque aperto nuovamente, anche solo per dichiarare che il tempo per trovare i colpevoli è scaduto. «Ringrazio il procuratore generale della Cassazione Antonio Mura per aver fatto giustizia e non essersi arreso.

Per la prescrizione invece ringrazio i periti che hanno saputo creare tanta confusione sulla causa di mio fratello Stefano», dice Ilaria Cucchi, sorella del giovane. L’atto degli ermellini, però, fa comunque la differenza: visto che non è stata pronunciata una sentenza di assoluzione definitiva, le parti civili attualmente costituite (cioè Cittadinanzattiva e il Comune di Roma) potranno chiedere un risarcimento. Non, però, la famiglia Cucchi, che ha già ottenuto un risarcimento dal Pertini. Il procuratore generale Antonio Mura ha condotto la requisitoria con toni accesi, criticando aspramente i giudici della corte d’Appello che lo scorso luglio hanno confermato l’assoluzione per tutti gli imputati.

Grave, dice il pg, è stata la decisione di «eludere il mandato della Cassazione» e non aver disposto una nuova perizia, come invece chiedevano le motivazioni del Palazzaccio: «Sono passati 7 anni, 5 mesi e 28 giorni dalla morte di Stefano Cucchi e siamo alla vigilia della prescrizione» del reato di omicidio colposo, ha detto ai giudici della I sezione penale. «Siamo molto turbati da questa vicenda: ma il processo si svolge qui ed ora. Si tratta di un reato al momento non prescritto e così lo affronto, chiedendo l’annullamento delle assoluzioni e salvando gli aspetti risarcitori».

I camici bianchi assolti nell’appello bis e che torneranno sul banco degli imputati, sono il primario Aldo Fierro, e i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis e Silvia Di Carlo. I cinque sanitari erano stati condannati in primo grado, prosciolti in secondo, e assolti nuovamente nell’appello bis disposto dalla Cassazione nel giudizio di rinvio dello scorso anno. I supremi giudici, già la prima volta, avevano focalizzato l’attenzione sulle condizioni in cui si era ridotto il detenuto che, ricoverato per una situazione politraumatica, aveva perso sei chili in meno di una settimana.

Lo stato di salute del paziente, per i magistrati, avrebbe richiesto maggiore attenzione e approfondimento da parte dei sanitari. Dopo una guerra di perizie, secondo i giudici di primo grado, Cucchi sarebbe addirittura morto per denutrizione. «Dal 19 ottobre 2009 se i medici avessero letto congiuntamente tutti i dati disponibili delle analisi di Stefano Cucchi, avrebbero potuto chiamare un nutrizionista e apprestare le cure necessarie», ha aggiunto Mura.

«Credo si debba sempre ricordare che non ci troveremmo in questa situazione, a un passo dalla prescrizione, se le perizie fossero state fatte in modo corretto al principio. La responsabilità sta tutta nella gestione della prima inchiesta», dice l’avvocato di Ilaria Cucchi, Fabio Anselmo. Il 5 maggio, intanto, si terrà la seconda parte dell’udienza preliminare nei confronti dei carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco accusati dalla procura capitolina di omicidio preterintenzionale per il pestaggio successivo all’arresto.

RICOSTRUZIONE CRONOLOGICA DEGLI EVENTI

Stefano Cucchi viene arrestato dai carabinieri alle 23.30 del 15 ottobre 2009, in zona Appio Claudio a Roma, con l’accusa di cessione di sostanze stupefacenti2 e condotto presso la Stazione Carabinieri Roma Appia. In seguito Cucchi viene accompagnato da un pattuglia presso la casa dei genitori per una perquisizione che ha luogo tra le ore 1.30 e 2.00 del 16 ottobre. La perquisizione domiciliare ha esito negativo e Stefano viene riportato alla caserma della stazione Appia. Cucchi viene poi trasferito alla caserma di Tor Sapienza poiché la stazione Appia è priva di camere di sicurezza e non è operativa “h24”. Verso le 4.30 il carabiniere di guardia chiama l’ambulanza poiché secondo quanto da lui stesso dichiarato, l’arrestato “accusava dei malori alla testa, …aveva freddo e …diceva di soffrire di attacchi di epilessia”. Una volta giunto il personale del 118, Cucchi rifiuta di farsi visitare (rimanendo tutto il tempo sotto le coperte del proprio giaciglio con le spalle rivolte verso il muro) e rifiuta il ricovero in ospedale. La mattina del 16 ottobre Cucchi viene prelevato da una nuova pattuglia (pattuglia mobile di zona Casilina) e trasferito presso il tribunale di Piazzale Clodio per l’udienza di convalida dell’arresto. All’arrivo a Piazzale Clodio, Cucchi viene portato nelle celle ubicate nei sotterranei del tribunale in attesa dell’udienza. L’udienza di convalida ha luogo tra le 12.35 e le 13.15. Cucchi – che dalla registrazione audio manifesta una certa difficoltà nell’eloquio e per questo si scusa con il giudice (“non riesco a parlare bene”) – si dichiara tossicodipendente. Si dichiara inoltre “innocente per quanto riguarda lo spaccio” ma “colpevole per quanto riguarda la detenzione per uso personale” di sostanze stupefacenti. Afferma di essere stato seguito per il suo stato di tossicodipendenza dal Sert di Torpignattara, da Villa Maraini e dalla comunità Ceis. Terminata l’udienza, Cucchi viene ricondotto nelle celle del tribunale dove viene compilato il verbale di consegna dell’arrestato alla Polizia Penitenziaria. Al rientro in cella dopo la convalida, intorno alle 14.00, Cucchi viene visitato dal medico dell’ambulatorio della città giudiziaria di piazzale Clodio. Il certificato rilasciato dal medico, dottor Ferri, recita quanto segue:

