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Morso Ragno shock: Donna in fin di vita a causa del morso del Ragno eremita

Ragno violino: il ragno violino piccolo ragno che vive nelle aree mediterranee, lungo al massimo un centinaio di mezzo e deve il suo nome ad una macchia a forma di violino presente sul torace. Il suo morso rilascia un potente veleno che causa estese ulcere e necrosi attorno alla zona colpita, fortunatamente non ragno aggressivo e solo in rari casi il suo morso risultato mortale.

Vedova nera: la vedova nera è un ragno di circa 4 cm, la sua caratteristica principale avere un corpo nerissimo con una macchia di colore rosso acceso a forma di clessidra sul ventre, la vedova nera, è uno dei ragni velenosi al mondo, il suo morso non è doloroso ma agisce rapidamente provocando intorpidita muscolare, difficoltà respiratorie, vertigini, sudorazione, nausea e intenso dolore addominale. Anche se solitamente veleno mortale è comunque necessaria la somministrazione dell’antidoto.

E’ accaduto in Arkansas, dove Claressa Coleman, una donna che vive lì assieme al marito, è stata protagonista di una brutta avventura, che di sicuro non dimenticherà per molto tempo. Stando a quanto si apprende, è stata ridotta in fin di vita dalla minuscola puntura di un ragno. La donna stava dormendo accanto a suo marito Allen, pensando che si trattasse della puntura di una zanzara, si è subito riaddormentata. Il giorno dopo ha notato la puntura tra la spalla e il braccio, ma in ogni caso si è recata a lavoro come se nulla fosse.

Giunta in ufficio ha cominciato però ad accusare dei forti dolori allo stomaco, nausea e vomito. Il suo datore di lavoro la rimanda a casa, ma nel tragitto di ritorno i sintomi si acuiscono, così Clarissa decide di passare prima per il pronto soccorso. Dagli esami è risultato che la donna è stata punta da un ragno eremita marrone, il cui veleno è pericoloso per chiunque e può avere anche conseguenze fatali per chi è allergico. Nonostante gli antibiotici prescritti dai medici, il quadro clinico della donna è migliorato soltanto dopo settimane.

Si teme però che i suoi reni possano aver riporatao danni permanenti. Rimanendo in tema di ragni, la notizia ci rimanda subito al ragno violino a causa del quale si è diffusa nelle settimane scorse una psicosi del tutto ingiustificata.

Tra i ragni che rivestono importanza medica in Italia, il Loxo- sceles rufescens – noto anche come ragno violino o ragno eremita – è un piccolo ragno sinantropico, che in caso morda accidentalmente l’uomo inocula enzimi i cui effetti locali e/o sistemici possono essere gravi, avendo una azione necrotica.

“Non dobbiamo creare allarmismi, ma ultimamente la presenza di questo ragno è più diffusa, a causa del cambiamento climatico a cui stiamo assistendo, soprattutto dell’aumento delle temperature in inverno. Se in precedenza il suo habitat naturale erano le zone costiere ora è osservabile in tutte le stagioni anche nelle abitazioni del Nord Italia” – chiarisce a M.D. Franca Davanzo, Direttore del Centro Antiveleni dell’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano, il centro che ha raccolto il maggior numero di casi nel nostro Paese. “Il paziente che si presenta all’attenzione del Mmg con sospette lesioni che abbiano caratteristiche diverse rispetto ai soliti pomfi che si verificano in seguito a morsicature di ragni dovrebbe essere inviato a un centro antiveleni” – raccomanda l’esperta.

Meccanismi
I danni causati dal morso del Loxosceles rufescens sono dovuti a due meccanismi concomitanti. II veleno contiene enzimi in grado di attaccare i tessuti provocandone la necrosi. Inoltre può causare effetti sistemici con febbre, aumento delle dimensioni dei linfonodi, cefalea, tachicardia ed alterazione degli esami di laboratorio.
“Alcuni individui di Loxosceles ospitano però come simbionti particolari germi (Clostridium) in cavità orale, che si sviluppano bene in ambienti privi di ossigeno, e anche da soli, insediandosi su lesioni conseguenti a traumi, possono causare gravi patologie; la loro azione provoca infatti il dissolvimento dei tessuti, il che in questo caso agevola il ragno che deve cibarsene. Quando questi germi vengono inoculati dal morso, trovano nei tessuti necrotizzati dal veleno un ambiente favorevole ove proliferare, aggravando considerevolmente il quadro clinico” – continua Davanzo.

Segni e sintomi
Il suo morso in un primo momento non viene avvertito o provoca un modesto fastidio e viene quindi facilmente sottovalutato.
“Nelle ore successive inizia a comparire una lesione arrossata (colorito dapprima rosso acceso e poi più scuro) con edema che tende ad estendersi, con prurito, bruciore e formicolii, dolore via via sempre più invalidante. La lesione nell’arco delle 48-72 ore successive può diventare necrotica e può ulcerarsi”.

Nei casi più gravi la necrosi può interessare anche estesamente i tessuti profondi, talvolta con compromissione permanente della muscolatura. Le immagini riportate sono rappresentative delle conseguenze del morso in un paziente milanese inviato nell’aprile 2017 dal proprio medico di famiglia al Centro Antiveleni di Niguarda, dove è stato trattato anche con ossigeno-terapia iperbarica con risoluzione del caso.

Se il morso interessa un arto è importate che sia in posizione di riposo, in elevazione per favorire il drenaggio dell’edema. È importante lavare la zona con abbondate abbondante acqua e sapone di Marsiglia eventualmente disinfettare (ipoclorito di sodio diluito allo 0,05% – amuchina). Oltre a sterilizzazione dell’ambiente, antibioticoterapia e antistaminici, la camera iperbarica agisce molto rapidamente e favorisce la guarigione in tempi relativamente brevi.

