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Luca Varani, colpito con 30 pugnalate e martellate è morto per dissanguamento

Alex Tiburtina» si è salvato dal massacro solo perché non beve superalcolici. «Alle 5 di mattina di giovedì scorso ero a casa di Manuel Foffo. Lui e Marco Prato mi hanno offerto due bicchieri e della cocaina, ma io ho detto no. Bevo solo birra e forse per questo sono scampato alla morte», ha raccontato ieri agli inquirenti il 34enne «soldato», italiano, pugile dilettante, passato, come altri due, dall’appartamento in cui è stato trucidato Luca Varani.

«Alex Tiburtina», difeso dall’avvocato Gianluca Nicolini, ha fornito elementi importanti su quale fosse lo stato psicofisico di Fof- fo e Prato: «Erano fuori di testa, strafatti». I due non erano travestiti da donna, anche se il teste ha notato una parrucca rosa in casa. «Prima di andare via intorno alle 8,30», ha concluso davanti ai pm, spiegando di non avere fatto sesso con i due, «ho sentito Prato rivolgersi a Foffo e dire: “tanto con lui non dovevamo fare nulla”». Una frase che ora suona macabra: forse il pugile era stato scelto come potenziale vittima, ma non essendo caduto nella trappola è stato lasciato andare.

Diverso destino quello del 23enne Varani, stordito con la droga nel bicchiere e colpito da almeno 30 tra coltellate e martellate che gli hanno straziato il corpo. Varani, secondo l’autopsia, non è morto direttamente per le coltellate subìte. Perfino la lama trovata conficcata nel petto non avrebbe trafitto il cuore ma sarebbe affondata nel polmone sinistro. Luca è morto per choc da dissanguamento, in una tortura durata almeno due ore. Ha combattuto, voleva vivere.

Mentre emergono dettagli sempre più raccapriccianti di questo omicidio consumato pernoia e «per vedere l’effetto che fa ammazzare una persona», si è presentata davanti ai carabinieri la donna bionda che era stata vista parlare con la vittima sul treno da Viterbo a Roma la mattina del 4 marzo. Potrebbe essere stata l’ultima a parlare con Varani poche ore prima del massacro (il ragazzo viene contattato da Prato alle 7.12, adescato in cambio di denaro, e ha raggiunto la casa al quartiere Collatino mezz’ora dopo). «Incontravo spesso Luca su quella tratta», ha detto ai carabinie – ri. Con loro ci sarebbe stato anche un uomo e ora gli inquirenti vogliono andare a fondo su tutte le persone che hanno visto Varani prima che andasse dai suoi aguzzini. Tra i vari testimoni è stato riascoltato anche il padre di Foffo, il primo a cui il figlio Manuel avrebbe confessato l’uccisione di Luca Varani.

E’ stato colpito da 30 tra coltellate e martellate, Luca Varani. Il 23enne, massacrato durante un festino a base di cocaina e alcol, sarebbe morto per uno shock dovuto al dissanguamento e non per le conseguenze dirette delle coltellate ricevute al torace. Un massacro durato circa due ore, come emerge dai primi risultati dell’autopsia svolta nei giorni scorsi. La lama trovata conficcata nel petto non avrebbe trafitto il cuore, ma sarebbe affondata nel polmone sinistro, secondo i medici legali. Il giovane infatti è morto per le sevizie subite e non per il colpo finale, come già riferito dagli inquirenti.

Intanto, le indagini vanno avanti. Ventiquattro ore prima della morte di Luca Varani, altre persone hanno messo piede nell’appartamento degli orrori al Collatino. Ma sono scampati alla violenza di Manuel Foffo e Marco Prato che, non ancora sballati da droga e alcol, non avevano maturato il proposito di far del male a qualcuno. Fino a quando dentro a quella casa in via Igino Giordani non è entrato Luca Varani. Torturato per due ore in cui ha lottato fino all’ultimo contro la follia omicida e sadica di Foffo e Prato, come ribadito dal gip nel provvedimento con cui ha confermato il carcere per i due arrestati.