“ALLE H. 14,05 SI ASSISTE ALL’ASSUNZIONE DI “RIVOTRIL” COMPRESSE, 2 MG, UNA COMPRESSA. RIFERISCE ANCHE DI ASSUMERE “GABAPENTIN”. SI RILEVANO LESIONI ECCHIMOTICHE IN REGIONE PALPEBRALE INFERIORE BILATERALMENTE DI LIEVE ENTITÀ E COLORITO PURPUREO. RIFERISCE DOLORE E LESIONI ANCHE ALLE REGIONI DEL RACHIDE E AGLI ARTI INFERIORI, MA RIFIUTA ANCHE L’ISPEZIONE. EVASIVAMENTE RIFERISCE CADUTA PER LE SCALE AVVENUTA IERI”.

Dopo la visita medica, intorno alle h. 15,00, Cucchi, viene portato nell’edificio “A”, (nelle cui prospicenze stazionano i mezzi dell’amministrazione adibiti al trasporto dei detenuti nell’istituto di destinazione) e affidato agli agenti del Nucleo Traduzioni e Piantonamenti, per essere condotto a Regina Coeli. Cucchi, arrivato a Regina Coeli alle h. 15,45, dopo essere passato all’accettazione presso l’Ufficio Matricola giunge all’Ufficio Casellario dove l’agente di turno procede, a sua volta, alla perquisizione e alla presa in carico degli oggetti personali. Cucchi effettua poi la visita medica cui vengono sottoposti i “nuovi giunti” prima di essere avviati in Sezione; senonché il medico che lo visita (Rolando Degli Angioli), alle h. 16,35 stila un certificato che ne dispone la visita ambulatoriale esterna con urgenza. Il dottor Degli Angioli riporta sul certificato quanto segue:

“ROMA 16/10/2009, ORE 16,35 NUOVI GIUNTI URGENTE ART. 17 ORDINAMENTO PENITENZIARIO. COGNOME: CUCCHI, NOME: STEFANO, SEZIONE: NUOVI GIUNTI. ALLA VISITA NUOVI GIUNTI IL DETENUTO RIFERISCE ‘CADUTA ACCIDENTALE IERI DALLE SCALE’. PRESENTE ECCHIMOSI SACRALE COCCIGEA, TUMEFAZIONE DEL VOLTO BILATERALE PERIORBITARIA, ALGIA DELLA DEAMBULAZIONE ARTI INFERIORI. PRESSIONE ARTERIOSA: 90/60, FREQUENZA CARDIACA: 60 RITMICO APIRETICO. RIFERISCE SENSO DI NAUSEA ED ASTENIA. SI RICHIEDE RX CRANIO, SI RICHIEDONO ESAMI RX REGIONE SACRALE, NON EFFETTUABILI NEL POMERIGGIO IN ISTITUTO, VISITA NEUROLOGICA. DIAGNOSI: LESIONI ECCHIMOTICHE DI NATURA DA DETERMINARE. INDICAZIONI DELLA SEDE DI RICOVERO: PRONTO SOCCORSO OSPEDALE FATEBENEFRATELLI. MEZZO COMUNE: NO. AMBULANZA: SÌ, CONVENZIONATA.

