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Omicidio Luca Varani, Foffo: “Sul cellulare di Marc c’erano video di donne stuprate”

172654854-9b70d8d3-2d70-4829-82a3-da33cb8757daÈ tutto in una frase il disagio affettivo di Manuel Foffo, quello dietro cui prova a nascondere la sua propensione per la violenza, la sua ossessione nel definirsi eterosessuale: «Io mi sento una persona incompresa – dice – Una forte incomprensione che unita ad alcool, droga e nervosismo mi ha fatto fare quello che ho fatto». Incompreso da chi? Foffo parla di nuovo con il pubblico ministero, ha chiesto lui di essere risentito. Vuole replicare alle accuse lanciate da Marco Prato. Sa che il complice ha cercato di incastrarlo ribaltando la sua versione, glielo hanno detto in carcere, durante l’ora d’aria. E allora comunica senza freni, e tira fuori il più orribile dei pensieri: «Volevo uccidere mio padre, forse se lo avessi avuto davanti lo avrei fatto.

Non escludo di aver combinato tutto questo per dare una risposta al rapporto con lui. Quasi una vendetta nei suoi confronti, per non avermimai capito». Lo stesso padre che il giorno dopo il delitto lo ha portato dai carabinieri a confessare l’omicidio. Che ha scelto di andare a raccontare l’atrocità di quanto accaduto nel salotto televisivo di Porta a Porta, tentando di dare del figlio una descrizione che ogni padre vorrebbe dare: «È un ragazzo modello. Sì, è vero, beveva troppo a 18 anni, ha avuto qualche disagio, ma è intelligente e sensibile». E che ha replicato davanti alla confessione: «Un attimino, fammi capire bene».

L’INVIDIA Chissà quanto ci avrà goduto Manuel nel dare un colpo al cuore al genitore, scaricandogli addosso l’omicidio e quello che aveva fatto. Del resto, di rabbia dice di averne accumulata tanta negli ultimi anni. «Mio padre ha un atteggiamento diverso con me rispetto a mio fratello. Lui bianco e io nero – confida al pm Francesco Scavo – Questa cosa mi ha provocato una grande invidia nei confronti di mio fratello. In realtà io lo amo profondamente e credo che sia l’unico che mi vuole davvero bene. E il dispiacere più grande che provo ora è per il suo futuro, perché sarà associato al mio nome per sempre. Anche mia madre mi vuole bene, ma non sta troppo in salute».

Il malessere nei confronti di papà Valter, invece, lo avrebbe maturato sin da quando era adolescente. «Ho un forte risentimento nei suoi confronti – dice – perché entrambi crediamo di avere ragione. I miei genitori sono sempre stati separati in casa, e sia io che mio fratello siamo cresciuti con loro che litigavano». In un mondo pieno di famiglie separate, Manuel insiste quasi per giustificare ciò che ha fatto: «Quando ho compiuto 18 anni, finito il liceo, mio padre ha regalato il mio motorino a una persona. Avevo un legame affettivo con quel motorino. Il motivo di questa cosa non l’ho mai capito, lui lo ha giustificato dicendo solamente che era suo». E ancora: «Io volevo una Yaris, ma lui non ha voluto comprarmela perché diceva che ci voleva una macchina più resistente e quindi mi comprò un maggiolone.

Non l’ho mai voluto perché non mi piaceva. Inoltre, per volontà di miamadre ho dovuto lasciare anche il calcio e ho iniziato a bere e a drogarmi». Più i genitori si occupavano di lui, più lui maturava odio e malessere. Marco Prato aveva trovato un posto importante, era un amico con cui condividere i vizi e liberarsi da regole e obblighi familiari. Stavano insieme intere giornate, ed era capitato anche qualche settimana prima dell’omicidio: quattro giorni passati senza limiti.

LA DECISIONE Ed è per sfogare questa folle rabbia che i due si ritrovano chiusi dentro l’appartamento del Collatino, dove ingeriscono qualsiasi tipo di alcol e sostanze. E si raccontano di violenze, di donne da trattare solo come oggetti di sesso, di maschi da rimorchiare, di travestimenti e di prostituzione. Finché non si arriva a parlare della famiglia, dei genitori e di suo padre. Manuel ricorda quel momento e scoppia a piangere. «Ho perso il controllo di me stesso – singhiozza – quando è uscito l’argomento di mio padre. Abbiamo cominciato a parlarne a lungo e questa cosa mi ha fatto “venire il veleno”, avevo una forte rabbia interiore. Durante i nostri discorsi ricordo che era come se Marco sembrava darmi ragione, le nostre parole erano davvero sincere, lui mi guardava con uno sguardo criminale. Ricordo che ero davvero “avvelenato”».

Il suo avvocato Michele Andreano ha chiesto che le dichiarazioni vengano “cristallizzate” in un incidente probatorio, sollecitando per il assistito una perizia psichiatrica. Foffo, intanto, dopo che Marco lo ha tradito, qualche colpetto finale glielo lancia, e al pm suggerisce: «Vorrei che i telefoni in sequestro a me e a Marco venissero controllati. Ho visto cose orribili sui suoi telefoni. Video nei quali sono ritratti stupri di donne e atteggiamenti pedofili, anche di bambini nel compimento di atti sessuali. Non fa parte di me andare in giro per la città a cercare gente da stuprare. Le uniche fantasie che posso avere sono quelle di fare cose a tre». La battaglia, dunque, è solo all’inizio.