Il giudice Riccardo Amoroso in un passo dell’ordinanza di custodia cautelare scrive: “L’omicidio di Luca Varani è arrivato in seguito ad una “fredda ideazione, pianificazione ed esecuzione. L’azione omicida presenta modalità raccapriccianti”. Il fatto è “tanto efferato” e “preceduto da sevizie e torture, senza altro movente se non quello di appagare un crudele desiderio di malvagità”. L’efferatezza delle sofferenze inferte alla vittima prima di ucciderla, sono indice di personalità disturbate, prive di sentimenti di pietà, e come tali pericolose, e quindi in grado anche di ripetere condotte analoghe, tenuto conto dell’inquietante individuazione della vittima, apparentemente scelta a caso e selezionata non è dato ancora sapere in base a quali sue caratteristiche personali correlate all’età, sesso, orientamento sessuale, ceto sociale o altro”, scrive ancora il gip.

Prima dell’omicidio, al festino a base di alcol, cocaina e crystal meth (cristalli che possono causare stati allucinogeni e scatti d’ira) iniziato mercoledì della scorsa settimana hanno partecipato altre quattro persone. Una di queste è Alex del Tiburtino, 34 anni, pugile dilettante: il suo nome era stato fatto dallo stesso Foffo al pm Francesco Scavo, che lo aveva contattato la notte tra mercoledì e giovedi scorso.

“Sì è vero sono stato in quella casa. ‘Vieni qui’, mi hanno detto Foffo. Ho preso un taxi e sono arrivato in via Igino Giordan i- ha raccontato Alex, accompagnato dall’avvocato Gianluca Nicolini – Appena entrato in quell’appartamento, intorno alle 5 del mattino, loro mi hanno offerto più volte un bicchiere con un superalcolico. Io ho rifiutato perché bevo birra”. Foffo e Prato, già in evidente stato di alterazione, hanno invitato l’amico più volte a consumare cocaina. “Erano fuori di testa. Mi hanno offerto a più riprese la droga ma ho sempre rifiutato. Ricordo che non erano travestiti – ha fatto mettere a verbale Alex – anche se ricordo di aver notato una parrucca rosa in casa che però in quelle ore nessuno ha indossato. Comunque non c’è stato alcun rapporto di sesso con nessuno da parte mia”. Dopo una breve discussione con i due, dovuta al fatto che Alex voleva sfruttare la casa di Foffo per andare dormire qualche ora e gli altri volevano andare avanti con lo sballo, il 34enne sarebbe andato via intorno alle 8.30. Non prima di aver sentito Prato dire a Foffo “che tanto con lui non dovevano fare nulla”, ha concluso davanti ai pm. Il pugile, forse scelto come potenziale vittima, però non ha ceduto. Ventiquattro ore dopo a cadere nella trappola è stato Luca Varani, torturato e ucciso “per le sevizie subite e non per la coltellata finale inflitta al cuore” da uno dei due studenti, che si erano conosciuti a dicembre scorso.

L’altro a varcare la porta di casa di Foffo è stato Giacomo, amico milanese di Marco Prato che avrebbe messo a disposizione il suo bancomat per acquistare la coca. In totale, in quei giorni i due hanno speso più di 1.500 euro in droga, fornita da un pusher albanese. Tra i nome fatti da Foffo e Prato, c’è anche quello di Riccardo: è uno dei camerieri del ristorante della famiglia Foffo e ieri è stato sentito dai militari dell’Arma.

E oggi si è presentata spontaneamente ai carabinieri la donna bionda vista con Varani sul treno che da Viterbo arrivava a Roma, la mattina di venerdì scorso prima che si recasse nell’appartamento di Manuel Foffo al Collatino. Gli inquirenti la stavano cercando, insieme a un altro uomo. La testimone avrebbe spiegato di conoscere Varani perché percorrevano spesso insieme la stessa tratta ferroviaria. Al momento, è al vaglio la sua testimonianza, utile per ricostruire le ore che hanno preceduto il massacro: a lei la vittima potrebbe aver confessato dove stesse andando e perché. Varani viene contattato da Prato alle 7.12 del 4 marzo scorso e, secondo chi indaga, sarebbe rimasto in balia dei suoi aguzzini per circa due ore prima di morire intorno alle 9.30.