Vengono altresì rilevati il peso (52kg) e l’altezza (168 cm) del detenuto. Contrariamente a quanto previsto dalla procedura di routine, Stefano Cucchi è l’unico tra i nuovi giunti di quel giorno a non venire sottoposto alla visita psicologica di ingresso. Il certificato stilato dal dottor Degli Angioli viene lasciato sul tavolo dell’agente Furiglio che intorno alle h. 17,00/17,30 ne prende visione ed allerta l’Ispettore di Sorveglianza (Michele Fiore), competente per la predisposizione della scorta per l’ambulanza; detta scorta si rende disponibile per le h. 18,00 circa, (poiché contemporaneamente c’era stato un altro detenuto da mandare in urgenza al Pronto Soccorso), ma l’ambulanza arriva soltanto alle h. 19,30. Finalmente, alle 19.50 Cucchi parte per il Pronto Soccorso dell’Ospedale Fatebenefratelli, trasportato a bordo dell’ambulanza, dove giunge alle ore 20 del 16 ottobre. All’ospedale viene eseguita una radiografia della colonna che evidenzia una frattura del corpo vertebrale di L3 sull’emisoma sinistro e una frattura della I vertebra coccigea. All’esame obiettivo il paziente presenta dolore acuto alla palpazione a livello della regione sacrale e assenza di deficit neurologici focali. Stefano rifiuta il ricovero e ritorna pertanto a Regina Coeli verso le 23. Alle 23.20 viene annotato sul suo diario clinico: “Rientra dal P.S Fatebenefratelli Isola Tiberina dove rifiuta ricovero. Riferisce morbo celiaco e microcitemia. Rif. TD eroina e cannabinoidi. Saltuariamente cocaina. Riferisce crisi comiziali. Riferisce terapia con Gabapentin e Rivotril”. Il medico di turno, presa visione della documentazione sanitaria del Fatebenefratelli e del rifiuto al ricovero di Cucchi, ne dispone l’immediato trasferimento, a mezzo barella, posto che il detenuto lamenta forti dolori alla schiena, presso il Centro Clinico del penitenziario. Verso le 11 del 17 ottobre il dottor Gianluca Piccirillo, medico di guardia del Centro Clinico di Regina Coeli, viene chiamato dall’infermiera della Sezione, (Griselda Olivares), perché Cucchi lamenta nausea e dolenzia diffusa, brividi di freddo, ma non febbre, e dice di non potersi alzare per il gran dolore.

Il dottore gli chiede come mai ha rifiutato il ricovero la sera prima, ma lui “era come se non volesse parlare”, chiede un antidolorifico, (gli viene poi somministrata una fiala di “Toradol” dal dottor Pitillo, anch’egli in servizio quella mattina); alla fine ammette di aver rifiutato il ricovero perché in Ospedale non si può fumare. Il dottor Piccirillo e il dottor Pitillo, rivalutata congiuntamente la situazione, concordano per tentare nuovamente il ricovero ospedaliero del paziente, ma questa volta previamente accertandosi che egli acconsenta. Stefano viene quindi di nuovo portato in ambulanza all’Ospedale Fatebenefratelli in preda a forti dolori alla schiena. Presso il Pronto Soccorso gli viene applicato un catetere poiché presenta difficoltà ad urinare (al posizionamento del catetere fuoriescono 400 cc di urina limpida) e dopo alcuni iniziali resistenze si convince ad accettare il ricovero anche per l’aggravato persistere del dolore. Poiché il Fatebenefratelli non ha posti disponibili, viene dunque inoltrata la richiesta di ricovero a tutti gli Ospedali di Roma, come da prassi, ma questa volta nessuno ha un posto-letto libero, tranne la Struttura Protetta, (così chiamata perché ospita soltanto detenuti), dell’Ospedale Sandro Pertini, per fare ingresso nella quale manca tuttavia un’autorizzazione dell’Amministrazione Penitenziaria, che tarda a pervenire per la difficoltà di reperire personale negli uffici stante l’ora tarda, (si sono fatte nel frattempo le h. 14), e la giornata di sabato.

Per quanto riguarda gli accertamenti che gli ha fatto il medico di guardia del Fatebenefratelli (dottor Bastianelli), preso atto, per quanto detto dallo stesso paziente, che il dolore è diventato importante, le sue condizioni generali sono per il resto stazionarie, viene eseguito un emocromo, posto in indicazione dall’ortopedico, che registra un decremento dell’emoglobina; le altre analisi mostrano inoltre un lieve aumento dell’azotemia; il paziente non lamenta deficit neurologici. Alle 19 circa del 17 ottobre perviene al Fatebenefratelli l’autorizzazione del competente ufficio dell’Amministrazione Penitenziaria e Cucchi viene trasferito a mezzo ambulanza e scortato dagli agenti di polizia penitenziaria nella Struttura Protetta dell’Ospedale Pertini dove viene preso in carico, alle h. 19,40 circa, unitamente alla documentazione sanitaria rilasciata dal Fatebenefratelli dagli agenti Salvatore Angelo Chessa, e Biagio Carletta che informano sommariamente il detenuto sulle regole della struttura: si può fumare solo dalle h. 13,00 alle h. 22,00; si sta chiusi in stanza come in cella e non c’è il passeggio. Cucchi, essendo “barellato”, in esito alle disposizioni impartite dalla dottoressa Caponetti, alle h. 19,45 viene accompagnato direttamente al piano di degenza dove l’infermiere (Domenico Lo Bianco), procede alla raccolta dei dati da trascrivere sulla cartella infermieristica. Cucchi viene poi sottoposto ad elettrocardiogramma (ECG), che risulta incompleto (mancano le derivazioni precordiali VI e V6): da esso si rileva la presenza di un ritmo atriale basso, o giunzionale, alla frequenza di 46 bpm; intervallo.

