Regeni, l’autopsia di Roma, pestato e poi ucciso con un colpo alla testa

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Con l’aereo che trasporta a Fiumicino la salma di Giulio Regeni e i sui genitori straziati, giunti ieri allo scalo romano pochi minuti prima delle 14, arrivano anche i misteri sull’uccisione del giovane ricercatore friulano. Ad accogliere il feretro ci sono il presidente della Commissione Esteri del Senato, Pier Ferdinando Casini, e il ministro della Giustizia, Andrea Orlando.
«Siamo lontani dalla verità», deve ammettere il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ad Amsterdam, dove partecipa alla riunione informale dei ministri dell’Unione europea. Secondo il responsabile della Farnesina, occorre «assolutamente che il lavoro» di indagine «possa essere fatto insieme» alle autorità egiziane. Ma proprio quando gli investigatori italiani stanno cominciando a lavorare, si riparte da zero. Anzi, si torna indietro.

Era falsa la notizia dell’arresto di due sospetti, diffusa ieri da un sito arabo e dall’agenzia tedesca Dpa. Lo ha ribadito ieri il generale Ashraf Al Anany, direttore dell’ufficio stampa del ministero dell’Interno del Cairo, parlando ad Agenzia Nova. Dalle fonti ufficiali, emergono solo brandelli di verità ormai innegabili. Gli esperti del ministero della Giustizia egiziano, che hanno cominciato ieri a effettuare rilievi tecnici su campioni di tessuti prelevati dal corpo della vittima, consegneranno i risultati alla Procura di Giza, che indaga sull’omicidio. Lo ha riferito al quotidiano Aswat Masriya il consigliere del ministro della Giustizia per la medicina legale, Shaaban al-Shamy, spiegando che sono stati prelevati campioni da tutti gli organi di Regeni durante l’autopsia, così come campioni del dna, sui quali i medici legali hanno già cominciato a effettuare alcuni esami.

Che si fossero accaniti sul corpo di Regeni, lo confermano soltanto fonti mediche locali che tuttavia rimangono anonime.E lo confermano i primi parziali rilievi autoptici della autopsia disposta dal pm Sergio Colaiocco ed effettuata ieri, subito dopo il trasferimento dei resti mortali di Regeni presso l’istituto di medicina legale dell’Università La Sapienza di Roma, dal professor Vittorio Fineschi. Il professor Fineschi ha confermato che regeni è morto per un violento colpi alla testa e che il corpo del ragazzo presenta «ovunque lesioni e abrasioni la cui natura è ancora oggetto di valutazione» ma che sarebbero «compatibili con ripetute percosse». Sulle parti sporgenti del volto di Regeni, in particolare sarebbero «evidenti alcune contusioni». Tracce di bruciature, invece, non sarebbero state individuate. Insomma, è confermato che Regeni è stato picchiato e torturato prima di morire.

In Egitto matura la convinzione che il 28enne italiano sia stato coinvolto in una retata di oppositori al regime, in coincidenza con il quinto anniversario della rivolta di piazza Tahrir. Circa un centinaio di manifestanti si sono radunati ieri di fronte all’ambasciata italiana al Cairo per un sit-in in ricordo del ricercatore. Sorvegliati da decine di poliziotti e ripresi dalle telecamere di un gran numero di tv internazionali, i manifestanti hanno deposto fiori e hanno acceso candele. «Giulio era uno di noi», si legge sui cartelli, scritti sia in arabo che in italiano.

Molti i giovani presenti, in gran parte donne, fra le quali Laila Soueif, la madre di Alaa Abd El Fatah, attivista che nel 2015 è stato condannato a 15 anni di carcere a seguito delle rivolte del 2011 contro Hosni Mubarak. Ci sono le madri di altri attivisti in carcere, c’è Khaled Awad, del partito Dustur, e molti rappresentanti di sindacati indipendenti, che erano oggetto dello studio e dell’interesse di Regeni al Cairo.

«Per Giulio, per l’Egitto», recita la scritta su un cartello. «Sono qui per Giulio – si legge su un altro – e per tutti i giovani che hanno perso la vita in cerca della liberà e della dignità». I presenti non scandiscono slogan contro il governo o le autorità, ma la ricostruzione dei fatti che circola nella piazza è che a Giulio sia stato riservato lo stesso trattamento subito dagli attivisti egiziani. «Giulio uno di noi – si legge su uno dei cartelli lasciati tra i fiori e le candele – per questo è stato ucciso come noi».

Regeni «era sempre più preoccupato dai frequenti arresti di giovani egiziani» da parte delle forze di sicurezza, ha detto, benché in condizioni di anonimato, un amico del giovane italiano presente alla cerimonia organizzata ieri pomeriggio davanti alla sede dell’ambasciata italiana al Cairo. «Giulio è morto per una causa che ci riguarda tutti, la libertà di pensiero, di parola, di manifestazione». «Ciò che mi fa più male – ha proseguito – è il pensiero che sia stato ucciso per l’amore che aveva per noi egiziani». Secondo l’amico, Giulio Regeni «non aveva alcun legame con alcun gruppo violento».