Gli Aracnidi

Gli Aracnidi, dunque, sono Artropodi, come i Crostacei o i Miriapodi o come gli Insetti, ma, a differenza di questi ultimi si caratterizzano per avere quattro paia di arti con funzion locomotorie, e per non possedere né antenne né aii né occhi composti, Quelli dei ragni, infatti, sono occhi semplici e, sebbene ìa vista di questi animali sia generalmente debole, anche per il fatto che moltissime specie conducono una vita notturna, non mancano tuttavia casi in cui questo senso abbia una sua rilevanza nel comportamento di alcune specie.
Mentre nel corpo degli Insetti si riconoscono tre regioni – cefalica, toracica e addominale – negli Aracnidi tali regioni sono solo due: il cefalotorace o prosoma e l’addome o opistosoma, della cui funzione diremo in seguito. Altra caratteristica di questa classe è quella di possedere un paio di cheiiceri, che altro non sono se non arti modificati terminanti con chele od uncini, ed un paio di pedipalpi, arti mascellari modificati.

La classe degli Aracnidi si suddivide in undici ordini Scorpioni, Uropigi, Schizomidi, Amblipigi, Palpigradi, Ricinulei, Pseudoscorpioni, Opilioni, Solifugi, Acari e Ragni (iig. 1). Delle circa ottantamila specie identificate sino ad oggi la maggior parte conduce vita prevalentemente terrestre. Sono per io più predatori.
Gli Aracnidi adulti sono generalmente di piccole dimensioni, ma esistono varie eccezioni soprattutto fra gli scorpioni, ì ragni, gli uropigi e i solifugi. Alcuni acari sono più piccoli di 0,1 mm mentre il più grande Aracnide è lo scorpione Pandinus imperator, lungo fino a 18 cm.
Scorpioni: sono Aracnidi di una certa dimensione (da 4 a 18 cm) che occupano generalmente ambienti caldi o temperati, Per la gran parte si tratta di animali attivi durante le ore notturne, che passano invece la giornata rifugiati sotto i sassi o sotto la lettiera di foglie. Alla generale debolezza della vista si oppone l’alta sensibilità alle stimolazioni di tipo meccanico di alcune speciali setole sensoriali dette tricobotri. Le particolarità che meglio caratterizzano gli appartenenti a questo ordine sono senza dubbio le grandi chele (in realtà pedipalpi trasformati per afferrare) e l’aculeo velenifero all’estremità posteriore del corpo. Mentre trattiene la preda con i pedipalpi uno scorpione può flettere in avanti l’addome e pungere la vittima con l’affilato aculeo, iniettando il veleno che è una neurotossina potente quanto basta per uccidere o paralizzare piccoli invertebrati.
Se ne conoscono circa 1.200 specie, quattro delle quali sono presenti in Italia. La maggior parte degli scorpioni non è pericolosa per l’uomo e la loro puntura causa soltanto un leggero dolore, come avviene per tutte le specie presenti in Italia.

Uropigi: sono Aracnidi tipici di habitat caldi ed umidi. L’addome piatto è prolungato in un telson flagelliforme insegmentato. La maggior parte delle specie è lunga 4-6 mm. Sono animali notturni che predano insetti, miriapodi, vermi e limacce durante la notte. Non posseggono ghiandole velenifere ma possono spruzzare acido acetico concentrato, anche a 30 cm di distanza. Se ne conosce un’ottantina di specie, tutte estranee alla fauna europea.

Schizomidi: simili agli Uropigi, se ne distinguono per il telson assai breve e per i pedipalpi esili. Le circa ottanta specie note annoverano per lo più animali di ambiente forestale tropicale e subtropicale.

Amblipigi: Aracnidi dal corpo evidentemente appiattito, di dimensioni comprese tra 4 mm e 4 cm, con lunghe zampe che, nel primo paio, divengono antenniformi. I pedipalpi sono armati di robuste spine. Di abitudini lucifughe e igrofile, od anche cavernicole, sono predatori di insetti, ma non possiedono ghiandole velenifere. Tutte le specie sinora conosciute, che superano la cinquantina, sono diffuse nelle regioni tropicali ed equatoriali umide.

Palpigradi: si tratta di piccolissimi Aracnidi ciechi e privi di pigmentazione, lunghi 0,2-2 mm, dall’esile corpo allungato posteriormente in un flagello. I pedipalpi hanno funzione locomotoria. Non se ne conosce il regime alimentare. Agili e sfuggenti vivono rifugiati in ambienti sotterranei, sotto le pietre o in grotta. In Italia se ne conosce sinora una decina di specie.

Ricinulei: piccolo gruppo di Aracnidi tropicali, di cui sono note circa venticinque specie. Rari e poco conosciuti sono lunghi 1-1,5 cm. Sono privi di occhi ed hanno corpo breve con cheliceri e pedipalpi piccoli. Sono predatori di termiti e di larve d’insetti. Dall’uovo esce una larva esapoda che si trasforma in ninfa ottopoda e quindi in adulto.

Pseudoscorpioni: poche specie di questo ordine superano i 5 mm e il loro aspetto ricorda quello di un minuscolo scorpione. Hanno il corpo disseminato di lunghe setole sensoriali, pedipalpi grandi e chelati simili a quelli degli scorpioni ed un opistosoma arrotondato e privo di aculeo. Le ghiandole velenigene sono contenute nei pedipalpi. Vivono sotto la lettiera di foglie, nel muschio od anche sotto le pietre, dove si alimentano di piccoli insetti. Delle circa 3.100 specie conosciute oltre duecento, di cui la gran parte endemiche, appartengono alla fauna italiana.