I PROCESSI

Per la morte di Stefano Cucchi vengono rinviate a giudizio dodici persone: tre agenti di polizia penitenziaria (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici), sei medici dell’ospedale Sandro Pertini (il primario Aldo Fierro e i dirigenti medici Stefania Corbi, Rosita Caponetti, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis e Silvia Di Carlo) e tre infermieri (Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe) dello stesso nosocomio. Per gli agenti di polizia viene formulata l’imputazione di lesioni personali e abuso di autorità mentre tutti i medici vengono rinviati a giudizio per abbandono di persona incapace tranne Rosita Caponetti imputata per abuso d’ufficio e falso ideologico. Anche per gli infermieri l’addebito è abbandono di persona incapace. Il 5 giugno 2013 la III Corte d’Assise di Roma condanna in primo grado i medici Corbi, Bruno, Preite De Marchis e Di Carlo a un anno e quattro mesi e il primario Fierro a due anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), Rosita Caponetti (medico) a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve i tre infermieri e le tre guardie penitenziarie, i quali, secondo i giudici, non avrebbero in alcun modo contribuito alla morte di Cucchi. Il 31 ottobre 2014, a seguito di una sentenza della I Corte d’Assise d’appello di Roma, vengono assolti tutti gli imputati, compresi i medici. Contro tale sentenza hanno depositato ricorso in Corte di Cassazione i familiari di Stefano Cucchi e la Procura generale di Roma. La prima udienza dei giudici della Suprema Corte è stata fissata per il 15 dicembre 2015. Nel gennaio del 2011, con rito abbreviato viene inoltre condannato a due anni di reclusione per falso e abuso d’ufficio, Claudio Marchiandi, direttore dell’ufficio detenuti e del trattamento del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria (Prap). Marchiandi risultava imputato di falso, favoreggiamento e abuso d’ufficio per aver contribuito a falsificare le reali condizioni di Cucchi per consentire il suo ricovero presso la struttura protetta dell’ospedale Pertini e di aver aiutato gli agenti della polizia penitenziaria a eludere le investigazioni. Il funzionario del Prap viene poi assolto in appello “perché il fatto non sussiste” (aprile 2012). In seguito la Corte di Cassazione ha riconosciuto una serie di vizi in alcuni passaggi della sentenza di assoluzione e ha ordinato un nuovo processo davanti a un’altra sezione della Corte d’Appello di Roma. L’inizio del dibattimento è previsto nel gennaio 2016.

LE CAUSE DELLA MORTE

Nell’affrontare questo capitolo è necessaria una premessa: gli esami chimicotossicologici eseguiti su materiale biologico prelevato dal corpo di Stefano Cucchi hanno evidenziato come le tracce di sostanze stupefacenti rilevate siano risultate “ininfluenti nel determinismo del decesso”: Nei liquidi biologici prelevati dal cadavere di Cucchi Stefano si sono evidenziate debolissime tracce di morfina e monoacetilmorfina (metaboliti dell’eroina n.d.r) nelle urine (rispettivamente 0,023 microgrammi/ml e 0,003 microgrammi/ml) e nella bile (rispettivamente 0,009 microgrammi/ml e 0,008 microgrammi/ml). Presenza di deboli tracce di cocaina e benzoilecgonina nelle urine (rispettivamente 0,025 microgrammi/ml e 0,007 microgrammi/ml) e nella bile (solo cocaina 0,040 microgrammi/ml). Positiva la ricerca di tetraidrocannabinolo acido (THCCOOH) presente nelle urine (0,026 microgrammi/ml) e nella bile (1,35 microgrammi/ml). Nei peli del pube presenza di tracce non quantificabili di tetraidrocannabinolo (THC). Inoltre sono presenti deboli tracce non quantificabili di principi attivi (gabapentin e metaboliti del clonazepam) relativi alla terapia farmacologica sostenuta in sede di ricovero. (…) I quantitativi di morfina, cocaina e di cannabinoidi risultano essere il residuo di assunzioni pregresse, ininfluenti nel determinismo del decesso. (Relazione di consulenza tecnica chimico tossicologica in ordine alla morte di Stefano Cucchi, Chiarito questo primo aspetto, è poi opportuno prendere in considerazione le conclusioni a cui è giunta la perizia medica collegiale disposta dalla Corte d’Assise di primo grado. In estrema sintesi tale perizia afferma che:

1) la morte è stata provocata da una sindrome da inanizione (ossia da privazione di cibo e acqua);  2) il quadro traumatico osservato è compatibile sia con un’aggressione sia con una caduta accidentale;  3) tale quadro traumatico non ha avuto un ruolo causale nel decesso di Stefano Cucchi.) La causa della morte di Stefano Cucchi, per univoco convergere e dei dati anamnestico-clinici e delle risultanze anatomopatologiche, va identificata in una sindrome da inanizione.

