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Juventus – Barcellona Rojadirecta

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Gli sfuggì per 10 mesi. Tanto passò fra l’addio al Real di Gonzalo Higuain, stufo dell’alternanza con Benzema a cui lo costringeva José Mourinho (con spiccata preferenza per il francese) e la conquista della Champions League da parte del Madrid guidato da Carlo Ancelotti, il 24 maggio 2014. Chissà se il Pipita ha mai immaginato che forse il tecnico italiano avrebbe preferito lui e se fosse rimasto avrebbe festeggiato la “Decima” da protagonista. Magari l’idea lo ha sfiorato, ma di certo il suo pensiero è fissato sulla Champions che può vincere, non su quella che avrebbe potuto: «Magari questo è l’anno giusto», ha detto a “El Mundo”.

Di sicuro per il Pipita è un anno speciale, l’anno calcistico che si avvia alla conclusione e alla sua fase più calda. E’ l’anno del suo clamoroso passaggio dal Napoli, di cui era il trascinatore, alla Juventus che del club di De Laurentiis era ed è la più grande rivale. Un trasferimento il cui impatto sulla città campana Higuain lo ha sentito con le proprie orecchie nelle due sfide del San Paolo della scorsa settimana, nelle quali è stato sommerso dai fischi. Dai fischi però è emerso di prepotenza, con i due gol che hanno spalancato alla Juventus le porte della finale di Coppa Italia. A quella doppietta è seguita tre giorni dopo quella al Chievo, che avvicina i bianconeri al sesto scudetto consecutivo e il Pipita al suo primo in Italia, alzando al massimo il suo morale in vista della sfida di stasera. Perché questo per Higuain deve essere soprattutto l’anno delle vittorie che gli mancano: il campionato italiano e la Champions.

“A la muerte”, così il centravanti argentino ha dipinto l’atteggiamento con cui la squadra bianconera scenderà in campo contro il Barcellona stasera allo Stadium e tra una settimana e un giorno al Camp Nou: «Lotteremo alla morte nelle due partite». Alla morte semplicemente perché lui e la Juventus tutta vogliono assolutamente superare l’ostacolo blaugrana, non perché per farlo sia necessario compiere un’impresa impossibile. Higuain nutre un profondo rispetto nei confronti del Barcellona, ma è convinto che non sia affatto un avversario al di là delle possibilità sue e dei suoi compagni: «Il Barça è da molti anni al top e Messi è ancora in cima al mondo. Ma noi abbiamo fiducia in noi stessi e siamo convinti di poter passare il turno».

Convinzione che crescerebbe ancora di più se la Juventus passasse sopra al corpo del Barcellona per raggiungere la semifinale. «E’ una partita speciale perché elimineremmo un grande rivale e questo ci darebbe molta fiducia per il futuro». Superare i catalani vorrebbe dire battere la squadra che ha dominato la Champions negli ultimi 11 anni (quattro vittorie) e che sconfisse i bianconeri in finale tre anni fa, significherebbe battere per la seconda volta una delle grandissime d’Europa dopo il Real fatto fuori in semifinale nel 2015. Sarebbe il certificato sull’avvenuto ultimo salto di qualità della Juventus, a coronamento di una crescita europea che non è stata intaccata dall’eliminazione agli ottavi della scorsa stagione contro il Bayern, arrivata al termine di un doppio confronto giocato alla pari con l’altra delle tre big attuali. E mettere la propria firma sull’eliminazione del Barcellona sarebbe un salto di qualità anche per Higuain, che è sicuramente tra i più forti centravanti del mondo, ma non ha mai preso un voto nella classifica del Pallone d’oro. E ora vuole prendersi l’Europa. “A la muerte”.

Per ovviare alla pesante assenza di Busquets, definito da Luis Enrique di “vitale” importanza per la squadra, l’ex tecnico della Roma pensa a Ivan Rakitic, ma potrebbe affidarsi anche Javier Mascherano, vero e proprio jolly della rosa blaugrana. L’esperto centrocampista argentino in questa stagione si è disimpegnato in molte posizioni, addirittura da terzino destro con disinvoltura, ma questa volta potrebbe tornare nella posizione che predilige, davanti alla difesa.

La Juve, per il sudamericano, non è solo il dolce ricordo della finale di Berlino, ma anche una maglia sfiorata più volte in carriera, come ammette in conferenza stampa: «E’ vero, sono stato più volte accostato alla società bianconera ed anche quest’estate ci sono stati rumors di questo tipo. Ma io sono un calciatore del Barcellona e ne sono fiero». Per la società e la squadra che avrebbero potuto essere le sue l’argentino nutre rispetto assoluto e non vede l’ora di giocare in uno stadio in cui i bianconeri vantano numeri spaventosi: «La Juve è sempre stata forte, – racconta Mascherano – la sua storia è ricca di grandi campioni e negli ultimi anni ha dominato il campionato italiano. Dobbiamo stare molto attenti, perché qui il pubblico mette molta pressione, sarà indispensabile giocare come sappiamo fin dall’inizio».