Acari: Aracnidi di piccole o piccolissime dimensioni (da 0,5 a 2 mm), gli acari rappresentano l’ordine più numeroso di tutta la classe, essendone state finora descritte circa 30.000 specie: numero destinato sicuramente ad incrementarsi. Diversamente dagli altri Aracnidi questo ordine annovera molte specie parassite di piante o di animali, altre conducono vita acquatica. Le zecche, che sono acari di notevoli dimensioni, si comportano da ectoparassiti ematofagi: vivono, cioè, sul corpo dell’ospite nutrendosi del suo sangue e possono essere vettori di microorganismi patogeni.
I cheliceri di una zecca sono foggiati a stiletto e insieme ai
pedipalpi costituiscono l’apparato succhiante e pungente. Denti sui cheliceri e uncini sui pedipalpi ancorano la zecca al corpo dell’ospite, mentre un anticoagulante salivare ne mantiene il sangue liquido. Gli acari presentano dimensioni minori di un millimetro che consentono loro di occupare svariati microhabitat: molti sono spazzini conducenti vita libera, mentre altri sono parassiti, altri ancora si comportano da commensali e vivono tra i peli dei mammiferi o le penne degli uccelli. Molti acari causano importanti danni ai raccolti e alle derrate alimentari; alcuni sono anche parassiti deN’uomo, come l’acaro della scabbia (Sarcoptes scabiei) che scava gallerie sottocutanee nutrendosi di cellule predigerite da enzimi digestivi iniettati nella cute. Almeno 3.000 specie vivono in Italia, come i Dermatophagoides delle nostre case che spesso determinano fenomeni allergici.

Solifugi: si tratta di Aracnidi predatori, dal morso velenoso e dalle abitudini prevalentemente notturne, diffusi nelle zone tropicali. Posseggono chelicheri piuttosto sviluppati e pedipalpi praticamente uguali agli arti deambulatori. Per quanto riguarda l’Italia sono note, sinora, due sole specie limitate all’isola di Lampedusa.

Opilioni: per il loro aspetto vengono a volte scambiati per ragni a zampe lunghe, ma, a differenza dei ragni hanno il cefalotorace praticamente unito all’addome, con dimensioni comprese fra i 5 e i 10 mm. Ben diversa è la lunghezza delle zampe che, distese, possono raggiungere un’ampiezza totale di 20 cm. Questi Aracnidi frequentano ambienti umidi, ricchi di sostanza organica; la maggior parte di essi è onnivora. Le specie a gambe lunghe vivono fra l’erba e sugli alberi, le altre fra i muschi o nella lettiera. Ne sono state descritte 4.000 specie di cui quelle italiane sono circa 120.

I Ragni

L’ultimo ordine è quello dei Ragni (Araneae) di cui ci occuperemo più estesamente nelle prossime pagine. Esso è, tra tutti gli Aracnidi, quello che annovera la maggior varietà di forme, caratterizzate anche da un’etologia complessa e, per esempio, mentre la gran parte dei ragni conduce una vita solitaria, non mancano nemmeno specie dal comportamento In qualche misura sociale, che contempla la condivisione della ragnatela e delle prede. L’ordine comprende circa 35.000 specie diffuse in un’ampia varietà di habitat in tutti i continenti ad esclusione dell’Antartide. In Italia ne vivono oltre 1.400 specie.

Morfologia
Come già si è detto, il corpo di un ragno è diviso in due regioni facilmente distinguibili: il cefalotorace o prosoma che appare sclerificato e portatore di tutte le appendici di cui il ragno è provvisto, e [‘addome o opistosoma, che è insegmentato e sede delle filiere. Le due distinte regioni somatiche sono unite da un sottile peduncolo detto anche peziolo.
Lo stesso cefalotorace può essere a sua volta distinto in una regione cefalica, anteriore e talora poco più rilevata rispetto alla successiva regione, detta regione toracica. La zona ventrale del cefalotorace porta lo sterno, una piccola placca chitinosa ai cui margini si inseriscono gli arti.
Tra le appendici del cefalotorace assumono particolare rilevanza i due cheliceri destinati principalmente a sovrintendere alla funzione alimentare. Ciascuno di questi è composto da due elementi di cui l’ultimo modificato come un artiglio mobile al cui apice si apre il condotto velenifero di una ghiandola velenigena L’emissione del veleno è regolata dalle contrazioni di una specifica muscolatura spiralata avvolta attorno a ciascuna ghiandola.

I cheliceri vengono utilizzati anche come organo da presa per trattenere la preda ed iniettarvi succhi digestivi oppure per scavare nel terreno, ma anche come arma di difesa e di offesa. In alcune specie le femmine portano tra i cheliceri i loro sacchi ovigeri finché le uova non si schiuderanno. Anche rispetto alle possibilità di movimento di queste appendici si possono distinguere due diversi sistemi di azione: nei ragni ortognati del subordine dei Mygalomorpha, infatti, il movimento viene condotto dall’alto verso il basso, nei ragni labidognati del subordine degli Araneomorpha, invece, il movimento è di tipo orizzontale incrociato.
Sul cefalotorace si trova anche una coppia di pedipalpi, che sono, in sostanza, arti mascellari modificati con funzione alimentare, sensoriale e riproduttiva. La gran parte delle informazioni sensoriali di natura chimica, non solo rivolte al riconoscimento del cibo, sono raccolte proprio da questi organi. Queste appendici sono formate da sei articoli, dei quali quello basale forma la lamina mascellare e si trova in corrispondenza della bocca Nei maschi i pedipalpi mostrano i tarsi vistosamente ingrossati essendo modificati in organi copulatori: ad essi è infatti delegato il compito di raccogliere gli spermatozoi del gonoporo maschile per introdurli nel gonoporo della femmina. Nelle femmine i pedipalpi hanno dimensioni normali e sono destinati soprattutto allo svolgimento dell’attività alimentare. La loro struttura e morfologia sono fondamentali per determinare alcune specie.