UN CASO DI TORTURA ?

E’ possibile affermare che mentre si trovava nelle mani dello Stato, Stefano Cucchi sia stato vittima di tortura o di trattamenti crudeli, inumani e degradanti ? Come è noto in Italia non è stato ancora introdotto il reato di tortura. Per sviluppare il nostro ragionamento, riteniamo perciò corretto utilizzare come riferimento la definizione di tortura che viene dal pilastro principale del diritto internazionale nella lotta contro questa grave forma di coercizione, ossia dalla Convenzione contro la tortura (CAT) delle Nazioni Unite approvata nel 1984 e ratificata dall’Italia nel 1988.: Tortura indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona gravi dolori o sofferenze, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un pubblico ufficiale o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. (Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti della Nazioni Unite, 1984) La tortura viene dunque definita come qualsiasi atto attraverso il quale vengono intenzionalmente inflitti gravi dolori e severe sofferenze (fisiche o mentali), attraverso il coinvolgimento di un pubblico ufficiale e per uno specifico proposito. L’articolo 1 della Convenzione deve essere letto insieme all’articolo 16 che chiede ad ogni Stato Parte di proibire in ogni territorio soggetto alla sua giurisdizione: altri atti costitutivi di pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti che non siano atti di tortura quale definita all’articolo 1, qualora siano compiuti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisce a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso a tacito. (Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti della Nazioni Unite, 1984) Da una lettura congiunta dei due articoli, ne consegue che gli atti che non rispondono pienamente alla definizione dell’articolo 1 – in particolare atti privi dell’elemento dell’intenzionalità o non perpetrati per gli specifici propositi sopra menzionati – possono rientrare nella definizione dei trattamenti crudeli o inumani secondo l’articolo 16 della CAT mentre atti rivolti all’umiliazione della vittima costituiscono trattamenti degradanti anche quando non siano stati inflitti gravi dolori (Nowak & McArthur, 2006). A questo proposito nel 2006 il Relatore speciale sulla tortura delle Nazioni Unite affermava significativamente che in una situazione di detenzione o di controllo diretto da partdel personale di polizia – in cui la vittima è dunque in una condizione di impotenza – non è applicabile alcun criterio di proporzionalità, essendo in ogni caso proibito il ricorso alla violenza fisica o psicologica da parte dei funzionari pubblici, che in questo contesto si configura sempre come trattamento crudele ed inumano (Nowak & McArthur, 2006). Se nell’utilizzo della forza in una situazione di detenzione vi è il proposito di umiliare il detenuto, si configura inoltre la fattispecie del trattamento o della punizione degradante mentre se l’inflizione intenzionale di dolore e sofferenze severe è mossa dagli specifici propositi citati nell’articolo 1, ci troviamo di fronte a un vero e proprio caso di tortura (Nowak & McArthur, 2006).

