Filippine, Duterte si pente degli insulti a Obama: “Non era un attacco personale a Obama”

Rodrigo Duterte innesta una brusca retromarcia ed esprime rammarico all’indomani del pesante insulto (“figlio di puttana”) diretto al presidente americano Barack Obama e lanciato lunedì proprio mentre ad Hangzhou, nelle ultime battute del primo G20 a guida cinese, i leader tentavano una difficile “composizione” soprattutto sulla Siria, con lo stallo tra Russia e Usa “per mancanza di fiducia reciproca”.

In una dichiarazione letta oggi dal portavoce, il presidente delle Filippine, noto “gaffeur seriale”, ha notato come i suoi “commenti forti” a certe domande di un giornalista “abbiano suscitato preoccupazione e angoscia: anche a noi dispiace che siano diventati un attacco personale al presidente Usa”.

Per tutta risposta, a seguito delle sue offese, gli Stati Uniti hanno annullato il bilaterale tra il presidente filippino e Obama previsto a margine del vertice Asean in Laos, importante perché dedicato alle dispute nel mar Cinese meridionale e ai passi da compiere a seguito del responso di luglio della Corte dell’Aja che ha accolto le sue ragioni a spese della Cina.

Obama, lasciata la Cina, ha fatto rotta verso Vientiane dove ha brindato a un pranzo in suo onore con il presidente laotiano Bounnhang Vorachit, ospitato nel Palazzo presidenziale, “alla dignità e al futuro” del popolo del Laos. Per l’occasione Obama ha promesso 90 milioni di dollari nei prossimi tre anni per la neutralizzazione delle bombe inesplose risalenti alla Guerra del Vietnam: milioni di letali ordigni a grappolo che fanno decine di vittime nelle campagne ogni anno, tra morti e mutilati.

Secondo la Casa Bianca, negli ultimi 20 anni sono stati spesi circa 100 milioni di dollari per sminare vaste aree del Laos, un periodo in cui la media di decessi annui per i residuati bellici è scesa da 300 a meno di 50. I bombardamenti, non ufficiali, furono compiuti dagli americani anche in Laos e Cambogia per tagliare i rifornimenti a Nord Vietnam e Vietcong.

Accolto da una fanfara, danze tradizionali e un acquazzone tropicale, Obama ha espresso la volontà di rinsaldare i rapporti e di chiudere per sempre le vecchie lacerazioni del conflitto indocinese. Per altro verso, Ben Rhodes, vice consigliere della Sicurezza nazionale Usa, incontrerà Shui Meng Ng, moglie di Sombath Somphone, attivista dei diritti umani nel Laos, sparito a dicembre del 2012 quando fu prelevato all’apparenza dalle forze di sicurezza. La sua vicenda è spesso citata come uno degli esempi più gravi degli eccessi compiuti in Laos di un sistema a partito unico, col governo espressione del Partito comunista.

L’Asean, l’Associazione delle nazioni del sudest asiatico (Laos, Cambogia, Myanmar, Vietnam, Brunei, Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore e Thailandia), si confronterà su temi come sicurezza e dispute territoriali (molti Paesi hanno problemi con la Cina), terrorismo ed estremismo, economia debole e disastri naturali e cambiamenti climatici. L’area vale 2.430 miliardi di dollari, secondo i dati del 2015, pari alla sesta area economica al mondo accreditata di una crescita media annua del 7%.

Tra domani e giovedì, i leader dell’Asean vedranno quelli di Usa, Cina, Russia, Giappone, India, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda nella formula dell’East Asia Summit. Per Obama, oltre all’ennesimo commiato di fine mandato, sarà l’occasione per marcare le posizioni sul mar Cinese meridionale nelle mire di Pechino e per un nuovo tentativo negoziale con Putin sulla Siria.

loading...
loading...

Lascia una tua opinione

Rispondi o Commenta

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*