Gli inquirenti, intanto, hanno ascoltato di nuovo il padre di Foffo e il fratello Roberto e anche le altre persone che hanno frequentato la casa di via Giordani nei giorni tra mercoledì e venerdì

Trenta tra coltellate e martellate hanno straziato il corpo di Luca Varani fino a provocarne la morte per choc da dissanguamento, in una tortura durata circa due ore. Dall’autopsia emergono nuovi elementi sull’agonia del giovane ucciso da Marco Prato e Manuel Foffo una settimana fa in un appartamento al Collatino, a Roma. Il ragazzo non sarebbe morto direttamente per le coltellate al torace: la lama trovata conficcata nel petto di Varani non avrebbe trafitto il cuore, ma sarebbe affondata nel polmone sinistro, secondo i medici legali. Intanto gli investigatori stanno raccogliendo altre testimonianze per delineare meglio il quadro in cui é maturato il delitto e avrebbero rintracciato la donna bionda che è stata vista parlare con la vittima sul treno poche ore prima del delitto. Si è presentata lei stessa ai carabinieri.

«Hanno offerto anche a me alcol e cocaina, a quest’ora potevo essere al posto di Luca», dice un testimone confermando che lo scellerato piano di Prato e Foffo era quello di «fare del male» a qualcuno. Le parole del teste, che nella casa dell’orrore c’è stato alcune ore giovedì 3 marzo – il giorno prima del calvario di Varani -, hanno analogie inquietanti con la confessione di Foffo domenica scorsa, quando l’universitario ha raccontato agli inquirenti le ultime drammatiche ore del 23enne. Due ore in cui Varani è stato in balia dei suoi aguzzini dopo aver bevuto un mix di alcol e medicinali. Ore in cui il giovane, come ribadito dal gip nel provvedimento con cui ha confermato il carcere per i due arrestati, Varani ha lottato fino all’ultimo contro la follia omicida e sadica di Foffo e Prato. «Non ho accettato quella bevanda – ha raccontato agli inquirenti il teste, un 34enne italiano, pugile dilettante – solo perché a me non piacciono i superalcolici e preferisco la birra. E ho rifiutato anche la cocaina».

L’uomo fornisce elementi importanti su quale fosse lo stato psicofisico di Foffo e Prato. «Erano fuori di testa. Mi hanno offerto a più riprese anche cocaina ma ho sempre rifiutato». In base al suo racconto, è stato il padrone di casa a invitarlo con una telefonata intorno alle 5 del mattino di giovedì scorso. «“Vieni qui”, mi hanno detto. Ho preso un taxi e sono arrivato in via Igino Giordani», ha raccontato. I due non erano travestiti da donna, ma il teste ha notato una parrucca rosa in casa che però in quelle ore nessuno ha indossato. «Prima di andare via intorno alle 8,30 – ha concluso davanti ai pm, spiegando di non avere fatto sesso con i due – ho sentito Prato rivolgersi a Foffo e dire “tanto con lui non dovevamo fare nulla”». Una frase che, alla luce del terribile omicidio, ora suona macabra: forse il pugile era stato scelto come potenziale vittima ma non essendo caduto nella trappola è stato lasciato andare. Dopo di lui presumibilmente è arrivata la telefonata a Varani e la terribile trappola fino all’efferato omicidio.

Si è presentata intanto ai carabinieri una donna che potrebbe essere stata l’ultima a parlare con Varani sul treno da Viterbo a Roma la mattina del 4 marzo, poche ore prima dell’omicidio. Ha raccontato che incontrava spesso il ragazzo su quella tratta. Con loro ci sarebbe stato anche un uomo. Varani viene contattato da Prato alle 7.12 e raggiunge il Collatino mezzora dopo. In quel lasso di tempo ha parlato con due persone che potrebbero fornire agli inquirenti altri tasselli di verità. Gli inquirenti hanno riascoltato il padre di Foffo, oltre ad altri testimoni. Obiettivo di chi indaga è ricostruire le fasi che hanno portato il giovane a confessare al padre quel che aveva fatto.

«Manuel era come impazzito, mi ha detto che Luca doveva morire»

Secondo Marc, Manuel negando la sua omosessualità, accettava di avere rapporti solo con il travestimento del futuro complice. La scintilla dell’omicidio nasce così in Foffo proprio durante un rapporto a tre con Luca, in cui Manuel interviene «dopo aver leccato i tacchi a spillo ed essersi fatto camminare sul corpo partecipando all’eccitazione sessuale». Racconta Prato: «Manuel era come impazzito mi ha chiesto prima di versare un farmaco nel bicchiere di Luca e poi dopo che questo aveva cominciato a stare male mi ha chiesto di ucciderlo: “Questo stronzo deve morire”, urlava in preda a un improvviso e insensato odio e repulsione verso Varani». Anche la ricerca di una vittima sarebbe nata per assecondare una fantasia di Manuel: «Voleva simulare uno stupro con un prostituto-maschio», dice Prato e non trovandolo nel loro giro in auto, i due chiamano Varani.

