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FILE - In this Feb. 26, 2016, file photo, Republican presidential candidate Donald Trump gestures during a speech at a rally in Oklahoma City. Democrats increasingly view Trump as the likely Republican nominee and are seeking consensus on the best way to challenge the billionaire's unpredictable appeal in a general election. (AP Photo/Sue Ogrocki, File)

Clinton e Trump, un altro passo avanti

MIAMI C’è ancora un’alternativa alla nomina di Donald Trump? Un partito repubblicano con i nervi tesi e sull’orlo del collasso ha contato ieri sera il risultato delle primarie in cinque stati: Florida, Ohio, Illinois,Missouri e Carolina del Nord, alla ricerca di un verdetto che le urne finora non sono state in grado di esprimere, ma che stanno suggerendo con sempre maggior vigore. Molto significativo il dato della Florida, lo Stato più importante nella consultazione di ieri sera visto il numero di delegati che venivano assegnati: confermando i sondaggi della vigilia, Trump ha sbaragliato la concorrenza.

IL CAPOLINEA Le speranze che il partito nutriva di sconfiggerlo sostenendo una candidatura alternativa sono arrivate al capolinea nello “Stato del sole” dove si sono spente le ultime speranze per Marco Rubio: il giovane discepolo di Jeb Bush, pur giocando in casa, si è fatto distanziare di almeno una ventina di punti dal tycoon newyorchese. Lunedì sera, nel parco municipale della sua nativa West Miami, Rubio aveva pronunciato il suo ultimo appello elettorale, che già suonava come un’orazione funebre della sua sfida per la Casa Bianca. Rubio ha raccontato ancora una volta con le lacrime agli occhi il sogno impossibile per un figlio di una donna di servizio e di un barbiere immigrati da Cuba di aspirare alla presidenza del paese. Ma mentre parlava gli ultimi sondaggi lo vedevano distaccato di venti punti da Trump, che in Florida è arrivato a costruire campi da golf e ville per miliardari. Nella Calle Ocho, la strada cittadina che è divenuta il fantasma clownesco della vecchia identità cubana, un banditore in doppiopetto bianco e con le scarpe di pelle bicolore ci ha confessato di aver gettato alle ortiche il cartellone elettorale di Rubio per abbracciare quello di Trump, che a sua detta lo paga molto meglio per fargli pubblicità.

L’EX FIRST LADY Anche in casa democratica, quasi parallelamente, la Florida ha rispettato le previsioni dando a Hillary Clinton un successo molto netto. L’ex segretaria di Stato ha prevalso con il 65% dei voti contro il 34% di Bernie Sanders. L’entità del distacco è particolarmente rilevante nella contesa tra i democratici, poiché in questo caso il numero dei delegati viene assegnato con il criterio proporzionale: se Hillary distanzia di molto il suo rivale può togliere a Sanders ogni ragione per restare in gara e chiudere la corsa in anticipo.

CRUZ In campo repubblicano invece la partita promette di restare comunque aperta. Continuando a piazzarsi dignitosamente, Ted Cruz può restare in gara fino in fondo. Si parla ormai fuori dai denti dell’eventualità che la convention estiva di Cleveland possa trasformarsi in un campo di battaglia come quello che funestò l’assemblea dei delegati democratici a Chicago nel 1968. Una battaglia che i sostenitori di Trump potrebbero combattere nelle strade, con i delegati impegnati nel palazzetto a tramare per una sua sconfitta. Ma la minaccia più seria al successo di Trump viene forse dalla sua stessa campagna, da quegli episodi ripetuti di violenza durante i suoi comizi che fanno da contraltare alle parole velenose che il candidato pronuncia dal podio. Un’atmosfera «volgare e minacciosa per l’unità del paese» secondo Obama si sta diffondendo nelle piazze del paese. Il presidente non ha citato il nome dell’immobiliarista, ma al suo posto è stato il suo collega di partito, l’autorevole senatore Mitch McConnel a telefonare a Trump per chiedergli di moderare i toni, e di prendere distanza in modo non equivoco dalla violenza.

CLEVELAND (OHIO) Seduti sul tappeto rosso della moschea, quattro giovani musulmani ci spiegano perché non voterebbero mai per Trump. La pensano come i genitori che hanno deciso di dividere il voto fra Hillary Clinton e Bernie Sanders: «Non sono razzisti, con loro si può dialogare». Nella grande moschea di Cleveland c’era grande eccitazione alla vigilia del voto e una mobilitazione generale a favore dei democratici. Tutti sanno che l’Ohio è uno “swing state” che può passare dai repubblicani ai democratici e viceversa,ma questo Stato, settimo per numero di abitanti, è anche considerato “il microcosmo d’America”: «E’ importante vedere come voteranno gli elettori dell’Ohio – ci spiegava Isam Zaiem, presidente del Council on American-Islamic Relations -. Se voteranno per Trump, vorrà dire che anche il resto del Paese lo voterà».

E non è un’opinione peregrina: l’Ohio sembra indovinare dove va il Paese; ha votato per George Bush nel 2000 e nel 2004, per Barack Obama nel 2008 e nel 2012. In un territorio poco più grande della Svizzera, contiene nel nord est un’area con grandi città e università vicine ai valori della East Coast, nel nord ovest un’area agricola più fedele alle tradizioni libertarie delle Grandi Pianure del West, nel sud-ovest domina la tradizione conservatrice religiosa, mentre nel sud-est una società che aveva conosciuto il benessere grazie all’industria dell’acciaio e del carbone ora sopravvive mandando i giovani sotto le armi. Nel nordest liberal si concentra il 40% del voto e il 40% della produzione economica. Ma anche qui nessun partito vince, se non riesce a portare alle urne gli elettori. Cioè: bisogna che il candidato generi eccitazione e passione e ispiri fiducia. Nell’incontrare studenti, professori, professionisti, agricoltori, volontari di associazioni umanitarie alla vigilia del voto si aveva la sensazione che l’Ohio fosse più immune degli altri Stati al fascino di Trump e più leale verso il suo governatore John Kasich. I democratici a loro volta sembravano più vicini a Sanders, che non a Hillary. Ma se questi ultimi ci dicevano che se la nomination andasse a lei, sarebbero pronti a votarla, per i repubblicani la decisione è più incerta.

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