SINTESI DELLA PERIZIA DELLA PARTE CIVILE

La morte di del Sig. Stefano Cucchi è addebitabile ad un quadro di edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca in soggetto con bradicardia giunzionale intimamente correlata all’evento traumatico occorso ed alla immobilizzazione susseguente al trauma.
Il 17 ottobre 2009 alle ore 20.32, all’accesso al ricovero ospedaliero, veniva eseguito dai sanitari dell’Ospedale Sandro Pertini elettrocardiogramma che, pur se incompleto per mancanza delle derivazioni V1 E V6, era nello specifico patognomonico di marcata bradicardia sinusale (ritmo giunzionale a 49 battiti/minuto con anomalie diffuse aspecifiche della ripolarizzazione ventricolare. Nella derivazione V5 è presente una deflessione subito prima del QRS, ascrivibile ad onda P di piccolo voltaggio).
Orbene è noto che la bradicardia ha una varietà di eziologie tra le quali spiccano, per il caso in questione, quelle correlate all’attivazione dei riflessi nervosi. La bradicardia come risposta a stimoli traumatici è stata ben descritta in casi di danni oculari, danni alle corna spinali , in caso di shock ipovolemico, emotorace spontaneo e traumi addominali. Nella maggior parte di questi casi si è dimostrato il coinvolgimento dei riflessi vagali.
Nel caso del Cucchi, il trauma lombare esercita un significativo effetto sulla funzione nervosa vagale che si estrinseca in maniera subdola a seguito del danno traumatico. È infatti dimostrato che i pazienti con lesioni midollari che interessano le prime vertebre lombari presentano alto rischio di disfunzioni cardiache in seguito ad alterazioni delle vie simpatiche dei nuclei intermediolaterali (si confronti come review)
Le risultanze delle autopsie e degli esami TC e RMN ed RX, e l’esame istologico, confermano la realtà clinica e patologica diagnosticata nei due accessi al Pronto Soccorso Fatebenefratelli in data
16 e 17 ottobre 2009 e depongono tutte all’unisono per un grave quadro da trami contusivi chiusi, pluridistrettuale (distretto cranio facciale, distretto toracico, distretto addominale, distretto pelvico e sacrale), cui concomitava frattura somatica del corpo della terza vertebra lombare (con cedimento ed avvallamento dell’emisoma sinistro) e frattura del corpo della I vertebra sacrale con vasta area di infiltrato emorragico in corrispondenza dei muscoli lombari, del pavimento pelvico e della parete addominale, a dimostrazione della violenza degli effetti lesivi.
Con il progredire del quadro clinico e con la comparsa delle emorragie perilesionali (ex post confermate dal vasto ematoma retro peritoneale perilesionale di cui sopra) si determina uno stato ipertensivo irritativo locale che determina la compromissione grave di tali funzioni autonomiche: ed infatti il giorno 17 ottobre 2009, a 24 ore dal trauma, il Cucchi presenta una vescica neurologica con necessità da parte del sanitario dell’Ospedale Fatebenefratelli di posizionare catetere vescicale (per il presunto danno alla radici nervose tipico delle evoluzioni di questi soggetti con frattura di L3 e prima coccigea).
Il quadro bradiaritmico, misconosciuto dai sanitari, subisce un progressivo aggravamento e peggiora, durante il ricovero presso il Reparto Protetto dell’Ospedale Sandro Pertini, per l’instaurarsi di un grave quadro di alterazioni metaboliche, legate tanto al processo dell’evoluzione traumatica, quanto a gravi profili di scarsa attenzione assistenziale dei sanitari che si avvicendarono nell’iter clinico, così come all’eventuale atteggiamento di scarsa collaborazione del Cucchi.
Tale scadimento generale derivò, in buona sostanza, da un ipercatabolismo proteico tipico di un organismo privo, come era il Cucchi, di riserve adipose e povero di masse muscolari (peso all’ingresso 52kg, 37kg al decesso), aggravato dal trauma così come oggettivato anche all’autopsia. Il concorso di tutte le condizioni suddette peggioravano il quadro di bradicardia giunzionale di base ed ipotensione e conseguentemente il deficit cardiaco con conseguente edema polmonare acuto evidenziato all’esame autoptico.
Merita di essere stigmatizzata la condotta dei sanitari che si avvicendarono nell’assistenza del Cucchi Stefano durante il ricovero presso l’ospedale Sandro Pertini, Medicina Protetta, avvenuto il 17 ottobre 2009.

Tale condotta sanitaria appare viziata da gravi elementi di negligenza, imperizia ed imprudenza, tanto nelle fasi diagnostiche, quanto nelle più elementari regole di accortezza del monitoraggio clinico e strumentale.
Le gravissime omissioni dei profili di assistenza che emergono, sono ancor più censurabili alla luce dell’atteggiamento di rifiuto parziale di acqua e cibo da parte del Cucchi, rifiuto che avrebbero dovuto, semmai, a maggior ragione, indurre i sanitari ad un più scrupoloso atteggiamento di guardia e di sorveglianza, in relazione alla criticità della patologia di base.
Nessuna perplessità genera la genesi traumatica e l’interpretazione del quadro lesivo oggettivato sul cadavere del Sig. Stefano Cucchi. Tutti gli esami effettuati in corso di autopsia dimostrano, inequivocabilmente, l’insorgenza traumatica e la sua genesi acuta, come incontrovertibilmente dimostrato dall’emorragie dei muscoli lombari a livello di L3 e dei muscoli della pelvi in corrispondenza del rachide sacrale.
Eguale conferma perviene dalla rilettura delle TC che confermano le diagnosi effettuate al PS del Pertini in data 16 ottobre 2009.
Tali lesioni sono compatibili con una genesi traumatica ad opera dell’azione combinata diretta ed indiretta (trasmissiva), reiterata, di tipo contundente e meccanico violenta.
La scarna fotografia emersa dai certificati medici del 16 e 17 ottobre 2009, permette comunque di datare precisamente l’evento lesivo tra le 13:00 e le 14:05 del giorno 16 ottobre 2009.
Dalla scansione dell’attività certificativa emerge che, alle ore 14:05 del 16 ottobre 2009, il Cucchi venne visitato, all’interno dei locali della Cittadella Giudiziaria e in quella occasione riferisce dolore ed ecchimosi in regione sacrale; 2 sole ore più tardi, alle ore 16:45, alla visita presso l’U.O.C. di Medicina Penitenziaria e Ass.za Patologie da Dipendenza 1° D della Casa Circondariale Regina, il sanitario di turno richiede urgente trasferimento presso il PS dell’Ospedale Civile Fatebenefratelli descrivendo ecchimosi sacrale-coccigea, tumefazione del volto bilaterale… Algia alla deambulazione.”
Alle ore 20:11 del 16 ottobre 2009, il Cucchi, ricoverato presso i locali del Pronto Soccorso dell’Ospedale Civile Fatebenefratelli, presenta dolore acuto alla palpazione a livello della regione sacrale accompagnato da un quadro di instabilità vertebrale con Stazione eretta e deambulazione impossibile in relazione alla frattura vertebrale.. .e riferisce l’isorgenza e la durata dei sintomi da 3 a 6 ore.” ovverossia alle 14:00 circa della medesima giornata.
Tale versione è l’unica plausibile e sostenibile alla luce del quadro clinico tipico di quadri consimili, giacché la frattura del corpo di L3, per di più con la concomitante frattura del corpo di S1, si caratterizzano, come già argomentato, per un quadro clinico rapidamente invalidante ed impedente tanto la deambulazione quanto la posizione seduta ed il mantenimento della stazione eretta in quanto associato a vivo dolore.

