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Checco Zalone da oggi torna al cinema con “Quo vado” e un mare di risate

Tutti pazzi per Checco Zalone, il vero fenomeno artistico di questi anni. E non perché i suoi film incassino cifre impensabili per il cinema italiano, ma perché ci introduce in un mondo nuovo: lavora per il retro della medaglia, per il guanto rivoltato, per l’altra metà del cielo. Finge di essere un neomelodico solo per ingentilire la ferocia del suo punto di vista. Finge di essere un tamarro solo per osservare dal punto di vista più basso l’oggetto del suo canto e soprattutto del suo disincanto.

È l’unico argine ai cinepanettoni. Checco Zalone in realtà si chiama Luca Medici, è nato a Bari nel 1977 e vive a Capurso. Si è diplomato al liceo scientifico di Conversano, conosce bene la musica. Ha suonato con diversi musicisti jazz pugliesi, tra cui Vito Ottolino e Pino Mazzarano. Nell’estate del 2006 ha dedicato alla Nazionale italiana di calcio la canzone Siamo una squadra fortissimi.

Il pezzo, trasmesso quasi per scherzo su Radio Deejay, ha riscosso uno strepitoso successo. È al suo quarto film. Checco Zalone, thè other side di Luca Medici, non è mai volgare anche quando si abbandona a qualche ruvidezza. Spesso, nella parodia, una parola volgare, che non rispetta incontenibilmente sé e gli altri, rivela la grandezza del sentimento, e dell’artista. Più di tante sdolcinate carezze.

Quando è stato ospite di Fabio Fazio per presentare il suo ultimo film Quo vado, ci ha regalato una strepitosa parodia di Massimo Gramellini che ha fatto saltare il banco delle convenzioni. E poi basta risentire su Internet la sua canzone La Prima Repubblica per capire di cosa è capace. Checco Zalone (dal dialetto barese «Che cozzalonel», significa «Che tamarro!») è bravo perché, in questo momento, nessuno come lui coltiva l’artigianato, i tempi comici azzeccati, l’alto e il basso che si mischiano, le gag da fumetto e le acrobazie verbali. Se solo avesse una regia cinematografica capace di sostenerlo, potrebbe aspirare alla gloria imperitura.

Checco Zalone vuole continuare a sbancare i botteghini con un nuovo film, ed è sicuro di ripetere il successo delle sue precedenti pellicole, in un’intervista, accenna la trama:

“Il tema del mio prossimo film è un uomo, che sono sempre io, Checco, l’ultimo fortunato che ha il posto pubblico fisso, inamovibile, finché arriva la riforma e viene messo in mobilità. Racconto l’odissea di quest’uomo che pur di non lasciare il suo posto fisso è disposto ad andare sino in Norvegia. Da un ufficio a tre metri da casa affronta un cambio radicale di vita che lo porterà in una cultura totalmente diversa da quella italiana, fatta di gente virtuosa, civile, efficiente, dove il welfare è molto forte. Però sono tutti depressi. E si uccidono. Perché? Lo scoprirete vedendo il film…”.

Quindi l’attore protagonista deve imparare per forza norvegese?

“la coda tanto per allenarmi a fare la coda”, si innamora di una ricercatrice italiana: “Per la prima volta giriamo all’estero. Si parte dalla Puglia, poi la mobilità mi porterà a Lampedusa, fra i profughi, poi in Val di Susa fra i No Tav. Poi in Sardegna. Fino a quando verrò spedito vicino al Polo Nord”.

Prepara anche lei la colonna sonora e tutte le canzoni del film?

“Per ora ne ho ho solo una in inglese un po’ maccheronico e un’altra che vorrei fare come un pezzo di Adriano Celentano, ‘La prima repubblica non si scorda mai’. E’ così che nasco, volevo fare il cantautore e scrivere cose d’amore, ma erano veramente brutte, allora per ovviare a questo durante le serate dicevo una idiozia al microfono e funzionava molto di più. Ma dentro di me volevo essere un De Gregori”.

“Fino a dieci anni fa anche per me il posto fisso era la massima aspirazione”, lo dice Checco Zalone a poche ore dall’uscita di “Quo vado”, il suo film pronto per il lancio nei cinema da oggi 1° gennaio e in cui si parla di lavoro e precarietà (ma si ride anche tantissimo, anche se non sempre la sceneggiatura è solidissima). “Ho fatto anche un concorso da viceispettore di polizia, per fortuna mi hanno scartato”. E aggiunge Gennaro Nunziante, regista e cosceneggiatore: “Parliamo dell’attaccamento degli italiani al posto fisso partendo dal concetto che ne avevano i nostri genitori, di impiegato come patriota e non parassita. Tant’è che anche come per difendersi dal comunismo lo Stato organizzava tanti concorsi pubblici”.

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