Ebola, ecco la neonata che ha sconfitto il virus

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Chiara Burzio, infermiera piemontese, più volte impegnata in prima linea contro ebola, è stata per due mesi responsabile medico del Centro trattamento ebola di Medici senza frontiere (Msf) a Conakry, capitale della Guinea. In Africa, la diffusione di ebola è stala contrastala, ma non è ancora ufficialmente finita.

E per l’Organizzazione mondiale della sanità la vigilanza deve restare alta. Chiara, single, lavora con l’organizzazione umanitaria Msf dal 2011 e nell’ultimo anno è stata sempre impegnala nel pool delle emergenze sanitarie. Ora è da poco tornata a casa, ad Andezeno, in provincia di Torino, dalla sua famiglia. Aspettando di partire per la prossima missione di Msf, ci racconta il dramma dell’epidemia di ebola che, da quando è esplosa nel 2014, ha fatto 11.300 vittime in Guinea, Liberia e Sierra Leone.

E la storia di Nubia, una bambina che miracolosamente si è salvata. Chiara l’ha vista nascere, ha temuto e ha gioito per lei. Questa di Conakry è siala la mia seconda missione sanitaria riguardante ebola. Giusto un anno fa ero nell’inferno di Monrovia, capitale della Liberia. Un inferno che mai dimenticherò. Ma questa volta ho visto anche un po’ di paradiso. Questa missione si è chiusa in un modo davvero speciale: Nubia, una bambina nata lo scorso 27 ottobre, si è salvala dal dramma di ebola. Nubia è venula al mondo in una calda mattina nel Centro di trattamento ebola di Medici senza frontiere di Conakry. È stata accolta a braccia aperte da un’équipe medica stupefatta nel trovarsi di fronte una neonata urlante e piena di vita.

Lo stesso giorno in cui Nubia è venuta al mondo, sua madre è morta, portata via da un’emorragia post parto che l’ebola ha reso inarrestabile.Finora, nella letteratura scientifica non sono mai stati registrati casi di neonati sopravvissuti all’ebola nel primo mese di vita. Anzi, quasi il 100 per cento dei bambini che vengono al mondo da mamme malate di ebola, nascono morti o muoiono a poche ore o a pochi giorni di distanza. L/ebola si trasmette attraverso la placenta e i neonati hanno un sistema immunitario immaturo e incapace di combattere da solo il virus.

Nubia no. Nubia ha messo in discussione i risultati del mondo scientifico e ha scritto una nuova pagina della letteratura medica sull’ebola. Nubia ha sorpreso lutti quel mattino di fine ottobre con i suoi vagiti. E ha destato meraviglia quando, giorno dopo giorno, ha cominciato a bere sempre più latte dal bibei’on. E man mano che i giorni passavano ne reclamava di più. Nubia ha urlalo a pieni polmoni il suo diritto alla vita e noi l’abbiamo assistita giorno e notte con l’utilizzo di farmaci sperimentali, per rafforzare il suo sistema immunitario. Ha stupito la sua capacità di sopportarli. Anzi, Nubia è riuscita a combattere il virus.

La gioia che abbiamo provato osservando che prendeva sempre più peso, o nel cambiarle i pannolini, è indescrivibile. Nel suo primo mese di vita, Nubia non ha mai sfiorato mani e visi, ma ha avuto di fronte solo maschere e occhialoni di protezione del personale medico, solo le tute gialle o blu anticontagio. Non ha mai sentito l’odore della pelle, ma solo quello del cloro usato per disinfettarle.

Il 28 novembre tutto questo è finito. Tutto lo staff medico che ha lavorato al Centro di trattamento per Pebola di Conakry era presente alla dimissione della piccola-grande Nubia, per festeggiare il grande giorno. Nubia è tornata nel suo villaggio, affidala agli zii (il padre, 17 figli, ha perso due mogli nell’epidemia di ebola).

Sì, Nubia ce l’ha fatta: è sopravvissuta all’ebola ed è diventata un simbolo per tutta la Guinea. A un mese di vita e tre chili di peso, Nubia ha vinto una battaglia che in tantissimi prima di lei, in questi quasi due anni di epidemia di ebola nell’Africa occidentale, hanno perso. Nubia, neonata-miracolo e ultima paziente malata di ebola di tutta la Guinea, è uscita dal Centro acclamata da tutti, presa in braccio da tutti. Ognuno di noi non vedeva l’ora di poterla abbracciare senza tutoni e, finalmente, trattarla semplicemente come una neonata e non più come una paziente. Anche io ho fatto la coda per averla tra le braccia e dirle senza il viso coperto da una maschera: buona vita piccolina.

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