PERIZIA VERSIONE INTEGRALE

La morte di del Sig. Stefano Cucchi è addebitabile ad un quadro di edema polmonare acuto in soggetto politraumatizzato ed immobilizzato, affetto da insufficienza di circolo sostenuta da una condizione di progressiva insufficienza cardiaca su base aritmica (bradicardia da ritmo giunzionale a 45b/min con associate anomalie aspecifiche della ripolarizzazione ventricolare), intimamente correlata all’evento traumatico occorso e al progressivo scadimento delle condizioni generali del Cucchi.
Dirimenti ai fini della corretta individuazione della causa mortis le risultanze delle indagini istologiche a carico dei polmoni che, concordemente al dato macroscopico, hanno messo in evidenza un quadro di franco edema polmonare massivo cui conferire assoluto risalto nella genesi esplicativa dell’exitus del Cucchi.
Concorrono a sostenere tale ipotesi etiopatologica l’insieme dei dati strumentali acclusi al memoriale clinico in uno ai dati emersi nel corso degli attuali accertamenti medico-legali così come esplicati nella loro interezza all’unisono interpretabili ai fine della ricostruzione degli eventi fisiopatologici che condussero a morte il giovane Stefano Cucchi.
Il 17 ottobre 2009 alle ore 20.32, all’accesso al ricovero, veniva eseguito dai sanitari all’Ospedale Sandro Pertini elettrocardiogramma che, pur se incompleto per mancanza delle derivazioni, V1 E V6, era nello specifico, patognomonico di marcata bradicardia sinusale (ritmo giunzionale a 49 battiti/minuto con anomalie diffuse aspecifiche della ripolarizzazione ventricolare. Nella derivazione V5 è presente una deflessione subito prima del QRS, ascrivibile ad onda P di piccolo voltaggio).
Le bradiaritmie sono causate da una compromissione della formazione e/o della conduzione dell’impulso. Le cause sono molteplici e possono essere dovute ad anomalie del sistema nervoso autonomo, a riflessi cardioinibitori o ad alterazioni del sistema specifico di conduzione del cuore che possono essere di tipo funzionale od organico. Nel caso di specie tanto alcuni aspetti clinici- anamnestici quanto macroscopici ed istopatologici ci permettono di ridurre il campo delle ipotizzabili cause:
1. i controlli clinici frequenti a cui si è sottoposto il Cucchi (vedi storia dei suoi accessi in PS come deducibile in atti alla presente relazione) non rilevano mai una patologia funzionale, né tantomeno cardiaca. Gli stessi sanitari che lo hanno assistito durante quei giorni registrano sempre frequenze normali e ritmo sinusale.
2. All’esame macroscopico il cuore risulta anatomicamente normale e il successivo esame istopatologico del cuore non rivela alterazioni patologiche o anche semplicemente anomalie dei foglietti pericardici e dei miociti degne di nota.
Dobbiamo pertanto considerare il cuore del Cucchi all’ingresso in ospedale come “perfettamente sano”.
Ciò acclarato, occorre allora identificare le cause che condussero a questa bradicardia o, quantomeno, visto la pochezza delle indagini di monitoraggio effettuate, verificare i meccanismi che con elevate probabilità logiche e scientifiche possono giustificare l’insorgenza di un tale quadro ed in particolare se questo possa essere ricondotto, anche concausalmente, al quadro lesivo obbiettivato.
Orbene, è noto che la bradicardia ha una varietà di eziologie. La bradicardia come risposta a stimoli traumatici è stata ben descritta in casi di danni oculari, danni alle corna spinali , in caso di shock ipovolemico , emotorace spontaneo e traumi addominali. Nella maggior parte di questi casi si è dimostrato il coinvolgimento dei riflessi vagali.
Nel caso del Cucchi, il trauma lombare esercita un significativo effetto sulla funzione nervosa vagale che non compare immediatamente ma si estrinseca in maniera subdola a seguito del danno traumatico. Tale affermazione è sorretta dal concomitare di almeno due significative evidenze cliniche:
1. Fattore tempo/Decorso: il Cucchi non manifesta immediatamente la compromissione delle funzioni nervose autonomiche: gli esami clinici a cui viene sottoposto dimostrano l’integrità delle funzioni sensitive e motorie (riflessi e quant’altro). Con il progredire del quadro clinico tra le 14:05 del 16 ottobre 2009 e con la comparsa delle emorragie perilesionali- (ex post confermate dal vasto ematoma retro peritoneale perilesionale), come spesso avviene in casi consimili si determina uno stato ipertensivo locale ed irritativo che determina la compromissione grave di tali funzioni; cosa che si evince dalla valutazione del secondo parametro:
2. sebbene nessun sanitario esegua manovre specifiche alla ricerca del danno neuroautonomico esso appare evidente in relazione all’esigenza del posizionamento del catetere vescicale (il giorno 17 ottobre 2009 alle ore 14:35) per scongiurare il rischio di una vescica neurologica tipica dei traumi spinali. Tale accortezza, lungi dall’essere soltanto una manovra profilattica, rappresenta la prova della compromissione nervosa autonomica in quanto, all’autopsia, il Cucchi mostra i segni del globo vesciale anche in condizioni di cateterizzazione, poiché, a catetere mal posizionato, il sistema sfinteriale del Cucchi non è in grado di esercitare nemmeno parzialmente la sua attività di apertura sfinteriale. Il globo vescicale agisce evidentemente come amplificatore della risposta vagotonica in quanto esso stesso, anche nel soggetto sano, è condizione sufficiente a determinare riflessi vagali talvolta associati ad eventi di tipo sincopale.

