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Fare ricerca o andare a vendere panini?

ricercatoriUna laurea in chimica farmaceutica, un dottorato in medicina molecolare, un master in biomateriali e svariati assegni di ricerca. Questi sono solo alcuni titoli che appartengono all’importante curriculum accademico di Silvia Pezzatini, signora di 39 fiorentina doc. Ma ad un certo bivio della sua vita ha deciso di lasciarsi alle spalle 17 anni passati tra libri e laboratori per mettersi a vendere panini al lampredotto nel chiosco di famiglia in piazza Dalmazia a Firenze.  Il Corriere. it ha intervistato Silvia e ne è venuta fuori una bella chiacchierata, ma soprattutto la conferma che fare ricerca in Italia è cosa sempre più ardua.
Follia? «Per la mia professoressa e per alcuni colleghi sì», risponde sorridente mentre tiene sott’occhio la figlia di sedici mesi che fa lo slalom tra gli sgabelli del chiosco e le scatole di chinotto.

«Dopo quasi vent’anni passati all’università, la prospettiva di diventare ricercatrice a tempo indeterminato rimaneva sempre un miraggio», spiega con voce decisa. «In più – aggiunge – vivevamo costantemente con la paura di non vederci rinnovate le borse di studio, e spesso si rimaneva anche tre mesi senza vedere l’ombra di un euro».

Si sa, la vita da ricercatrice accademica è dura. Stare magari lontano da casa e farlo con gli 800 euro al mese nei tre anni di dottorato o con i 1200 euro di stipendio negli anni in cui hai ottenuto un precario assegno di ricerca. E allora Silvia ha deciso di affiancare la mamma a preparare panini col lampredotto:  «Non tanto per i soldi che si guadagnano – ci tiene a precisare – quanto per la sicurezza di ricevere uno stipendio a fine mese». Una sicurezza non da poco, che forse le darà finalmente diritto anche a un posto per la figlia al nido comunale, «visto che l’anno scorso – lamenta – il mio punteggio da assegnista di ricerca mi ha fatto arrivare in fondo alle graduatorie di assegnazione».

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