Home » Primo piano » Ictus, gli italiani più colpiti: attenzione alla dieta mediterranea, rischi e ipotesi

Ictus, gli italiani più colpiti: attenzione alla dieta mediterranea, rischi e ipotesi

L’Italia presenta una incidenza sopra la media per quanto riguarda l’ictus. Si verificano infatti quasi 200mila casi l’anno, di questi 50mila persone si trovano a convivere con gravi disabilità, mentre il 20% non sopravvive. Questa patologia neurodegenerativa risulta la terza causa di morte nel nostro paese. In particolare la dottoressa simona Giampaoli ha spiegato a Il Giornale che nel nostro paese si assiste a una maggior numero di persone che ne vengono colpite sia a causa della aspettativa di vita più elevata ma anche per la diffusione di alcune abitudini di vita poco salutari. In questo senso la dieta mediterranea indicata quale una delle più salutari al mondo, in realtà potrebbe giocare un ruolo nel favorire l’ictus.

Questo perché sottolinea sempre Simona Giampaoli, si caratterizza per un consumo elevato di sale, fattore che favorisce il rischio di sviluppare patologie, quali ipertensione arteriosa, malattie cardio-cerebrovascolari, patologie renali, tumori del tubo digerente, osteoporosi. Ma quali sono i fattori di prevenzione dell’ictus? Gli esperti sottolineano che è possibile ridurre i fattori di rischio seguendo uno stile di vita sano. Ad esempio evitando fumo e alcol, e per quanto riguarda la dieta non indulgere al consumo di cibi fritti e grassi, carni rosse, ma prediligere il consumo di frutta e verdura.

L’ictus è una patologia che può causare disabilità anche molto importanti, solo nel nostro paese si contano circa 200.000 persone che ogni anno vengono colpite da questa patologia. Ben oltre 50.000 pazienti purtroppo ne riportano gravissime disabilità proprio per questo il loro tenore di vita in qualità di salute né viene compromesso. Ma alcuni riscontri, riguardanti statistiche, ci annunciano che nel nostro paese ossia l’Italia, vi è concentrato un rischio specifico.

Nonostante gli enormi benefici, la dieta mediterranea ne corrisponde la causa. La signora Simona Giampaoli che lavora il dipartimento malattie cardio vascolari, dismetaboliche e di invecchiamento dell’Istituto superiore di sanità, ci spiega perché questo tipo di alimentazione svolge un ruolo così imponente nell’aumentare il rischio di ictus. La dieta mediterranea è caratterizzata per un eccessivo consumo di sale, è quindi risaputo che l’eccesso di utilizzo di sale, usato proprio per insaporire pietanze, favorisce lo sviluppo dell’ipertensione arteriosa, aumentando l’incidenza di patologie cardiovascolari, di patologie renali, ed i tumori del tubo digerente e dell’osteoporosi.

Un vero campanello di allarme in quanto per l’abuso di sale, e quindi per causa dell’ipertensione, si può riscontrare un infarto, la fibrillazione atriale, l’ipertrofia ventricolare, e altre patologie. La dottoressa Simona Giampaoli, sottolinea che però grazie a terapie disponibili oggi se si presentano uno o più fattori di rischio, è comunque possibile migliorare la qualità della propria vita proprio in prevenzione di ictus.

 Che cos’è un ictus?
Ictus è un termine latino che letteralmente significa “colpo” (in inglese “stroke”). In Medicina indica un danno cerebrale persistente, ad esordio acuto, dovuto a cause vascolari. L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) lo definisce come l’improvvisa (ecco perché “ictus”) comparsa di segni e/o sintomi riferibili a deficit focale e/o globale (coma) delle funzioni cerebrali, di durata superiore alle 24 ore o ad esito infausto (è importante precisare che un intervento tempestivo può dare risultati insperati).
La caratteristica principale del disturbo è, dunque, la sua improvvisa insorgenza: una persona in pieno benessere può accusare, di colpo, sintomi tipici che possono essere transitori, restare costanti o anche peggiorare nelle ore successive. Talvolta è possibile che alcuni sintomi precedano l’ictus, ad esempio una cefalea intensa e improvvisa, anche se non sono assolutamente specifici.
Che cos’è un T.I.A.
Il T.I.A., abbreviazione di Attacco Ischemico Transitorio,
ha gli stessi sintomi di un ictus, ma i disturbi neurologici o oculari che lo caratterizzano durano soltanto poche ore o pochi minuti e, per definizione, la loro completa remissione avviene entro le 24 ore dall’esordio.
Un T.I.A. è un campanello d’allarme importante perché la sua manifestazione può precedere di qualche ora o giorno l’insorgenza di un ictus definitivo e quindi riconoscerlo tempestivamente può significare scoprire le cause e curarle per tempo.