3. Ancora, le bradiaritmie possono generare sintomi e/o segni clinici da ipoperfusione o deficit emodinamico. Entrambi presenti nel Cucchi all’atto degli accessi all’Ospedale Sandro Pertini.
In alcuni casi le bradiaritmie possono essere le complicanze di patologie cardiache o sistemiche acute con effetto reversibile sulla bradiaritmie, ad es. effetto di farmaci dromotropi negativi, alterazioni dell’equilibrio del sistema nervoso autonomo, ipotiroidismo, disturbi elettrolitici, miocarditi, di cui va tenuto conto prima di adottare soluzioni terapeutiche definitive.
In questa ottica assume particolare rilievo quindi l’instaurarsi, nel Cucchi, anche di un grave quadro di alterazioni metaboliche, tra le quali spicca quella da ipercatabolismo con produzione di Azoto. L’iperazotemia in assenza di aumento di creatinina ed elevato peso specifico urinario (funzionalità preservata) depone infatti per un quadro di spiccato ipercatabolismo tipico dei quadri del riassorbimento post emorragico ancor più in un organismo privo, come era quello del Cucchi, di riserve adipose e povero di masse muscolari (peso all’ingresso 52kg).
In conclusione, dunque, la drammatica evoluzione del grave quadro di scompenso metabolico trova conferma del suo acme negli esami ematochimici del 21 ottobre 2009.
• iperosmolarità dovuta a iperazotemia spiccata che induce disidratazione che si manifesta con ipersodiemia in presenza di funzione renale conservata;
• ipoglicemia grave da defedamento e malnutrizione: l’ipoglicemia a sua volta fa aumentare l’iperazotemia perché aumenta il catabolismo delle proteine muscolari per fare gluconeogenesi. Orbene, così come ampiamente argomentato, le condizioni suddette peggioravano il quadro di bradicardia giunzionale di base ed ipotensione e, conseguentemente, il deficit di Portata cardiaca (gittata sistolica x frequenza cardiaca) causa, all’inizio, solo della perdita di frequenza. Con il perdurare delle squilibri di base, sostenuta dall’ingravescenza del ritmo bradicardico, peggiorò quindi la gittata sistolica per deficit di contrattilità dovuta all’ipoglicemia ed allo squilibrio idroelettrolitico sino alla condizione terminale di edema polmonare acuto.
Il quadro di edema polmonare acuto è addebitabile, quindi, ad una insufficienza di circolo sostenuta da una condizione di progressiva bradicardia da ritmo giunzionale a 45b/min con associate anomalie aspecifiche della ripolarizzazione ventricolare sino all’arresto, intimamente correlata all’evento traumatico e al progressivo scadimento delle condizioni generali del Cucchi.

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