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Giallo di Marcheno, Giuseppe è stato drogato e poi ucciso

Di lui, ancora (e per ora) nessuna traccia. E adesso lo dicono anche gli esperti del Ris. A un anno dalla scomparsa nel nulla di Mario Bozzoli, contitolare della fonderia di famiglia a Marcheno, provincia di Brescia, «non sono emerse sostanze chimiche che potessero univocamente essere ricondotte alla presenza di resti umani» a lui riconducibili: non sul materiale acquisito all’interno della fonderia, «all’interno e sulle pareti del forno grande e di quello piccolo adibito alla fusione dei metalli, nonché sulle scorie di lavorazione relative alla giornata della scomparsa di Mario Bozzoli. Tantomeno sulle manichette dell’ultimo stadio di filtrazione dell’impianto». Nulla. Lo scrivono nero su bianco i carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche di Parma, che nei mesi scorsi in laboratorio hanno condotto una serie di accertamenti irripetibili su alcuni elementi di prova repertati dagli inquirenti in azienda. Quella che per l’accusa è la scena del delitto.

Il procuratore capo: «Non fermeremo le indagini»

Per omicidio volontario nel registro degli indagati sono finiti i nipoti di Mario Bozzoli, Giacomo e Alessandro (figli del fratello Adelio contitolare della fabbrica) – non sono mai stati interrogati – e due dipendenti che quella sera erano presenti in azienda: Oscar Maggi e Aboagye «Abu» Akwasi, di origini senegalesi. Sarebbe indagato anche un altro dipendente (addetto ai forni), Giuseppe Ghirardini, se non l’avessero trovato senza vita il 18 ottobre a Ponte di Legno, in un campo di Case di Viso. Ucciso da una capsula di cianuro, sul corpo nessun segno di violenza. In questo caso, il fascicolo è aperto per «istigazione al suicidio» contro ignoti. Per ora, nessuna traccia. Spunta però una siringa, prelevata dagli investigatori in fonderia. Ma anche in questo caso, dalle analisi (biologiche, chimiche, dattiloscopiche e balistiche) «non sono emerse sostanze ad azione stupefacente o psicotropa» . Nulla. Nemmeno «sulla sostanza polverosa grigia rinvenuta all’interno dell’armadietto numero 13, presente nello spogliatoio del capannone ‘deposito rottami’ in fonderia»: nessun residuo di «sostanze chimiche che potessero essere univocamente ricondotte alla presenza di resti umani». Di Mario Bozzoli. Ma «non ci siamo mai fermati e non ci fermeremo», assicura il procuratore capo Tommaso Buonanno, pronto a chiedere una proroga di un’indagine (i termini scadono il 13 novembre) che definisce, oggi come un anno fa, «delicata e complessa».

«Bozzoli è morto nella fonderia»

Era l’8 ottobre 2015: «In base agli atti e alle indagini riteniamo che Bozzoli, quella sera, non sia uscito dalla fabbrica con le sue gambe». Restano le analisi sulle scorie di fonderia: la caserma di Milano dove i reperti sono stati trasferiti potrebbe essere destinata all’accoglienza profughi: «Se ci sarà necessità di spostarli non avremo difficoltà a trasferire il materiale in sicurezza», assicura il procuratore. «I lavori sul materiale, e parliamo di 52 tonnellate, procedono: si tratta di un lavoro certosino che sta impegnando tante persone alla guida di una grande professionista come la dottoressa Cristina Cattaneo».

Si chiama droga dello stupro. Addormenta il sistema nervoso, causa la perdita della memoria, produce effetti sedativi, ipnotici, dissociativi, lasciando il soggetto alla mercè altrui. Il sospetto che la droga sia stata impiegata su Giuseppe Ghirardini per indurlo a inghiottire due capsule di cianuro esce dalla consulenza tossicologica fatta eseguire dalla famiglia del dipendente della fonderia Bozzoli di Marcheno. Ghirardini si allontanò dalla sua abitazione la mattina del 14 ottobre di un anno fa e venne ritrovato quattro giorni dopo, avvelenato dal cianuro. La sera dell’8 ottobre Mario Bozzoli, titolare dell’azienda insieme con il fratello Adelio, era svanito nel nulla. Quella sera anche Ghirardini era in turno nella fabbrica.

