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Ferrara shock, coppia uccisa con un’ascia: confessa il figlio, “Mi sgridavano per i voti”

Si è risolto il mistero legato alla morte dei due coniugi ritrovati nel loro appartamento senza vita lo scorso martedì. Era stato il figlio 16enne a lanciare l’allarme nel primo pomeriggio del 10 gennaio, salvo poi scoprire che l’omicida è proprio lui, il 16nne aiutato da un amico al quale avrebbe promesso mille euro per uccidere i due genitori. I due coniugi, Salvatore Vincelli 59 anni e Nunzia Di Gianni di 45 anni di Pontelangorino, sono stati uccisi con un’ascia dal figlio e dall’amico, arma ritrovata nella giornata di ieri, grazie alla confessione dell’amico del 16enne che avrebbe indicato il luogo dove i due avrebbero gettato l’ascia ed i vestiti sporchi di sangue; dopo la confessione i Carabinieri si sono diretti sul luogo indicato, ovvero un corso d’acqua a Caprile, una frazione adiacente a Pontelangorino, dove sono stati rinvenuti gli abiti e l’ascia. I due amici, a detta dei loro coetanei erano inseparabili sia a scuola che nel tempo libero, e sembra abbiano messo a punto un piano “perfetto” per uccidere i due genitori e far sembrare che fossero stati vittime di una rapina, ma qualcosa non è andato per il verso giusto.

A distanza di dieci ore i due amici hanno confessato l’omicidio; inizialmente i due avevano raccontato agli inquirenti di avere trascorso insieme una serata in compagnia di altri amici, una versione un pò traballante.

Il 16enne avrebbe riferito di aver dormito a casa dell’amico e di aver chiesto all’amico di essere accompagnato a casa dopo essersi sentito male. Poi secondo quanto riferito ancora dai due amici, i due avrebbero marinato la scuola e poi alle ore 13 il 16enne sarebbe ritornato a casa ritrovando i due genitori senza vita; nello specifico il 16enne aveva riferito di aver trovato la madre morta in cucina ed il padre senza vita in garage.Poi la confessione, dopo ben 10 ore di interrogatorio, ma sembra essere ancora sconosciuta la motivazione. A uccidere materialmente è stato l’amico: tra la mezzanotte e le sei di martedì è entrato nella camera da letto passando da una porta finestra, lasciata aperta dal figlio, e con l’ascia ha colpito alla testa prima il padre e poi la madre.

Ciò che è emerso è che tra figlio e genitori vi erano problemi ormai da parecchio tempo. A tal riguardo il procuratore capo di Ferrara Bruno Cherchi ed il colonnello dell’Arma Andrea Desideri parlano di di problemi di natura familiare, ma le indagini sono tutt’ora in corso. I rapporti con i genitori erano ormai lacerati, forse anche a causa del suo scarso rendimento scolastico e molto probabilmente è stata questa la motivazione che ha spinto il giovane a cercare un alleato per “farli fuori”. Il 16enne avrebbe siglato un accordo con l’amico di tipo economico, la morte dei due genitori in cambio di 1000 euro, 80 euro subito e 920 dopo il delitto.

Finirà in carcere per 10 anni. Forse Il reato prevede non più di 24 anni per i minori. Ma una riabilitazione potrebbe “graziarlo”. Il brutto duplice omicidio di Ferrara ripropone purtroppo il tristissimo caso del figlio che trucida i propri genitori, per giunta quasi sempre per futili o abietti motivi: nel caso di Ferrara i dissapori per un cattivo andamento scolastico, nel vecchio e ormai famoso caso di Pietro Maso l’ingordigia verso un’eredità anticipata. Tante vicende analoghe rinvengono alla memoria, tutte caratterizzate da particolare efferatezza, come quella del 2011 di Erika De Nardo, fredda assassina della madre e del povero fratellino dodicenne.

Il caso di Ferrara vede protagonisti un figlio sedicenne e un suo amico non ancora diciottenne, entrambi dunque minorenni e quindi suscettibili di un trattamento giudiziario e processuale particolare. Entrambi tuttavia imputabili, processabili e condannabili, posto che il nostro ordinamento riserva ai soli minori di 14 anni la non imputabilità, ancorché all’under 14 – nei casi più gravi e di particolare pericolosità del soggetto – possa comunque essere applicata la misura del ricovero nel riformatorio giudiziario per un periodo adeguato.
Tornando però al caso concreto di Ferrara va subito detto che il reato in questione è in assoluto forse il più grave – così come le sue conseguenze in termini di pena – di quelli previsti dal nostro Codice Penale.