Ancora al cefalotorace sono collegate le quattro paia degli arti ambulatori ossia le zampe con funzione locomotoria. Ogni zampa è formata da sette articoli – due in più che negli insetti – che, partendo dal corpo, si distinguono in: coxa o anca, assai breve e capace di movimenti piuttosto limitati, alla quale fa seguito il trocantere, simile ad un corto anello: viene poi il femore, lungo e piuttosto mobile tanto in senso orizzontale quanto in quello verticale. La patella è un elemento corto al quale si articola la tibia, esile ma anch’essa lunga quasi quanto il femore, succeduta dal metatarso e dal tarso provvisto di due o tre unghie nascoste da peli. Le unghie hanno carattere diagnostico, infatti, ne posseggono due i ragni che
camminano sul terreno e tre quelli che fanno la tela e vivono su di essa, Tanto sulle zampe quanto sui pedipalpi sono presenti numerosi e sottili péli sensoriali detti tricobotri, capaci di percepire anche le più basse vibrazioni ovvero minimi movimenti d’aria. Anche i tricobotri costituiscono spesso un elemento di diagnosi per il corretto riconoscimento deile specie.
Un altro tipo di organi di senso concentrato sulla parte prossimale delle zampe è rappresentato dai cosiddetti recettori di tensione cuticolari, che sono i recettori più specifici degli Artropodi, Essi sono sensibili a stimoli provocati dalle vibrazioni del substrato, dall’attività muscolare, dalla pressione dell’en- dolinfa e dalle forze gravitazionali. Tali recettori cuticolari, detti organi a fessura, si trovano in tutti gli Aracnidi, ed anche in numero di parecchie migliaia per individuo. Possono trovarsi isolati, in piccoli gruppi o in gruppi di maggiori dimensioni a formare i cosiddetti organi liriformi, ubicati per lo più sulle zampe e sui pedipalpi.

Essi consistono in una cavità della cuticola, ricolma di liquido, ricoperta da.una membrana sottile in connessione con le terminazioni di un neurone e percepiscono soprattutto la posizione e i movimenti dell’animale.
Sulle tibie del quarto paio di zampe a volte è presente una sorta di pettine di setole rigide e ricurve, il calamistro (il calamistrum era uno strumento di ferro in uso presso le matrone romane per arricciare i capelli), che facilita l’estrazione e la lavorazione della seta fuoriuscita dal cribello.
Gli occhi, dall’aspetto vitreo e di colore scuro nei ragni diurni, trasparenti o madreperlacei in quelli notturni, sono solitamente otto, anche se alcune specie ne posseggono sei. In generale i ragni che esercitano la loro attività di notte o al crepuscolo dispongono di occhi assai più grandi.
A differenza degli Insetti, che hanno occhi composti, nei ragni questi organi sono semplici e risultano generalmente disposti al margine anteriore del cefalotorace o. tutt’al più, sulla sua metà anteriore. Questi occhi semplici, detti ocelli, provvisti di un’unica lente, sono frequentemente disposti in gruppi e possono funzionare collettivamente. La retina degli occhi di certi ragni contiene un numero di recettori capace di dare la miglior capacità visiva riscontrabile tra gli invertebrati, eccezion fatta per i Cefalopodi.
Il numero e in particolare la disposizione degli occhi sono un importante carattere diagnostico utile per la determinazione delle famiglie. In genere, comunque, gli Araneidi posseggono una vista debole e affidano l’esplorazione dell’ambiente circostante in primo luogo al “tatto”. Si è infatti constatato che coprendo temporaneamente gli occhi di un ragno con della vernice (la maggior parte degli esperimenti in etologia viene ideata in modo da non arrecare danni all’animale), esso continua a tessere la sua tela e a nutrirsi in modo regolare nonché a riprodursi.
Dei numerosi occhi posseduti dai ragni solo il paio mediano anteriore permette una visione definita, poiché gli occhi laterali sono in grado di avvertire solamente immagini in movimento. Infatti nei Salticidi, che sono ragni predatori diurni con una buona capacità visiva, le dimensioni degli occhi mediani sono evidenti in relazione al tipo di caccia “a vista’ da questi praticata.

L’addome o opistosoma è più voluminoso del prosoma ed è coperto da una cuticola sottile e delicata, a volte è presente uno scutum chitinoso, soprattutto nei maschi di alcune specie. Le diverse colorazioni e le macchie più o meno definite presenti suH’addome possono essere determinate sia dalla pigmentazione della cuticola medesima, sia da peli colorati. Nei Salticidi diverse specie presentano particolari peli appiattiti e squamiformi in grado di determinare una caratteristica iridescenza.
All’estremità posteriore dell’addome si colloca l’apertura anale, portata da una piccola protuberanza. Ma l’aspetto senza dubbio più singolare di questi animali è costituito dalla capacità di produrre la seta e, indipendentemente dall’uso che ciascuna specie, poi, farà di tale straordinario prodotto, è interessante esaminare la posizione e il funzionamento degli apparati sericigeni.
Questi sono portati daH’addome, in posizione ventrale e spesso alla sua estremità. Benché si possano trovare da una a quattro coppie di filiere nelle diverse famiglie di ragni, di solito il loro numero si attesta sulle tre paia. Le filiere, che hanno forme e dimensioni le più disparate, sono piccole appendici provviste di una speciale muscolatura deputata al loro funzionamento. Esse si trovano in corrispondenza degli sbocchi verso l’esterno delle ghiandole sericigene nelle quali il liquido viscoso che costituirà la seta viene anche immagazzinato. Ogni ghiandola, attraverso uno speciale condotto terminante a piccolo cono, detto fùsulo, porta alle filiere il liquido prodotto che a contatto con l’aria ben presto solidificherà. Si conoscono tipi di ghiandole piuttosto diversi tra loro, ciascuno dei quali secerne una seta con sue specifiche caratteristiche. Diversa è infatti la composizione della seta utilizzata nella costruzione delle varie parti della ragnatela, come diversa è la composizione della seta impiegata per imbozzolare la preda, ovvero quella per costruire le varie parti dei sacchi ovigeri e così via.
In alcuni gruppi vicino alle filiere si trova il cribello: una placca sulla cui superficie si concentra una notevole quantità di fùsuli da cui esce seta viscosa e azzurrognola che verrà pettinata dal calamistrum. mentre le altre filiere in questo caso emettono seta non viscosa. In base alla presenza o all’assenza del cribello i ragni sono distinti in Cribellati e Acribellati.
Nelle femmine dei ragni superiori, nella regione ventrale è presente una struttura specializzata per la fecondazione, l’epiginio, il quale immette nei ricettacoli seminali dove saranno conservati i prodotti spermatici maschili per un tempo variabile da specie a specie. Durante la fecondazione lo sperma viene trasferito dai pedipalpi del maschio al poro copulatore della femmina.