Gli avversari più temibili tra i bianconeri sono due connazionali di Mascherano, Paulo Dybala e Gonzlao Higuain, giocatori che l’argentino conosce bene: «Sia Gonzalo che Paulo sono dei grandissimi campioni. Ho la fortuna di conoscerli tutti e due, so bene quanta sia la loro qualità. È chiaro che dobbiamo mettere un’attenzione speciale su campioni di questo tipo, giocatori che possono segnare in qualunque momento, decidere una partita con una sola giocata, quindi dobbiamo avere molta cura e molto rispetto». Ma il Barcellona non è squadra che si accontenta, quindi Mascherano suona la carica e spinge all’attacco i suoi compagni: «La Juve è una squadra forte, ma noi dobbiamo esprimere il nostro gioco, solo così potremo fare risultato. Non siamo assolutamente un gruppo in grado di speculare, quando lo facciamo rischiamo sempre di perdere. Attaccare è anche il miglior modo di difenderci, per la qualità dei nostri giocatori, per la mentalità che mettiamo in campo, e in questi anni direi che ha funzionato benissimo. Se offriremo la nostra migliore versione, potremo contrastare anche una squadra forte come quella bianconera».  Sarà battaglia quindi, e gli ingredienti per godere di una spettacolare notte di calcio sembrano esserci davvero tutti.

«Abbiamo più esperienza, è cresciuta l’autostima rispetto alla finale di Berlino. Sulla carta il Barcellona è sempre superiore, ma possiamo affrontare le due partite con piglio e spirito giusto, senza essere per forza le vittime sacrificali». Chi meglio di Gigi Buffon, da 16 stagioni griffato bianconero, ha il polso della situazione – e della maturità – raggiunta in casa Juventus. E’ la sesta volta che il capitano approda ai quarti di Champions: in tre occasioni è stato fermato, nelle altre due è volato direttamente in finale, poi perse. «Io le semifinali le supero in scioltezza, sono i quarti e le finali che patisco…» scherza SuperGigi, a dimostrazione del clima sereno che si respira nello spogliatoio bianconero.
Non ha più rivisto le immagini di Berlino ma è sicuro che non sarà come due anni fa, sente che c’è maggiore consapevolezza: la squadra è cambiata molto, meno potenza ma più qualità, mentre il Barça è rimasto uguale a se stesso, con quei tre lì davanti – Messi, Neymar, Suarez – a scuotere e intimorire le difese avversarie. «Beh, hanno una forza devastante. Il tridente fa ancora più paura perché non sono tre individualità, ma una vera arma unica. Sono altruisti e vedi gioia e rispetto nel loro gioco». Non sono parole di circostanze, Buffon ha davvero una sana devozione per il Barça. «Quando vedo che i miei figli sono innamorati di Messi, Neymar e Suarez sono felice, mi dico che hanno buon gusto».

Buffon è anche l’ultimo tra i grandi numeri 1 a non aver mai subito un gol da Messi, una vera rarità visto che il fenomeno argentino ne ha segnato 94 in Champions. «E’ successo anche perché ho avuto la fortuna di incontrarlo poche volte e di avere a disposizione difensori che gli rendono la vita difficile. Contro avversari così qualcosa dipende da me, ma molto dal destino e da Messi stesso». Non invidia però Ter Stegen che gioca con la Pulce, lui è soddisfatto di avere in squadra i suoi due connazionali, Dybala e Higuain. «Per Paulo è la partita più importante, ci tiene e arriva nelle condizioni psico-fisiche migliori, quello che ha fatto con il Chievo ci conferma che si è preparato al meglio. Per noi è una grande fortuna che lui, Gonzalo e gli altri campioni siano al 100%».

Nonostante i tanti trofei vinti e gli anni di militanza in campo, Buffon confida che sarà emozionato stasera. «E nervoso: se non lo fossi potrei anche smettere». Del resto, non si finisce mai di imparare, anche a 39 anni. «Quando ho visto la rimonta del Barcellona col Psg ho capito che la vita mi aveva insegnato un’altra cosa. Con il giusto approccio tutto è possibile, ribaltare quel 4-0, contro un avversario del genere, in un ottavo… Mi auguro però che abbiano finito le scorte».
Buffon è curioso di vedere i passi avanti compiuti negli ultimi due anni. «Loro non sono cambiati, noi abbiamo modificato anche il modo di giocare. La difesa resta il punto di forza, ci mancava un po’ di cinismo». Aleggia un velato ottimismo, che SuperGigi non vuole né frenare né alimentare. «Il Barcellona nella doppia sfida è l’avversario più difficile da eliminare, vincono o perdono solo per meriti o demeriti loro. Hanno talmente tanta forza che si creano il destino come vogliono. Però sarà bello confrontarci con loro, avere risposte al di là del risultato». Padroni del proprio destino, ciò che dovranno fare anche i bianconeri.

La crescita mentale e tecnica della Juventus negli ultimi anni è stata costante, evidente in campo nazionale ma anche in campo europeo.  Il suo valore è ormai riconosciuto. Al di là del rendimento contingente che la pone (secondo gli algoritmi di Squawka basati sui parametri di possesso palla, pericolosità e tenuta difensiva) in scia al Bayern Monaco dominatore e nettamente davanti al Barellona (relegato al quinto posto), la squadra bianconera può ormai essere considerata nel gotha internazionale, nonché una delle favorite alla vittoria finale. La recente qualificazione alla finale di Coppa Italia conseguita contro il Napoli, l’avversario italiano più temibile insieme con la Roma, rende realistica addirittura l’ipotesi triplete.