A Sono le 22,10 del 5 marzo quando Marco Prato viene portato all’ospedale Pertini per essere sottoposto a lavanda gastrica. I carabinieri che busseranno alla porta dell’hotel nei pressi di piazza Bologna, dove si era rinchiuso per tentare il suicidio, lo trovano in stato confusionale, stordito e con i movimenti rallentati. Sul pavimento cinque flaconi di Minias, oltre a diversi superalcolici. Allo psichiatria che lo ascolterà in ospedale, dirà: «Ho preso i farmaci perché volevo morire». Poi, però, cambierà versione: «Me li ha comprati Manuel Foffo, li avevo con me per smorzare l’effetto della cocaina o per potenziarlo».

IL LAVORO Sragiona Prato davanti al medico, anche se non perde la stima di sé. «Lavoro come organizzatore di eventi – risponde alle domande – – E questo lavoro l’ho potuto fare perché ho una grande qualità: la seduzione». Il cadavere di Luca Varani è ancora in casa del suo complice, straziato da violenze inaudite e da sevizie. Ma lui – sottolinea la psichiatra e anche il gip nella sua ordinanza di custodia cautelare -: «non mostra un orientamento depressivo dell’umore. Non si evidenziano idee di colpa e di autoaccusa, né sentimenti di vergogna». Ce ne ha per tutti nel delirio che segue la mattanza: «Vivo da solo in un appartamento che mi hanno comprato i miei genitori, ma questa cosa è insopportabile perché così loro mi tengono al “giogo”, chiedendomi di fare quello che vogliono».

Evidenzia ancora il medico: «Chiede di potersi muovere, prendere qualcosa da mangiare e parlare con i suoi genitori. E non capisce perché gli abbiano portato via il cellulare». «Non mangio da sei giorni», sorride. Ha ricordi confusi. «Non si evidenziano deliri, né dispercezioni. Riferisce una tendenza a spingersi oltre i limiti, come attitudine caratteriale in cui inserisce il poliabuso del giorno del delitto, e ha la tendenza a “slatentizzare” aspetti emotivi e impulsi nascosti. Al momento non ha ansia né oscillazioni». Ha lo smalto alle unghie, il bel Marco Prato, lo notano in ospedale, e un ciuffo di capelli finti. Confonde il nome di Manuel con Fabrizio e dice di essere stato con lui in albergo. «Abbiamo organizzato di passare dei giorni insieme – ammette – Faccio così quando voglio abusare di cocaina. Vado sempre fuori con gente assurda e in posti diversi». LO STATO EMOTIVO Si droga in modo esagerato da anni, anche se non tutti i giorni. E lo fa sempre in compagnia. «Però – aggiunge – io sono per gli eccessi, e quando si supera il limite lo si fa per bene». Tra lo sbruffone e il disgraziato, non è in grado di quantificare tutta la “roba” che ha assunto tra il 2 e il 5 marzo. Anche se una cosa la ricorda ed è riferita al giorno stesso: «Questa sera ho bevuto pure l’amaro del capo».

Marco Prato è seduto su una sedia nera con le gambe in plastica, una di quelle che si usano anche negli uffici. Biblioteca di Regina Coeli, pomeriggio, le sbarre vengono riflesse a terra, attraverso la grande finestra che illumina la sala ricreativa al piano terra. Anche il sole, qui, è più opaco del solito, sono i vetri speciali a filtrare la luce. Le gambe accavallate, braccia conserte, dà le spalle alla grande libreria e al tavolo di legno che dominano la stanza. Non è in isolamento, ma in quella che viene definita la seconda accoglienza, quella per i detenuti ai quali vengono riservate tutele maggiori. Necessarie per chi ha tentato il suicidio come lui. Neanche Manuel Foffo è in isolamento, i due sono separati da un piano e trecento metri di corridoi, scale, rotonde.

CON IL TRIBUTARISTA Marco indossa scarpe da ginnastica nere, il pantalone di una tuta, grigio scura, e una felpa, blu. Sta parlando con uno dei tributaristi arrestati in questi giorni nella capitale. Al gruppo si avvicina un politico, che sta effettuando un’ispezione per accertarsi delle condizioni delle infermerie di questa struttura. Marco si gira verso la visitatrice e i suoi accompagnatori. Tra di loro c’è anche un conoscente del killer del Collatino, che oggi collabora con il politico sul tema delle condizioni dei detenuti nel Lazio e che, durante l’incontro, resterà fermo all’entrata. Non immagina che in quella stanza c’è Marco Prato e che, per uno strano caso del destino, a breve incrocerà lo sguardo, gli occhi di quel ragazzo che ha intrapreso un viaggio di andata e ritorno verso l’orrore. Marco è tornato, per ricominciare una vita così lontana dalle notti mondane all’Isola Tiberina o dai party al Colle Oppio. E, soprattutto da quei maledetti chill out, le feste a base di droga e sesso che potevano durare anche quattro giorni. Come quella durante la quale, insieme a Manuel, si è accanito sul corpo di Luca Varani.

