Tempesta di neve ‘Jonas’ sulla costa orientale degli Stati Uniti: 9 mila aerei a terra, le vittime sono almeno 17

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La Quinta Avenue è una tundra bianca. Gelida, deserta, persino buia. New York sprofonda in 60 centimetri di neve. Le centinaia di mezzi meccanici, le tonnellate di sale, i 1.800 addetti mobilitati dal sindaco Bill de Blasio non ce l’hanno fatta a garantire la normalità. Forse era un obiettivo impossibile da raggiungere. In mattinata il primo cittadino aveva rivolto un ultimo appello: «Se stamattina siete usciti in auto senza motivo, vi prego tornate indietro e restate a casa. Avremo a che fare con una delle più violente tempeste della nostra storia».

Nel pomeriggio su tutti i telefonini attivi nell’area della Grande Mela è brillato un messaggio, preceduto da un segnale di allarme: «Attenzione dalle 14.30 le strade saranno chiuse a tutti i veicoli, salvo quelli di emergenza». L’ordine è firmato dal governatore Andrew Cuomo e vale per tutto lo Stato di New York: una specie di coprifuoco innevato, che ha pochi precedenti.

Nella metropoli il servizio bus è stato sospeso fin dalla mattinata, gran parte della rete metropolitana si è fermata dopo le 16 (le 22 in Italia). Inewyorchesi costretti comunque andare a lavorare nella giornata di sabato sono stati costretti a marce forzate.
Le televisioni hanno raccontato quella che è immediatamente diventata «la nevicata del secolo» alternando notizie drammatiche in arrivo dal resto del Paese con le immagini della gente a spasso con il cane e dei bambini con le slitte di plastica a Central Park. Una piccola folla si è ritrovata anche a Times Square: molti turisti, foto ricordo, grande allegria, quasi una riedizione della festa di San Silvestro.

La tempesta ha sconvolto un lungo corridoio di circa 1.600 chilometri sulla East Co-
ast. Una delle aree più popolate degli Stati Uniti, con circa 85 milioni di abitanti. Undici Stati hanno dichiarato l’emergenza, dall’Arkansas alla Pennsylvania, dal Tennessee alla Virginia. Il governatore del New Jersey, Chris Christie, candidato alla nomination repubblicana, si è dovuto in tutta fretta occupare delle inondazioni nell’area costiera. Tuttavia Christie, visto che tra pochi giorni cominciano le primarie in Iowa, non ha perso l’occasione per fare un comizietto davanti alle telecamere in giacca a vento, come dire siamo «operativi». Giudicheranno i suoi concittadini, per esempio gli abitanti di Sea Isle City che si sono ritrovati con le vie allagate e invase da blocchi di ghiaccio provenienti dall’Oceano Atlantico.

Le strade all’interno del Paese sono semplicemente impraticabili e molto pericolose: il bollettino, parziale, segnala tredici morti in incidenti. Traffico aereo quasi azzerato: più di novemila voli cancellati, con effetti disastrosi su tutta la rete interna e i principali collegamenti internazionali.

Prima di sommergere New York, il turbine ha paralizzato Washington, Baltimora, Filadelfia. Più di 200 mila case sono rimaste senza elettricità nel North Carolina. Da oggi dovrebbe cominciare la tregua. Poi via agli sport invernali nei parchi cittadini. I negozi di articoli sportivi hanno smaltito le scorte di qualsiasi cosa colorata possa scivolare anche su un piccolo pendio.

L’enorme successo di Revenant, con le 12 nomination all’Oscar per il film in cui il pioniere Leonardo DiCaprio lotta contro gli elementi risulta un po’ meno strano davanti alle immagini di «Jonas» e dell’America assediata dalla bufera di neve: perché per caratteristiche geografiche, prima ancora che per storia e cultura, lo scontro con le condizioni estreme del meteo  con la natura  è profondamente americano.

La nazione che più di tutte, nell’ultimo secolo, ha scommesso sulla tecnologia e sul progresso  e vinto  è anche quella che più di tutte nel mondo industrializzato è costretta a fare i conti con tempeste di neve (in Canada per esempio non succede: è troppo a nord e la stragrande maggioranza della popolazione vive lungo le due coste, al contrario di quel che succede negli Usa), e ondate di calore. Manifestazioni clamorose della forza degli elementi capaci di coinvolgere decine di milioni di persone per volta.

Negli Stati Uniti succede che una città si fermi per il ghiaccio, finisca sepolta da tre metri di neve oppure  per esempio in Minnesota  capita che l’allarme scatti soltanto dai quaranta gradi centigradi sottozero in giù (al di sopra, è abbastanza normale).
È una storia vecchia come l’America che ci raccontano i filosofi (Emerson, Thoreau), gli scrittori (London, Hemingway), i pittori (da Hopper alle visioni pastorali di Andrew Wyeth), i registi (tutti quelli dell’epopea del West, e in questi anni Malick).

«Al cospetto della natura, una gioia travolgente attraversa il cuore degli uomini, cancellando i dolori del mondo. La natura ci dice: siete le mie creature, e a dispetto di tutti i vostri irriguardosi dolori, in me troverete la gioia», scriveva Ralph Waldo Emerson, in un pamphlet intitolato Nature, 1836.

La pastorale molto Americana della nazione fondata sull’espansione a ovest, sulla Frontiera (come cantava Woody Guthrie, «dalla California all’isola di New York / dalla foresta di sequoia / alle acque del Golfo…»). Una nazione che ha impiegato un secolo e mezzo prima di prendere l’aspetto geografico che conosciamo oggi: è utile ricordare che gli Stati Uniti sono nati nel 1776 composti da soli 13 Stati del nordest, e da allora si sono espansi verso sud e ovest, attraverso il continente, fino ad arrivare soltanto nel 1912 (con l’ingresso di New Mexico e Arizona) a contenere tutto il territorio dall’Oceano Atlantico al Pacifico (nel 1959 si aggiunsero Alaska e Hawaii, gli unici due a non avere contiguità territoriale con altri membri dell’Unione), da costa a costa.

Terrence Malick, il poeta della Natura del cinema americano di oggi, che sceglie un lago salato nello Utah per filmare il Paradiso, nell’incipit del suo II nuovo mondo sull’amore di Pocahontas per il colono John Rolfe, ha individuato quella che pensandoci bene era l’unica musica possibile per accompagnare i velieri inglesi che vedono, all’orizzonte, le coste della Virginia: il preludio dell’Oro del Reno, di Richard Wagner. Il singolo accordo lungo 136 battute — quasi cinque minuti — che racconta, con un Mi bemolle maggiore che scaturisce lentamente dal silenzio prima della Creazione, la genesi del mondo.

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