In Italia vige una sorta di “legge” del giornalismo e del discorso politico che è ormai diventata infallibile. Recita pressappoco così: “Gli unici magistrati buoni sono quelli morti ammazzati”. Prendete Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Uccisi nel 1992 dalla mafia e dai poteri marci, divennero subito degli “eroi nazionali”, due simboli del “bene che lotta contro il male”, gli emblemi dello “Stato che non si arrende alla criminalità organizzata”, “uomini delle istituzioni da prendere come modello”, ecc. ecc.

Ho virgolettato alcune delle espressioni piene di squallida ipocrisia utilizzate in questi 20 anni per descrivere i due magistrati siciliani. Ma come venivano trattati Falcone e Borsellino quando erano ancora in vita? I giornali dell’epoca, da destra a sinistra, passando per il centro, li bollavano come due “esibizionisti”, “sovversivi”, “megalomani”, “gente che calpesta le regole più elementari del diritto”, “invasati”, e via delirando. La classe politica, salvo qualche rarissima eccezione, li disprezzava. La maggior parte dei colleghi stessi di Falcone e Borsellino li trattava come la peste. Poi i due magistrati vennero ammazzati e subito l’opinione mutò radicalmente. Facile parlare bene dei morti, no? Facile beatificarli quando non possono più parlare. Facile usare belle parole sulla lotta alla mafia durante le ormai insopportabili commemorazioni ufficiali. Molto più difficile, al limite dell’impossibile, stare dalla parte di chi è vivo e ogni giorno si batte contro la criminalità organizzata.


Lo sa bene Antonio Ingroia, pm della Procura di Palermo che di Borsellino fu amico e allievo. Il magistrato siciliano, soprattutto negli ultimi mesi, è stato oggetto di una campagna di delegittimazione disgustosa. Se si eccettua Il Fatto Quotidiano, non c’è giornale nazionale che non lo abbia preso a pesci in faccia. Se si eccettuano l’Idv, il Movimento 5 Stelle e qualche altro partito di centrosinistra, anche la politica non ha fatto altro che stigmatizzare il lavoro del dottor Ingroia. Le accuse? Le stesse identiche che facevano a Borsellino e Falcone. Non solo: qualche pazzo scatenato arriva a sostenere che se il consigliere di Napolitano, Loris D’Ambrosio, è morto d’infarto, la colpa è della Procura di Palermo.

Stanco dei continui attacchi della politica, del mainstream e dei poteri marci, Ingroia ha deciso di mollare tutto. Andrà a lavorare in Guatemala, per conto dell’Onu. In America Latina Ingroia è un magistrato stimato e i suoi libri di diritto sono studiati nelle facoltà di giurisprudenza. Qua da noi Ingroia è considerato un pazzo scatenato eversivo. Indagare sui rapporti stato-mafia ed essere ancora in vita, in Italia, sono peccati imperdonabili.

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