L’ictus cerebrale in Italia rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie; è la prima causa assoluta di disabilità.

Sempre in Italia ogni anno circa 200.000 persone vengono colpite da ictus cerebrale, di cui l’80% sono i nuovi casi e la restante parte è costituita dalle recidive. Il 75% dei casi di ictus colpisce le persone con più di 65 anni e circa 10.000 eventi capitano a chi ha meno di 55 anni. Ogni anno un medico di famiglia italiano ha almeno 4-7 pazienti che vengono colpiti da ictus cerebrale e deve seguirne almeno una ventina sopravvissuti con esiti invalidanti.

Il 10-20% delle persone colpite da ictus cerebrale per la prima volta muore entro un mese ed un altro 10% entro il primo anno. Fra le restanti circa un terzo sopravvive con un grado di disabilità elevato, tanto da renderle non autonome, un terzo circa presenta un grado di disabilità lieve o moderato che gli permette di tornare al proprio domicilio in modo parzialmente autonomo e un terzo, i più fortunati o comunque coloro che sono stati colpiti da un ictus in forma lieve, tornano totalmente autonomi al proprio domicilio.

Coloro che sopravvivono con una disabilità importante spesso richiedono l’istituzionalizzazione in reparti di lungodegenza o in residenze sanitarie assistenziali; alcune famiglie, ma non tutte se lo possono permettere, si organizzano per riaccogliere il parente a domicilio. Inutile dire che i costi sia a carico delle famiglie che del sistema sanitario nazionale sono elevatissimi. Si calcola che una persona colpita da ictus costi nella fase acuta di malattia circa 10.000 euro. L’invalidità permanente delle persone che superano la fase acuta della malattia determina negli anni successivi una spesa che si può stimare intorno ai 100.000 euro. Sotto l’aspetto psicologico, personale e familiare, poi, i costi non sono calcolabili: per tutti questi motivi, l’ictus rappresenta un vero e proprio problema sociale.

Ictus: a cosa è dovuto
Come detto, l’ictus è un danno dovuto a cause vascolari. Il cervello riceve il sangue da diverse arterie (vasi sanguigni che dal cuore portano sangue e ossigeno in tutto il corpo): anteriormente da due arterie chiamate carotidi (destra e sinistra)b e posteriormente dalle arterie vertebrali, che decorrono in entrambi i lati del collo. Il cervello, per lavorare in modo corretto, ha bisogno più di qualsiasi altro organo di un continuo apporto di ossigeno e di nutrimento tramite il sangue, del buon funzionamento dei vasi sanguigni e della normale contrazione del cuore. Il danno a questi vasi sanguigni può essere di due tipi:

il vaso si può occludere (per aterosclerosi, trombi, coaguli, ecc..) e in questo caso parliamo di ictus ischemico (che rappresenta circa il 75% dei casi)
il vaso può andare incontro a rottura (soprattutto per ipertensione, aneurismi, ecc…) e si parla di ictus emorragico (rappresenta il restante 25% circa).
Nelle forme ischemiche la parte di cervello che viene irrorata dal vaso occluso non viene più rifornita di sangue e ossigeno, fondamentali per consentire la sopravvivenza delle cellule cerebrali, che vanno quindi incontro a morte cellulare (necrosi) e quella zona di cervello perde la sua funzione, manifestando la sintomatologia dell’ictus (cecità, paralisi, vertigini ecc…, a seconda della zona di cervello che non riceve più sangue). Affinché si realizzi questa situazione è necessario che il periodo di ischemia sia prolungato e persistente, altrimenti se dura per poco tempo e successivamente si ha la ripresa totale delle funzioni cerebrali, si verifica quello che viene classificato come T.I.A.

