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L’attentato di Brindisi e la teoria del complotto

Dunque, è passata una settimana dalla strage di Brindisi in cui una studentessa, Melissa Bassi, ha perso la vita, e altre 5 sono rimaste ferite, di cui una in modo molto grave. Nei minuti immediatamente successivi alla strage dell’Istituto Morvillo-Falcone si era attribuita ogni responsabilità alla Sacra Corona Unita. Qualche autorevole magistrato aveva però fatto notare che la mafia, in genere, non ammazza con queste modalità, per il semplice motivo che vuole avere il consenso della popolazione e allontare la pressione mediatica e delle forze dell’ordine. Certo, nemmeno il movente mafioso può essere escluso, ma non si può affermare che sia il più probabile. E allora ecco farsi strada le ipotesi terroristiche e quelle del gesto di un “folle”.

Della persona che avrebbe fatto esplodere tre bombole a gas davanti alla scuola di Brindisi c’è un’immagine, per altro di pessima qualità. Ed è sulla base di quel fotogramma che un uomo è stato messo sotto torchio dagli inquirenti. La folla e buona parte del mainstream aveva già sentenziato: il colpevole è lui. Su Facebook diversi imbecilli si erano scatenati contro “la bestia che ha ucciso Melissa: merita di essere bastonato a morte”, ecc. ecc. Se non era per le forze dell’ordine, il presunto assassino sarebbe stato linciato: roba da guerra civile. Il delirio, per fortuna, è durato qualche ora: la persona interrogata è già stata rilasciata. Ha un alibi di ferro, non c’entra proprio nulla colla strage della scuola.

E ora? Si riparte praticamente da zero. Tutte le ipotesi tornano a essere prese in considerazione. Tranne una: può mai una persona sola sollevare tre bombole a gas (quasi un quintale di peso) e piazzarle dentro un contenitore della spazzatura? Ad agire non è stato un singolo individuo.

C’è chi, in maniera paranoica, afferma che chiunque non si fida delle verità ufficiali propagate da politici e media, è un complottista. Non ci sorprende: è sempre stato così. La storia è piena di “depistatori” e “complottisti”. E allora non c’è dubbio che appartiene alla seconda categoria il Procuratore della Corte d’Appello di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, uno che la mafia la conosce bene perché l’ha combattuta e la combatte in prima persona. Uno che non ha nessuna paura di denunciare le collusioni tra uomini delle istituzioni, colletti bianchi e criminali. A Sky, così come ieri a Servizio Pubblico, ha detto:

“C’è una sequenza di atti che fanno pensare a un’intelligenza criminale. In questo momento c’è un clima politico disgregato e c’è tensione sociale: ed è in questi periodi che intervengono le strategie della tensione. Ripeto: si tratta di ipotesi, perché solo quelle possiamo fare. Non possiamo che fare appello al passato. La strategia della tensione c’è quando si vuole accelerare o fermare il cambiamento. A me sembra esserci dietro un’intelligenza criminale-politica“.

Sulla stessa lunghezza d’onda le parole del giudice Ferdinando Imposimato:

“La strage di Brindisi è un episodio della strategia della tensione iniziata con la strage di Piazza Fontana, proseguita con le stragi di Capaci e di via D’Amelio e quella di via dei Georgofili a Firenze. Vogliamo finalmente la verità, senza la verità non può esserci giustizia”.

E cercare la verità non significa vedere complotti ovunque. Cercare la verità significa mettere assieme in pezzi di un puzzle sparsi qua e là. Significa sforzarsi di essere razionali. Significa non fidarsi mai di una sola versione dei fatti. Significa battersi per dare giustizia a Melissa e a tutte quelle vittime di stragi rimaste senza colpevoli. Quelle stragi da cui la storia dell’Italia repubblicana è fortemente segnata, a partire da Portella della Ginestra. Correva l’anno 1947.

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