Francesi al 20% di Mediaset Il governo difende Berlusconi: Pure la sinistra contro Bolloré

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Il governo corre in soccorso di Silvio Berlusconi bocciando la scalata di Vivendi a Mediaset. L’operazione viene giudicata dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda «un modo di procedere non appropriato, il governo monitora». La nota del ministro arriva nel tardo pomeriggio quando i francesi hanno già fatto sapere di avere in mano il 20% delle azioni del gruppo di Cologno Monzese. L’intervento rappresenta un segnale importante. Troppo poco considerarla la difesa d’ufficio di un grande gruppo italiano entrato nel mirino di uno scalatore straniero. Più facile pensare alla pista politica. Magari un modo per assicurarsi ivoti di Forza Italia al Senato. Soprattutto dopo la decisione di Gentiloni di liquidare il puntello di Verdini . Un’operazione fatta per soddisfare le richieste della minoranza bersaniana del Pd. Una soluzione, però, che rende più debole il governo che tuttavia da ieri, potrà godere di un occhio benevolo da parte di Forza Italia. Un nuovo patto del Nazareno siglato dal doppio interesse: Gentiloni per salvare il governo. Berlusconi per salvare le sue aziende da un raid molto insidioso.

La difesa fatta dal ministro Calenda è molto netta e potrebbe spostare gli equilibri in campo: «Premesso l’assoluto rispetto del governo italiano per le regole di mercato, non sembra davvero che quello che potrebbe apparire come un tentativo, del tutto inaspettato, di scalata ostile a uno dei più grandi gruppi media italiani, sia il modo più appropriato di procedere per rafforzare la propria presenza in Italia». È per questo che «il governo monitorerà con attenzione l’evolversi della situazione». Che tiri aria di Nazareno si capisce anche dalle parole del vice segretario del Pd, Lorenzo Guerini. Media- set, dice, «è una grande azienda, dovremo studiare come governo azioni che possano mettere in sicurezza un patrimonio italiano». Restando naturalmente «all’interno del rispetto delle regole del mercato».

La partita in Borsa sembra essersi raffreddata. Il titolo Mediaset, rallenta la corsa limitando il guadagno all’1%. Certo la situazione per Berlusconi non è semplice. «Tra Vivendi e Mediaset è un gioco al gatto col topo scriveva ieri mattina il Financial Times, che ha individuato nel patron del colosso mediatico francese, Vincent Bolloré, un felino pronto ad azzannare la preda italiana. Per il quotidiano della City la manovra «ha tutte le caratteristiche delle tattiche affinate nel corso di quattro decenni di affari: aggressività, audacia, e un controllo insidioso». Un’offensiva
apparentemente senza senso visto che la famiglia Berlusconi controlla più del 40% delle azioni. In realtà è un copione molto utilizzato da Vincent Bolloré, Ricorda le incursioni con cui il finanziere francese ha costruito le sue fortune, dalla casa di produzione cinematografica Pathé Cinema a Rue Imperiale (perla della blasonatissima casa d’affari Lazard) fino a Bouygues, la società di telefonia fondata dal vecchio compagno di scuola Martin Bouygues.

Bolloré si è mosso così anche quando nel 1998 è andato alla conquista di Havas. Dopo un serrato braccio di ferro con il management, ha preso il controllo del gruppo di comunicazione, mettendo il figlio Yannick alla presidenza. Più di recente il copione si è ripetuto nella società di video games Ubisoft, dove Vi- vendi è salita fino al 22,6% (e il 20,6% dei diritti di voto) contro la volontà della famiglia fondatrice, rappresentata dai cinque fratelli Guillemot, bretoni come Bolloré.Secondo il Financial Times la strategia su Mediaset sarebbe la stessa. Arrivare al 20% formando una minoranza di blocco.

Una posizione dalla quale iniziare la guerriglia per sfiancare l’avversario. Vivendi ha in cassa 2,5 miliardi. Un piatto molto ricco per sfruttare le divisioni interne alla dinastia milanese. Le opinioni di Marina e Piersilvio, notoriamente, non sono allineate a quelle di Barbara, Luigi ed Eleonora nati dal matrimonio con Veronica Lario. Dividersi un tesoro miliardario potrebbe, alla fine, diventare la scelta migliore per gli eredi che non rischiare la lite per la proprietà del gruppo televisivo.
Per Bolloré sarebbe la chiusura del cerchio con Tele- com di cui è primo azionista. Sarebbe il momento di dar vira a Teleset è farlo diventare un pezzo del suo network.