Ictus: come si manifesta
Isintomi legati all’ictus sono diversi e dipendono dalla zona di cervello che è stata danneggiata. Di solito un ictus che colpisce un lato del cervello provoca difficoltà nella parte opposta del corpo.
Vi sono alcuni sintomi improvvisi che devono mettere in allarme il soggetto non appena li avverte.
Quali sono i sintomi dell’ictus?
non riuscire più a muovere (paralisi – plegia) o muovere con minor forza (paresi), un braccio o una gamba o entrambi gli arti di uno stesso lato del corpo; accorgersi di avere la bocca storta; rendersi conto di non sentire più, di sentire meno o in maniera diversa (formicolio), un braccio o una gamba o entrambi gli arti di uno stesso lato del corpo; non essere in grado di coordinare i movimenti e di stare in equilibrio;
far fatica a parlare sia perché non si articolano bene le parole (disartria) sia perché non si riescono a scegliere le parole giuste o perché non si comprende quanto viene riferito dalle persone intorno (afasia); non riuscire a vedere bene metà o una parte degli oggetti (emianopsia); essere colpiti da un violento mal di testa, diverso dal solito.

Quali sono i fattori di rischio
Con il termine “fattori di rischio” si intendono le condizioni personali o ambientali che predispongono ad ammalarsi e che aumentano quindi il verificarsi di questa grave patologia.

Alcuni fattori di rischio purtroppo non possono essere corretti:
– età: l’incidenza di ictus aumenta con l’età e dopo i 65 anni aumenta quasi esponenzialmente;
– familiarità: avere un parente diretto che è stato affetto da questa malattia comporta un rischio maggiore rispetto a chi ha familiarità negativa per ictus;
– sesso: quello maschile è lievemente più colpito, specie nelle fasce di età più giovani, in quanto le donne sono protette dagli ormoni sessuali almeno fino alla menopausa. Dopo i 65 anni l’incidenza è la stessa, mentre dopo gli 80 risulta maggiormente affetto dalla patologia il sesso femminile, soprattutto perché le donne vivono più a lungo e sono, perciò, più numerose.
Vi sono invece fattori di rischio che possono essere corretti con
comportamenti adeguati o specifici trattamenti farmacologici:
– ipertensione arteriosa: è il principale fattore di rischio sia per l’ictus ischemico sia per quello emorragico; si parla di ipertensione quando i valori della pressione si mantengono costantemente sopra i 140 di massima e gli 85 di minima;
– diabete mellito: si definisce quando i valori degli zuccheri nel sangue (glicemia a digiuno) superano i valori normali;
– ipercolesterolemia: livelli oltre la norma del colesterolo LDL (cattivo) e dei trigliceridi determinano l’incremento del rischio per ictus in proporzione all’aumento dei loro valori;
– fumo di sigaretta: aumenta di due – tre volte il rischio di ictus; dipende dal numero di sigarette fumate al giorno e dal numero di anni in cui si è fumato;
– cardiopatie: essendovi una stretta correlazione tra cervello e cuore, aritmie cardiache, in particolare la fibrillazione atriale, o anche la presenza di protesi valvolari, un recente infarto miocardico, un’endocardite infettiva o il forame ovale pervio, sono condizioni che aumentano il rischio di ictus, soprattutto ischemico;
– presenza di placche ateromasiche a livello dei grossi vasi del collo (stenosi carotidea);
– obesità (favorisce soprattutto l’insorgenza del diabete);
– ridotta attività fisica;

– emicrania;
– pillola estroprogestinica: sono a rischio le donne che la assumono e soffrono di emicrania e/o sono fumatrici;
– abuso di alcool: mentre una quantità moderata di vino, un bicchiere a pasto, può essere protettivo, l’eccesso di alcool causa l’effetto contrario, aumentando il rischio di ictus.