Questo, quantomeno, dicono le linee di tendenza prodotte dai bigdata. Posto il fatto che, ovviamente, il calcio è anche altro. Ogni partita deve confermare il trend prestativo sul campo. E sul campo dello Juventus Stadium questa sera ci sarà niente meno che Messi, e con lui, il pluridecorato dream-team catalano.

Tutti sanno che la qualificazione alle semifinali dovrà essere ratificata dalla gara-due al Nou Camp, diventato un incubo dopo la remuntada pazzesca compiuta dai padroni di casa contro il Paris Saint Germain, tuttavia è altrettanto certo che la sfida di stasera potrà già stabilire i reali rapporti di forza tra le due squadre. I bianconeri arrivano a questo passaggio cruciale della stagione al top della condizione e con quasi tutta la rosa a disposizione (Pjaca escluso). Non è un caso. Allegri e i suoi staff tecnico e atletico, che sappiamo lavorare in grande sintonia, hanno saputo pianificare la stagione con spiccato pragmatismo, alternando i giocatori in maniera costante con il duplice obbiettivo di preservarne l’integrità e di motivarli in toto.
Quindi le scelte di formazione saranno di ordine squisitamente tattico. L’obiettivo ricercato sarà di non subire troppo il possesso palla dei blaugrana. Per raggiungerlo serviranno qualità e velocità di palleggio, soprattutto nelle uscite da dietro. Facile pensare all’impiego di Dani Alves e Pjanic (se le sue condizioni, non perfette, lo consentiranno) che rispetto a Lichtsteiner e Marchisio hanno piedi migliori e più tranquillità a giocare la palla anche sotto pressione. Vero è che anche le capacità di contrasto saranno importanti, per cui alla fine Allegri potrebbe decidere per una soluzione di compromesso, magari dando fiducia alla mediana di copertura sperimentata contro il Chievo sabato sera e composta dal Principino al fianco dell’inamovibile Sami Khedira.

La Juve dovrà togliere al Barcellona spazio e tempo di gioco nell’inizio dell’azione. A Vinovo i giocatori avranno studiato, in sede di video-analisi, sia la gara di andata tra il Barcellona e il Paris Saint-Germain, a Parigi, sia quella di campionato persa dal Barça a La Coruña.
In entrambi i casi la squadra di Luis Enrique ha sofferto prevalentemente l’aggressività e il ritmo dei padroni di casa. Penso che siano due best practice da cui attingere a piene mani. Non è dato sapere come l’ex tecnico romanista intenderà sopperire all’assenza di Busquets, pedina chiave del centrocampo sin dai tempi di Guardiola, che si aggiunge a quella di Rafinha. Potrebbe accentrare Rakitic tenendo Mascherano a guidare una difesa a 3, oppure alzare in mediana l’argentino (nell’ottica anche di braccare Dybala in quella zona di campo) e disporre una linea difensiva a quattro.
Alternative che comunque non cambiano la sostanza. E’ lassù che dovrà avere il coraggio di andare a recuperare palla la Juventus, soprattutto sulle uscite del Barcellona nella zona di competenza di Mandzukic, sicuramente in grado di andare a prendere Sergi Roberto con la giusta cattiveria agonistica e con tempismo. Mettere soggezione al Barcellona servirà conseguentemente anche per indirizzare sui giusti binari la gara di ritorno anche dal punto di vista psicologico.

Certo ci saranno momenti, per i bianconeri, in cui sarà necessario abbassarsi e organizzarsi per contenere le soluzioni offensive del temuto tridente avversario composto, le cui caratteristiche individuali sono arcinote. Vale, invece, la pena sottolineare che le intese che si sono create negli anni ne hanno gradualmente limitato l’attitudine anarchica. Posizioni e compiti si sono così delineati con una certa precisione.

Suarez è il centravanti vero, quello che farà a sportellate con i difensori centrali bianconeri e che attacca la profondità. Neymar ha invece un raggio d’azione più ampio. Lo puoi trovare vicino a Suarez ma anche largo a sinistra a ricevere palla in ampiezza e, successivamente, andare a cercare gli scambi stretti.
Poi c’è Messi che può giocare falso nueve oppure esterno di destra ma che sostanzialmente, alla fine, va quasi sempre a finire dentro al campo. Vuole la palla addosso per saltare l’avversario sul primo controllo e puntare la porta dritto per dritto.Servirà grande densità intorno a lui. Un mediano aggressivo e l’altro a dare copertura. Anche i 4 giocatori d’attacco dovranno dare una mano. Gli esterni stringendo il campo e gli attaccanti togliendogli le soluzione di passaggio vicino.

Il collante tra difesa e attacco è Iniesta che gioca formalmente mezzala sinistra, quindi in una posizione di raccordo tra Neymar e Messi, ma che ha un raggio d’azione molto ampio e anche una grande imprevedibilità di giocate. Vede i corridoi liberi prima degli altri.

Sa, quindi, orientarsi per tempo col corpo per effettuare sempre il gesto tecnico più funzionale alla situazione di gioco. Alzare la zona di riconquista palla eviterebbe alla Juve di dover impazzire a correre appresso a questi geni del calcio nella propria metà campo.

Una persona schietta e diretta che non si maschera quando va in campo. L’allenatore e la persona sono un tutt’uno. I giocatori lo percepiscono e ne restano entusiasti, anche quelli che non giocano. Per questo lo spogliatoio è sempre stato con lui, anche dopo la batosta di Parigi. Luis Enrique crede in quello fa, anche, e soprattutto, nelle difficoltà. Per questo forse ha fatto fatica ad affermarsi in Italia. Doveva accettare troppi compromessi nel suo lavoro.

