Diabete, In Italia 73 morti al giorno. I laureati rischiano meno

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Avere una laurea ci garantisce una maggiore sicurezza contro il diabete l’obesità: per le persone con solo le scuole primarie, la percentuale di ammalarsi di diabete e triplicata rispetto chi possiede una laurea, facendo un paragone anche con l’età, anche più obesi fanno alzare questa statistica di quasi il doppio a differenza di meno istruiti.

Gli ultimi dati Istat è del 2015 evidenziano una discrepanza sociale soprattutto a partire dai 45 anni. È persona malata di diabete e 45 e 64 anni e di 2,9% tra i laureati, si arriva al 4% fra i diplomati, e quasi al 10% tra coloro che hanno frequentato solo le scuole elementari

Tutto questo è correlato da un insieme di cose veramente lo stile di vita: diabete si manifesta il 15% delle persone in sovrappeso o obese – niente che in linea con la linea solo il 3,6% e l’8,6% tra quelli che non pratico nessuna attività fisica differentemente dall’1,7% trallona coloro che quotidianamente fanno sport.

Circa il 12% degli italiani tra i 40 ed i 90 anni, sono affetti, spesso senza saperlo, da diabete. Il nome deriva dal greco e si riferisce alla frequente, tipica necessità di urinare. Questo si verifica tuttavia nella fase conclamata di una malattia caratteristicamente subdola, che crea danni a vari livelli, prima di manifestarsi con sintomi chiari. Secondo le previsioni degli studiosi, la patologia, nel nostro paese, è destinata a raddoppiare entro il 2025, con un devastante impatto sociale ed economico.

Tutto questo è dovuto essenzialmente alla scarsa attività fisica ed alle abitudini alimentari errate. Si passa attraverso una serie di stadi ingravescenti. Con una dieta ricca di zuccheri o amidi non integrali, ad ogni pasto si determina un brusco rialzo della glicemia.

Tutto questo zucchero non viene utilizzato dai muscoli, soprattutto nelle persone sedentarie. Poiché il glucosio libero, determinerebbe pericolose ossidazioni di proteine e strutture organiche, il nostro organismo opportunamente reagisce con un servomeccanismo, che è quello della secrezione di insulina da parte del pancreas. L’ormone trasforma lo zucchero in grasso e lo deposita come riserva energetica.

In una prima fase quindi il soggetto ingrassa. Poiché però il nostro corpo è programmato per non aumentare di peso oltre un certo livello, incrementandosi la massa grassa, diminuisce la sensibilità all’ormone. Questa diminuita reattività protegge dall’obesità abnorme, ma determina un aumento dei livelli di zucchero nel sangue. Se il tasso di glucosio rimane elevato per un periodo prolungato di tempo, la continua stimolazione di una insulina, pur poco efficace, causa l’esaurimento di quella parte del pancreas deputata a produrla.
Nel corpo non più capace di secernere insulina, gli zuccheri aumentano sempre più, ma non viene depositato grasso. Si passa alla fase magra, terminale, in cui, gli elevati livelli di glucosio, non più controllati, danneggiano cuore, reni, retina ed arterie.

Non basta ridurre la glicemia

Oggi ai farmaci antidiabetici viene chiesto qualcosa in più che contrastare solo l’iperglicemia: devono aiutare a perdere peso, ridurre il rischio di ipoglicemie, proteggere l’apparato cardiovascolare e i reni, abbassare la pressione arteriosa. E molti dei nuovi antidiabetici sembrano efficaci anche in questo, come gli inibitori del Dpp-4, gli analoghi del Glp-1 e gli inibitori Sglt-2. Proprio l’EMA (l’Agenzia del farmaco europea) ha appena approvato una combinazione precostituita di inibitore Dpp-4 e Sglt-2. Sempre più spesso infatti si sommano i benefici di due farmaci mettendoli insieme in un’unica compressa.

Per curare il diabete di tipo 2 si inizia con il farmaco gold standard, la metformina; se questa non è sufficiente, si aggiunge un Glp-1 o un Sglt-2 e se anche questi non dovessero bastare a raggiungere un buon controllo glicemico, si procede ad una combinazione precostituita (ovvero una compressa che li contiene tutti e due).