Tutto questo consolida quella che è da sempre l’assoluta certezza dei familiari: Giuseppe non si è ucciso, non aveva nessuna volontà di morire. Roberto Stefana, amico di Ghirardini, è il portavoce delle sorelle dell’operaio. «Siamo certi che Beppe non si è ammazzato ma è stato, per così dire, costretto a togliersi la vita. Un nostro consulente tossicologo si è occupato dell’autopsia di Beppe, le sue osservazioni sono state consegnate in questi giorni al pm. C’è un’ipotesi, fatta dal consulente che sta lavorando con i legali delle sorelle, Maria Costanza Rossi e Sebastiano Sartori. L’ipotesi è quella che Beppe sia stato narcotizzato con la cosiddetta droga dello stupro che toglie la volontà e fa compiere azioni a comando».

Non solo. «Abbiamo ricostruito il percorso seguito da Beppe. Alle 14.30 il suo cellulare riceve la chiamata della sorella Ernestina: vuole avvisarlo che i carabinieri lo hanno cercato per sentire anche lui sulla scomparsa di Mario Bozzoli. La chiamata aggancia la cella di Crocedomini. Non c’è risposta. Non è vero che Beppe abbia risposto dicendo di essere a caccia. Seguono altre chiamate e il cellulare è muto, ‘morto’. Sono importanti gli orari e le distanze. L’auto di Beppe viene avvistata alle 11.45 da un pastore già nella zona di Ponte, non si muoverà di lì e lì verrà ritrovata. Questo significa che Ghirardini muore fra le 12 e le 14.30, al massimo le 15. Alle 14.30, quando chiama la sorella, qualcuno ha in tasca il suo cellulare. Subito dopo lo butta, magari dopo avere staccato la batteria. Ho parlato con un esperto di celle telefoniche. Mi ha detto che una cella non può essere agganciata oltre un raggio di 40 chilometri. Fra il Crocedomini e Ponte di Legno ce ne sono circa 80». Stefana ripensa anche un altro episodio. «Qualche giorno dopo la scomparsa di Bozzoli, quando Beppe si trovava ancora fra noi, ero in un bar. È entrato uno sconosciuto. Ha bevuto un caffè e parlando di Mario ha detto che c’entrava la mafia russa. Alla luce di quanto è successo, mi piacerebbe sapere chi era quell’uomo».

«Vogliamo la verità per mio fratello Beppe e per Mario Bozzoli».Giacomina, una delle sorelle di Ghirardini, è vivace e battagliera come sempre. «Noi siamo quattro sorelle, ci sosteniamo a vicenda. La signora Bozzoli invece è sola con due figli. Mio fratello non si è suicidato. Non aveva nessun motivo per farlo. Aspettava il suo bambino dal Brasile. Quella mattina doveva andare a caccia, aveva preparato tutto l’occorrente sul tavolo. Ha rinunciato per la pioggia. Ha salutato mio cognato che era alla finestra e gli ha chiesto se fosse andato a caccia. ‘No, ha risposto Beppe, pioveva. Semmai faccio un giro nel pomeriggio con i cani’. Che mio fratello non si è suicidato me lo dice il cuore ma anche la logica. Uno non ingoia una capsula intera di cianuro, guarda un po’ che non sono morto, aspetta che ne butto giù un’altra. Dà un morso alla capsula, inghiotte il contenuto e muore subito, senza bisogno della seconda capsula». Speranze? «Speriamo nella verità e nella chiarezza. Non è solo la famiglia Ghirardini a chiederlo. Lo chiede anche tutta Marcheno, la gente che incontro in strada, al cimitero: per Beppe e per Mario».

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