Arrivò in giallorosso dopo due anni di Ranieri e pochi mesi di Montella. Trovò una squadra poca abituata a lavorare sul piano tattico. Ebbe subito problemi ad imporre la sua idea assolutista di calcio. Estremista al 100% non transigeva lassismi di sorta. Face scalpore all’epoca la sua decisione di lasciare in tribuna a Bergamo De Rossi per essere arrivato con 2 minuti di ritardo alla riunione tecnica. Per lui erano esempi che sarebbero serviti a costruire la giusta cultura del lavoro. Non voleva farsi condizionare dalle abitudini italiane. Annullò i ritiri prepartita presentandosi a pranzo il giorno della gara. Per lui erano altre le cose importanti. Non gli fu dato il tempo di raccogliere i frutti della sua semina.

La sua idea di calcio è diversa per alcuni aspetti dal tiki-taka di Guardiola (a Roma per spiegare come voleva giocare faceva vedere le immagini del suo Barca B). Il modulo di base è il 4-3-3 che in costruzione diventa spesso il 3-4-1-2, con il metodista che ad abbassarsi tra i centrali di difesa ed i terzini alti. Dedica a queste uscite da dietro 3 sedute di allenamento alla settimana. Convoca i ragazzi della Cantera e li istruisce su come presserà la squadra avversaria, poi li sguinzaglia contro i suoi difensori che devono, comunque, riuscire a guadagnare il centrocampo partendo dal portiere.

Per lui l’inizio azione è talmente importante che nel primo tempo delle partite fa fare ai suoi collaboratori le foto dall’alto di queste situazioni di gioco, per rivederle nello spogliatoio prima di parlare con i propri giocatori e comunicare loro i giusti correttivi.
La priorità non è tanto il possesso palla quanto l’ordine e le giuste equidistanze da tenere in campo. Arriva a definire al metro la misura dei triangoli che i giocatori devono comporre nella costruzione del gioco o gli spazi che devono esserci tra i reparti.

Aspetti essenziali sono il ritmo e l’intensità. In allenamento si muove tra i giocatori come una zanzara coi suoi occhialoni da sole che gli salvaguardano la vista da una malattia alla retina. Volando tra loro scandisce come un metronomo il ritmo dei passaggi. A differenza del possesso spagnoleggiante (Pam-Pausa-Pam-Pausa-Pam), pretende una frequenza diversa e urla in maniera ossessiva «PAM-PAM-PAM!».

La stessa intensità la pretende una volta persa palla. Non ci sono tanti ragionamenti da fare. La riconquista deve essere immediata. I 4-5 giocatori in zona devono gettarsi sul portatore di palla senza lasciargli via di uscita. E’ il suo modo di comandare le partite.
Usa poi le riprese video di queste esercitazioni nella riunione pre-partita, ribadendo così ai giocatori quello che dovranno fare in gara.
Gli allenamenti sono quasi esclusivamente con la palla, possessi, giochi di posizione, partitelle. La guida delle esercitazioni è spesso delegata ai suoi collaboratori, ma quando ci sono da trasmettere concetti forti arriva sempre l’urlo della zanzara.

Max Allegri appena una settimana fa respingeva con vigore al mittente tutta quella negatività che troppo facilmente piombava, piomba, addosso alla Juve per ogni minima situazione che non sia esaltante. Come se il cammino di questi tre anni, sei andando ancora indietro alla gestione Conte, fosse qualcosa di normale e non di sempre e sempre di più straordinario. Che sia negatività da fine ciclo o nervosismo da fine stagione, qualche spettro in ogni caso sembra aleggiare molto di più in casa Barcellona. Perché nella sua consueta disponibilità a parlare, quasi, di tutto è emersa una tensione latente da parte di Luis Enrique proprio quando la sua avventura al Barcellona è pronta a concludersi: in che modo lo si scoprirà soprattuto al termine di questa doppia supersfida con la Juve. Un nervosismo esploso definitivamente in chiusura di conferenza stampa, quando si è alzato in maniera piuttosto brusca rispondendo a chi gli chiedeva conto dell’arbitraggio penalizzante di sabato sera a Malaga: «Non parlo mai degli arbitri».

In ogni caso Luis Enrique è determinato più che mai a fare in modo che proprio nel suo habitat naturale, la Champions, il suo Barcellona sappia ritrovarsi. Anche se davanti avrà un avversario ormai di livello assoluto come la Juve: «Non so se sia più o meno forte di due anni fa, ha giocatori diversi ma è molto simile. Dobbiamo giocare bene a calcio, perché i numeri della Juventus sono strepitosi, all’altezza della sua storia e di quello che significa essere nei quarti di finale di Champions. Ma più che vedere questi numeri che sono importantissimi, noi abbiamo l’obiettivo di sempre, fare una grande partita indipendentemente del campo. La Juve è una squadra che domina tutte le fasi del gioco e noi faremo la stessa cosa, la nostra partita sarà cercare la vittoria fin dall’inizio». Malaga quindi è solo un ricordo: «Ognuno può dire quello che vuole, ma il risultato di Malaga è stato ingiusto, siamo stati molto superiori ai rivali, abbiamo pagato ogni minimo errore e siamo stati poco fortunati sotto porta. Serve equilibrio, non possiamo impazzire per una sconfitta o esaltarci quando vinciamo». Malaga un ricordo, così come Berlino: «Sono dei ricordi positivi, non può essere altrimenti, ma questa partita non avrà niente a che vedere con quella finale. Sicuramente sia noi che la Juve arriviamo in un buon momento e con la convinzione di poter superare il turno».