8) Come si può prevenire un ictus
L’ ictus si può prevenire e una quota non indifferente di casi (2 su 3) potrebbe essere evitata, seguendo alcune semplici norme di vita sana ed identificando i fattori di rischio individuali, modificandoli in misura personalizzata.
Almeno 2 volte l’anno è consigliabile misurarsi la pressione arteriosa in modo tale da svelare un’eventuale ipertensione arteriosa latente e misconosciuta.
Chi soffrisse già di ipertensione arteriosa
– deve attentamente monitorarne i valori per adeguare eventualmente la terapia;
– è consigliabile che effettui almeno 1 o 2 volte l’anno la misurazione della glicemia per rilevare un eventuale diabete latente o una semplice intolleranza ai carboidrati (stato che precede il diabete e che può essere corretto semplicemente con dieta e attività fisica).
Chi fosse già diabetico
– deve controllare spesso i valori glicemici e attenersi scrupolosamente alla dieta e alle terapie prescrittegli;
– è opportuno che smetta di fumare;
– è consigliabile che almeno 1 volta l’anno controlli i valori di colesterolo nel sangue. Se elevati dovrà seguire una dieta povera in grassi e, se necessario, assumere una terapia per ridurre i livelli di colesterolo.
Chi è affetto da cardiopatie, in particolare da fibrillazione atriale
– dovrà seguire una terapia antiaggregante o anticoagulante orale, per diluire il sangue e ridurre il rischio di ictus cerebrale embolico; in ogni caso andranno seguite periodiche visite di controllo cardiologiche ed eventualmente neurologiche;
– è consigliabile che svolga attività fisica almeno 2-3 volte alla settimana. Non è necessario che siano attività impegnative, è sufficiente camminare a passo sostenuto per almeno mezz’ora;
– è consigliabile alimentarsi in modo corretto scegliendo un’alimentazione non troppo ricca di grassi e di sale;
– è consigliabile che non ecceda con il consumo di alcolici. Un’alimentazione corretta ed un’attività fisica costante permettono di mantenere anche un adeguato peso corporeo. L’obesità è anch’essa, infatti, un fattore di rischio per l’ictus.
Fra i giovani, in particolare fra le donne, chi soffrisse di emicrania dovrebbe evitare di fumare e di assumere la pillola estroprogestinica, poiché, in questo modo, ridurrebbe significativamente il rischio di ictus cerebrale.

Almeno 1 o 2 volte l’anno è consigliabile recarsi dal proprio medico di famiglia e seguirne i consigli per effettuare una valida prevenzione primaria.
Chi ha già avuto un ictus cerebrale deve almeno 2 volte l’anno effettuare le visite di controllo programmate sia dal neurologo che da altri specialisti, come ad esempio il cardiologo, e deve eseguire gli esami strumentali di controllo che gli vengono richiesti (per es. Ecocolor Doppler dei vasi del collo, Doppler Transcranico, Ecocardiogramma).
9) Cosa fare quando si manifestano
i sintomi
L’ ictus è un’emergenza medica e quando ci si rende conto di avere uno dei sintomi sopra descritti, è importante recarsi immediatamente in Pronto Soccorso o meglio ancora chiamare il 118, che mette a disposizione personale qualificato, già in grado di effettuare una diagnosi e quindi di indirizzare negli ospedali dotati di reparti adeguati, attrezzati e competenti.
La diagnosi e le cure precoci possono evitare un aggravamento e le numerose complicanze che possono far seguito; contemporaneamente riescono a ridurre le conseguenze invalidanti.
10) Come si curano gli ictus
I risultati delle cure sulle persone colpite da questa patologia dipendono molto dal trattamento medico e, ancor più, dall’assistenza.
Gli obiettivi degli interventi terapeutici sono quelli di ridurre e migliorare la disabilità delle persone colpite da ictus, prevenire le complicanze e l’insorgenza di un nuovo ictus. Tali obiettivi possono essere raggiunti tramite il sostegno delle funzioni
tali, la mobilizzazione del paziente, stimolandolo ad essere il più possibile indipendente, e l’attenzione alle sue necessità assistenziali.
La riabilitazione inizia durante il periodo di ospedalizzazione, non appena è stata confermata la diagnosi e si sono stabilizzate le condizioni cliniche. Tanto più precocemente viene iniziata, migliori sono i risultati che solitamente si ottengono in termini di riduzione delle disabilità.
Poiché la persona colpita deve essere attentamente osservata durante le prime 24 – 48 ore, soprattutto con continua valutazione delle funzioni vitali e dei segni neurologici, anche per poter stabilire un programma di riabilitazione idoneo, è auspicabile che la stessa venga ricoverata in un Centro Ictus (“Stroke Unit”).
Centri Ictus o “Stroke Unit”
Questi reparti, altamente specializzati, ricevono unicamente la persona colpita da questa malattia. Gli aspetti qualificanti di queste Unità sono rappresentati da équipe multiprofessionale (medici, infermieri, fisioterapisti, assistente sociale,…) che si occupa prevalentemente dell’ictus, personale addetto solamente a quella patologia e continua formazione ed aggiornamento del personale attivo nella struttura.
Le risorse strutturali sono costituite dall’essere dotati di letti articolati, con materassini antidecubito e impianto per l’erogazione dei gas medicali. Sistemi di monitoraggio per la rilevazione delle funzioni vitali sono attivi 24 ore su 24 ed hanno l’obiettivo del controllo continuo della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della saturazione arteriosa di ossigeno e della temperatura.
Essenziali sono la cooperazione medica multidisciplinare, in particolare quella neurologica, cardiologica e fisiatrica e la facilità di accedere a mezzi diagnostici, quali TC, Risonanza Magnetica (RM), Ecodoppler, laboratorio per gli esami ematochimici: il tutto al fine di mettere in atto le terapie più idonee in maniera professionale e tempestiva.