«Luca soffriva troppo, dovevamo ucciderlo subito»

Fatta questa premessa, Prato spiega così la sua partecipazione al delitto: «Ero infatuato di Manuel e ho cercato di assecondare la sua follia omicida, obbedendo in modo passivo alla sua richiesta di strozzarlo». Marc dice di averci provato a mani nude «ma senza riuscire a stringere in modo da ucciderlo». Anzi, «Luca pareva voler combattere per rimanere in vita». A quel punto, mette a verbale Prato, affiancato dal suo avvocato Pasquale Bartolo, interviene Foffo e «in preda a una furia bestiale inizia a colpirlo con il martello in testa, adirandosi sempre di più per non riuscire, nonostante tutti i colpi, a provocarne la morte e chiedendomi ripetutamente di aiutarlo». Nella versione di Prato il suo intervento è quasi un gesto pietoso per la vittima: «Ho iniziato a pensare che Luca era ormai in fin di vita e sarebbe stato meglio aiutare Manuel a portare a termine la sua azione omicida per evitare che soffrisse ancora». Insomma, riassume il gip, «secondo la descrizione di Prato, le plurime ferite e i colpi inferti tutti da Foffo non erano pertanto rivolti a provocare inutili sadiche sofferenze alla vittima, ma sarebbero stati tutti per uccidere e il conseguente accanimento di Foffo era dovuto soltanto all’incapacità di assestare dei colpi mortali».

Foffo: «Non so perché Marc continuasse a vestirsi da donna»

Foffo, da parte sua, pur avendo «ricordi più frammentari», fornisce una «descrizione nettamente in contrasto» con quella di Prato. L’unico punto in comune è l’ammissione di aver agito assieme. «Non sono attratto dagli omosessuali e prima dell’arrivo di Luca, nei tre giorni trascorsi assieme, ho avuto con Marc solo un rapporto orale a causa dell’alcol e della droga che avevamo assunto» esordisce. Il travestimento da donna di Prato resta per Foffo «inspiegabile». Ma soprattutto è diversa, nel suo racconto, la genesi della decisione di uccidere. «Un’idea delirante — scrive il gip — maturata già il giovedì durante l’uscita in macchina in cerca di una vittima che si sarebbe poi tacitamente concretizzata quasi come un accordo tra loro alla vista di Luca nella mattina di venerdì». Una versione, questa, che poi Foffo ha parzialmente modificato nei successivi interrogatori, affiancato dall’avvocato Michele Andreano. L’ultimo ieri pomeriggio, in cui ha chiesto di poter chiarire al pm Francesco Scavo alcune dinamiche sui rapporti con il complice: «Mi sentivo minacciato da lui».

Per il gip si tratta di «personalità disturbate»

Il gip motiva la detenzione in carcere con la «gravità dei fatti emersi», «l’allarme sociale suscitato dalle loro personalità disturbate» e l’impossibilità di controllarne le reazioni. Prato «si sarebbe potuto rendere anche irreperibile, ove non avesse concretamente tentato il suicidio, tenuto conto della imprevedibilità delle reazioni emotive». Ed entrambi gli indagati «sono soggetti inaffidabili per i loro comportamenti irrazionali motivati dall’abuso di alcolici e stupefacenti». Marc e Manuel sono due pericoli: «Le modalità raccapriccianti della loro azione omicida, l’efferatezza delle sofferenze inferte alla vittima prima di ucciderla sono indice di personalità disturbate, prive di sentimenti di pietà, e come tali pericolose, e quindi anche in grado di ripetere condotte analoghe, tenuto conto dell’inquietante individuazione della vittima in apparenza scelta a caso e selezionata non è dato ancora sapere in base a quali sue caratteristiche personali correlate all’età, sesso, orientamento sessuale, ceto sociale o altro». Né si può «fare affidamento sui loro sensi di colpa, peraltro neppure manifestati, in nome di una presunta occasionalità di condotte violente deliranti e di una loro eccezionalità rispetto a un’apparente normalità del loro consueto stile di vita».

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