Senza Busquets («Giocatore fondamentale per noi, ma siamo preparati a sostituirlo», cambierà inevitabilmente il Barcellona. Non dovrebbe esserci al suo posto Andre Gomes, nonostante il tecnico lo abbia difeso («Ingiusto dare tutte le colpe a un giocatore quando si perde, ha tutto per poter essere un titolare anche in questa occasione. Difenderò sempre i miei giocatori»), ma toccherà a Rakitic sostituirlo. Oppure sarà Mascherano a ritrovare una posizione in mediana, mentre l’eroe della remuntada contro il Paris Saint Germain, Sergi Roberto, partirà titolare per un Barcellona probabilmente destinato a ritrovare da subito il 4-3-3: via libera quindi a Ter Stegen in porta, proprio Sergi Roberto, Pique, Umtiti e Jordi Alba in difesa, Rakitic, Mascherano e Iniesta a centrocampo, con la MSN a imperversare davanti.

Sereno, tranquillo, rilassato, sorridente. Portatore sano di ottimismo e fiducia. Ché poi, vada come vada, ma siccome il primo passo di qualsiasi successo consiste nel provare a centrarlo, quel successo, beh, allora Massimiliano Allegri non si fa mancare nulla in termini di positività e convinzione. Provando a trasmettere il bagaglio di buoni propositi al resto della truppa.

E così mentre, quasi-quasi, il piano del tavolo della conferenza stampa ancora vibra per la mazzata che gli ha inferto Luis Enrique sottolineando di non voler commentare decisioni arbitrali, il tecnico bianconero scandisce a chiare lettere concetti quali consapevolezza dei mezzi e crescita psicologico/motivazionale. Alla faccia di timori reverenziali di sorta. «Non sarà facile, perché il Barcellona è ancora la squadra più forte, grazie a quei tre giocatori là davanti che ti garantiscono sempre gol dentro le partite… Ma anche noi abbiamo giocatori importanti, abbiamo una squadra forte che sta facendo grandissime cose. Abbiamo giocatori nuovi, siamo cresciuti molto in autostima e consapevolezza. I miei ragazzi saranno pronti a giocare un quarto di finale e lo giocheranno con gusto proprio perché ormai siamo abituati a giocare incontri come questi e in tre anni abbiamo fatto passi da giganti. Ripeto: queste sono partite che giochi anche a livello psicologico, devi essere sereno, devi affrontare con grande rispetto il Barcellona, ma con la convinzione che puoi passare. Altrimenti non vai da nessuna parte».

Da qui a un atteggiamento sbarazzino, sgarzolino, insomma da scontro a viso aperto, il passaggio è breve. Infatti Allegri prosegue: «Quando si gioca in casa la prima, è sempre preferibile non prendere gol: ma contro il Barcellona sarà difficile, quindi noi dovremo giocare per segnare. Sappiamo che il Barcellona ha grandi qualità offensive, ma ha anche dei punti deboli a livello difensivo, e noi su quelli dovremo lavorare e insistere. E’ normale, dobbiamo sempre puntare sulle debolezze dell’avversario. Che poi l’avversario si chiami, con tutto il rispetto, Chievo o Barcellona, noi dobbiamo lavorare sempre sulle debolezze dell’avversario. Ed è l’unico modo per poter andare avanti, perché non si può pensare di giocare contro il Barcellona, fare due 0-0 e passare ai rigori. E’ praticamente impossibile questo».
Ancora, più nello specifico: «I punti deboli nella  fase difensiva il Barcellona ce li ha perché è una squadra che gioca molto in proiezione offensiva, dunque ti lascia campo. Questo lo dimostrano i numeri. Poi, per carità, è chiaro che quando invece hanno la palla diventano pericolosi… Insomma, noi dovremo essere molto equilibrati e stare nella partita per 95 minuti».

E a chi fa notare che tutte queste cose il Psg le ha messe magistralmente in pratica nella gara di andata salvo poi andare incontro ad una sonora doccia fredda nel ritorno al Camp Nou, Massimiliano Allegri, manco a dirlo, replica: «Calmi, calmi: noi cominciamo a pensare alla prima partita, e a farla nel miglior modo possibile. Poi al ritorno ci pensiamo dopo…»

Per carità, il condizionale è d’obbligo: a maggior ragione in partite di questo livello, Massimiliano Allegri non disdegna l’idea di stupire in extremis… Tuttavia potrebbero non esserci particolari dubbi di formazione su sponda bianconera. Mettici qualche indizio (più o meno volontario) fornito dal tecnico bianconero in conferenza stampa, mettici qualche indiscrezione filtrata dalla seduta d’allenamento di ieri, e i giochi (cioè, i giocatori) sembrano fatti.
«Non dico la formazione, ma domani i quattro davanti giocano tutti. Quanti sono? Quattro-cinque, comunque giocano…», ipse dixit. Vale a dire, insomma, che il modulo cosiddetto europeo con il 4-2-3-1 è confermato, ergo Gonzalo Higuain sarà supportato da Juan Cuadrado, Paulo Dybala e Mario Mandzukic. A proposito di Dybala, peraltro: «Paulo ha fatto dei passi da gigante da quando è arrivato l’anno scorso. Ha anche cambiato posizione in campo. Rispetto a Messi, che peraltro è il numero uno al mondo da tanti anni e lo è ancora oggi, Dybala ha caratteristiche diverse. Ma è un giocatore giovane che sta crescendo molto e credo che, con Neymar, potrà essere sicuramente il migliore nel prossimo futuro».
Tornando comunque al “giocano tutti e cinque” di cui sopra, il riferimento è ovviamente all’altro giocatore offensivo in organico, Miralem Pjanic, che giostrerà accanto a Sami Khedira.