Brevi cenni sulla fisiologia
Gli Artropodi mostrano un corpo rivestito da un esoscheletro, vale a dire da un tegumento pluristratificato formato dalla cuticola esterna, costituita essenzialmente da chitina; da uno strato cellulare sottostante, detto ipodermide, che ha il compito di secernere la cuticola che verrà sostituita ad ogni muta; e da uno strato basale. Diverse parti di questo tegumento risultano poi sclerificate al fine di aggiungere resistenza a determinate zone tegumentarie. Alla cuticola, infine, si connette tutta la muscolatura deputata al movimento delle varie parti del corpo.
La maggior parte degli invertebrati possiede un sistema circolatorio aperto, in cui il liquido pompato dal cuore – un vaso circolatorio contrattile sistemato in posizione dorsale – viene scaricato nell’emocele, che è una specie di complessa cavità nella quale si svolge la circolazione dei liquidi organici.

Il sangue, o emolinfa, come si denomina il liquido contenuto all’interno dell’emocele. si presenta di norma incolore o gialliccio ed è il mezzo con cui le sostanze nutritive e l’ossigeno vengono trasportati ai tessuti. L’emolinfa, in un sistema circolatorio di questo tipo, non scorre all’interno di capillari ma bagna i tessuti, arrivando direttamente a contatto con questi.
Il cuore, che può essere individuato guardando dall’alto l’addome del ragno, appare come una macchia scura ed allungata di cui si riconoscono le pulsazioni, L’emolinfa entra in questo vaso attraverso alcune aperture laterali denominate ostii, di solito in numero di due-cinque paia Anteriormente e posteriormente il cuore si prolunga in un’aorta. Il pigmento respiratorio, in alcune specie, è costituito da emocianina (una proteina contenente del rame), sostanza molto meno efficiente dell’emoglobina dei mammiferi. Anche la possibilità di stendere gli arti è affidata al sistema circolatorio: l’aumento della pressione sanguigna è infatti il principale antagonista dei muscoli adduttori delle varie appendici.

L’apparato respiratorio consiste in due tipi di organi respiratori rappresentati da uno o due paia di sacchi polmonari situati sulla faccia ventrale dell’addome ovvero da un sistema tracheale. Nei polmoni la superficie respiratoria consiste di sottili placche riempite di emolinfa disposte come le pagine di un libro (polmoni a libro). I sacchi polmonari comunicano con l’esterno attraverso un’apertura, lo spiracolo. Questo può essere aperto o chiuso secondo necessità, allo scopo di regolare il tasso di evaporazione dell’acqua attraverso i polmoni. Le specie in possesso di un solo paio di sacchi polmonari dispongono anche di trachee, riunite a piccoli gruppi, che sostituiscono l’altro paio di polmoni. Le trachee sono costituite da sottili tubi che si ramificano nell’interno dell’addome e garantiscono gli scambi gassosi come i polmoni. L’aria viene pompata attraverso questi condotti respiratori per mezzo dei movimenti del corpo.

Nel corso evolutivo le trachee sono apparse successivamente ai polmoni, rispetto ai quali il loro sistema di ossigenazione mostra un’efficienza superiore.
Poiché i ragni non sono in grado di ingerire cibi solidi ma si possono alimentare solamente attraverso l’assunzione di liquidi, ne deriva che la digestione delle prede debba avvenire all’esterno dell’organismo dell’animale. Per questo motivo i succhi digestivi, introdotti nel corpo della vittima insieme al veleno attraverso il morso dei cheliceri, agiscono progressivamente digerendo così i tessuti della preda. A processo avvenuto l’animale risucchierà il suo nutrimento liquefatto attraverso una sorta di pompa aspirante faringea che. per tale funzione, si avvale di una forte e speciale muscolatura. D’altra parte la minuscola sezione dell’esofago dei ragni non potrebbe lasciar passare altro che liquidi. In questi casi la preda viene svuotata lasciandone l’aspetto esteriore praticamente intatto. Altre volte ragni dotati di cheliceri dentati o di altre strutture boccali atte a smembrare le prede abbandonano, invece, piccole masse di residui alimentari irriconoscibili e formati dalle parti non commestibili della preda.

I prodotti della digestione vengono poi assorbiti da cellule situate lungo il canale alimentare, mentre le eventuali sostanze nutrienti in eccesso possono venire immagazzinate in cellule associate ai diverticoli intestinali a fondo cieco. La capacità di immagazzinare alimento permette a molti ragni di trascorrere anche lunghi periodi tra un pasto e l’altro fornendo, inoltre, una scorta di materia prima per la produzione della seta.

Come tutti gli animali, anche i ragni debbono risolvere il problema dell’eliminazione dei prodotti azotati di rifiuto, mantenendo nel contempo il giusto equilibrio relativo al bilancio idrico complessivo dell’organismo. Gli organi escretori possono essere di diversi tipi: le ghiandole coxali (1-2 paia), i cui dotti sboccano per lo più presso le articolazioni del terzo e del quinto segmento degli arti locomotori, i nefrociti e i tubi malpighiani. In particolare i tubi malpighiani sono tubuli con un’estremità chiusa che si immettono nel tratto terminale dell’intestino medio: queste strutture intervengono nell’escrezione della maggior parte degli Artropodi terrestri e spetta a loro il compito di riassorbire una parte dell’acqua che verrebbe altrimenti eliminata.
Per evitare la perdita d’acqua associata all’escrezione dei prodotti metabolici, i ragni hanno evoluto un loro meccanismo di escrezione, dove il prodotto finale del metabolismo azotato è la guanina. Gli altri animali terrestri eliminano l’ammoniaca convertendola in urea (mammiferi) o in acido urico (alcuni rettili, uccelli e insetti).

