L’uomo con il cappello il terzo killer dell’aeroporto è il giornalista Faysal Cheffou

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Il tassista che all’alba di martedì aveva portato i tre terroristi all’aeroporto ha buona memoria: «I due vestiti di nero non hanno detto una parola lungo tutto il tragitto». L’altro invece parlava a manetta, con enfasi, non la finiva più: «Mi ha fatto una lunga predica contro gli Stati Uniti, diceva che ogni male del mondo è colpa degli americani». I due kamikaze taciturni di lì a poco sarebbero saltati in aria con le loro valigie esplosive, quindi più che comprensibile il loro mutismo. L’altro, invece, già sapeva che avrebbe assistito alla carneficina da una distanza di sicurezza.

La polizia di Bruxelles, venerdì sera, ha convocato il tassista in centrale e da dietro un vetro gli ha fatto osservare un tipo smilzo, con gli occhiali, una barbetta ben curata, chiare origini magrebine. Nessuna esitazione: «È lui». Lui, cioè l’uomo col cappello immortalato dalle telecamere di sorveglianza dello scalo aereo mentre qualche minuto prima delle esplosioni spingeva il suo carrello zeppo di valige di fianco a Ibrahim Bakraoui e Najim Laachroui. Di fronte alla certezza del tassista, la polizia ha deciso di confermare ufficialmente le indiscrezioni trapelate sulla stampa. Dunque, Faysal Cheffou è davvero il «terzo uomo» del commando entrato in azione all’aeroporto di Zaventem. Dopo due giorni di incertezze la procura federale lo ha formalmente incriminato per quella che in Italia verrebbe definita «partecipazione a banda armata» e omicidio plurimo con fini terroristici. L’avevano fermato giovedì sera – due giorni dopo le stragi di Bruxelles – vicino al Tribunale della capitale belga. Era in auto con due giovani. Cosa ci facesse dalle parti del Palazzo di Giustizia non si sa, forse era lì per caso, o forse stava preparando qualcosa.

Cheffou in Belgio si è fatto una piccola fama come giornalista indipendente. I suoi reportage pubblicati su internet, in realtà, erano assai rari e battevano sempre sullo stesso tasto: le «ingiustizie», vere o presunte, subite dai musulmani. Tuttavia, proprio in virtù della sua notorietà, la polizia non l’aveva mai considerato un potenziale terrorista, semmai un fiancheggiatore ideologico, uno che con la forsennata attività di propaganda voleva alimentare un sentimento anti-occidentale nel mondo degli immigrati. Ma senza sporcarsi le mani di sangue. A cinque giorni dagli attentati che hanno fatto 32 vittime, l’antiterrorismo ha dato un nome a quattro componenti del commando: Ibrahim Bakraoui e Najim Laachroui, i due kamikaze di Zaventem; Faysal Cheffou, che li ha accompagnati e spalleggiati senza però farsi saltare in aria; e Khalid Bakraoui, che azionando una cintura esplosiva ha ucciso almeno venti persone alla stazione della metro di Maelbeek, sotto i palazzi dell’Unione Europea. All’appello mancherebbe una sola persona: il cosiddetto «secondo uomo» della metropolitana che dopo aver dato le ultime istruzioni a Khalid si è volatilizzato.

 L’antiterrorismo, però, sta valutando anche un’altra ipotesi: il «secondo uomo» della metropolitana potrebbe non esistere. O meglio: potrebbe essere lo stesso Cheffou il quale, dopo essersi allontanato dall’aeroporto prima delle esplosioni delle 7.58, avrebbe avuto il tempo di raggiungere il centro città e incontrarsi intorno alle 8.50 con Khalid alla fermata della metro di Petillon. Alcuni testimoni avrebbero riconosciuto nel sedicente giornalista l’uomo che a quell’ora ha avuto un breve colloquio con il kamikaze prima che questi salisse sul treno diretto a Maelbeek. Se così fosse, non ci sarebbe più nessuno da cercare fra gli autori materiali delle stragi. Rimane invece ancora da smantellare la rete di complicità di cui il commando ha goduto. Alcuni di coloro che hanno dato supporto ai terroristi sono stati fermati in questi giorni, ma la polizia e la procura federale sono convinte che ci siano ancora altri complici da individuare e da bloccare. In particolare quelli che hanno fornito le materie prime per confezionare le bombe e quelli che hanno messo a disposizione gli appartamenti dove i kamikaze si sono rifugiati prima di entrare in azione. C’è poi un altro filone di indagine che comincia a prendere corpo. È stato inaugurato giovedì sera alle porte di Parigi con l’arresto di Reda Kriket, un francese condannato in Belgio nel luglio del 2015 per associazione terroristica. Con lui era stato processato anche Abdelhamid Abaterzo uomo. Mentre i due kamikaze si fanno esplodere a Zaventem, Faycal scappa a piedi. Un testimone lo vede verso le 9 e 50, circa due ore dopo la strage, a Schaerbeek. Gli inquirenti perdono di nuovo le sue tracce per ritrovarlo giovedì in compagnia di due uomini sulla Citroen. È il primo accusato di strage terroristica e partecipazione ad azione terroristica per gli attentati del 22 marzo. Ma lui, come Salah, ha scelto di non parlare.

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