Altra frase interessante di Allegri: «Il Barça ha cambiato poco rispetto alla finale di Berlino. Noi invece… Rispetto a quella finale, beh, giocano due elementi: uno è Buffon, l’altro è Bonucci. Di quella finale la Juventus ha solamente due giocatori». Con buona pace di Claudio Marchisio, che a quanto pare partirà in panchina, insieme con Andrea Barzagli.

E con buona pace di Stephan Lichtsteiner, pure lui reduce da Berlino e oggi verosimilmente spettatore almeno inizialmente. Nella seduta d’allenamento di ieri, in corsia destra, Allegri ha infatti provato Dani Alves. Bonucci e Chiellini centrali. Mentre in corsia sinistra, resiste il ballottaggio tra Alex Sandro e Asamoah, come ha spiegato lo stesso tecnico: «Alex Sandro è in dubbio con Kwadwo perché stanno tutti e due bene. Lui ha giocato due partite, quindi deciderò. Ma questo non vuol dire che Alex Sandro sicuramente non giocherà, perché è stato un po’ a riposo, è rientrato, ha bisogno anche di giocare…».

Senza Calciopoli la Juventus potrebbe essere ricca come il Barcellona. E’ un’ipotesi, solo un’ipotesi ma che ha un ragionamento solido a sostenerla. Il confronto fra i due bilanci, elaborato in modo estremamente approfondito dall’esperto Luca Marotta, non solo evidenzia il dato storico che vedeva il fatturato della Juventus superiore a quello del Barcellona fino al 2004-05 e sostanzialmente uguale nel 2005-06, ma spiega come il divario che si è creato negli ultimi dieci anni è stato creato dall’effetto (negativo) di Calciopoli sulla Juventus e da quello (benefico) dei risultati sportivi sul Barcellona, che ha sempre scelto una gestione oculata e improntata all’equilibrio economico,proprio come i bianconeri. Insomma, se il trend dei bianconeri non fosse stato interrotto brutalmente nel 2006, è pensabile che sarebbe andato di pari passo con quello del Barça o, quanto meno, che avrebbe contenuto di molto il divario, in questo momento enorme (387 milioni contro 620).

Perché, spiega Luca Marotta, la crescita del Barcellona, passato in dodici anni a fatturare meno della Juventus fino quasi a raddoppiarne i ricavi, è passata in modo « evidente da una stretta correlazione tra successo sportivo e successo economico». Il Barcellona ha vinto e le vittorie hanno incrementato i guadagni in modo diretto (vedi la Champions League che rimane la più remunerativa delle competizioni) che indirettamente aumentando il valore del marchio del Barça, che – in questo momento – «vale tre volte quello della Juventus» (287 milioni contro 993, secondo la valutazione di Brand Finance Football che colloca la Juventus all’undicesimo posto in classifica, il Barcellona al terzo, dietro United e Real).

Il Barcellona, dal 2004 a oggi, ha vinto quattro volte la Champions League, senza saltare neppure un’edizione e otto volte il campionato spagnolo. I successi hanno innescato il circolo virtuoso di cui sopra e hanno portato una crescita progressiva dei ricavi, che il Barcelona ha spesso investito per aumentare la qualità dei giocatori, non solo sotto il profilo squisitamente tecnico, ma anche quello dell’immagine. Questo si evidenzia nell’abissale differenza fra gli introiti commerciali del Barcellona con quelli della Juventus (260 milioni contro 83). E’ questo il settore nel quale la Juventus può ridurre la distanza dal Barcellona, ripercorrendo la strada dei catalani. I ripetuti successi sportivi dei bianconeri hanno contribuito a ridare visibilità e fama al marchio e, non a caso, i ricavi commerciali sono effettivamente in aumento. La chiave di volta sarebbe aggiungere ai successi domestici, un grande trionfo internazionale che darebbe un immenso impulso al processo di globalizzazione della Juventus che per il momento passa dalla tournée, da progetti come le Legends, dall’utilizzo sempre più raffinato dei social network. Tutti fattori il cui effetto verrebbe moltiplicato per dieci da una vittoria in Champions, ma avrebbe comunque un vantaggio anche solo da un’altra finale.

Per quanto riguarda i ricavi da stadio, invece, fare la corsa sul Barcellona diventa più complicato, anzi quasi impossibile, come si evidenzia dall’analisi di Luca Marotta sulla composizione dei ricavi. Il Camp Nou, con i suoi 90mila posti (e non solo, perché funzionano molto bene anche le attività collaterali), garantisce introiti per 125 milioni, lo Juventus Stadium, il cui sfruttamento la Juventus sta implementando di stagione in stagione, porta 43 milioni all’anno, che possono essere aumentati , ma certamente non moltiplicati considerando i 42mila posti.