Siamo infatti in presenza di un omicidio volontario pluriaggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà dell’azione, dalla futilità del motivo e, soprattutto, dall’aver agito contro l’ascendente, anzi due. E infatti dalle prime notizie di indagine pare che il figlio sedicenne si sia determinato con premeditazione, e quindi a sangue freddo, a colpire i genitori, colpevoli solo di doverlo riprendere da troppo tempo e troppo spesso per il suo pessimo rendimento scolastico. Il futile motivo riguarda ovviamente anche e a maggior ragione l’amico complice, pare ingaggiato per la somma di 1000 euro, di cui un acconto di 80 euro versato la sera stessa. La crudeltà dell’azione – altra aggravante – è poi testimoniata dall’uso tremendo di un’ascia abbassata più volte con violenza sulla testa dei poveri genitori.

Un reato di questa specie prevede la pena dell’ergastolo (una volta, fino all’agosto del 1944, era prevista la pena di morte) per tutti i concorrenti nel reato: ideatori ed esecutori. Non però nel caso dell’imputato minorenne (tra i 14 anni compiuti e i 18 non compiuti) considerato che, per il solo fatto dell’età minore, alla pena dell’ergastolo è sostituita quella della reclusione da 20 a 24 anni, fatta salva la possibilità che il Giudice, in sede di quantificazione della pena, conceda le cosiddette attenuanti generiche, il che comporterebbe una possibile riduzione della pena fino a un terzo. I 20 anni minimi potrebbero dunque diventare 14 o giù di lì, ma naturalmente non è detto, e anzi vi è da dubitare nel caso in questione.

Va anche aggiunto che il nostro Codice Penale prevede che il condannato di buona condotta in carcere, che faccia ritenere come sicuro il suo ravvedimento, può essere ammesso alla liberazione condizionale quando abbia scontato almeno metà della pena e quando la pena residua non superi più di cinque anni. Nel migliore dei casi, quindi, per questi due assassini si parla di almeno una decina di anni di carcere. Pochi o molti non sta a me dirlo, ma per completezza non posso non far riferimento anche a una particolare procedura riservata agli imputati minorenni, e cioè quella della sospensione del processo – e dunque prima di una eventuale condanna – per la “messa in prova” dell’imputato.

È un caso eccezionale, soprattutto se ci riferiamo a reati che prevedono la pena iniziale dell’ergastolo, ma può esserci la possibilità che il Giudice, laddove ritenga sussistenti validi presupposti, in base a una valutazione della personalità del minore, per ritenere che affidandolo per un periodo lino a 3 anni ai cosiddetti servizi minorili per un trattamento di osservazione e sostegno, possa completamente riabilitarsi e reinserirsi nella società civile, sospende il processo. Al termine di tale periodo vi saranno due strade: la sentenza di estinzione del reato per il positivo superamento della prova o la prosecuzione del processo sospeso. Non credo proprio, però, che sarà il caso di Ferrara.

Caso risolto. È stato lui, Ricardo, il figlio 16enne. Lo ha fatto insieme con l’amico delcuoreM.S., che a novembre ne compie 18 eha materialmente eseguito il delitto. Duplice. Premeditato. Ha ucciso dietro la promessa di mille euro; 80 dei quali li aveva già intascati come anticipo dal complice. E lui: Riccardo, la notte di lunedì, gli ha lasciato la finestra della camera da letto dei genitori aperta. Affinché M. S. potesse entrare senza fare rumore. E li colpisse con l’ascia lunga un metro, quella pesante, che mamma e papà usavano per tagliare la legna.

Salvatore Vincelli, 59 anni, è stato trovato nel garage, dietro la villetta su un piano di Pontelangorino (Ferrara). Sua moglie Nunzia Di Gianni, 45, era in cucina. Lui è stato colpito per primo, con sei fendenti. Lei con tre, alla tempia. I sacchetti infilati in testa? «Non volevamo guardarli in faccia», hanno detto i baby assassini, «e poi era l’unico modo per non sporcare». Niente affatto, spiega il procuratore capo di Ferrara Bruno Cherchi: «I due minorenni volevano sbarazzarsi dei corpi gettandoli in uno dei tanti corsi d’acqua che scorrono da queste parti. Per poi denunciarne la scomparsa».

Riccardo e l’amico, però, sono stati traditi dalle luci dell’alba. Che hanno fatto fallire il piano “B”. Così il 16enne è stato costretto a chiamare il 118, nel primo pomeriggio di martedì. Con la voce strozzata, disperato dal pianto ha detto: «Correte! Hanno ucciso i miei genitori». Diffìcile pensare ai banditi. Nessuna rapina: in casa non manca nulla. Non c’è segno di effrazione. Loro non si sono difesi. E poi il cane libero in giardino, che non ha abbaiato ed è rimasto tranquillo come sempre. E come testimonia più di un vicino, facendo tornare al memoria a Erika e Omar di Novi Ligure.