Lo hanno «ucciso brutalmente» ed è «di fondamentale importanza» per l’Egitto «trovare i suoi assassini», ha dichiarato Khaled Dawood, esponente del partito egiziano al Dostour («La Costituzione»), presente alla manifestazione, che aveva conosciuto il giovane italiano durante il suo soggiorno in Egitto.

Renzi non c’era, Gentiloni nemmeno. Ad accogliere il feretro di Giulio Regeni arrivato a Fiumicino ieri, all’ora di pranzo, il governo ha spedito il guardasigilli Orlando, accompagnato da Claudio Taffuri, che alla Farnesina è il responsabile dell’area di crisi. A titolo personale, era presente Pier Ferdinando Casini, l’unico tra i parlamentari che ha sentito il bisogno di testimoniare il proprio cordoglio.

Cascasse il mondo, i palazzi romani si svuotano di venerdì, trovare un ministro su piazza disposto a sacrificare parte del suo week end dev’essere stata un’impresa e il cinismo della politica non si lascia certo scalfire dalla tragedia d’un ragazzo torturato e ucciso in circostanze che lasciano intravedere turpi scenari. Da chi ci governa non pretendiamo – per stanchezza e disincanto – gesti di pubblica misericordia. In questo caso, però, non si trattava soltanto di esprimere la vicinanza delle istituzioni alla famiglia piegata da un lutto lacerante: la presenza di Renzi avrebbe significato che l’Italia non accetterà depistaggi né spiegazioni lacunose e che dall’Egitto esige la punizione dei colpevoli.

Le televisioni, se non altro per compiacerlo, avrebbero mostrato il presidente del Consiglio accanto alla bara. Non c’erabisogno che pronunciasse un discorso, le immagini sarebbero bastate: come sappiamo, è il rilievo mediatico a certificare l’importanza attribuita a una questione. Anche il ministro degli Esteri si sarebbe potuto spingere fino all’aeroporto, invece di limitarsi al solito brodino in forma di dichiarazione. Ci siamo dovuti accontentare di Orlando, che si occupa di giustizia e non è quindi impegnato in prima persona nella vicenda.

Quando si trattava di applaudire le nostre tenniste negli Stati Uniti, Renzi non ha esitato a salire su un volo di Stato: molto più gratificante seguire le partite della Penetta agli Us Open che porgere condoglianze; si guadagna di più anche in termini di popolarità. Ieri ha preferito restare nell’amata Toscana: un presenzialista compulsivo ha scelto la strategia dell’assenza; attento com’è alla comunicazione, ha ostentato disinteresse. È come se il governo, per calcolo o per pavidità, avesse voluto circoscrivere e minimizzare, evitando ogni possibile occasione di scontro diplomatico con l’Egitto. La solita storia: agli italiani, questo il messaggio arrivato dall’altra parte del Mediterraneo, si può fare di tutto, non c’è da temere reazione alcuna. Soprattutto di sabato.

Confermata per oggi a Fiumicello (Udine) la fiaccolata in ricordo di Giulio Regeni. L’appuntamento è nel pomeriggio alle 18 con partenza da piazzale dei Tigli sotto il municipio e arrivo in piazzale Falcone Borsellino, dove ha sede il Governo dei Giovani, di cui Giulio aveva fatto parte. La giunta intanto non ha ancora preso una decisione sul funerale, ovvero se eseguirlo con una partecipazione pubblica oppure in forma privata. Deciderà la famiglia.

Giulio Regani è morto per la frattura di una vertebra cervicale causata da un violento colpo al collo. È quanto emerso dall’autopsia sul cadavere del giovane, secondo quanto apprende l’agenzia Ansa. I medici legali hanno inoltre riscontrato altre fratture evidenti sul corpo del ricercatore friulano 28enne il cui cadavere è stato trovato in Egitto giovedì scorso. È quanto emerge dall’autopsia durata quasi cinque ore. L’equipe di medici legali coordinati da Vittorio Fineschi, ha riscontrato sul giovane i segni di un violento pestaggio e numerose abrasioni e lesioni, tuttora oggetto di analisi così come il colpo al capo che ha provocato il decesso. Il cadavere è stato sottoposto a una tac, a un esame tossicologico e a radiografie.

La verità sulla morte di Regeni resta tuttavia ancora molto lontana. A quasi due settimane dalla scomparsa del ricercatore friulano nelle strade del Cairo, l’unica certezza è il suo ritorno in una bara. Il feretro è arrivato con un volo dell’Egypt Air all’aeroporto di Fiumicino e subito è stato trasferito all’istituto di medicina legale della Sapienza per l’autopsia, un passaggio fondamentale dal quale gli inquirenti italiani sperano di ottenere almeno parte di quelle risposte che continuano a non arrivare dall’Egitto.