Oggi si celebra la giornata mondiale dell’ictus, una patologia di cui si conosce molto rispetto ai suoi determinanti e fattori di rischio. La ricerca epidemiologica ha dimostrato, spiega Simona Giampaoli – MD Dipartimento Malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell’invecchiamento (Iss) “che più del 50% degli eventi può essere prevenuto e, considerando le dimensioni epidemiologiche di questa patologia, l’impatto socio-economico e le sue conseguenze in termini di mortalità, disabilità e disturbi della capacità cognitiva, diventa fondamentale implementare azioni di prevenzione a livello di popolazione generale (sia sulle persone ad elevato rischio e su coloro che hanno già avuto un evento).

Gli ultimi dati di mortalità disponibili dal Rapporto Istisan 2014 riportano per gli uomini di tutte le età 22.488 decessi, con tasso standardizzato di 76,82 x 100.000 persone, e per le donne 34.520 decessi, con tasso standardizzato 63,44 x 100.000. Il tasso standardizzato permette di confrontare la mortalità tra uomini e donne ipotizzando la stessa distribuzione per età. Per questo motivo, sebbene in numeri assoluti la malattia cerebrovascolare produca più eventi nelle donne, perché più numerose in età avanzata, a parità di età gli uomini risultano più colpiti.

L’Italia è un Paese ad elevato rischio di ictus sia per la sopravvivenza più elevata rispetto ad altri Paesi (l’ictus colpisce in età più avanzata rispetto alla cardiopatia ischemica), sia per alcune caratteristiche comportamentali (la famosa dieta mediterranea, di cui sono stati dimostrati i benefici, è caratterizzata da un elevato consumo di sale, fattore non indifferente nello sviluppo di ipertensione arteriosa, di malattie cardio-cerebrovascolari, di patologie renali, di tumori del tubo digerente, di osteoporosi). Inoltre alcune condizioni che si ritrovano più frequenti in età avanzata sono riconosciute come predittori dell’ictus (per esempio, la fibrillazione atriale, l’ipertrofia ventricolare sinistra, lo spessore medio-intimale delle arterie, l’infarto del miocardio).

Allora cosa fare? Per coloro che già hanno avuto un evento cardiovascolare o soffrono di episodi di fibrillazione atriale – prosegue l’esperta – esistono oggi terapie molto efficaci che permettono di vivere con una buona qualità di vita; tutti questi trattamenti però sono più efficaci e ci permettono di vivere meglio se accompagnati da stili di vita sani. È stato osservato ad esempio che persone che hanno episodi di fibrillazione atriale, durante i mesi estivi registrano meno episodi, così come durante i fine settimana. Un andamento che rispetta l’aumento del movimento: in estate, come durante i fine settimana si tende a svolgere più attività fisica che durante la stagione invernale.

I trattamenti farmacologici non rappresentano, dunque, una alternativa agli stili di vita ma devono essere sempre accompagnati da un cambiamento di abitudini che tenda verso quelli più sane: abolizione del fumo; riduzione del consumo di bevande alcoliche (non più di un bicchiere di vino al giorno); diminuzione del consumo di sale (facendo attenzione anche alla quantità contenuta negli alimenti preconfezionati) riduzione dei grassi animali e colesterolo, in particolare di carni, burro, panna, formaggi e uova.

