Kamikaze e bombe Bruxelles, attentati in aeroporto e metro: almeno 30 morti e oltre 180 feriti

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Un’altra data da segnare in rosso sul calendario del terrore: 22 marzo 2016, Bruxelles. Come l’11 settembre 2001 di New York, l’11 marzo 2004 di Madrid, il 7 luglio 2005 di Londra, il 13 novembre 2015 di Parigi. Una lista che si allunga e inocula nella vita dell’Occidente il virus della paura: può accadere in un istante qualsiasi in un luogo qualsiasi. Questa volta è accaduto nel cuore dell’Europa, all’alba nell’aeroporto di Zaventem, un’ora dopo su un treno della metro che corre sotto i palazzi scintillanti dell’Unione Europea.

Una giornata feroce e interminabile, scandita dell’urlo delle sirene, dagli ordini perentori dei poliziotti, dalla fretta spaventata di chi corre verso casa rasente i muri, dalle lacrime di chi c’era e fatica a raccontare, dal mutismo spettrale di chi aspetta notizie di un figlio, un marito, un amico che non risponde al telefono da ore. E anche dall’impossibilità di un bilancio sicuro:31 morti, per ora, e più di 230 feriti. Ma sono numeri ballerini, la devastazione delle bombe potrebbe anche nascondere altre vittime.

C’è un fermo immagine che segna l’inizio di questo inferno. Tre uomini – tre giovani – spingono i carrelli portabagagli nell’atrio partenze dell’aeroporto Zaventem a nord di Bruxelles. Due di loro hanno la mano sinistra inguainata in un guanto nero che, secondo la polizia, nasconde un detonatore. Il  terzo cammina a qualche metro, cappello, occhiali scuri, un giubbotto bianco. L’immagine viene registrata dalle telecamere di sorveglianza dello scalo alle 7.48. Tre minuti più tardi due esplosioni fanno la prima carneficina.

Bruxelles si sta svegliando, a quell’ora. Le strade sono ancora semideserte, e uno dei luoghi più affollati è proprio l’aeroporto. Adelma Tapia Ruiz sta per partire per il Perù, torna a casa per Pasqua. Il marito belga l’ha appena salutata e la vede confondersi nella folla che si accalca ai banchi del check-in o si mette in coda per il controllo bagagli. Lo scoppio paralizza il marito di Adelma proprio mentre si incammina verso il parcheggio, torna dentro, cammina su un tappeto di vetri infranti e di calcinacci, la trova quasi subito: è morta.

Sono almeno 14 i morti dell’aeroporto. I sopravvissuti dicono di aver sentito delle grida in arabo vicino ai banchi dell’American Airlines, e subito dopo le esplosio-ni.Due dei tre uomini immortalati dalle videocamere hanno azionato gli ordigni quasi contemporaneamente. Il cadavere di uno dei terroristi viene trovato sotto un panchina, vicino a lui c’è un mitra. Quello che non si trova è il terzo uomo, quello col cappello e gli occhiali scuri. Dicono che sia ancora vivo, lo cercano, ma non ha un nome.

INATTESADEI SOCCORSI

C’è un’altra immagine che restituisce il senso di questa giornata bestiale. Sono passati pochi minuti dallo scoppio, l’atrio dell’aeroporto è come un palazzo bombardato, in frantumi. Fuori, sulle panchine, si sdraiano i feriti, squarci nelle gambe, teste insanguinate, vestiti a brandelli. E nessuno che ancora li soccorre per la semplice ragione che non si può essere preparati per fronteggiare la bestialità dei terroristi. Si dovrebbe vivere in un’emergenza perenne, e non basterebbe ugualmente.

La notizia dell’attentato a Za-ventem arriva in un baleno nel centro città e uccide quel senso di sollievo e di speranza che Bruxelles cominciava a respirare dopo quattro mesi di caccia all’uomo conclusi con l’arresto di Salah Ab- deslam (uno degli attentatori di Parigi) e di alcuni suoi complici. Ma adesso non c’è più posto per la speranza, per uno che finisce dietro le sbarre ce ne sono altri pronti a colpire. Però bisogna andare avanti, portare i figli a scuola, prendere l’autobus per andare al lavoro, continuare a vivere.