L’esame autoptico – disposto dal pm Sergio Colaiocco titolare dell’indagine e al quale ha partecipato anche un consulente medico-legale nominato dalla famiglia del giovane – si è protratto fino a tarda sera ma i primi elementi sembrerebbero confermare quanto sospettato fin dall’inizio e, di fatto, escluderebbero definitivamente tutte le bugie raccontate finora: Giulio è morto per un colpo alla testa e sul suo corpo ci sono i segni di un violento pestaggio e numerose abrasioni e lesioni, tuttora oggetto di analisi così come il colpo al capo che ha provocato il decesso.

Giulio sarebbe, dunque, morto lentamente dopo esser stato picchiato, probabilmente torturato. Da chi? E perché? Al momento la collaborazione promessa dalle autorità egiziane sembrerebbe essere rimasta sulla carta: il team di investigatori italiani, da due giorni al Cairo, ha potuto fare poco o nulla poichè per ora non ha avuto né accesso agli atti dell’inchiesta né ha incontrato chi sta conducendo gli accertamenti. Contatti ci sono stati, ma solo con funzionari che non si occupano direttamente dell’indagine. Al team è stato anche comunicato che il medico legale ha cominciato oggi «ad esaminare campioni di Dna e di diverse parti del corpo» di Regeni e che i «risultati «definitivi saranno completati alla fine del mese».

La realtà, dunque, è che il mistero della morte del ricercatore friulano è tutt’altro che vicino a una soluzione. «A quanto risulta dalle cose che ho sentito sia dall’ambasciata sia dagli investigatori italiani che stanno cominciando a lavorare con le autorità egiziane – ha detto il ministro degli esteri Paolo Gentiloni – siamo lontani dalla verità». «Ci aspettiamo – ha aggiunto il ministro della Giustizia Andrea Orlando – che sia raggiunta al più presto la verità e che sia fatta giustizia. Chiediamo piena collaborazione alle autorità egiziane e chiediamo loro di agire con determinazione, trasparenza e rapidità».

Parole che non sembrano smuovere il Cairo. Dove, tra l’altro, è caduta l’ennesima bugia: le due persone “arrestate” ieri sera, in realtà non sono mai state arrestate. Erano soltanto due “sospetti” – dicono le stesse fonti di sicurezza egiziane che ieri avevano accreditato l’arresto – che sono stati fermati, nell’ambito di una serie di controlli e interrogatori che hanno riguardato amici e colleghi del ricercatore, e rilasciati. Fonti italiane raccontano però il giallo in altro modo: gli egiziani avrebbero tentato di forzare la mano mettendo sul piatto due colpevoli per chiudere la vicenda, ma davanti alla ferma opposizione italiana avrebbero dovuto fare marcia indietro.

Dunque si ritorna al punto di partenza. Perché Giulio è stato ucciso? Quando e da chi? Perché il suo corpo è ricomparso appena l’Italia ha reso nota la notizia della sua sparizione? Hoda Kamel, rappresentante dell’Egyptian center for economic and social right, una ong che si occupa di tutela di diritti umani e i cui uffici sono stati perquisiti più volte dalle forze di polizia, ha raccontato al sit in davanti all’ambasciata italiana di aver incontrato Giulio diverse volte, per metterlo in contatto con alcuni membri dei sindacati indipendenti. «La prima volta venne da noi quattro mesi fa, l’ho incontrato 5 o 6 volte con i rappresentanti sindacali. Per il suo lavoro aveva scelto i negozianti, specialmente i più poveri e gli ambulanti. Glieli ho fatti incontrare per parlare della loro esperienza». Durante questi incontri, ha detto Hoda, Giulio però «non era impaurito per nulla. Era solo cauto, non si è messo in una situazione che avrebbe potuto danneggiarlo, mai e poi mai». Una cautela che, però, non lo ha salvato.

Fonti qualificate italiane ribadiscono che si continua a ritenere plausibile che il movente della sua morte vada ricercato nel suo lavoro sui sindacati e nei suoi contatti. Ma, anche, che non viene scartata l’altra ipotesi, vale a dire che Giulio non era né seguito né controllato ma possa esser stato ucciso proprio per quello che è avvenuto la sera della scomparsa. Secondo questa ipotesi, quel 25 gennaio, dopo aver preso la metro, Giulio si sarebbe unito con altri manifestanti nella zona di Giza e lì sarebbe stato fermato assieme ad altri attivisti. L’arresto di un occidentale, quella sera, fu confermato da una giornalista egiziana. Dove sia stato portato, al momento, nessuno lo sa. Ma le fonti non escludono che possa esser finito in mano a qualche milizia paramilitare, non è dato sapere quanto vicina alle autorità ufficiali. Perché lo hanno ucciso? Magari perchè uno straniero, una volta fuori, avrebbe potuto rivelare i pestaggi e le torture subite.

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