Lo protesta contro la app di trasporto privato Tassisti contro Uber, Parigi finisce in guerriglia

Mentre nell’opinione pubblica impazzano le discussioni su Family day e Schengen, il governo allunga nuovamente la manina lesta sui risarcimenti dei danneggiati da circolazione stradale. Ieri è iniziata la discussione in Commissione Industria al Senato del cosiddetto “ddl concorrenza”, con i relatori Tomaselli e Marino che mirano all’approvazione del testo entro la prima decade di febbraio.

Ricorderanno i lettori che grazie alla battaglia delle associazioni rappresentanti le vittime della strada, ma anche di Libero, il testo di legge iniziale subi in prima lettura alla Camera importanti modifiche che lo ricondussero a un minimo di equità e giustizia. In particolare, il governo attaccò frontalmente le carrozzerie per ridurre i costi delle polizze auto, ma Feder carrozzieri replicò con una protesta mai vista prima, a tutela sia della categoria ma anche e soprattutto della liberta del danneggiato di riparare la propria auto con i ricambi migliori e non con quelli di terza scelta.

Ecco, adesso ci risiamo: benchè i ricavi dichiarati dalle compagnie relativi all’anno 2014 siano di 16 miliardi di euro, l’Ania (associazione nazionale imprese assicuratrici) torna alla carica, e per mano di alcuni senatori propone emendamenti che potremmo definire involutivi, visto che fanno rientrare dalla finestra di Palazzo Madama le solite restrizioni a tutele e risarcimenti. L’operazione legislativa è subdola, perché viene riproposto quanto già eliminato a furor di popolo dal testo approvato alla Camera.

Vediamo dunque quali sono i trabocchetti che incidono negativamente su tutti gli italiani proprietari d’auto. Innanzitutto il ritorno alle tabelle ministeriali ammazza-risarcimenti al posto delle tabelle milanesi consolidate dalla Cassazione, oppure in alternativa l’eliminazione del danno morale dei danneggiati. La decadenza dal diritto al risarcimento se non viene inviata la richiesta-danni all’assicurazione entro 90 giorni dall’incidente. La liberalizzazione delle clausole vessatorie nelle polizze. La valenza probatoria a dir poco oracolare della scatola nera.

In particolare, tutti gli emendamenti a firma dei senatori Di Biagio, Pelino, Scalia, Mandelli relativi all’art. 4 mirano a neutralizzare le diminuzioni tariffarie, quelli relativi all’art. 5 a penalizzare i danneggiati nell’assegnazione delle classi di merito, quelli all’art. 6 a rendere impossibile l’indicazione dei testimoni decorso un breve termine (palese il contrasto con le norme dell’ordinamento processuale civile italiano), quelli all’art. 7 a togliere gli sconti per chi installa la scatola nera, mentre quelli all’art. 9 sono ad contrari istesi ad escludere sanzioni per le compagnie in caso di violazioni alle norme sulla scatola nera. I parlamentari fautori di tali perfomances legislative sono divario colore, perché strizzare l’occhiolino alle assicurazioni è un vizio bipartisan.

Non usa mezzi termini contro la senatrice Vicari, sottosegretario dello Sviluppo economico e assidua promotrice della cosiddetta “riforma rc auto”, il presidente dell’Aneis (associazione nazionale esperti infortunistica stradale) Giovanni Polato: «Cara senatrice, la volontà di ridurre drasticamente i risarcimenti grida vendetta a fronte degli utili miliardari che le imprese di assicurazione incamerano ogni anno. Lasci in pace le vittime della strada e permetta ai tribunali di stabilire il “giusto risarcimento” costituzionalmente previsto». Stefano Mannacio del Cupsit aggiunge: «Siamo preoccupati perché, finita la crociata contro i carrozzieri, è ricominciata al Senato quella contro il danneggiato».