E per chi non ha mai avuto un evento? Valgono le stesse indicazioni: l’attività fisica (nel senso di movimento quotidiano, camminata a passo svelto, andare in bicicletta, salire le scale a piedi) deve impegnare almeno 150 minuti a settimana, e nei bambini almeno 60 minuti al giorno; l’alimentazione deve essere varia e bilanciata con molta verdura e frutta, legumi, cereali integrali, pesce e poca carne, tutto in porzioni modeste.

Notevoli sono stati i cambiamenti che si sono verificati negli ultimi 50 anni nella società moderna: l’industrializzazione, associata alla migrazione dalle aree rurali a quelle urbane; l’evoluzione verso attività lavorative con minore livello di attività fisica; la maggiore disponibilità di cibo con la conseguente modifica della proporzione dei vari nutrienti rispetto alle calorie totali (riduzione di proteine e grassi di origine vegetale associata a un incremento di proteine e grassi di origine animale, zuccheri semplici e conseguente riduzione della quantità di fibre e vitamine). Lo squilibrio derivato dalla eccessiva alimentazione e dal ridotto dispendio calorico ha portato al manifestarsi di condizioni e disturbi quali l’obesità, il diabete e a un aumento di malattie cardiovascolari e dei tumori.

Valutare in quale misura i vari cambiamenti alimentari abbiano influito sul piano nutrizionale come beneficio (allungamento della vita media e scomparsa di malnutrizione) e sul piano epidemiologico come costo (aumento dei fattori di rischio e delle malattie) è molto difficile. Obesità e sovrappeso oggi riguardano il 70% della popolazione adulta di 35-74 anni (gli obesi sono circa il 25%), l’inattività fisica il 40%. L’ictus, come gran parte delle malattie cronico-degenerative, riconosce una eziologia multifattoriale; è possibile valutare il proprio rischio di andare incontro a un evento cerebrale maggiore sulla base di otto fattori di rischio: età, sesso, pressione arteriosa sistolica, terapia antipertensiva, colesterolemia totale e HDL, abitudine al fumo e diabete.

Esiste uno strumento, applicato in sanità pubblica, il punteggio individuale, che permette di sapere quante persone su 100 con le nostre stesse caratteristiche andranno incontro a un evento coronarico o cerebrovascolare maggiore nei prossimi 10 anni. Tuttavia, il punteggio individuale non permette di definire quali saranno queste persone.

Per molti anni abbiamo studiato quali sono i danni derivati dai fattori di rischio e oggi, dopo aver osservato con studi longitudinali popolazioni molto ampie per molti anni, esiste la possibilità di capire i benefici che possono derivare dal mantenere bassi i livelli dei fattori di rischio modificabili (pressione arteriosa, colesterolemia totale, indice di massa corporea, e abitudine al fumo) nel corso della vita attraverso stili di vita salutari. Le persone che adottano stili di vita sani purtroppo costituiscono un gruppo poco numeroso della popolazione generale (circa il 5-10%) e sono quelle che si ammalano di meno, hanno eventi meno gravi e dichiarano di avere una qualità di vita buona o eccellente in età avanzata.

Dunque – conclude l’esperta – se si vuole ridurre il peso della disabilità, prevenire l’ictus e se si desidera avere una buona qualità di vita in età avanzata, è necessario che giorno per giorno si riscoprano i piaceri dello stile mediterraneo, dalla cucina all’attività fisica, dall’arte alla cultura. E qualsiasi età è buona per cominciare.

L’ischemia cerebrale e la mancanza di un adeguato afflusso di sangue al cervello, dovuta ad un restringimento progressivo o alla chiusura improvvisa di un vaso sanguigno. Se l’ostruzione non si risolve in tempi brevi, il tessuto cerebrale va incontro a sofferenza e può non essere in grado di svolgere le proprie funzioni. L’attacco ischemico può essere transitorio e risolversi spontaneamente, ma può anche essere il preavviso di un episodio più grave e non privo di conseguenze: l’ictus. Per questo motivo, la comparsa dei primi sintomi devono indurre a consultare immediatamente il medico.Ischemia cerebrale causata da un ridotto apporto vascolare. L’ostruzione di un vaso sanguigno può essere di tipo embolico o trombotico. Un embolo può arrivare in maniera improvvisa in zona da altre parti del corpo, viaggiando attraverso il flusso sanguigno. Un trombo si forma direttamente nel vaso interessato: restringe in modo graduale il lume del vaso sanguigno cerebrale, riducendo il flusso ematico