IdegLira efficace per raggiungere i target glicemici
Questo farmaco è la prima combinazione di un’insulina a lunga durata (degludec) e un’agonista del recettore del Glp-1 (liraglutide) in singola somministrazione, già disponibile in Europa. Proprio questa particolare combinazione si è dimostrata efficace, nei pazienti con diabete di tipo 2 non controllato dalla terapia con insulina glargine 100 U (20-50 unità), per raggiungere il target di glicemia a digiuno, senza episodi di ipoglicemia e aumento di peso, più frequentemente rispetto all’aumento del dosaggio dell’insulina glargine 100 U.

A dimostrarlo sono stati i nuovi dati emersi dallo studio DUAL V – IdegLira, presentati all’ultimo Annual Meeting dell’EASD (l’European Association for the Study of Diabetes).

Antidiabetici a confronto
Una metanalisi pubblicata sulla rivista Jama ha messo a confronto le varie classi di farmaci disponibili per definire meglio le linee guida nella terapia del diabete di tipo 2. Questa “network metanalysis” ha valutato l’efficacia e la sicurezza dei farmaci realizzando un confronto virtuale, cioè usando un comparatore comune (per esempio il placebo) per effettuare confronti diretti tra i vari antidiabetici disponibili. Sono stati quindi presi in considerazione i risultati di 300 sperimentazioni di farmaci. I ricercatori hanno messo a confronto le terapie iniziali a base di un solo farmaco (per esempio quelle con metformina), poi quelle con l’associazione di 2 antidiabetici e infine di 3 (quando spesso viene introdotta l’insulina). Si tratta di un’indagine importante per i diabetologi perché permette loro di orientarsi nel definire la corretta terapia all’interno dei 3 step previsti nel trattamento del diabete, potendo decidere con quale farmaco iniziare e quali eventualmente affiancargli per una maggiore efficacia e una riduzione degli effetti collaterali e dei rischi. Perché la metanalisi ha anche indagato su mortalità totale e cardiovascolare, il rischio di ipoglicemie e la perdita o l’aumento di peso.

I risultati hanno mostrato che non ci sono farmaci migliori nella terapia iniziale, sia somministrati da soli sia in associazione ad altri.

La metformina rimane la prima scelta nel trattamento del diabete di tipo 2 in fase iniziale; in alternativa, nei pazienti che non la tollerano, si possono usare – sempre da soli – gli Sglt-2.
Per quanto riguarda le associazioni di 2 farmaci, tutte si sono dimostrate ugualmente efficaci nel controllo della glicemia, anche se la combinazione metformina-Sglt-2 è risultata più efficace nel ridurre il rischio di ipoglicemie rispetto alla combinazione metformina- sulfonilurea, attualmente la più usata. La combinazione metformina- Glp-1 è invece più efficace per ridurre il peso. Sempre per ridurre il peso, anche la tripla combinazione metformina-sulfonilurea-Glp-1 è migliore sull’associazione di metformina-sulfonilurea-Sglt-2.

Pioglitazone per la steatosi epatica
Arriva da uno studio condotto da ricercatori dell’Università della Florida (USA) la conferma che il pioglitazone è efficace nel trattamento della steatosi epatica non alcolica. Il pioglitazone è un antidiabetico appartenente alla classe dei tiazolidinedioni ed ha dimostrato di poter controllare non solo la glicemia ma anche di ridurre la steatosi epatica nel 58% dei partecipanti allo studio, che avevano prediabete o diabete di tipo 2 ed erano risultati positivi alla biopsia per la steatosi epatica non alcolica.

La steatosi epatica è un accumulo di trigliceridi nel fegato e si associa ad un rischio maggiore di sviluppare il diabete e le sue complicanze, sia microvascolari che macrovascolari. Non esistono al momento farmaci per curarla e l’unica terapia, spesso non sufficiente, è il cambiamento dello stile di vita raccomandato al paziente, ovvero dieta e attività fisica.
Il fatto quindi che il pioglitazone si sia dimostrato efficace nel trattare la steatosi epatica è un ottimo risultato, perché non solo permette di curare questa patologia ed evitare che si evolva in forme più gravi di malattia epatica, come la cirrosi, ma anche di poter prevenire il diabete, di cui questa condizione rappresenta un fattore di rischio.