I ROMANZI «Sono venuto qui a leggere – dice l’ex Pr e organizzatore di eventi ’arcobaleno’ oggi calvo, senza toupet – ho chiesto dei romanzi francesi e mi sono stupito del fatto che li avessero anche qui». Indica la libreria, dietro di lui. Ha la voce flebile, ma non sembra essere sotto l’effetto di sedativi. Parla in maniera pacata, vuole ponderare le parole e guarda spesso verso il basso. Non sembra infastidito dalle domande del politico. Forse si aspettava una visita, oltre a quella del gip, di mercoledì, e a quelle del suo avvocato. Con lui, nella stanza, ci sono altre quattro persone. Presumibilmente sanno perché è lì. E’ una delle prime domande che si rivolgono i detenuti, quando si conoscono, quando superano il muro della diffidenza iniziale: «Tu perché sei qui?». E poi c’è “radio carcere”, il passaparola, le voci sui nuovi arrivati. «Voglio rendermi utile, adesso – dice Prato, che mentre parla non si alza mai dalla sedia – Chiedo sempre di fare dei lavori in questo carcere. Mi sono anche offerto di pulire per terra». Il politico annuisce, mentre l’amico ascolta, a distanza.

LE SIGARETTE Quel Marco, che oggi parla con una voce flebile, non è più il ragazzo che il conoscente, fermo alla porta, incontrava in discoteca, nei week-end, con il quale parlava di Dalida, dei dj più bravi della capitale, della musica e delle vacanze a Mykonos. Il viaggio nell’ orrore, di cui da giorni parlano giornali e tv, deve aver cancellato la memoria di quei giorni apparentemente normali. Anche Marco sa che nulla sarà più come prima. Fumare lo aiuta: «Mi serve per attutire i pensieri, ma non la coscienza». È allora che questo ragazzo bilingue, che ogni tanto si offriva di dare gratuitamente ripetizioni di francese agli amici, sposta la sedia e la gira verso la porta. Quando alza gli occhi, gira la testa e vede quella faccia conosciuta, rimasta accanto alla porta, in silenzio, come si usa fare durante queste ispezioni nelle carceri. I due si riconoscono ma nessuno ha il coraggio di dire nulla. Pochi secondi nel silenzio più totale, Marco lo guarda fisso negli occhi, le braccia non sono più conserte, e inizia a piangere. Il tempo, però, è finito, le guardie penitenziarie fanno segno di andare.

DIETRO LE SBARRE Manuel, invece, è al primo piano, nella settima sezione, cella 14. Qui c’è la prima accoglienza, è qui che si trovano i detenuti arrivati da pochi giorni. Non quelli ritenuti a “rischio” e più bisognosi di tutele, come Marco. Il presunto killer di Luca Varani è seduto sul letto. La finestra non è grande, lo speciale vetro è scarabocchiato, fuori si vede un altro palazzo. Le grate che delimitano la cella sono chiuse. Manuel è solo. Sopra al letto c’è soltanto una coperta. Sul comodino un piatto, sono i resti del pranzo, bucce di arancia appoggiate alla rinfusa. Accanto, due pacchi di tabacco e due di sigarette. Quando vede arrivare il politico, si alza. Infila le mani tra le grate. E’ alto, i capelli neri, corti. «Non sto male qui – esordisce, rispondendo al ragazzo che, poco prima, aveva incontrato Prato – Mi trattano tutti bene, non ho nessun problema». Indossa scarpe nere, un pantalone della tuta grigio, un maglione beige. Sotto, cinque strati di t-shirt molto visibili, di vari colori: nere, grigie. E’ lui a mostrarle. «Non ho freddo – esordisce – Vedete? Mi copro molto bene», e mostra il suo rimedio contro il freddo. «Gli altri carcerati che ho incontrato sono tranquilli», aggiunge. «Sto qui da domenica – ricorda- che devo fà», e ritira le mani che aveva infilato tra le sbarre per poi allargarle.

LA CELLA SPOGLIA E’ spesso dentro a questa cella, non gira molto, anche se le guardie penitenziarie gli hanno proposto, più volte, di muoversi per vedere l’istituto in cui ora dovrà imparare a fare i conti con la propria coscienza: «Mi hanno detto se volevo visitare anche gli altri reparti. Ma non ho mai voluto. E poi mancavano le sigarette». Ha una fisicità spavalda, è poco loquace, nessun riferimento alla folle notte con quell’amico speciale conosciuto a Capodanno, durante una festa in Centro. Si gira verso la finestra, non ha più voglia di parlare. Sul comodino non c’è nessun libro, mentre sulla parete sono disegnate tante stelle a cinque punte. Si siede sul letto e guarda fuori dalla finestra, e pure qui il sole sembra non splendere come oltre le sbarre.

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