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Laureata 28enne si uccide: sottopagata a lavoro, era contro le raccomandazioni

Non è un paese per laureati, l’Italia. Non lo è, specialmente, se non si è figli, escort, elettori, faccendieri di qualche signore feudale. Lo scorso 4 aprile Lucia, una 28enne laureata in ingegneria gestionale con il massimo dei voti, si è tolta la vita lanciandosi dal balcone della sua casa a Cosenza. Non era depressa: si era arresa. Arresa all’idea che senza la spintarella, senza accettare squallidi compromessi, senza sporcarsi la coscienza, non avrebbe mai potuto ottenere un lavoro e una retribuzione adeguati al suo titolo di studio.

Mia figlia era una persona onesta. Non si può banalizzare e liquidare il suo gesto come un suicidio dettato dalla depressione – ha spiegato la mamma in una lettera al Quotidiano di Calabria. – Lei sì, lei sì che si è sempre impegnata fiduciosa nei nostri insegnamenti, sicura che il merito avrebbe pagato. Laureata in ingegneria gestionale, si è trovata a doversi accontentare di un lavoro che non era il suo, poco retribuito, si è trovata a doversi prendere cura della sua piccolina di appena due anni, affrontando tutte le difficoltà che già conosciamo noi donne. Lucia aveva un solo difetto: portare un cognome anonimo e credere nella meritocrazia. Lei non poteva vivere in quest’Italia asservita, e non poteva neanche allontanarsene, voleva semplicemente vivere nella sua Calabria, dov’era amata dai suoi innumerevoli amici. E’ una colpa da pagare a così caro prezzo? Se è così, giovani, andate via, abbandonate questa terra, noi non vi vogliamo. E voi, mamme, non consentite che questo mostruoso Leviatano divori i nostri figli”.

Non è certo la prima volta che un giovane laureato si toglie la vita perché schiacciato da quei mostri che sono il nepotismo, il baronaggio e il clientelismo. Mali ancestrali dell’Italia, che nessun governo si è mai preoccupato di scalfire minimamente.

Ricordando la povera Lucia, vittima come tanti suoi coetanei di un sistema tanto marcio quanto ipocrita, non si può non pensare al surreale dibattito che l’esecutivo porta avanti da mesi attorno all’articolo 18. La priorità, per il governo e la maggioranza bulgara che lo sostiene, è trovare il modo per rendere più facili e veloci i licenziamenti. Ma l’orientamento della classe politica non stupisce affatto. Un paese in cui un buon lavoro si ottiene raramente grazie al merito è un fenomeno che conviene a molti, troppi. Basta guardare a cosa succede nei partiti, i cui posti di comando sono spesso occupati da trogloditi, gente bocciata a scuola, persone che si comprano diplomi e lauree, oppure che si vantano delle propria ignoranza. E non è che nelle grandi aziende private vada molto meglio. Avere genitori e conoscenze importanti pesa molto di più della competenza e dell’onestà. Lo sapeva, Lucia, ma non ha accettato compromessi al ribasso. E questa, in Italia, è una “colpa” che si può pagare con l’emarginazione, l’umiliazione quotidiana e persino con la vita.

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