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Le donne ammazzate e l’insopportabile ipocrisia di Stato

Sta diventando, anzi lo è da tempo, una sorta di emergenza nazionale quella della violenza contro le donne. Stando alle tristi statistiche, nel solo 2012 ne sono state ammazzate 55. Un femminicidio a tutti gli effetti. E guai a parlare di “ragioni passionali”. Chi uccide una donna è una persona orrenda, piena di sentimenti negativi, che considera gli altri al pari di un oggetto: “O sei mio, oppure ti elimino”.

Se le donne uccise sono state 55, è praticamente impossibile sapere quante sono quelle vittime della violenza che non conduce alla morte. Spesso la vittima non denuncia. Nella maggior parte dei casi, le violenze avvengono ad opera del marito o fidanzato, dentro le mura domestiche. Mura che si trasformano in gabbia, in luogo dell’indicibile, dell’orrore.

C’è, comunque, chi il coraggio e la forza di dire basta ce l’ha. Donne che si ribellano alla sopraffazione, che vanno dai carabinieri a denunciare le molestie e le minacce, fisiche o psicologiche che siano. Come Julissa, 26enne dominicana, ballerina di lap-dance che abitava a Montecchio Maggiore (Vicenza). E’ stata ammazzata da un suo connazionale, Jesus Paredes, al termine dell’ennesimo litigio. L’episodio è di qualche giorno fa. L’uomo era stato denunciato ben sei volte per stalking.

Una storia troppo simile, fra le tante che avremmo potuto citare, è accaduta lo scorso febbraio. La riporta repubblica.it: “Per tre volte aveva denunciato le botte e gli insulti del marito carabiniere. Tutte accuse che si trovano nelle querele presentate da Lisa Siciliano, vittima dell’ uxoricidio di due settimane fa (a Palermo). L’ex marito le ha sparato e poi si è suicidato. Adesso i familiari accusano: quei racconti sono la prova di una tragedia annunciata”.

Vicende così ce ne sono a centinaia: onore a quei rarissimi programmi – penso a quello su Rai Tre – che hanno approfondito questi casi. La trama è sempre la stessa: potenziali aguzzini vengono denunciati, ma sistematicamente lasciati in libertà. Il grido delle donne, il loro bisogno di giustizia e protezione, restano inascoltati. Perché?

Dire che c’è qualcosa che non va è un eufemismo. Il femminicidio a cui si assiste, trattato al pari di una fatalità, è indegno di un paese civile. Non se ne può più delle dichiarazioni trasudanti di ipocrisia ad opera di politici, rappresentanti delle istituzioni e frequentatori abituali dei salotti tv. Quante parole buttate al vento, anche da parte di chi – magari – è in buona fede. Qua bisogna dire le cose come stanno e le possibilità sono due, non si scappa: o le nostre leggi attuali proteggono le donne, però giudici e forze dell’ordine non le applicano; oppure le leggi in vigore non tutelano le vittime, ma sono supergarantiste con i criminali, liberi di stuprare e ammazzare. Mettiamoci d’accordo una volta per tutte, perché una terza via non è data. Se ci sta davvero a cuore la questione della violenza, dobbiamo smetterla di parlare di fatalità e sottolineare le responsabilità di chi dovrebbe tutelarci: dobbiamo insomma chiamare le cose col loro nome. Altrimenti parliamo del nulla.

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