Negli Aracnidi si osserva un sistema nervoso tendenzialmente centralizzato e solo negli scorpioni continua la condizione primitiva rappresentata da una catena gangliare ventrale estesa per tutto l’opistosoma. Nei ragni, invece, la centralizzazione è totale e l’intero complesso nervoso gangliare ventrale è costituito da un’unica massa sottoesofagea, organizzata in tratti longitudinali e trasversali, che ricordano la primitiva organizzazione gangliare. Questo ammasso gangliare è connesso poi, attraverso un cingolo passante attorno all’esofago, alla massa gangliare sopraesofagea, che potremmo paragonare al cervello, dalla quale dipende l’innervamento degli occhi e dei cheliceri. L’organizzazione di quest’ultima, pur apparendo simile a quella tipica di tutti gli Artropodi, ne differisce per essere suddivisa in due lobi – anziché tre – mancando del deutocerebro, in relazione all’assenza delle antenne che i ragni non hanno. Rispetto a tutti gli altri Artropodi, inoltre, il cervello dei ragni ha più spazio a disposizione per svilupparsi non essendo limitato granché da un esofago di minime dimensioni, in relazione al tipo di alimentazione praticata.
Questo elevato stadio di accentramento dei gangli nervosi nei ragni è dovuto probabilmente all’interazione di due fattori, e cioè alla tendenza verso una maggiore concentrazione del sistema nervoso, che è un aspetto evolutivo comune a tutto il phylum degli Artropodi, nonché ad un adattamento alla morfologia tondeggiante, e non più allungata, caratteristica di questi animali.
Infine, e a differenza di quanto avviene nel sistema nervoso dei vertebrati in cui un neurone innerva una sola fibra muscolare, negli Artropodi più neuroni innervano frequentemente ogni fibra e un singolo neurone può ramificarsi per innervare più fibre muscolari. Passando peraltro dagli scorpioni ai ragni si ha una riduzione nel numero dei neuroni che innervano la medesima fibra muscolare.

La riproduzione
Tutti i ragni sono animali a sessi separati. Il maschio è sovente più piccolo della femmina, e può talora presentare zampe più lunghe.
La riproduzione avviene per via sessuale e in molte specie il maschio si produce in complessi rituali di corteggiamento, durante i quali può esibire le sue zone somatiche colorate o variamente ornate, e questo anche per essere riconosciuto come possibile partner e non come preda da catturare. Poiché la maggior parte delle femmine è sedentaria spetta ai maschi provvedere alla loro ricerca, aiutati dalla loro capacità di percepire i feromoni anche da distanze l ispettabili. Pur essendo ancora in fase di studio sembra che addirittura gli stessi fili di seta siano marcati con i feromoni per attirare i maschi.
Il complicato processo che porta, come risultato finale, all’accoppiamento prevede, però, che preliminarmente il maschio costruisca una speciale piccola tela spermatica, di forma triangolare o rettangolare, sulla quale deposita gocce di sperma che fuoriescono dai pori genitali situati nell’addome. Queste vengono poi raccolte dagli organi copulatori situati alla fine dei pedipalpi.
Una volta reperita la femmina, dopo un corteggiamento più o meno lungo, prende inizio l’accoppiamento: il maschio inserisce i pedipalpi nell’apertura genitale della femmina situata nella parte ventrale deH’addome e qui lo sperma viene immagazzinato in speciali spermoteche. Può talora accadere che la femmina, spesso di taglia maggiore, finisca per divorare il maschio prima che l’accoppiamento sia concluso, come succede a specie quali Araneus diadematus o Argiope bruennichi, per menzionarne qualcuna tra le più note, ma non sembra che simile comportamento avvenga sistematicamente. È vero, invece, che i maschi godono di un’esistenza sensibilmente più breve rispetto alle femmine.
Nei giorni successivi all’accoppiamento la femmina costruirà un bozzolo o sacco ovigero di seta dove saranno deposte le uova fecondate.
Il numero di uova è variabile ma può superare per ogni bozzolo le tremila unità. Il sacco di seta può essere deposto o appeso a qualche supporto dalla femmina ovvero, in altre specie, da questa portato con sé fino alla schiusa delle uova, tenendolo con i cheliceri o agganciandolo alle filiere. Dopo la schiusa non sempre le cure parentali sono terminate: nei Licosidi, per esempio, le femmine portano i piccoli appena schiusi dal bozzolo sul proprio dorso per un po’ di tempo.
Sebbene non siano ancora ben noti tutti i passaggi del ciclo vitale dei ragni, si ritiene che questo possa mutare, anche rispetto alla durata, a seconda delle aree climatiche occupate. Si è anche osservato che individui della stessa specie possono avere ritmi di crescita assai diversi dipendenti dalla disponibilità di prede, dalla ricorrenza di periodi sfavorevoli, dal loro avvicendamento più o meno rapido con periodi ottimali o da altre cause meno note.
La maggior parte dei piccoli ragni vive un anno circa, altre specie possono superare due o tre anni, mentre alcune specie di migali possono vivere più di vent’anni.
Lo sviluppo
Secondo periodi di tempo variabili da specie a specie, dopo l’avvenuto accoppiamento le femmine depongono le loro uova, solitamente aggregate in masserelle compatte, che verranno protette in una sorta di bozzolo, il sacco ovigero, formato da seta appositamente prodotta, anche con aspetto e caratteri diversi. Anche il numero delle uova è ampiamente variabile a seconda della specie, della maturità e della taglia della femmina, del suo stato fisiologico, mentre le dimensioni e il colore delle uova sono più stabilmente legati alle caratteristiche di ciascuna specie. In ogni caso le uova sono di tipo centrolecitico e si presentano, dunque, formate da un ‘ tuorlo” centrale (vitello), contenente le sostanze di riserva che alimenteranno l’embrione, e da una membrana esterna (chorion).
Per svilupparsi completamente, a partire dall’uovo, un ragno deve attraversare diverse tappe obbligate e fondamentali.
L’ontogenesi – come viene definito in una parola l’insieme dei processi di sviluppo di un organismo, dall’uovo all’individuo adulto – inizia con un periodo embrionale che, naturalmente, prende l’avvio con la fecondazione, vale a dire con l’incontro tra il gamete femminile, cioè l’uovo, e il gamete maschile, lo spermio. Dall’incontro e dalla successiva fusione dei due gameti si forma una cellula speciale detta zigote. Quest’ultima inizia una serie di divisioni mitotiche che porteranno il nuovo essere dall’originaria condizione unicellulare a formare un embrione pluricellulare. Nella maggior parte degli Artropodi, questa segmentazione è superficiale e non è mai completa, poiché non coinvolge tutta la struttura dell’uovo, ma solo una