«Ho aperto il portone del garage e ho visto papà lì, nel sangue, col sacchetto infilato in testa» ha detto Riccardo ai carabinieri. Niente da fare: chiamato a descrivere e ricostruire la scena sul posto, i carabinieri rilevano che da quella posizione indicata dal ragazzo, era impossibile scorgere il corpo senza vita. Un indizio che associato agli altri, diventa macroscopico: Riccardo non è andato a scuola martedì mattina. Racconta di avere dormito e pranzato dall’amico. Ma questi cade in contraddizione su quanto successo quella notte fino alle 6 del mattino. È proprio M.S., il primo a crollare. E a confessare davanti al procuratore dei minori di Bologna. «Sì, li ho colpiti io con l’ascia mentre dormivano. Riccardo mi ha lasciato la finestra aperta e sono entrato senza fare rumore». Riccardo, costretto, conferma: «Gli ho anticipato 80 euro. Ne avevamo pattuiti mille».

Ma non dice perché lo ha voluto fare. Si sa che andava male a scuola. Mamma Nunzia lo sgridava spesso lutiva, lo aveva redarguito in modo duro, e ci eravamo lasciati con l’impegno di risentirci al più presto». La mamma, dicono nel paese di mille abitanti, «voleva fosse più responsabile, ma Riccardo è un ragazzo uguale a tanti, incredibile quello che ha fatto». E pensare, aggiunge la titolare del bar di Ponte Maodino, che «Nunzia diceva che Riccardo era ubbidiente e a casa dava sempre una mano». La pagella disastrata, i professori che si lamentano, mentre mamma e papà lavorano senza tregua al ristorante di San Giuseppe, verso Comacchio: può essere sufficiente a scatenare tanto orrore? «Il movente non è chiaro, e non è ancora stato accertato», spiega il procuratore di Ferrara Bruno Cherchi, «in casi come questi si pensa subito ad un movente di carattere economico anche per precedenti casi accaduti in passato (non li cita ma si pensa subito a Pietro Maso che a Verona uccide per l’eredità e al caso Carretta a Parma).

Ma al momento» rimarca il magistrato «il movente deve ancora essere accertato con strumenti a disposizione della procura dei minori, che in queste ore interroga i ragazzi in presenza di un avvocato». Questo per convalidare il fermo. Dopo avere confessato il delitto, i due giovani assassini, hanno portato i carabinieri a Caprile: piccola frazione a due chilometri da Pontelangorino. E lì, in un canale (uno dei pochi secchi) a ridosso del campo sportivo, hanno fatto ritrovare l’ascia e i vestiti sporchi di sangue. «È una cosa troppo grande» dice Antonio, che nella villetta bianca dei coniugi Vincelli andava a fare lavoretti, «abitavano qui da un anno, lavoravano dalla mattina alla sera, Nunzia era molto attenta a quel ragazzo che qualche volta mi è sembrato un po’ insofferente. Quando ho saputo che erano stati uccisi in quel modo, ho pensato ai ladri anche se da queste parti per fortuna non siamo sotto il tiro dei rapinatori che entrano nelle case. Si è sentito raramente. E mai, fino a oggi si è sentito un fatto come questo, che al massimo puoi vedere alla televisione, ma non qui da noi. Non per mano di due ragazzi uguali a quelli che incontri in piazza o al Bar Sport». Pontelangorino è di sasso; non si aspettava un fatto tanto tragico e clamoroso. Così come Riccardo e l’amico non si aspettavano facesse giorno tanto in fretta, martedì dieci gennaio. E che il loro piano di far sparire i corpi potesse fallire. Insieme con la denuncia di scomparsa e la loro impunità.

