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Madri vittime di ‘abusi in sala parto’: in Italia sono un milione

Umiliate, abbandonate a se stesse, obbligate a subire trattamenti sanitari contro la propria volontà e senza alcun tipo di assistenza e informazione. Secondo una recente indagine condotta da Doxa per conto dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica in Italia, circa una mamma su cinque – il 21% – ha subito umiliazioni e violenze in sala parto. Almeno secondo una ricerca condotta da Doxa con il contributo delle associazioni La Goccia Magica e Ciao Lapo Onlus, per conto dell’Osservatorio sulla violenza Ostetrica Italia.Circa un milione di madri, il 21% di quelle interrogate, ha affermato di essere stata vittima di violenza psicologica o fisica durante il suo primo parto.

“Questi dati confermano quanto da anni abbiano rilevato come Istituto superiore di sanità, basta andarsi a leggere i nostri report – rammenta il dottor Michele Grandolfo, eminente epidemiologo, che ha condotto innovative e monumentali ricerche su come si partorisce e si nasce in nel nostro Paese -“. Più di una mamma su 10 ha dichiarato di non aver potuto avere vicino una persona cara durante il travaglio.

Lo studio, che ha preso in esame un campione di 5 milioni di donne italiane tra i 18 e i 54 anni con almeno un figlio, ha indagato sui diversi aspetti e momenti vissuti durante le fasi del travaglio e del parto: il rapporto con gli operatori, la tipologia di trattamenti, la comunicazione usata dallo staff medico al consenso informato, il ruolo della partoriente nelle decisioni sul parto e il rispetto della dignità personale.

“Dai racconti che molte donne ci hanno fatto – spiega Elena Skoko, fondatrice e portavoce dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia – eravamo a conoscenza del fatto che per tante di loro l’assistenza al parto era stata un’esperienza traumatica”. Nel frattempo, si pone la questione se iniziare o meno a mettere anche questo temi e questa realtà nell’agenda della battaglia contro la violenza sulle donne e sui minori. Di questo 21% il 17% delle donne risponde alla domanda con “in parte sì”, ma il 4% fornisce una risposta più netta “sicuramente sì”. In particolare, la principale esperienza negativa vissuta durante la fase del parto e’ la pratica dell’episiotomia, subita da oltre la meta’ (54 per cento) delle mamme intervistate. L’episiotomia – intervento chirurgico che prevede il taglio della vagina e del perineo per allargare il canale del parto – un tempo era considerata un aiuto alla donna per agevolare l’espulsione del bambino, mentre oggi viene definita dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità una pratica “dannosa, tranne in rari casi”.

Ad aggravare la situazione il fatto che, in Italia, 3 partorienti su 10 negli ultimi 14 anni, vale a dire 1,6 milioni di donne (il 61 per cento di quelle che hanno subito un’episiotomia) dichiarano di non aver dato il consenso informato per autorizzare l’intervento. Per il 15 per cento delle donne che hanno vissuto questa pratica, pari a circa 400mila madri, si e’ trattato di una menomazione degli organi genitali, mentre il 13 per cento delle mamme, pari a circa 350mila, con l’episiotomia ha visto tradita la loro fiducia nel personale ospedaliero.

A registrare il numero più alto di episiotomie sono le regioni del Sud Italia e le isole con il 58 per cento.

“Quello che serve – aggiunge il dottor Grandolfo – non è più tecnologia o chissà cosa in nome magari di un’ossessiva ansia di sicurezzache ha finito per espropriare la donna delle proprie competenze, ma occorre ascoltare le donne e promuoverne le potenzialità, sono e devono essere loro le protagoniste dell’intero percorso nascita, accompagnate da ostetriche capaci e amorevoli, che si occupano della fisiologia, cioè del naturale procedere della gravidanza fino al parto, con il ginecologo che interviene invece per la patologia”. Un fenomeno ancora sommerso di cui però, chi l’ha vissuto, porta con sé le cicatrici tutta la vita, arrivando anche a decidere di non avere più altri figli.

Come reagiscono le sigle mediche davanti a questo quadro allarmante?

Ma cosa si intende esattamente con violenza ostetrica? In secondo luogo l’indagine Doxa, che pure manifesta qualche limite in termini di rigore, perché ad esempio nessun consenso informato è necessario per praticare una episiotomia, rafforza il convincimento di noi ginecologi riguardo ad alcuni obiettivi che perseguiamo da anni: “una migliore rotazione del personale, sia medico sia ostetrico, nelle sale parto; la chiusura dei punti nascita che gestiscono meno di mille parti l’anno, perché evidentemente privi dell’esperienza e della casistica necessarie; e infine l’inserimento nei LEA del parto indolore, che non può restare un privilegio riservato a poche italiane”. “Questi dati – dice Giovanni Scambia, presidente della Società italiana di ginecologia – impongono una verifica e una riflessione sulla gestione del rapporto con le pazienti”.

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