Curioso, infine, che il rapporto fra i ricavi e il costo degli ingaggi, sia sostanzialmente simile. Il costo del personale sportivo del Barça ammonta a 371,7 milioni (il 69% del fatturato), quello della Juventus ammonta a 221,4 milioni e l’incidenza sul fatturato netto è del 64,9% (in linea col Fair Play Finanziario). Un altro segnale di come la filosofia dei due club sia analogo. In definitiva, una rincorsa della Juventus al Barcellona non è ipotizzabile nel breve, mentre nel medio periodo ci sono dei fattori che, cambiando, potrebbero rendere l’aggancio possibile (il rilancio del calcio italiano, per esempio). E’ certo che la strada del Barcellona la cui crescita economica passa dai successi sul campo, assomiglia a quella intrapresa dalla Juventus degli ultimi anni e che questa sera vivrà un incrocio determinante.

Due gare saltate, una settimana tra terapie e allenamenti personalizzati, ed ecco che Mario Mandzukic arriva abbastanza tirato a lucido per l’appuntamento più importante della stagione. L’attaccante croato non avverte più dolore al ginocchio sinistro, quello infiammato e reduce da una botta rimediata domenica scorsa contro il Napoli: sabato s’è allenato da solo, mentre i compagni erano in ritiro in attesa della gara serale contro il Chievo, ieri si è aggregato al gruppo e ha svolto l’intera seduta, ormai recuperato.
Massimiliano Allegri può sorridere: va bene la ritrovata verve realizzativa di Gonzalo Higuain, doppia doppietta nell’arco di quattro giorni, va bene la classe purissima di Paulo Dybala, capace di inventare e giocare a tutto a campo, però Mandzukic gli garantisce l’equilibrio perfetto sul quale si regge l’architettura tattica del 4-2-3-1.

Per domani sera, dunque, la Juventus ritrova il suo guerriero, ma anche Miralem Pjanic, tenuto a riposo precauzionale contro il Chievo. Allegri può così schierare per la Partita contro il Barcellona, andata dei quarti di Champions, la sua Juventus a 5 stelle, varata in un giorno di gennaio, che si è poi rivelata la mossa della svolta. Cinque uomini offensivi tutti insieme in campo, una dimensione più europea e sbilanciata in avanti, che funziona perché anche gli attaccanti arretrano ad aiutare i difensori.

Potrebbe essere un azzardo proporla pure contro i marziani blaugrana, che quest’anno sembrano però essere ridiscesi in terra, meno brillanti della macchina da guerra e di spettacolo a cui hanno abituato la platea mondiale: molto dipenderà dall’atteggiamento dei bianconeri, da quanto gli attaccanti si sacrificheranno e da quanto la formazione resti compatta. Ma certo che con Higuain vertice ultimo della squadra, il trio Cuadrado, Dybala e Mandzukic alle spalle, Pjanic e Khedira nel mezzo a contenere e costruire, il Barcellona deve stare attento, soprattutto perché non possiede il muro difensivo bianconero ma un reparto assolutamente perforabile.

Dalla cintola in sù la formazione dovrebbe essere fatta, come nel mezzo della difesa, visto che davanti a Buffon, dovrebbero agire Bonucci e Chiellini. Il dubbio rimane sulle fasce ed è il tormentone della stagione: Asamoah o Alex Sandro a sinistra, Lichtsteiner o Dani Alves a destra. A meno che Allegri non decida di avanzare Dani Alves nel tridente offensivo (al posto di Cuadrado), ruolo nel quale ha già giocato contro il Milan, e schieri Lichtsteiner dietro, con il colombiano inizialmente in panchina. Una mossa preventiva perché, con l’infortunio di Marko Pjaca, il tecnico non ha alternative di ruolo in attacco: Cuadrado potrebbe essere l’uomo in grado di spaccare la partita se dovesse rimanere ancorata sullo 0-0.

Dubbi che Allegri scioglierà all’ultimo: da ieri il tecnico ha iniziato l’operazione Barcellona con ampie sedute al video per rivedere la finale di Champions di due anni fa, individuare gli errori e spiegare come ovviarli. L’allenatore cerca di trasmettere alla squadra la serenità (ieri per esempio è andato a vedere la Primavera con il vicepresidente Nedved) con cui si approccia a partite di questo calibro. «Senza paura e con consapevolezza su chi siamo: arriviamo da Juve a una sfida che darà emozioni a tutti i nostri tifosi!» il tweet dell’altra sera quando, sul finire di Juventus-Chievo, ha pure rispolverato il 3-5-2, un ripasso nel caso dovesse tornare utile.

Dal fischio finale contro il Chievo è iniziata in casa Juventus l’operazione Barcellona. Anche se la squadra è spremuta nelle energie e nella testa, una sfida di questo livello assopisce la stanchezza e riaccende l’adrenalina. «Psicologicamente stiamo bene anche perché arriviamo da una bella vittoria in campionato e questo ci dà la forza e la fiducia di affrontare questa grande partita – sottolinea Juan Cuadrado ai microfoni di Sky e Mediaset -. Sappiamo che loro sono fortissimi: in questi pochi giorni cercheremo di prepararci al meglio per essere al 105%. Fondamentale sarà iniziare con la giusta disposizione in campo e l’atteggiamento adeguato. Abbiamo grandi motivazioni: giochiamo in casa davanti al nostro pubblico, che ci aiuta sempre. Poi dovremmo approfittare degli spazi che loro lasceranno, sbagliare il meno possibile ed essere molto concreti».
Cuadrado ci crede nel passaggio del turno, anche se la Juventus dovrà fare l’impresa. «Ci sono due attacchi stellari di fronte, ma tra Dybala-Mandzukic-Cuadrado e Messi-Neymar-Suarez io scelgo i miei compagni. Chi è il migliore? Nessuno. Higuain, Dybala, Mandzukic ci completiamo perché abbiamo caratteristiche differenti. Questa è la nostra forza: siamo una famiglia e abbiamo sempre voglia di lottare per il nostro compagno».

Il concetto di famiglia e compattezza viene riproposto anche da Stephan Lichtsteiner. «Non sarà una dei migliori attacchi al mondo contro la miglior difesa della Champions perché alla Juventus difendiamo e attacchiamo in undici. Loro soffrono dietro e noi, con questo modulo, davanti siamo pericolosi. Attaccarli o aspettarli? Dipende come siamo messi a livello di forza. Non dobbiamo concedere troppo spazio, dobbiamo stare attenti, se dietro sei uno contro uno con quei mostri lì davanti diventa difficile».

Da quando Luis Enrique ha annunciato che abbandonerà, a fine stagione, la panchina del Barcellona, la squadra catalana ha cominciato ad affrontare le partite con una meravigliosa, quanto ingenua, leggerezza. Quasi a confermare che l’incertezza sul futuro del tecnico asturiano e, quindi, il fattore mentale sia sempre e comunque più importante di quello tecnico-tattico. Lucho sapeva bene che avrebbe avuto bisogno di un ingegnoso coup de théâtre per provocare sui suoi uomini una reazione tale da convincerli che la ‘remuntada’, ai danni del Paris Saint Germain non fosse una mera utopia. Ed è per questa ragione che, contravvenendo a quanto sostenuto fino a quel momento («parlerò del mio futuro soltanto a fine stagione»), l’ex allenatore della Roma decise di comunicare con largo anticipo il proprio addio. Meravigliosa leggerezza perché, assieme al cambio di modulo (dal 4-3-3 al 3-4-3), Messi e compagnia si sono ritrovati a dover rincorrere, senza nulla da perdere, il Psg in Champions e il Real Madrid in campionato. E se è vero, com’è vero, che “el fútbol es un estado de animo”, il Barça ha saputo interpretare al meglio gli incontri disputati senza la pressione di chi è obbligato a vincere per non essere raggiunto. E così, è arrivata la notte magica contro il Psg al Camp Nou. E poi gli ottimi risultati ottenuti in Liga grazie all’introduzione del 3-4-3. Gli infortuni, tuttavia, e le tabelle excel, aggiornate quotidianamente dallo staff tecnico, hanno portato i catalani a pensare che avrebbero potuto vincere per forza d’inerzia anche le partite, sulla carta, meno impegnative. E già, perché le uniche due sconfitte incassate dal Barça nelle ultime settimane sono arrivate su campi tutt’altro che proibitivi. I sei punti persi al Riazor e alla Rosaleda sono, in un certo senso, figli dell’eccesso di confidenza ostentato dai blaugrana dopo le belle e convincenti vittorie contro Psg e Siviglia. Ed è proprio qui che interviene l’ingenua leggerezza di un ambiente che, per storia e tradizione, dovrebbe essere avvezzo a situazioni del genere e che, invece, si è riscoperto naïf.

Innocenza che qualcuno potrebbe addirittura scambiare per arroganza. E già, perché la formazione mandata in campo da Luis Enrique contro il Malaga avrebbe potuto essere interpretata come un segnale di superbia. E invece no: chi sa come funzionano le cose in casa Barça sa bene che Lucho si fida ciecamente dei dati raccolti dal suo staff sull’affaticamento dei propri giocatori: «Per vincere il Triplete avremo bisogno di tutta la rosa e non solo di undici calciatori». Ciononostante, dando per buona la versione dei minuti accumulati da Iniesta e Sergi Roberto, l’errore del tecnico blaugrana è di valutazione: quella contro il Malaga, infatti, era una finale mascherata da partita minore. Vincendo in Andalusia, infatti, i catalani avrebbero ripreso in mano il proprio destino in Liga. «È incomprensibile, imperdonabile», sottolineava ieri l’addolorata stampa catalana. La verità è che, quest’anno, il vero punto debole del Barcellona riguarda la panchina. Se i titolari hanno dimostrato, infatti, di essere capaci di tutto, le seconde linee non hanno quasi mai giustificato il tempo concesso loro da Luis Enrique. Per di più a Malaga, anche Neymar ha perso la testa, meritandosi l’espulsione e, come se non bastasse, applaudendo la terna arbitrale prima d’imboccare il tunnel degli spogliatoi. Sciocchezza che potrebbe costargli più di una giornata di squalifica e, quindi, il ‘Clásico’ in programma domenica 23 aprile al Santiago Bernabeu: «Dobbiamo resettare e riavviare il sistema», il consiglio dato da Andrés Iniesta per evitare ripercussioni «nell’importantissima gara contro la Juventus».

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