Fake News, Laura Boldrini gli dichiara guerra

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Di invitare i deputati a rispettare la parità di genere linguistica, la presidente della Camera Laura Boldrini non si stanca mai: perché ostinarsi a non usare parole come “ministra” o “deputata”, ci spiega, è segno di una resistenza culturale che va superata. Quella che lei cerca di sgretolare dal primo giorno del suo insediamento di quattro anni fa a Montecitorio, che si tratti di srotolare dalla finestra del suo ufficio un drappo rosso contro i femminicidio di condannare la vergogna di un programma televisivo in cui le donne sono rappresentate come “animali domestici di cui apprezzare mansuetudine, accondiscendenza, sottomissione”.

«Credo che occuparsi delle questioni di genere sia sempre necessario per far avanzare un Paese e, purtroppo, in Italia c’è bisogno di lavorare molto su questo tema perché la strada da fare è ancora lunga».

Presidente Boldrini, il fatto che le deleghe delle Pari Opportunità siano affidate alla sottosegretaria Maria Elena Boschi e non ci sia una ministra “a tempo pieno” non è un segnale di poca attenzione su un tema così cruciale?

«La sottosegretaria Boschi, anche con il precedente governo, si è data da fare: penso soprattutto alla questione cruciale dello sblocco dei fondi per i centri antiviolenza e le case rifugio. Ciononostante credo che sarebbe stato molto utile avere fin dall’inizio della legislatura una ministra dedicata a questo tema, anche per dare un segnale culturale, di attenzione e di sostegno alle tante associazioni e alle realtà che operano sul territorio, che invece sono state scoraggiate dall’assenza, per troppo tempo, di una figura di riferimento».

Chi vedrebbe bene in questo ruolo? «Indicare un nome è difficile, ma le assicuro che ci sono tante donne in Italia, giovani e meno giovani, che potrebbero dare un contributo importante in questo senso: figure di straordinario valore e di autorevolezza che saprebbero essere riferimento e ispirazione per le nostre ragazze. Perché è vero che i diritti esistono sulla carta, ma stentano a essere messi a frutto ogni giorno».

Il 25 novembre scorso ha pubblicato su Facebook una serie di messaggi zeppi di insulti sessisti destinati a lei, con i nomi e i cognomi degli autori. Un gesto forte, che ha aperto il dibattito sugli odiatori della Rete: come è arrivata a prendere quella decisione?
«Ho preso quella decisione nella Giornata contro la violenza sulle donne, il 25 novembre appunto, perché credo che questa sia la nuova frontiera della violenza sulle donne.

Di cui sono vittima io come milioni di donne ogni giorno, che magari non hanno la possibilità di andare fino in fondo. Così ho voluto rendere noti i nomi di chi mi ha inviato messaggi sessisti e violenti perché penso che chi fa questo debba assumersene la responsabilità, e credo che i parenti, gli amici e i datori di lavoro ne debbano essere informati. Non è accettabile che dopo aver fatto tante battaglie per difendere i nostri diritti ed essere rispettate oggi noi e le nostre figlie ci troviamo davanti a un bivio, costrette a scegliere se accettare in silenzio di essere umiliate con oscenità e volgarità di ogni genere oppure uscire dalla Rete».

Quali reazioni ha provocato la sua denuncia? «Molte delle persone che mi avevano insultata mi hanno scritto scusandosi, precisando di aver scritto quelle cose senza immaginare che io le avrei lette: e questo è un tema, perché bisogna finalmente capire che il Web non è una terra di nessuno, ma un luogo in cui si comunica e si interagisce, dove è reato tutto ciò che è reato nella vita reale. Altre persone, invece, mi hanno scritto di aver agito in quel modo violento soltanto dopo aver letto alcune cose negative che mi avevano attribuito che poi si sono rivelate essere delle bufale: e questo è l’altro grande tema, quello della disinformazione, delle fake news».

Il tema delle fake news o delle bufale è esploso in modo dirompente durante l’ultima campagna presidenziale americana, con Donald Trump: qui da noi c’è un settore in cui il rischio disinformazione la preoccupa di più?

«Cominciamo col dire che le bufale, le false notizie, non sono mai goliardate, ma vengono organizzate a tavolino e rispondono a obiettivi precisi: guadagnare soldi, produrre danni, creare caos, delegittimare qualcuno, aspetti che mi preoccupano in egual misura. Quando le bufale toccano temi come la salute diventano allarme sociale, si pensi ai vaccini pediatrici ma anche alle cure mediche improvvisate. Oppure generano panico, come accadde quando girava la menzogna sulla magnitudo del terremoto del Centro Italia abbassata ad arte dal governo allo scopo di non rimborsare i cittadini danneggiati dal sisma.

