Giulio Regeni: Sospetti su un’assemblea sindacale

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La morte di Giulio Regeni potrebbe essere stata decisa l’11 dicembre dopo un’accesa riunione tra i sindacati indipendenti alla quale il giovane ricercatore aveva preso parte. E’ su quell’incontro che si concentrano le indagini degli investigatori italiani e le verifiche a Roma del pm Sergio Colaiocco, che indaga sull’omicidio preceduto da almeno cinque giorni di tortura. Un incontro riservato soltanto agli invitati, durante il quale Regeni aveva salvato parecchi appunti sul suo computer, ora al vaglio di Sco e Ros. Una riunione, si legge nella prima informativa arrivata dal Cairo a piazzale Clodio, caratterizzata da una situazione di «forte tensione», parole grosse e minacce. Nata come uno scambio di idee tra le diverse anime dei sindacati anti Al Sisi, l’assemblea si sarebbe trasformata in un vero e proprio scontro, nel corso del quale alcuni partecipanti avrebbero alzato i toni. Soggetti che, secondo alcuni testimoni, apparivano «estranei» al gruppo. E’ in questo contesto che qualcuno potrebbe avere identificato i partecipanti, notando soprattutto quel ragazzo italiano con un perfetto accento arabo, che prendeva appunti. Il sospetto è che le informazioni siano partite da lì, per arrivare magari ai servizi militari o para militari. E la tesi è stata avvalorata anche da alcuni amici di Giulio, presenti alla riunione che ora Co laiocco intende riascoltare.

Intanto in Egitto i media riportano le voci più diverse. Ieri, il quotidiano Al Masry Al Youm, ha scritto che sarebbero stati già identificati «37 sospetti in relazione all’omicidio, inclusi alcuni con precedenti penali». Il quotidiano riferisce anche che il telefono di Regeni era intercettato e, sulla base delle ultime conversazioni nei minuti precedenti all’interruzione delle comunicazioni, le autorità avrebbero identificato l’appartamento in cui Giulio sarebbe stato portato, torturato e ucciso. Un quadro caotico, al quale contribuisce la notizia, pubblicata su Facebook e ripresa dalle agenzie locali, secondo la quale, nel 2003, il capo dell’ufficio egiziano che conduce le indagini sarebbe stato a condannato per aver falsificato un verbale e torturato a morte un detenuto.

Dagli ambienti della Farnesina emerge che il ministero degli Esteri e l’intelligence italiana sarebbero stati attivati subito dopo la scomparsa del ricercatore. Il suo tutor, Gennaro Gervasio, si sarebbe allarmato quando il cellulare di Regeni aveva smesso di squillare, alle 20.25 del 25 gennaio(l’appuntamento era alle 19,30 e il professore ha cercato il ragazzo insistentemente almeno dalle 19,40 in avanti). Alle 23.30 l’ambasciatore Massari era informato dell’accaduto e quella sera stessa la notizia veniva condivisa anche con il capocentro Aise al Cairo. Il 26, una nota scritta dalla capitale egiziana viene indirizzata agli Esteri e al Viminale.

Il 27, dopo le 24 ore di silenzio previste dalla legge, l’ambasciatore e Gervasio denunciano la scomparsa di Regeni, il diplomatico, senza successo, chiede un incontro al ministero degli Interni egiziano. Gli amici del ragazzo trovano un ulteriore canale per raggiungere il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. Il 3 febbraio, infine, il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, in visita al Cairo, fa personalmente pressioni perché si trovi il ragazzo. Ad aiutarla, usando tutti i propri contatti negli ambienti degli 007, sarebbe stato anche il direttore dell’Aise Alberto Manenti, presente in Egitto per altri impegni. Ed è anche il fatto che il corpo sia stato ritrovato poche ore dopo queste forti pressioni, a far pensare che la decisione di restituire almeno il feretro alla famiglia sia stata presa in ambienti politici o della sicurezza nazionale.

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