Liraslutide efficace per perdere peso
Non importa se si tratti di sovrappeso o di obesità a vari livelli di gravità: liraglutide si dimostra efficace nella riduzione del peso corporeo e nel migliorare il controllo della glicemia. Lo dimostrano i dati, frutto di tre anni di studio, presentati in occasione deH’VIII Congresso nazionale della Società Italiana dell’Obesità (SIO), tenutosi a Roma. Lo studio di fase 3a SCALE (Satiety and Clinical Adiposity – Liraglutide Evidence) ha coinvolto adulti con prediabete e obesità oppure sovrappeso con comorbidità: un gruppo (1.505 pazienti) ha assunto liraglutide 3 mg, un altro placebo (749) per 3 anni, entrambi in aggiunta a dieta ipocalorica e ad aumento dell’attività fisica.

Attenzione a diabete e sovrappeso

La sindrome dell’ovaio policistico è un disordine endocrino che colpisce fino al 10% delle donne in età riproduttiva. Si tratta di una malattia molto complessa che coinvolge l’ipotalamo, l’ipofisi, le ovaie, il surrene e il tessuto adiposo periferico e che non va confusa con l’ovaio multicistico, condizione che può essere presente nel 25-30% delle donne regolarmente mestruate e con ovulazione.
I sintomi
Ciclo irregolare, acne, sovrappeso e peluria eccessiva sul viso spesso vengono scambiati come normali cambiamenti puberali, specie se si tratta di ragazze in età adolescenziale. Potrebbero essere invece le quattro spie della sindrome dell’ovaio policistico (Pcos).
In età adulta la sindrome causa difficoltà nel concepimento, con cicli mestruali irregolari e livelli eccessivi di ormoni maschili, che interferiscono con l’ovulazione: questo aspetto diventa un grosso problema nell’età adulta, quando emerge il desiderio di un figlio.
“L’assenza cronica di ovulazione, una delle condizioni che caratterizzano la sindrome dell’ovaio policistico, porta infatti l’ovaio a produrre più androgeni e di conseguenza alla crescita dei peli, caduta dei capelli e all’incremento delle masse muscolari inducendo in un gran numero di casi sovrappeso, obesità, diabete e sindrome metabolica”, commenta Vincenzo Toscano, presidente eletto AME, Associazione Medici Endocrinologi, e Direttore della Cattedra e UOC di Endocrinologia Facoltà di Medicina, Ospedale Sant’Andrea a Roma, che aggiunge: “in questi casi è fondamentale una buona anamnesi che vada a scovare nella storia clinica della paziente tutta una serie di fattori premonitori che possono condurre alla diagnosi di Pcos”.
Un legame pericoloso
Inoltre, nel 30% dei casi, se trascurata, porta ad alterazioni metaboliche come obesità, sovrappeso, diabete e insulino-resistenza: un quadro clinico con importanti ricadute sulla salute e sul benessere psicologico della donna. “In presenza di una diagnosi di Pcos sono ancora troppo pochi i ginecologi che richiedono esami come il test di carico al glucosio e il profilo lipidico”, spiega ancora Toscano, “seppure i due test vengano fortemente raccomandati dall’Ameri- can Congress of Obstetricians and Gynecologists e sarebbero fondamentali per prevenire il decorso della malattia verso una forma più complessa con alterazioni oltre che
endocrine anche metaboliche”.
Come si cura
“Nonostante la patologia sia molto diffusa e caratterizzi fino al 10% delle donne in età fertile, le opzioni terapeutiche sono solo sintomatiche e le stesse di 10 anni fa”, precisa Roberto Castello, past president AME e direttore del Reparto di Medicina Generale a Borgo Trento, Verona. “Oltre ad una dieta equilibrata e ad una attività fisica costante, la terapia deve essere personalizzata e valutata in base ai bisogni della paziente. Una particolare attenzione deve essere prestata nelle pazienti in cerca di una gravidanza. In questo caso un cambio radicale dello stile di vita, specie se presenti obesità o sovrappeso, è consigliabile ricorrendo a farmaci che migliorino una condizione di insulino-resistenza e pro- ovulatori come il clomifene, terapia di elezione per le pazienti che desiderano una gravidanza. Studi recenti hanno mostrato come la supple- mentazione con gli inositoli potrebbe avere un suo spazio nel trattamento di questa sindrome”.

