Italia e società partecipate: un buco nelle casse dello stato da 26 miliardi di euro

Maggiori informazioni e soprattutto maggior trasparenza nella gestione delle società partecipate da parte dello Stato italiano: è un dovere per cercare di rendere chiaro a tutti gli italiani dove vanno a finire 26 miliardi di euro all’anno, che devono ritornare ai cittadini sotto forma di servizi.
Le società partecipate sono l’anello fondamentale della catena dei servizi pubblici resi ai cittadini, e dal momento che vengono finanziate con i soldi dei contribuenti, è necessario da parte dello stato una maggiore chiarezza della loro gestione; nella gestione degli appalti; nel modo in cui i fondi vengono spesi e ritornano ai cittadini.

Francesca Businarolo ha presentato una mozione da parte del M5S per avere questa chiarezza fondamentale: “il quadro generale relativo all’universo delle società partecipate presenta risvolti piuttosto allarmanti: la «giungla» di partecipate, secondo la definizione data nel 2013 dall’allora commissario straordinario alla spending review Carlo Cottarelli, conta ad oggi circa 7.500 partecipate pubbliche“.
Lo stesso procuratore generale della Corte dei Conti, Salvatore Nottola, non ha esitato a definire quella cifra come ‘una miriade di società‘, nella pubblicazione del rendiconto generale dello Stato per il 2014. Queste 7.500 società “sono costate alle casse statali circa 26 miliardi di euro“. Sempre sulla base del rendiconto di Salvatore Nottola.
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Secondo il rapporto sulle partecipazioni detenute dalle amministrazioni pubbliche, elaborato dal ministero dell’economia e della finanze (diffuso nel luglio 2014 ma relativo all’anno 2012) il numero di queste società ammontava a 8.146 di cui 33 partecipate dallo Stato, circa 7.700 dagli enti territoriali 420 erano le società in cui partecipavano le amministrazioni centrali, mentre le restanti unità si riferivano agli enti di previdenza e ad altre tipologie di amministrazioni“.

Una macchina portentosa alimentata dai fondi pubblici all’interno della quale gli scandali sono ormai all’ordine del giorno, basta leggere un qualunque quotidiano per scoprire sempre nuove truffe e ‘magagne’.
Per ovviare all’enorme problema lo stato deve rendere chiaro e monitorare l’intero processo che va dagli appalti fino alla spesa ultima. Basti considerare già il fatto che nemmeno le audizioni sui candidati – spesso con una sequela impressionante di precedenti penali – vengono rese note alo stato attuale… in poche parole il tutto viene gestito interamente al parlamento dove spesso a determinare le scelte sono ragioni di ordine clientelare, in rapporti del tutto esclusivi e referenziali tra i deputati e i vincitori degli appalti.
Il PD finora si è sbilanciato rendendo noto tramite i portali del governo il curriculum vitae dei candidati ed il certificato penale.

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