“L’Europa è il continente dove le cure per l’ictus raggiungono gli standard qualitativi più alti, ma in Italia purtroppo ad oggi non esiste una vera e propria strategia nazionale di politica sanitaria sull’Ictus e i cittadini non hanno pari accesso né alle informazioni sulla patologia né alle cure necessarie per prevenirla – afferma l’onorevole Aldo Patriciello, deputato al Parlamento europeo – La ricerca clinica degli ultimi 60 anni ha dimostrato che interventi di prevenzione e assistenza organizzata come le Stroke units possono ridurre in maniera significativa l’incidenza della malattia e migliorare la qualità della vita di coloro che ne sono colpiti e delle loro famiglie”.

Solo sei Regioni in Italia presentano Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali aggiornati e attivi per la riabilitazione di pazienti post-ictus. Sono Valle d’Aosta, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna e Marche. Un paziente su tre soffre di disturbi del linguaggio e depressione. Unoccasione per fare il punto sulla patologia che rappresenta la prima causa di disabilità nelladulto e può determinare la più ampia gamma di deficit funzionali, che richiedono risposte riabilitative diverse in relazione alla gravità del danno cerebrale subito. Un terzo è rappresentato dalle spese di trattamento nella fase acuta. In Italia sono 600mila le persone che vengono colpite da malattie causate da trombosi o da embolia: di queste 200mila rimangono con gravissime disabilità, altrettante perdono la vita, e altrettante sopravvivono con il terrore che succeda di nuovo. Non solo paresi degli arti superiori e inferiori, ma anche gravi problemi neurologici e cognitivi che compromettono lautonomia della persona.

“È fondamentale che in Italia si arrivi ad avere un protocollo uniforme da seguire per la riabilitazione di pazienti post-ictus” sottolinea Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus -. La riabilitazione deve iniziare fin dalla fase di ricovero per poi proseguire in modo continuativo, senza interruzioni e senza rigide limitazioni temporali, in strutture idonee e nei distretti sanitari territoriali.

I progressi ottenuti nel trattamento della fase acuta della patologia non fanno che accrescere l’importanza di affrontare gli aspetti di riabilitazione post-ictus, per molti versi anche complessi.

Persona dimessa dall’ospedale

Per effettuare la valutazione neuropsicologica di approfondimento o controllo il paziente dovrà prendere appuntamento, munito di impegnativa del proprio Medico Curante, agli sportelli del Centro Unico di Prenotazione CUP per una “visita fisiatrica Ambulatorio Neurolesi” da effettuarsi presso la Struttura Complessa di Medicina Riabilitativa. In tale occasione verrà visitato dal fisiatra responsabile dell’Ambulatorio che fisserà poi direttamente l’Appuntamento per la valutazione neuropsicologica presso l’Ambulatorio di Neuropsicologia della Struttura Complessa di Medicina Riabilitativa. Persona che viene trasferita presso la Struttura Complessa di Medicina Riabilitativa Se la valutazione in fase acuta aveva messo in luce dei disturbi cognitivi, la persona effettuerà una valutazione neuropsicologica di approfondimento durante la degenza. Durante la fase di approfondimento si effettua una completa valutazione delle competenze cognitive, volta ad analizzare le funzioni risultate deficitarie o quelle precedentemente non valutabili, od ancora le eventuali difficoltà che il paziente potrebbe aver manifestato dopo la dimissione. La durata dell’esame varia in relazione alle condizioni psico- fisiche della persona ad esempio, alla sua capacità di concentrazione o alla sua affaticabilità, ma in genere è superiore all’ora. Se il paziente accede alla visita ambulatorialmente dovrà portare con sé la lettera di dimissione ospedaliera e gli occhiali, se ne fa uso, ed è opportuno che venga accompagnato da un familiare o da un conoscente.

Qualora la valutazione neuropsicologica di approfondimento o controllo rivelasse il persistere dei disturbi cognitivi, verrà predisposto un trattamento riabilitativo delle funzioni cognitive compromesse. Il trattamento riabilitativo ha lo scopo di sollecitare e ottimizzare il recupero post ictus trattando adeguatamente i deficit cognitivi causati dalla lesione cerebrale. Ciò significa ripristinare se possibile le funzioni lese e le abilità perse, per esempio, ricominciare a parlare o insegnare alla persona colpita dall’ictus e ai suoi familiari strategie per minimizzare l’impatto dei deficit nella vita quotidiana o come rivolgersi al paziente per facilitargli la comprensione di quanto gli viene detto. Il trattamento viene effettuato da personale specializzato nella riabilitazione cognitiva e logopedica, e a seconda del disturbi individuati, potrà essere svolto con una frequenza che dipenderà dal tipo e dalla gravità del disturbo accusato. I pazienti che presentano deficit vengono periodicamente controllati.