Stupisce soprattutto che senatori eletti dagli italiani remino contro i diritti e le garanzie costituzionali poste a tutela dei diritti dei loro elettori. La materia è delicata e vertendo in tema di assicurazione obbligatoria tocca le tasche di tutti. Sarebbe opportuno che norme così rilevanti da comportare importanti modifiche all’ordinamento civilistico non venissero agevolate da manine leste in emendamenti, ma fossero almeno oggetto di un minimo dibattito pubblico. In questo caso lo spot a Renzi non riuscirebbe, quindi tutti tacciono. Noi no.

Gomme bruciate, aggressioni e venti arresti. A Parigi è tornata la guerriglia: delle quattro ruote, però. Ieri il traffico attorno a Place de la Concorde è rimasto bloccato per ore e a deciderlo sono stati i tassisti d’oltralpe. Stanchi di quella che definiscono la «concorrenza sleale» dei servizi privati tipo Uber (le macchine di trasporto urbano con il conducente, per intenderci) hanno incrociato le braccia (per modo di dire) e messo letteralmente a ferro e fuoco la capitale francese.

Già: sono oltre 2.100 i guidatori autorizzati che hanno partecipato alle proteste, sottolinea la Prefettura parigina. Cosi roghi di pneumatici e atti di violenza sono scoppiati un po’ ovunque. Come sull’autostrada che porta all’aeroporto di Orly: lì, alle 7 di mattina, un bus navetta ha provato a passare, investendo un manifestante, ed è stato preso d’assalto. Al punto che sono dovute intervenire pure le forze dell’ordine che hanno arrestato il conducente dello shuttle. Il tassista è stato ferito a una gamba e portato d’urgenza all’ospedale.

Qualche chilometro più a nord, invece, le manette sono scattate ai polsi di una ventina di tassisti: avevano invaso a piedi la tangenziale (la périphérique, come la chiamano i francesi) che circonda Parigi e porta anche ad un altro scalo aereo, quello di Beauvais: anche lì stessa storia. Cataste di pneumatici sono state incendiate e la circolazione è stata impedita per ore.Nel pomeriggio, invece, le proteste si sono svolte più “pacificamente” e hanno interessato la sede del ministero dell’Economia, in rue de Bercy. Lo sciopero è iniziato alle sei del mattino, mentre i controllori del traffico aereo e i dipendenti pubblici facevano altrettanto. Risultato: per buona parte della giornata Parigi è stata una città
completamente bloccata.

E tra falò di gomme per strada, arresti, gas lacrimogeni sparati dalla polizia per disperdere i manifestanti, il bilancio è di quelli che si fanno sentire. All’aero porto di Orly, tanto per dire, un tassista che aveva deciso di non scioperare è stato aggredito dai suoi stessi colleghi e i passeggeri che stava trasportando sono stati costretti a proseguire a piedi per raggiungere il check-in.

«Oggi è in gioco la nostra soprawi- venza», ha tuonato Ibrahim Sylla, portavoce dell’associazione Taxis de France, «ne abbiamo abbastanza di riunioni e negoziati». Tant’è: se per il premier francese Manuel Valls quelle proteste sono state «inammissibili», il numero uno dell’esecutivo francese ha incontrato i delegati dei sindacati promettendo loro più controlli e impegnandosi in un negoziato governativo per modificare le norme in vigore in Francia e renderle più stringenti.

A Tolosa è stata chiusa la linea di tram che collega città e aeroporto, a Marsiglia una lunga coda di taxi ha bloccato per ore il centro. E dire che a dare man forte ai colleghi francesi c’era anche un manipolo di tassisti italiani. Milanesi, per la precisione. «Milano ha fatto la scelta di andare a protestare in Francia perché sono stati proprio i tassisti milanesi ad aver dato vita alla prima manifestazione contro la multinazionale Uber già un anno fa», ha sottolineato Giovanni Maggiolo, presidente di Unica Filt Cgil Trasporti. Della serie: un atto di «solidarietà che rinsalda i rapporti tra colleghi e non ci fa dividere da Uber». Ma non è stata solo la capitale francese ad essere interessata dalle proteste in stile Taxi.

