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Marco Travaglio e Roberto Saviano, due intellettuali contro il Tav

A dare retta a quanto dicono i telegiornali e a quanto scrivono i quotidiani sembra che a schierarsi contro il Tav siano degli imbecilli, sommati a energumeni, brigatisti rossi, nullafacenti, reazionari e uomini delle caverne. Sono un’esigua minoranza – ci spiegano in tutte le salse – e non potranno bloccare lo sviluppo del paese. “La Tav” (sì, perché la disinformazione, ormai, riguarda anche l’uso degli articoli determinativi) va fatta perché va fatta. Punto. Non c’è bisogno di fornire spiegazioni: sarebbe come analizzare un dogma. Si può anche dialogare – ci tranquillizzano i corifei – partendo dal presupposto che va realizzata comunque. Non importa nulla se siamo in recessione e se le casse dello Stato sono al collasso. Men che meno interessa che in Italia le opere pubbliche, nella realtà, costino almeno il triplo della cifra preventivata (Non bisogna andare troppo indietro nel tempo. Basti pensare ai Mondiali di Nuoto di Roma, oppure alle Olimpiadi invernali di Torino: due tra le migliaia di esempi che si sarebbero potuti fare).

L’unico quotidiano che da sempre si è schierato contro la linea Torino-Lione è Il Fatto. Come mai proprio uno? Possibile che tutti i giornalisti black bloc di questo paese lavorino per quel foglio? La spiegazione è ben più semplice. Il Fatto è l’unico quotidiano nazionale a non ricevere fondi dallo Stato e a non avere come editore un partito, una banca o un’industria. Possono dire lo stesso “quelli che la Tav senza se e senza ma”, ovvero la Repubblica, La Stampa, Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Libero, nonché i telegiornali e i talk show di Rai, Mediaset e la7?

“Si tratta – spiega il vice direttore del Fatto, Marco Travaglio – di costruire una seconda linea ferroviaria accanto a quella esistente (la Torino-Modane, appena potenziata per 500 milioni e già inutilizzata per l’80-90%), scavando per 15 anni un tunnel di 60 km dentro una montagna piena di amianto e materiali radioattivi e devastando una valle. Il tutto a un costo chi dice di 8, chi di 18 miliardi (preventivi, naturalmente: i consuntivi in Italia sono sempre il doppio o il triplo) che ci vorranno due o tre secoli per ammortizzare. A questo punto, visto che per il Tav si prevede di dare lavoro a 3-4 mila persone, è molto meglio mandarli a spaccare pietre e poi a reincollarle, o a spostarle di qui a lì e di lì a qui: costa meno”.

Se la posizione del vicedirettore del Fatto Quotidiano non stupisce, fa un po’ più scalpore la presa di distanza dall’opera da parte di Roberto Saviano. L’autore di Gomorra è infatti un assiduo collaboratore di Repubblica che – onore al merito – ha deciso di pubblicare un suo articolo in cui parla di infiltrazioni mafiose praticamente certe, rispetto alle quali la politica dorme.

Il quadro dipinto da Saviano è devastante. Facendo riferimento a operazioni giudiziarie di questi ultimi anni, il giornalista spiega come la criminalità organizzata abbia una sorta di monopolio nelle grandi opere e che solo un ingenuo, o una persona in mala fede, può sostenere che il problema riguardi esclusivamente il Meridione.

“L’economia mafiosa è assai aggressiva e l’Italia, invece, è disarmata – scrive Saviano. – Il Paese non può permettersi di tenere in vita con i fiumi di danaro della linea Tav le imprese illegali. Se non vuole arrendersi alle cosche, e bloccare ogni grande opera, deve dotarsi di armi nuove, efficaci e appropriate. La priorità non può che essere la messa in sicurezza dell’economia, per sottrarla all’infiltrazione e al dominio mafioso, dotandola di anticorpi che individuino e premino la liceità degli attori coinvolti e creino le condizioni per una concorrenzialità, vera, non inquinata dai fondi neri. Oggi questa messa in sicurezza non è ancora stata fatta e il Paese, per ora, non ha gli strumenti preventivi per sorvegliare l’enorme giro degli appalti e subappalti, i cantieri, la manodopera, le materie prime, i trasporti, e lo smaltimento dei rifiuti, settori tradizionali in cui le mafie lavorano (inutile negarlo o usare toni prudenti) in regime di quasi monopolio”.

L’articolo pubblicato da Repubblica (che s’intitola: Tav, da Napoli alla Val di Susa: le mani della mafia sui cantieri), sottolinea un rischio inquietante e cioè che presto i capitali potrebbero essere in maggioranza nelle mani della criminalità organizzata. Saviano ha perfettamente ragione. Peccato che la politica non sembra particolarmente sensibile rispetto a questo tema.

Marco Travaglio e Roberto Saviano, ovvero due delle penne più brillanti del nostro paese, per ragioni diverse, si schierano dunque contro il Tav. Ma la linea Torino-Lione è stata bollata come inutile e dannosa anche da 360 tecnici, scienziati e professori universitari. La loro lettera al governo dei supertecnici è praticamente passata inosservata. Ma non c’è da sorprendersi. L’obiettivo è evidente: bisogna dare l’impressione che a non volere il Tav sia una esigua minoranza di bestie impazzite che, con l’aiuto di terroristi, vorrebbero riportare l’umanità all’epoca delle caverne.

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