Due studenti, due amici per la pelle, quasi due fratelli. Cresciuti insieme a Caprile, altro micro centro a pochi chilometri da Pontelangorino, nella zona del Delta del Po. Sedici anni, il figlio della coppia assassinata, un anno di più il compagno di lunghe notti passate davanti ai videogiochi nella camera da letto, ricavata in una piccola dependance dietro l’abitazione dei genitori assassinati. Un posto minuscolo, dove la vita di questi due «ragazzi tranquilli, normali», come provano a descriverli gli amici, passa da fiction a realtà.
«amanoigiochi di guerra»
«A loro piacevano soprattutto i giochi di guerra», racconta un ragazzo di 16 anni che li conosce bene, abita vicino alla villetta del delitto e quando alla tv sente parlare di colpi d’ascia riflette: «C’è un videogioco dove si lanciano le accette». Nel piccolo bar di Pontelangorino, il Club One, i ragazzi si incontrano sotto il tendone dove si parla e si fumano sigarette elettroniche. «Il sedicenne? Uno normale, questo è un paese in piena campagna, ci conosciamo tutti, noi non siamo molto attaccati al telefono, ci piace di più andare fuori, stare all’aria aperta, qui usciamo tutti insieme, noi di 16 anni con i ragazzi di 26. Non succede ovunque, siamo pochi qui e stiamo tutti insieme». Il baretto ieri pomeriggio era gremito di giovani. Tutti a guardare i collegamenti in tv e a parlare dei due amici, uno studente di Informatica, l’altro di un istituto professionale, dopo aver fatto elementari e medie insieme. Inseparabili, quasi simbiotici, ma solo profondi amici, insistono i compagni. «Qualcuno è venuto qui a dire che magari erano gay, non è così – dice un coetaneo – in passato entrambi avevano avuto la fidanzata». Ora no, erano single, se si può essere single a sedici anni. Come capita nei piccoli paesini, si va spesso a casa dell’amico, ci si passa anche la notte. Siamo in provincia, dove tutti si conoscono, è normale comportarsi come in una grande famiglia.
Qui al bar li hanno visti insieme tre giorni fa, affiatati come sempre. Facevano una vita da ragazzi. «Il sedicenne è ragazzo tranquillo, non dava fastidio a nessuno», lo difende un altro amico. Giocava a calcio ed era portiere in una squadra locale, amava i videogiochi con la play station e lo scooter. «Gli piaceva correre in pista e stava preparando lo scooter ma non ha fatto in tempo», aggiunge un altro. Droga, spinelli, alcol? I ragazzi del bar non dicono nulla, non sanno, più che non vogliono dire.
Un trentenne al bar, che li conosce bene anche lui, dice che il più grande, «il 17enne qualcosa secondo me usava, cosa non so, ma l’ho visto più di una volta su di giri».
Ma nessuno conferma se non a mezza bocca. Tutti però sono concordi nel dire che i due ragazzi non vivevano in un mondo reale, il sedicenne aveva perso interesse per la scuola di Informatica, spesso dormiva in classe e i risultati a scuola erano deludenti tanto che la mamma gli aveva tirato un paio di ceffoni. «Schiaffi istruttivi – ribatte un altro amico – non si uccide per questo». Gli amici del bar dicono anche che usava poco Face- book: «Non voleva mettersi in mostra».
«Hanno fatto una cosa orribile, sul momento abbiamo pensato a una rapina ma mai a una cosa così, e ora devono pagare», ammettono gli amici. Continua il via vai nel baretto sulla strada dritta di Pontelangorino. Il ragazzo di 16 anni, nato a Torino paese di origine di mamma Nunzia, era venuto nel Ferrarese tredici anni fa, nel piccolo paese di Caprile dove ha subito stretto amicizia con il 17enne, poi un anno fa si era trasferito con i genitori a Pontelangorino, a dieci chilometri. L’amicizia si era solo rafforzata anche all’ombra del duplice delitto studiato giorno dopo giorno, scambiandosi messaggi criptati. Il sedicenne non voleva fare la vita dei genitori, ristorante, fatica, casa, no, non erano questi i suoi progetti: voleva vivere la sua vita senza rimbrotti o imposizioni, come andare a scuola e studiare, oppure lavorare nel ristorante del patrigno “La Greppia” a San Giuseppe di Comacchio. Non era viziato, il sedicenne, secondo figlio di una coppia che aveva cercato di tirarlo su con i loro valori, sani ma pieni di sacrifici. Il ragazzino però (ha anche un fratello di 25 anni che studia a Torino) non ne voleva sapere. E ha proposto all’amico il duplice delitto. Più volte pianificato e più volte rimandato perché l’amico 17enne, figlio di un giardiniere e di una casalinga, si sarebbe tirato indietro. «Non lo posso fare, è una cosa folle, impossibile» avrebbe detto, ma alla fine ha ceduto ed ha aiutato l’amico.
Di sicuro da tempo si erano deteriorati i rapporti tra i genitori e il figlio sedicenne, mamma e papà non sopportavano il suo stile di vita, non aveva progetti, voleva solo stare davanti alla play station e allungare le sue giornate senza senso. I genitori volevano mettere un freno, hanno agito come tanti mamme e papà imponen

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