No panic. State sereni. «Sarà dura, ma ci difenderemo dalla scalata di Vivendi…». Meno male che c’è il Confa che, nella sede romana di Mediaset, nel brindisi d’auguri con i dipendenti, forza la pacata irruenza lombarda per sminare un po’ gli animi nel giorno del dopo-bomba. Un po’. «Non sarà facile, anche perché le aziende francesi tendono alla cannibalizzazione», aggiunge Fedele Confalonieri, invocando l’orgoglio aziendale, ma chiosando con una frase che produce negli astanti una certa irrequietezza: «Mediaset dovrà abituarsi a guardare non solo alla concorrenza esterna, ma anche a quella interna. Sarà necessario guardarsi da ciò che succede nei corridoi». E qui la frase si presta ad interpretazione.

La dirigenza Mediaset la legge come «fare attenzione a chi, come Vivendi, dall’interno ci lancia un’Opa ostile». Qualche quadro dell’azienda, invece, ipotizza che tutto questo sia accaduto anche a causa di talpe che trotterellano per i corridoi di Cologno, alcune di queste magari con quote vendute, gradualmente, di nascosto, a Bolloré stesso. Confa, in sostanza, invita tutti alla calma ma non è che tutto la vada bèn, madama la marchesa. Ecco, magari qui non c’è psicodramma. Ma lo spettro che molti dei dipendenti Media- set temono oggi è quello del déjà vu: l’ennesimo giro di vite sulle produzioni, l’immobilità dei bilanci, il taglio dei dipendenti, le discussioni sulle singole consulenze e note spesa. Tutta roba che, fino a qualche mese fa, aveva stretto l’azienda all’angolo, causa l’improvviso ritiro dell’offerta Vivendi di 636 milioni di euro per l’aquisto del 100% di Premium.

È vero: la famiglia Berlusconi, in questo momento ha preso le contromosse: 260 milioni sul piatto per arrivare al 39% delle quote. Ed è vero che Bolloré dovrebbe sudare sangue per arrampicarsi al 42% circa (totale) dell’ex amico Silvio. Ed è vero pure che il governo, chez il ministro dello Sviluppo Calenda, appoggi ufficialmente il Biscione, evocando il ricordo, anni fa, dell’inconsueta difesa aziendale di D’Alema («Mediaset patrimonio della nazione»). Ma è anche vero che Bolloré ha una liquidità di 2,5 miliardi, e tutto il tempo «per logorarci con la sua quota minoritaria di blocco, romperci le palle nei bilanci, mettere il naso sulle decisioni più piccole», dice un dipendente milanese «d’altronde, fino a pochi mesi fa, noi avevamo gli uomini di Bollorè nei corridoi; e, con loro, ci aspettavamo una sterzata sullo sport, o Giovanni Mi- noli, amico di Tarak (Ben Ammar, il finanziere che ha favorito il primo accordo, uomo oggi abbastanza depresso, ndr) alla guida di un tg.

Poi è tutto saltato. Ma, almeno, allora, ci sembrava una collaborazione amichevole per arrivare a grandi traguardi. Stavolta, invece…». Stavolta è una fucilata. Con Bolloré che probabilmente non scalerà il Biscione ma -sostengono da Mediaset- userà quest’attacco sia per disinnescare la causa di 2 miliardi di risarcimento danni che la stessa Mediaset fa a Vivendi, sia per comprare la pay tv a un prezzo stracciato. Lalinea ufficiale, qui, tra l’altro è continuare con la causa; quella ufficiosa, addivenire a un accordo.
Però, a questo punto, al diavolo «il progetto paneuropeo di alleanza finanziaria e sui contenuti» tra il Berlusca e il bretone «che quando vuole qualcosa usa sempre la stessa tattica: fa l’amico, poi finge di litigare e scardina la porta con la punta della scarpa». L’importante, in questo momento è evitare i francesismi…

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