A volte invece le fake news diventano proprio un’arma politica per delegittimare l’avversario, inventando cose sul suo conto per far sì che questa persona perda ogni credibilità e sia odiata».

Tipologia di fake news, quest’ultima, di cui lei è spesso stata vittima… «Esatto. Quello che penso in proposito è che quando la politica arriva a questo punto si impoverisce completamente, lasciando che a prevalere sia il candidato più scaltro, più cinico, quello disonesto e disposto a tutto pur di avere la meglio sull’avversario. In questo senso le fake news sono la morte della politica intesa nel senso più alto».

Per creare sensibilizzazione nei confronti del rischio disinformazione lei ha lanciato un appello online: #BastaBufa- le. Che risposta ha ottenuto?
«L’obiettivo della campagna era di raggiungere 10 mila firme, invece dopo soltanto un mese ne abbiamo già raccolte 17 mila, mentre sul sito www.bastabufale.it continuano ad arrivare sottoscrizioni. Un esito davvero positivo e inaspettato, che fa anche capire quanto il problema sia sentito e percepito come qualcosa di estremamente pericoloso. Più firme avremo, più facile sarà avere un’interlocuzione attiva con quei settori che hanno specifiche responsabilità sul tema: i social network naturalmente, ma anche il mondo dell’informazione tradizionale, le aziende e il settore dell’istruzione. Tutti attori con cui vorrei aprire una trattativa a fine aprile».

Di certo però le modalità per arginare il fenomeno fake news sono complesse tecnicamente, oltre a richiedere investimenti in denari: crede che servano nuove regole?
«Credo che prima di adottare soluzioni legislative sia necessario dare ai cittadini l’opportunità di prendere coscienza del problema. Sono contraria all’idea di attivare autorità pubbliche anti-bufale o tribunali di controllo, come qualcuno ha prospettato, penso si debba ripartire dalla formazione e dalla cultura della verifica. Far capire ai giovani che c’è differenza tra un’inserzione pubblicitaria e una notizia. Oggi molti di loro credono a tutto ciò che trovano sul Web. La commissione Internet che ho istituto alla Camera, composta da deputati ed esperti, ha iniziato in questi giorni un tour nelle scuole italiane per formare docenti e ragazzi sull’utilizzo responsabile e consapevole della Rete. Un’esperienza del tutto nuova che spero dia buoni risultati».

A proposito di responsabilità, lei ha incontrato i vertici di Facebook, ai quali ha fatto richieste precise: come è andata a finire? «Mi hanno appena invitata ad andare a Dublino per continuare questo scambio: io avevo proposto soluzioni pratiche, prima di tutto di aprire in Italia un ufficio operativo con persone in grado di poter assistere gli utenti, che invece troppo spesso in un Paese in cui il social network conta 28 milioni di iscritti, vengono lasciati soli davanti a bufale o discorsi di odio. Sarei molto felice se Facebook lo facesse, significherebbe un cambiamento di policy che in altri Paesi è realtà. Gli utenti italiani vanno garantiti come quelli di altri Paesi».

Che cos’altro bisognerebbe fare? «Tutti siamo chiamati a fare uno sforzo, non solo i social network: questa diffusione delle bufale, per esempio, richiede agli operatori dell’informazione un impegno ancora più alto sul fact cheking, il controllo delle fonti. Se prevarrà la professionalità e l’accuratezza le fake news avranno le gambe corte, ma se non si investirà sulle verifiche la professione giornalistica sarà la prima a essere travolta».

Molte delle sue iniziative sulle questioni di genere sono pensate per le ragazze: si confronta su questi temi con sua figlia Anastasia, ventiquattrenne che vive all’estero?
«Certo, parliamo molto di questi temi di cui lei ha grande consapevolezza, e Anastasia, come le sue amiche, si rende conto che c’è una misoginia spaventosa sulla Rete. Ogni volta che vado nelle scuole e nelle università metto sempre in guardia le ragazze affinché si proteggano e non siano superficiali nelle valutazioni, perché fare una foto intima che al termine di una relazione rischia di finire alla mercé di tutti sulla rete significa subire una gogna tremenda. Che come la cronaca, purtroppo, ci insegna a volte non si riesce a sostenere psicologicamente».

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