Twitter, dieci anni fa, viene diffuso in rete il primo “cip” della storia, ritwittato per più di 66.000 volte

È il 21 marzo 2006, ore 12.50. Viene diffuso in rete il primo tweet della storia, ritwittato più di 66.000 volte al momento in cui scrivo. Ne è autore Jack Dorsey, un informatico del Missouri impegnato a configurare il sistema («just setting up my twttr»). Il tweet partito dall’ account di Dorsey (@jack) è il primo di una raffica: quel 21 marzo i tweet dei partecipanti alla chiacchierata virtuale rasentarono il centinaio. L’innovazione principale generata sul piano linguistico da Twitter è la brevità, l’effetto più visibile della necessità di condensare il pensiero in poco più di 100 caratteri.

La sua conseguenza più immediata? Nell’attingere alla realtà la lingua è costretta a filtrarla, selezionandone solo alcuni tratti e restituendone così una versione “accorciata”. In genere la brevità, la formularità, la tendenza a uno stile telegrafico, se avvicinano Twitter a certi scambi comunicativi che (ancora) avvengono via sms, non lo portano comunque ad accogliere i ben noti fenomeni di cancellazione di materiale linguistico che si manifestano nell’“essemmessese” selvaggio. Elementi a favore di Twitter – d’accordo con il blogger Hassan Bogdan Pautàs – sono ancora la leggerezza dell’ironia e quell’esattezza che, causa la compressione del pensiero, favorisce le operazioni di scavo semantico e lessicale. Non tutto però è oro quel che luccica. Fra le novità negative portate da Twitter l’appiattimento del dibattito su parole-etichette, ripetute ossessivamente e meccanicamente, e l’asimmetria delle relazioni fra i “twittarini”: puoi avere milioni di follower, come la cantante californiana Katy Perry (@KatyPerry), e decidere di non seguire nessuno o quasi nessuno. Un sistema in conflitto con lo spirito “democratico” (almeno nelle apparenze) del social networking.

L’avvento di Internet aveva prefigurato l’affermazione del modello, reticolare e bidirezionale, rappresentato dal netcasting (o “molti a molti”). Avrebbe dovuto soppiantare i precedenti modelli verticistici e unidirezionali (o “uno a molti”), come il broadcasting o il narrowcasting, ma la sua promessa è stata mantenuta solo in parte anche per colpa di piattaforme asimmetriche come Twitter, la cui struttura piramidale è in parte responsabile della sua crisi. Il bilancio del gruppo proprietario è in rosso, e l’ultimo trimestre del 2015 non ha visto crescere, rispetto ai tre mesi precedenti, gli utenti registrati: 320 milioni all’incirca, più di 250 dei quali sono concentrati negli Stati Uniti. Fra le ragioni dello stallo c’è anche la sempre più spietata concorrenza: da Instagram a Snapchat, fra gli ultimi arrivati.

LA CRESCITA La crescita di Twitter, negli anni, deve molto alla fortuna toccata ad alcuni hashtag. Il primo a utilizzarne uno è stato Chris Messina (@chrismessina), alias Factory Joe, convinto sostenitore dell’ open source. In un tweet del 23 agosto 2007 suggerisce di sfruttare il simbolo # per creare gruppi di “cinguettatori”. Nell’autunno di quell’anno il cancelletto esplode. A raccontarlo è lo stesso Messina in un’intervista. L’uomo invia un messaggio privato. È indirizzato a Nate Ritter, che è fra i citizen journalists impegnati in un servizio su una serie di incendi boschivi scoppiati a San Diego; Chris lo esorta a usare l’hashtag #sandiegofire, e Nate esegue. «Fu davvero uno dei più grandi esempi di citizen journalism, complice l’uso dell’ hashtag». Così ha dichiarato Messina in quell’intervista. Il 22 luglio 2013 nasce il primogenito di Kate Middleton e del principe William. Quel giorno, in Italia, #RoyalBaby s’impone perfino sugli hashtag (#GMG, #RIO2013) attivati per il viaggio in Brasile di papa Francesco, nell’occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. Il primo tweet era stato lanciato da Bergoglio il 17 marzo 2013, quattro giorni dopo l’elezione, dall’account @Pontifex_it.

Nel gennaio 2009 aveva esordito su Twitter l’attuale premier, oggi seguito da più di due milioni di follower. Ma i politici italiani – Renzi a parte – sono ancora ben lontani da una matura utilizzazione di Twitter. I profili di molti di loro, in assenza di interventi provvidenziali di “acchiappalike” di professione, sarebbero surclassati dai profili fake di chi li prende simpaticamente in giro. Uno dei più bravi è Davide Astofi, in arte Kuperlo (@GianniCuperloPD).

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