sua porzione. Raggiunto questo stadio di sviluppo l’embrione è chiamato blastula.
A questo livello non è ancora possibile distinguere alcuna forma che lasci immaginare l’animale adulto: è necessario un ulteriore complicatissimo processo (gastrulazione) durante il quale si verificheranno nuove proliferazioni cellulari e spostamenti delle diverse aree della blastula nella loro sede definitiva. Inizia così la morfogenesi, o generazione della forma, attraverso il differenziamento delle cellule. A questo punto l’embrione viene chiamato gastrula.
A seguito del processo di nuova dislocazione del diverso materiale cellulare, avviene che una parte di questo migri all’Interno dell’embrione dando luogo al cosiddetto ‘foglietto interno” o endoderma, mentre un’altra parte rimane all’esterno, formando così il “foglietto esterno’’ o ectoderma. A queste due aree embrionali primarie si aggiunge in seguito un foglietto embrionale secondario intermedio, detto mesoderma, cosicché alla fine della gastrulazione l’embrione si presenta strutturato in tre strati cellulari più o meno concentrici tra loro e ancora indifferenziati. Da questi foglietti germinativi, che prenderanno successivamente ad accrescersi e a differenziarsi in vario modo, si svilupperanno gli abbozzi dei futuri organi e sistemi del ragno.
Dall’ectoderma prenderanno origine il sistema nervoso, gli organi sensoriali, le trachee e i polmoni a libro, le ghiandole del veleno e della seta. Il mesoderma si differenzia nella muscolatura e negli organi riproduttivi. Dall’endoderma si svilupperanno i tubuli malpighiani e parte dell’apparato digerente. Una volta che sono state definite, nel periodo embrionale, le forme e le funzioni generali del corpo, inizia il periodo larvale nel quale, attraverso gli stadi di prelarva e di larva, vengono maturate alcune fondamentali caratteristiche morfologiche. In linea generale la vita post embrionale inizia con l’uscita dall’uovo. La prelarva, mediante successivi processi di muta, può trasformarsi sia in un’altra prelarva sia in una larva, ma entrambi sono stadi immaturi non ancora in grado di nutrirsi autonomamente e, dunque, dipendenti dalle sostanze di riserva contenute nel vitello. La larva, rispetto alla prelarva, possiede una segmentazione completa delle zampe, una differenziazione dei cheliceri, la presenza di peli e mostra una seppur minima mobilità del corpo. Dopo una o due mute appare il primo stadio ninfale completo. Successivamente si possono avere ancora tra i cinque e i dieci stadi ninfali che differiscono fra di loro solo per le dimensioni del corpo. Il ragno diviene adulto solo quando gli organi riproduttivi saranno sviluppati ed efficienti. Già durante lo stadio ninfale, comunque e come avverrà in quello adulto, i nuovi organismi sono autosufficienti dal punto di vista alimentare e sono quindi in grado di catturare le loro prede.

La muta
Si definisce muta il processo, caratteristico di tutti gli Artropodi, con cui questi animali dall’esoscheletro sclerotizzato dismettono per un certo numero di volte il loro vecchio tegumento per produrne uno nuovo, di taglia superiore al precedente e adeguato agli stadi di accrescimento volta a volta raggiunti. Il processo di muta si ripete un numero definito di volte. Lo sviluppo post embrionale prevede da cinque a dodici mute, la prima delle quali avviene generalmente nel bozzolo, mentre le successive si svolgono in ambiente esterno.
Quando è il momento della muta, il ragno smette di alimentarsi, si ritira in un luogo riparato finché questo delicato periodo non si è concluso. Le specie tessitrici di ragnatele si sospendono di solito ad un filo per poi restare immobili con la testa all’ingiù. A questo punto la vecchia cuticola comincia a spaccarsi, il ragno esce dal vecchio involucro (esuvia) e resta immobile finché la nuova cuticola, dapprincipio molle, non si sia indurita con l’aria; l’animale deve però muovere le appendici per evitare che le articolazioni si induriscano. Può anche capitare che qualche appendice rimanga intrappolata nella vecchia cuticola: in tal caso l’animale, per non rischiare la morte, può amputare da sé la parte bloccata (autotomia). Alla muta successiva potrà rigenerare l’arto mancante.

