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Governo, avanza Paolo Gentiloni, ma non si esclude un Renzi bis

Un meteorite sulle consultazioni. Una notizia choc a metà giornata, il no della Bce alla proroga per l’aumento di capitale del Monte dei Paschi, che fa sprofondare il titolo in Borsa imprimendo nel contempo uno scatto sull’evoluzione della crisi. Infatti, se anche Matteo Renzi da Palazzo Chigi (dov’è ancora pienamente in carica) preannuncia un decreto per un soccorso immediato all’istituto di credito in affanno, ciò che pesa sui 17 gruppi politici che uno dopo l’altro salgono in delegazione al Quirinale è il senso di un’estrema fragilità del Paese in queste ore. Un trauma perfino salutare, dato che fa calare nello studio del presidente della Repubblica un’aria severa e grave. Quella dei momenti difficili, quando si richiede a tutti la massima responsabilità.

Stasera, concluso il tour de force di 25 colloqui in due giorni, scatterà il time out. Il capo dello Stato avrà in mano gli elementi per dare una soluzione alla caduta del governo. Soluzione che sembra ormai ristretta a due possibilità, entrambe legate alle scelte del Pd (anche se qualcuno si ostina ad azzardare ancora che Silvio Berlusconi possa riservare sorprese, sparigliando la partita sullo schema temerario e comunque inconsistente di un governo istituzionale).

Prima opzione: un reincarico a Matteo Renzi, che  si ragiona sul Colle dispone pur sempre di una forza politica di oltre 400 parlamentari e, a parte la clamorosa e lacerante bocciatura referendaria, in Aula non è mai stato sfiduciato. Seconda opzione, se il premier insisterà nell’autoescludersi, il mandato potrebbe andare a un nome alternativo pescato tra le fila del governo, come quelli di

Paolo Gentiloni, al momento il più accreditato, o di Pier Carlo Padoan, senza cancellare del tutto un residuale Graziano Delrio.

Starà al Partito democratico fare la proposta e mostrare il gioco quando il presidente riferirà ai suoi dirigenti, convocati per l’ultima udienza, le indicazioni che ha raccolto tra ieri e oggi. Ed è chiaro che certe subordinate non sono ininfluenti, per Sergio Mattarella. Incognite e dubbi che devono essere sciolti entro lunedì, quando il capo dello Stato spera di riuscire a chiudere la partita senza forzar la mano.

Per esempio: una figura diversa da Renzi a Palazzo Chigi quanto potrà contare su un compatto e coerente appoggio del partito, senza dover temere un repentino benservito quando piacerà a chi comanda? Il Pd intende puntare a un allargamento della propria base parlamentare oltre la maggioranza uscente, così da rendere più sicuro il percorso verso l’indispensabile riforma elettorale? E metterà in programma le emergenze sociali e le criticità dell’economia?
Ancora: fra i due competitori di cui tutti parlano, il ministro degli Esteri Gentiloni e il responsabile del Tesoro Padoan, chi dispone di più saldi e autorevoli contatti dentro l’Unione Europea e nei fori economici internazionali? E infine, al di là dei tatticismi, delle pretese di garanzie e degli scatti di rivincita immediata, quale durata vogliono davvero dare gli uomini del Nazareno al nascituro esecutivo? Tra aprile e giugno o la primavera del 2018, che forbice temporale sono pronti ad allargare al loro candidato?

Al Quirinale, sebbene le consultazioni non siano mancora entrate nel vivo, si ragiona su questa ipotesi. Che contiene una notizia buona e una cattiva per Matteo Renzi. La buona è che il suo ritorno a Palazzo Chigi si reggerebbe su un “patto istituzionale” per andare molto presto alle urne. Anche nel caso si dovesse mettere mano alla legge elettorale con un ritocco o con un’armonizzazione delle regole di voto per Montecitorio e Palazzo Madama. Sarebbe comunque l’ex premier a gestire la partita. La cattiva è che un ritorno immediato sulla poltrona di presidente del Consiglio gli farebbe pagare un carissimo prezzo di immagine rispetto agli elettori, lo esporrebbe alla caricatura del Rieccolo, il soprannome affibiato all’eterno Amintore Fanfani. Per questo, Renzi continua ad avere mille dubbi. Anzi, il suo rimane un “no”, riferito ai fedelissimi in queste ore: “Non accetto il bis o una nuova fiducia. Non faccio il capro espiatorio”. Come dire: se torno indietro mi sparebbero tutti contro, sarei solo un bersaglio.

Ma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nei colloqui con Piero Grasso, Laura Boldrini e Giorgio Napolitano, parlando di tempistica, ha lasciato capire che la strada maestra è quella di un rinvio alle Camere. Lunedì, finite le consultazioni, il capo dello Stato decide e vuole che al Consiglio europeo di giovedì si sieda un governo italiano in carica. Non solo: “Un governo che abbia avuto la fiducia di almeno una Camera “. Da lunedì a giovedì corrono solo due giorni. Un tempo incompatibile con un reincarico a Renzi, il bis, che significa la formazione di un nuovo esecutivo, o la scelta di un nome diverso. Compatibile invece con un voto di fiducia al governo dimissionario. Del resto, la maggioranza è solida anche al Senato, dove ha preso 173 voti appena l’altro ieri.

Al Quirinale devono ancora parlare Lega, 5 Stelle, Forza Italia e il Pd. Lo faranno tra oggi e domani. È sempre possibile che questo disegno subisca delle variazioni, che qualche risposta positiva su una legge elettorale da farsi ex novo possa arrivare. A quel punto il Partito democratico ha i nomi per uscire dalla crisi. Il preferito di Renzi è il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Seguito da Pier Carlo Padoan. Molto dietro Graziano Delrio che secondo i renziani farebbe ombra al leader dem. Tagliato fuori invece Dario Franceschini. Il ministro della Cultura è molto irritato per le voci su un suo presunto accordo con Forza Italia per arrivare a Palazzo Chigi. Ha diffuso una nota, fatto molto lontano dal suo stile. Per raccontare che, con ironia, ha risposto ieri ai messaggi spiegando di “non poter parlare perché sono ad Arcore a chiudere il patto con Berlusconi…” . Ma è furibondo. Tra i due è rottura totale. “Matteo è il segretario – spiega Franceschini – e il partito deve seguire la sua linea”.
Franceschini dunque non è più in corsa, anche a detta del Colle. Dove si ripete sempre che il pallino resta nelle mani di Renzi, che è lui a dover decidere lo sbocco della crisi. Spendendosi in prima persona con le “garanzie” di un percorso verso il voto anticipato da dettare nei tempi e nei modi. E con qualche apertura da parte degli altri partiti che non lo renda un punching ball. O indicando un altro dirigente dem.

Le parole di Luigi Di Maio, in questo senso, sono un avvertimento chiarissimo. I 5 Stelle vogliono Renzi a Palazzo Chigi ed elezioni subito. Questa è la loro strategia per preparare una seconda vittoria, dopo quella al referendum di domenica scorsa. “La soluzione della crisi è semplice: il premier dimissionario resta in carica per il disbrigo degli affari correnti – dice il vicepresidente della Camera -. Fino alla sentenza della Consulta. Poi si va subito al voto”.

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