IL SECONDO ATTENTATO
Alle 9.11 arriva un altro boato a schiantare definitivamente Bruxelles. Sale dai meandri della metropolitana alla stazione di Mael- beek, una delle due fermate che servono la cittadella dell’Unione, a due passi dal Parlamento Europeo e dal palazzo della Commissione Ue. Il convoglio è formato da tre vagoni, il kamikaze (o i kamikaze?) è in quello centrale, un attimo prima che le porte automatiche si aprano aziona il congegno. Diciassette morti, decine e decine di feriti, la stazione piomba nel buio. Fumo, urla, pianti.

I testimoni raccontano scene indicibili. Una bambina senza un braccio che cerca la madre, cadaveri martoriati e irriconoscibili. feriti intrappolati nella carcassa del treno sventrato. La paura che a quell’esplosione ne possa seguire un’altra. I soccorritori che si muovono prudenti, i militari che si caricano in spalla donne e uomini impietriti dallo spavento e li riportano in superficie. E nessun dubbio: sono stati loro, gli stessi che hanno colpito a Parigi, e che domani potrebbero colpire altrove.

IL PANICO Ecco, quello che accada dalle 9.11 in poi è esattamente ciò che i terroristi vogliono vedere, ed è facile immaginarli sghignazzanti davanti ai loro computer mentre assistono in diretta al panico che stende le sue ali sulla vita degli «infedeli». Una città che si blocca, che scappa, che cerca riparo non si sa dove e non si sa da cosa. I negozi che abbassano le saracinesche, le vie del centro che si svuotano, gli uffici evacuati, ingorghi inestricabili di auto che i mezzi di soccorso non riescono a fendere.

Due ore dopo la cittadella dell’Unione Europea è un deserto silenzioso e spettrale, gli impiegati col naso schiacchiato sulle finestre aspettano l’ordine di poter uscire per tornare a casa. La Grande Place, il salotto di Bruxelles, è presidiata dalle camionette dell’esercito coi soldati appostati sulle torrette. La metropolitana viene fermata, i treni bloccati, le stazioni inaccessibili, l’aeroporto chiuso, i voli cancellati, gli ospedali in stato di emergenza per accogliere i duecento feriti fra cui anche tre italiani, nessuno grave.

ASSALTO A FACEBOOK Il padre e la madre di Leopold Hectc si aggrappano a Facebook come altre decine e decine di padri e di madri, di fidanzati, di amici. Vogliono notizie del figlio che ha preso la metro al mattino, direzione Maelbeek, e ora il suo telefono è muto. Per loro il finale è dolce: Leopold è vivo, ferito leggermente, ricoverato per precauzione. Altri appelli cadono nel vuoto, i centralini dell’emergenza impazziscono, ma ci sono poche buone notizie da dare. Non ci si può abituare a tutto questo, non si può convivere con questo strazio.

Quelli che stavano all’aeroporto si incamminano sull’autostrada per tornare verso il centro, come profughi disperati, trascinando stancamente i trolley. Il re Filippo, cosa più unica che rara, va in televisione e cerca di dispensare coraggio. «Ci vogliono calma e fermezza». Il primo ministro Charles Michel fa altrettanto. Ma l’inevitabile retorica istituzionale serve a poco. Nel quartiere di Shaerbeek la polizia sta dando l’assalto a un appartamento dove trova armi e una bandiera dell’Isis. Dentro non c’è più nessuno, e quel nessuno potrebbe essere in giro, magari a quell’angolo di strada, con una cintura esplosiva indosso.

La morte è arrivata al Terminal A, quello delle partenze. Alle 8 in punto. Accanto al banco della American Airli- nes e della Brussels Airlines. Nel punto esatto in cui si trovava Alphonse Lyouraun giovane di colore sui trent’anni addetto ai bagagli. Era in compagnia del suo capo all’aeroporto di Zavatem, a non più di 5 metri dai kamikaze. Li ha visti arrivare. Alphonse, giubbotto col cappuccio e accento magrebino, stava finendo di imballare le ultime valigie quando ha sentito uno dei terroristi urlare in arabo parole per lui incomprensibili. «La detonazione è stata fortissima, tutti hanno iniziato a correre a destra e a sinistra, mi sono nascosto sotto il mio banco e lì sono rimasto per almeno 5 o 6 minuti terrorizzato.