L’obiettivo generale della riabilitazione è quello di contribuire alla riduzione della condizione di handicap connessa alla disabilità data dalla patologia. Scopo della riabilitazione motoria è principalmente quello di indurre un recupero dei livelli di motilità degli arti paretici. Numerosi studi hanno valorizzato il ruolo della riabilitazione motoria già nelle fasi precoci del decorso post-ictale. Esiste una progressione degli esercizi riabilitativi che inizia con sedute di terapia al tappeto, oppure sul lettino seguite da esercizi miranti a riacquistare la posizione eretta con appoggio e successivamente senza appoggio. Seguono esercizi di deambulazione assistita mediante ausili sempre meno ingombranti (deambulatore, tripode, bastone). Numerose sono le metodiche di riabilitazione che differiscono per presupposti teorici e modalità di intervento; le più conosciute sono il Bobath, Kabath, Perfetti. Studi controllati hanno dimostrato l’efficacia di tutti i trattamenti riabilitativi rispetto a gruppi di pazienti non riabilitati, anche se non hanno messo chiaramente in evidenza la superiorità di un determinato metodo rispetto agli altri. La riabilitazione cognitiva ha come scopo il recupero delle funzioni cognitive compromesse dall’ictus. Ciò prevede, inizialmente una attenta valutazione neuropsicologica del paziente mediante batterie di test che esplorino il più estensivamente possibile le differenti funzioni cognitive (linguaggio, memoria, funzioni attenzionali e visuospaziali etc.). I deficit cognitivi più frequenti sono costituiti dai disturbi di linguaggio (le cosiddette “afasie”) e dai disturbi di emi-inattenzione o neglect (caratterizzati da difficoltà a prestare attenzione a tutto ciò che capita nello spazio, generalmente alla sinistra del paziente; sono deficit conseguenti a lesioni delle porzioni posteriori dell’emisfero cerebrale di destra). La riabilitazione sia motoria che cognitiva procede per sedute che durano da 1 a 2 ore. Risultati incoraggianti stanno venendo dall’applicazione dell’informatica alla riabilitazione cognitiva (riabilitazione assistita dal computer). La sindrome della “spalla dolorosa” è presente nel 70% dei pazienti con paralisi degli arti superiori. Compare di solito tra i quindici e i sessanta giorni dall’evento acuto. È una complicanza tra le più frequenti, per cui è importante sia per il paziente che per i parenti l’acquisizione di alcune tecniche di prevenzione sotto riportate: • corretto posizionamento dell’arto superiore (supina- laterale- posizione assisa- stazione eretta, ecc.); • insegnare al paziente a non tenere l’arto a penzoloni; • corrette tecniche di presa dell’arto superiore durante la deambulazione evitando movimenti in trazione); • evitare sollecitazione in trazione dell’arto plegico/paretico nell’indossare capi di abbigliamento; (vestire prima l’arto plegico/paretico e successivamente quello sano). • Risolvere i problemi con il paziente. • Impegnare il paziente con compiti significativi. • Le mani dell’assistente circondano quelle del paziente esercitando con le punte delle dita un’eguale, diffusa pressione. • Le mani dell’assistente non devono avere contatti con l’oggetto o il materiale trattati. • L’assistente deve avere un piano terapeutico mirato. • Le mani del paziente devono restare a contatto con la superficie di lavoro. • Il trattamento deve essere bimanuale. • L’assistente deve guidare l’intero corpo del paziente. • Dapprima il paziente dovrà toccare l’oggetto e solo dopo la mano spastica verrà guidata intorno ad esso. • L’assistente non deve parlare mentre guida il paziente. • L’assistente deve stabilizzare metà del corpo prima di muovere l’altra.

 

Loading...

Altre Storie

Tumore del pancreas: il vaccino italiano è la possibile cura

Per la lotta contro il tumore del pancreas, un approccio combinato tra nuove chemioterapie, nuovi farmaci …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *