Istanbul è sotto tiro kamikaze dell’Isis fa strage in centro

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Nuovo attentato in Turchia, il sesto, a soli sei giorni dall’esplosione che ha fatto 37 morti ad Ankara. Un kamikaze si è fatto esplodere alle 11 di ieri nella strada pedonale dello shopping di Istanbul, la Istikal Caddesi, nel cuore del quartiere di Beyoglu, l’antica Pera a poche decine di metri da piazza Taksim e da Gezi Park. Cinque i morti, oltre all’attentatore tre cittadini israeliani e un iraniano;36 i feriti, di cui 7 in gravi condizioni. Dodici sono stranieri: 6 israeliani, 2 irlandesi, un tedesco, un islandese, un iraniano e uno di Dubai.

Una miscellanea di nazionalità che spiega bene come il luogo della strage sia stato scelto per colpire il turismo. È possibile che il kamikaze intendesse colpire in realtà l’affollatissimo centro commerciale Demiroen, a pochi passi da luogo in cui si è invece fatto esplodere, probabilmente per timore di essere intercettato da una delle tante pattuglie di polizia che presidiano uno dei luoghi più frequentati dai turisti di Istanbul.

Le autorità turche, a differenza degli ultimitre attentati di Ankara, non hanno indicato la pista curda del Pkk, ma hanno addossato la responsabilità all’Isis, come già in occasione dell’attentato di Surug, nelluglio scorso. Questo, perché hanno individuato l’attentatore dalle impronte digitali: è un turco, Savas Yildiz, di 33 anni, nato e residente ad Adana, citta del sud-est della Turchia, una delle zone più infiltrate dal Califfato. Yildiz era noto alle forze di sicurezza perché era andato a combattere in Siria ed era tornato in patria lo scorso ottobre.

Poco dopo l’attentato, un episodio vergognoso, denunciato dai media israeliani: Irem Aktas, militante e dirigente di una sezione femminile delAkp, ilpartito digoverno del presidente Erdogan ha postato su Twitter una frase infame: «Magari gli israeliani feriti fossero tutti morti». Il tweetha naturalmente provocato una ondata di polemiche, è stato rapidamente cancellato e sono in corso indagini per verificare le responsabilità effettive.

La cadenza ormai impressionante degli attentati in Turchia, le responsabilità di due centrali terroristiche ben distinte e addirittura acerrime nemiche l’una dell’altra – l’Isis e il Pkk curdo – che con tutta evidenza operano con grande libertà ovunque nel Paese, dimostrano non solo l’inefficienza delle forze di sicurezza turche, ma anche e soprattutto l’incapacità di
Tayyp Erdogan e del suo governo di adempiere al mandato politico per cui avevano chiesto e ottenuto la vittoria elettorale schiacciante del novembre scorso: la garanzia della sicurezza interna. L’ondata di attentati si somma infatti al divampare – di nuovo – di una vera e propria guerra civile contro i curdi, che ha fatto centinaia di morti, anche tra le forze di sicurezza turche, ai bombardamenti aerei delle basi del Pkk nel Kurdistan iracheno, ai continui tiri di artiglieria contro le città curde della confinante Siria per colpire le milizie del Ypg curdo, alleato del Pkk e alla feroce repressione interna contro intellettuali e giornalisti.

Nel complesso, la Turchia di Erdogan è oggi un Paese in preda a convulsioni non governate, crescenti e caotiche. Nonostante questo, nel vertice di Bruxelles, una Unione Europea ignava, ha deciso di assegnare proprio a questa Turchia, proprio a questo Er- dogan, il presidio della sua frontiera con una Mesopota- mia sconvolta dalla guerra civile siriana e dalla presenza, ormai cronica e appena intaccata, del Califfato nero dell’Isis. Una scelta di puro opportunismo, non solo più che criticabile sotto il profilo politico, ma anche e soprattutto inefficiente. È infatti evidente
che questa Turchia, questo Erdogan, non offre le garanzie minime di sapere e volere controllare i fenomeni eversivi che la sconquassano. Come è certo che i 6 miliardi di euro che la Ue verserà nelle sue casse per fare da gendarme ai profughi non risolveranno nulla. Anzi.

Ma quel che è peggio, è che per volontà di Angela Merkel, nelvertice di Bruxelles si è accettato anche un altro diktat di Erdogan: la Turchia si impegna ad arginare il flusso dei profughi in Europa in cambio delle riapertura immediata delle trattative per il suo ingresso pieno ed organico nella Unione Europea. Una strada che poteva apparire percorribile, con cautela, quando la Turchia era solidamente e democraticamente governata da forze laiche o islamiche di piena affidabilità democratica.
Ma che oggi appare come la incosciente apertura al contagio a tutta l’Europa, dell’instabilità caotica e dell’autoritarismo islamista di Erdogan e del suo partito. Una prospettiva da evitare.

L’ATTACCO ISTANBUL Doveva essere un week end di terrore e cosi è stato. Gli allarmi e le raccomandazioni di cautela, ufficiali e non, si sono rivelati fondati. Alle 10,59 di un sabato mattina un uomo si è fatto esplodere nella popolarissima via pedonale Istiklal, una delle maggiori arterie di shopping e passeggio di Istanbul: 5 morti e 39 feriti di cui alcuni in gravi condizioni. La strada importantissima, che si dirama da Piazza Taksim fino a Torre di Galata, è anch’essa uno dei maggiori hot spot turistici della metropoli. L’ipotesi delle ultime ore è che, anche stavolta, come per l’attentato del gennaio scorso nell’ area prettamente turistica di Sul- tanhamet, il bersaglio sia stato un gruppo di turisti stranieri.

L’ESPLOSIONE
A parte l’attentatore, sono tutte di nazionalità estera infatti le 4 vittime dell’esplosione: tre cittadini israeliani e un iraniano e tra i 39 feriti ci sono 24 stranieri tra cui 11 israeliani(incluso la guida turistica) oltre a un islandese, un tedesco, due iraniani e cittadini di varie altre nazionalità. In serata la Casa Bianca ha reso noto che due delle vittime avevano passaporto americano forse, ma è una supposizione, perché avevano doppia nazionalità.
Istambul in questo periodo è piena di visitatori venuti anche per la “Mercedes Benz fashion week” che si concluderà il 21 marzo. Anche un bambino di pochi anni, tra i feriti. Il suo passeggino vuoto è rimasto per ore sulla scena della tragedia, durante i rilievi, a simbolo dell’assurdità accaduta. La via Istiklal è rimasta infatti interdetta al passaggio pedonale per tutta la giornata e la città è sprofondata in una angoscia di terrore.
Secondo le prime ricostruzioni, attraverso le immagini delle numerose telecamere disposte lungo la strada, l’uomo si aggirava in attesa di qualcosa, guardandosi intorno. Poi di colpo l’esplosione come se fosse avvenuta prima del momento previsto. Si tratterebbe di una vecchia conoscenza della Polizia, Savas Yildiz, 33 anni, di Adana nel sud est della Turchia ai confini con la Siria. Il nome dell’uomo si trovava in una lista di potenziali kamikaze dell’Isis entrati in Turchia dalla Siria. Yildiz, inoltre, sarebbe stato anche coinvolto nell’esplosione di due bombe, a Mersin ed Adana, il 18 maggio 2015, contro le sedi del partito dei curdi Hdp, poco prima delle elezioni. Da allora risulta ricercato dalla Polizia e schedato come appartenente all’Isis turca.
IL DNA
Ora tracce del Dna dell’attentatore saranno comparate con i familiari di Yldiz ad Adana e tra pochissimo si potrà avere la conferma sulla sua identitò anche se alcuni l’avrebbero già dalle numerosi immagini delle telecamere. L’allarme attentati a Istanbul circolava già da alcuni giorni, dopo l’improvvisa chiusura del Consolato e Ambasciata tedeschi, ad Ankara e Istanbul, il 16 e il 17 marzo (probabilmente anche lunedi 21) a scopo precauzionale in vista di “concrete minacce” verso le rappresentanze della Germania in Turchia. Un informativa che sarebbe frutto di un indagine congiunta tra Cia, Mit (servizi segreti turchi) e Peshmerga, le milizie curdo irakene in lotta contro l’Isis nel nord Irak.Il Prefetto di Istanbul comunque, in una conferenza stampa, ha smentito qualsiasi collegamento tra l’allarme per la minaccia alla rappresentanza tedesca e il terribile attentato sulla Istiklal.
Se l’ipotesi dell’attacco diretto agli stranieri fosse confermata, allora si confermerebbe la strategia di opposizione dell’Isis direttamente all’economia della Turchia (cosi come era avvenuto nell’attentato di Sultanhamet) di cui il turismo costituisce una parte preponderante. Intanto, il Ministero della salute israeliano ha disposto l’organizzazione per il trasporto dei propri feriti in patria dagli ospedali turchi dove si trovano ricoverati e il recupero delle salme. Per stamattina inoltre è previsto l’arrivo ad Istanbul di Dore Gold direttore generale del Ministero degli Esteri israeliano. Dopo la visita ai feriti, Gold avrà incontri diplomatici con le autorità. Si tratterebbe peraltro del primo incontro turco-israeliano ad alto livello dopo la crisi diplomatica del 2010 per via dell’attacco alla nave umanitaria turca Mavi Marmara al largo di Israele.

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