Quando ho rialzato la testa intorno a me ho visto l’inferno. I feriti che urlavano mi chiedevano aiuto e io non sapevo cosa fare. Ho ancora il sangue sulle mani. Tantissimi erano senza braccia e gambe. Amputate, erano volate via. Uno dei feriti aveva le gambe carbonizzate. Ho spostato 5 o 6 corpi per trascinarli ma erano già morti». Il responsabile del Gasthuisberg University di Lovanio, Marc Decrame confermerà poi che in sala operatoria sono state necessarie molte amputazioni per i danni provocati dai chiodi contenuti negli ordigni.

In Belgio le vacanze pasquali iniziano in anticipo. In molti ieri stavano mettendosi in viaggio. L’area del Terminal era zeppa di passeggeri. Ideale per la follia smisurata di chi considera un successo la moltiplicazione del dolore sommato alla perdita di vite umane. Nei hall è stata trovata una cintura inesplosa, un giubbotto accanto a quel che resta di un tapis roulant. Valigie fumanti, viaggi interrotti per sempre.

NELL’ASCENSORE Jean-Pierre Herman abbraccia la moglie che ha lineamenti orientali. Lacrime e paura che spuntano da una sciarpa, Nel video, uno dei primi che i siti locali hanno pubblicato, il marito la tiene stretta, come se un’altra bomba nascosta chissà dove e inesplosa, potesse portargliela via. «Eravamo nell’ascensore – lui racconta – scendevamo per andare a prendere il treno, abbiamo sentito un’esplosione, le porte volar via, il soffitto di vetro venire giù. Siamo usciti in una nuvola di fumo e correndo abbiamo raggiunto le uscite di emergenza».

L’ODORE Jean Pierre Lebeau era appena atterrato da Ginevra. Non si era reso conto di niente. «Ero lontano, ho capito che qualcosa di orrendo era successo da quell’odore di polvere e sangue». Christian Weyns è un uomo robusto sui 40, uno di quelli che tu pensi non abbiano mai paura. Giubbotto griffato, lampo ovunque, zuccotto in testa. I giornalisti lo circondano, lui vorrebbe evitarli, poi ci ripensa: «Ho sentito una forte esplosione e subito dopo una ventata passata a 25, massimo 30 metri da me». Lo dice e mentre lo dice soffia forte nei microfoni riproducendo quel suono che ora deve apparirgli tremendo. «Ho sentito urlare Allah Akbar! – prosegue – e ho visto tanti che scappavano a piedi perché per i controlli si erano tolti le scarpe. Mi sono guardato intorno e per un attimo non ho visto mia moglie. Poi la sicurezza ci ha soccorso».

SUPERMAN Diffondere l’orrore. Spalmarlo come un veleno. Sophie, una giovane donna francese che abita nella regione dell’Hénin Beaumont, è rimasta ferita ai piedi, alla testa e a una spalla. L’hanno ricoverata all’ospedale militare di Saint Jean. A spaventarla non sono stati i morti ma i vivi, «le facce dei sopravvissuti», dice ai cronisti del sito La Voix du Nord Sophie. A loro ha raccontato anche che un vigile del fuoco le ha detto che nei pressi dell’aeroporto è stata trovata una macchina piena di esplosivo. Dato che non troverà altre conferme ufficiali.
Mai come ieri il terrore è stato raccontato in diretta da chi lo ha vissutoo. Con i cellulari in tilt è scattata su Facebook l’operazione “Safety check”. Charles Declercq, giornalista e critico cinematografico belga, era su quei vagoni, in viaggio verso Maelbeek per andare a vedere la prima di un film (“Batman contro Superman”). Prima di salire sul treno aveva sentito che all’aeroporto c’era stato un attentato e dunque ha capito subito cosa gli stava accadendo. Sul suo profilo Facebook ha raccontato in che modo il destino lo ha risparmiato: «Ho visto un lampo, ho sentito l’esplosione e tanto calore. Nell’aria c’era un fumo blu, a terra i feriti urlavano, gli altri per uscire si schiacciavano l’uno con l’altro. Due vetri del finestrino mi sono caduti sulle gambe. Ero ancora vivo»

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