C’è soprattutto la sedentarietà alla base delle patologie cardiovascolari e del diabete

Se già non era un dato certo, ci ha pensato l’ultimo Congresso della Società Europea di Cardiologia a puntare il dito sullo stile di vita sedentario come causa delle principali malattie del nostro secolo.
La sedentarietà e l’assenza di attività fisica durante la giornata hanno raggiunto ormai proporzioni epidemiche e rappresentano la 4a causa di mortalità e disabilità nel mondo occidentale.
La sedentarietà infatti, porta all’obesità e alla sindrome metabolica, due condizioni che sono l’anticamera del diabete.

Lo sport da guardare
“Gli italiani – spiega Michele Gulizia, Direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania – dicono sì allo sport, ma solo se da guardare alla TV. Appena il 33,2% tra i 18 e i 69 anni infatti può essere considerato realmente ‘attivo’, il 35,8% lo è ‘parzialmente’ (ossia fa qualche attività nel tempo libero senza però raggiungere i livelli raccomandati) e il 31% è completamente sedentario. Perfino nei minori, un recente rapporto ha evidenziato un quadro drammatico e tutt’altro che confortante: il 23% non svolge regolarmente attività motorie nel tempo libero, l’11% nemmeno a scuola e il 63% cammina globalmente non più di mezz’ora al giorno”.
Grasso addominale
“La diagnosi di sindrome metabolica (aumento dei trigliceridi, riduzione del colesterolo “buono” o HDL, pressione alta, glicemia elevata, steatosi epatica) sulla base della misura del girovita è importante per predire le malattie cardiovascolari” – spiega Leonardo Bolognese – Direttore Cardiologia Ospedale di Arezzo. Soprattutto dopo che uno studio giapponese ha scoperto che il troppo grasso sul girovita fa aumentare lo spessore dei ventricoli”. Studi recenti, infatti, consigliano di abbandonare la determinazione dell’Indice di Massa Corporea (IMC) a favore della misurazione della circonferenza addominale per definire il rischio cardiovascolare del paziente. Secondo le recenti indicazioni dell’International Diabetes Foundation, nei soggetti di razza caucasica si considera normale un girovita inferiore a 94 cm nell’uomo e a 80 cm nella donna. “Le persone obese, in particolare, presentano un rischio 3,3 volte superiore rispetto alle normopeso”, prosegue Bolognese. “Un problema se pensiamo che il 10% della popolazione è sovrappeso e che l’ipertrofia del ventricolo sinistro è una condizione in cui il muscolo diventa meno elastico. Condizione che inizialmente non dà sintomi ma può manifestarsi con difficoltà respiratorie, dolore toracico, vertigini e

capogiri: effetti della difficoltà che ha il cuore a pompare il sangue” – spiega Michele Gulizia, Direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania.
Il grasso pesa sul cuore già da bambini
L’epidemia di obesità nei bambini e negli adolescenti ha reso necessario prestare sempre maggiore attenzione all’influenza dell’eccesso di grasso sia sulla struttura che sulla funzione del cuore. Lo studio ‘ORIGIN’ (Outcome Reduction with an Initial Glargine Intervention) aveva lo scopo di valutare la frequenza e l’incidenza di anomalie cardiovascolari in una coorte di bambini in età prescolare aumentati di peso negli ultimi 12 mesi.
Lo studio è stato condotto dagli specialisti dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma insieme all’università di Tor Vergata, alla Sapienza e alla Federazione Italiana di Medici Pediatri tra marzo 2013 e marzo 2014 nella città di Roma.
I risultati dell’analisi statistica hanno mostrato che gli obesi avevano una più alta massa del ventricolo sinistro rispetto ai pari sovrappeso; oltre ad un valore più alto nel diametro di eiezione ventricolare sinistro.
Sempre nei bambini obesi sono stati riscontrati valori più alti di grasso intorno all’epicardio rispetto al gruppo dei sovrappeso e dei normopeso.

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