Anche a Roma, Napoli, Firenze e Torino i guidatori delle macchine bianche hanno deciso di alzare la voce. Senza incidenti, però, che è già qualcosa. Nella capitale circa 650 tassisti hanno protestato in piazza Santi Apostoli, a due passi dal Quirinale. Anche qui la stessa cantilena: no all’« abusivismo» del settore, no a Uber e no agli emendamenti della legge annuale sulla concorrenza. Lo striscione che campeggiava sulla piazza romana, tra l’altro, era più eloquente che mai: «Questo è solo l’inizio, la lotta sarà ininterrotta». Scritto in francese, manco a dirlo.

Per dare l’idea di un’avanzata che non si ferma nonostante le proteste e lo zampino dei tribunali di mezzo mondo, basti pensare che Uber, l’applicazione per telefonino che a partire da San Francisco ha scardinato in meno di 6 anni (il debutto risale al giugno 2010 ) il vecchio monopolio dei taxi tradizionali, vale ormai 60 miliardi di dollari. Un fatturato enorme (che secondo la rivista Forbes potrebbe crescere di altri 2,1 miliardi di dollari nel corso del 2016 ) e che presto potrebbe tradursi in un trionfale sbarco in Borsa. Difficile resistere. A Londra, ad esempio, ha già alzato bandiera bianca il Knowledge College, l’istituto che formava le nuove generazioni di “cabbies”, i tassisti della City alla guida dei mitici “black cabs”: gli iscritti erano sempre meno.

In Italia Uber ha appena festeggiato il terzo anno di attività e gli affari vanno a gonfie vele nonostante qualche fastidioso inciampo legale. Il più clamoroso il 25 maggio scorso quando il Tribunale di Milano ha dato ragione alle associazioni dei tassisti bloccando Uber Pop per violazione della concorrenza. Le censure dei giudici, oltre alla concorrenza sleale nei confronti dei tassisti muniti di licenza, hanno riguardato la sicurezza del servizio, in quanto drivers di Uber non sono sottoposti che ai requisiti e al codice del servizio stesso, diversamente dai taxisti che sono assoggettati allo Stato o ai comuni per quanto riguarda controlli, omologazioni e orari.

Un duro colpo per il ride-sharing, costretto a rinunciare alla più dirompente delle sue attività: quella che consente di prenotare, tramite smartphone, una macchina privata per farsi accompagnare dove si vuole pagando con carta di credito. Così sul mercato continua ad operare Uber Black, il servizio che permette agli utenti di contattare un “Ncc”, ossia un “noleggio con conducente”. Vale a dire un servizio che dilaga in particolare a Milano, Roma e Firenze e che travolge un meccanismo sclerotizzato e tuttora regolato da leggi che sono in vigore ormai dal1992.

Tuttavia, fanno notare dal quartier generale di Uber Italia, l’apertura a nuove app (come accade in Gran Bretagna e Francia) consentirebbe di ridurre i prezzi e favorire la concorrenza in quanto il servizio black è organizzato esclusivamente con berline di lusso e, dunque, non è a portata di tutte le tasche. In ogni caso il segreto del successo, raccontano, è semplice: andare incontro alla domanda crescente del mercato. Così a Roma si sono inventati la “linea dei desideri” con nove fermate di Taxi che gli utenti vorrebbero ma che non riescono a trovare. Hanno votato onlinein60 mila per disegnare il tracciato e nelle settimane successive si sono moltiplicate le richieste per ripetere l’operazione in altri comuni italiani. La prossima trovata che potrebbe approdare in Italia è una fascia luminosa colorata sul parabrezza, per riconoscere subito l’auto del driver Uber. Un’idea per rendere più agevole il momento in cui chi ha prenotato il servizio e chi lo fornisce devono trovarsi.

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