La seta dei ragni e le ragnatele
Probabilmente la ragione del successo di questo ordine di Artropodi è attribuibile al fatto che essi abbiano sviluppato evolutivamente la capacità di produrre e di filare la seta nonché di servirsene per svariate funzioni vitali. Come già abbiamo accennato, la seta viene prodotta da ghiandole sericigene ospitate nell’addome e collegate con l’esterno attraverso condotti terminanti ciascuno con un fùsulo. Giunto a contatto con l’aria questo liquido solidifica e viene in vario modo lavorato dal ragno a seconda delle diverse necessità di impiego.
Tuttavia l’aspetto più macroscopico e a tutti noto di questo processo riguarda senza dubbio la produzione delle ragnatele che i ragni apprestano a scopo di caccia.
In base all’intensità e al tipo di vibrazione trasmessa alla ragnatela il ragno riesce ad identificare le dimensioni e la posizione della preda catturata, grazie alle sue straordinarie capacità di percepire e decodificare i messaggi sensoriali meccanici trasmessi dagli esili fili di seta. Così il padrone di casa individua velocemente la preda che si sta dibattendo nella tela, la immobilizza col veleno e con l’aiuto di fili supplementari di seta per poi divorarla con tranquillità.
Vibrazioni diverse della tela producono reazioni comportamentali differenti: i maschi che desiderano non essere scambiati per una preda ma riconosciuti come pretendenti amorosi non devono far altro che applicare il comportamento istintivo caratteristico della propria specie, pizzicando la ragnatela in modo tale da provocare la risposta adeguata della femmina. La femmina di quella specie, in pratica, riconosce come significative le vibrazioni del maschio conspecifico: la vibrazione è, dunque, specie-specifica.
I ragni erratici producono un filo di seta che si trascinano appresso e che assicurano tramite speciali dischi di fissaggio ai più svariati supporti, lasciandosi quindi penzolare attaccati alla loro fune di sicurezza.
Le tele più semplici sono costituite da strutture appiccicose

sospese nell’aria per catturare insetti e attentamente collocate sulla traiettoria di volo di questi ultimi. Talvolta le prime tele costruite da giovani ragni possono addirittura riuscire meglio fatte di quelle tessute da esemplari maturi. Tale capacità è frutto di un comportamento istintivo al pari del modo di immobilizzare e trattare una preda.
Esistono tuttavia ragnatele ben più complesse, dalla struttura bi o tridimensionale. Possono essere sistemate tanto in posizione verticale quanto in assetto orizzontale e più vicine al terreno per catturare gli insetti che si alzano in volo da terra. Le ragnatele hanno forme diverse e alcune specie spesso vengono classificate in base al tipo di tela che costruiscono. Alcune sono congegnate in modo tale da immobilizzare la preda sfruttandone gli sforzi messi in atto per liberarsi, in una sorta di autoimprigionamento; altre si compongono di zone vischiose alle quali la preda rimane appiccicata. In ogni caso la trappola dev’essere approntata in modo da non lasciarsi sfuggire l’insetto che vi incappi, per esempio rimbalzandolo indietro. Solo le farfalle notturne possono sfuggire alla presa grazie alla perdita delle scaglie alari che ne evitano l’invischiamento.
Il comune ragno crociato (Araneus diadematus) costruisce una grande ragnatela bidimensionale formata da fili radiali dipartentisi da un asse centrale e collegati tra loro da un filo che si svolge, secondo un disegno a spirale, verso l’esterno.
Dalle filiere, piuttosto mobili, il liquido sericeo prodotto dalle ghiandole addominali fuoriesce attraverso i fùsuli, come già s’è detto, e solidificatosi ben presto a contatto con l’aria viene filato dall’animale con le zampe posteriori. Questo liquido è costituito essenzialmente da una proteina – la cheratina, di cui si compongono anche i nostri capelli o le unghie – nonché da catene amminoacidiche che formano una sorta di matrice vischiosa. Durante la trazione questi fili acquistano una solidissima struttura, costituita da tratti proteici cristallini, che danno resistenza alla seta, e da tratti disordinati che le danno elasticità. In molti casi il filo è asciutto e rivestito da uno strato di lipidi oleosi. Questi sono fili molto robusti ma anche elastici, che si possono estendere tra un quarto e un terzo della loro lunghezza prima di spezzarsi. I fili sono fragili e rigidi quando sono asciutti e flessibili quando sono bagnati.
Quando un insetto collide con una ragnatela tridimensionale, i fili asciutti si rompono aggrovigliando la preda. Quando la ragnatela si danneggia il ragno se la rimangia recuperando così la riserva proteica necessaria per la costruzione di una nuova tela.
Nelle ragnatele bidimensionali i raggi della ragnatela sono formati da fili asciutti, mentre la spirale continua ed appiccicosa che forma la sagoma della ragnatela è costituita da fili bagnati. Il filo che forma la spirale è rivestito da un liquido molto viscoso che assorbe l’umidità dell’atmosfera È costituito da glicoproteine che lo rendono adesivo ed appiccicoso così che gli insetti che capitano nella ragnatela ne rimangono invischiati. I ragni cribellati producono fili di seta asciutti, resi adesivi da un rivestimento di una rete allentata costituita da catene ammi- noacidiche aggrovigliate simili al velcro.
Ogni ragno possiede diversi tipi di ghiandole della seta, ciascuna delle quali è destinata alla produzione di seta dalla specifica composizione che viene selezionata a seconda della funzione che è chiamata a compiere. Inoltre i ragni riescono a regolare il meccanismo che presiede l’apertura verso l’esterno delle ghiandole, per variare lo spessore dei fili.
Quindi la qualità della seta può essere modificata variando il meccanismo valvolare dei fùsuli o mettendo in funzione ghiandole diverse: ciò permette ai ragni di produrre sete differenti per un’ampia varietà di scopi. Ne è un esempio il ragno crociato, il quale ha sette tipi di ghiandole addominali ognuna delle quali produce seta con una composizione caratteristica.
Il rivestimento dei fili contiene anche sostanze fungicide e battericide che proteggono la ragnatela dall’attacco di microrganismi, cosicché, anche dopo essere state abbandonate,
le ragnatele si degradano molto lentamente. Si potrebbe anche supporre che l’uso tradizionale delle ragnatele nella medicina popolare, per accelerare la guarigione di ferite ed abrasioni della pelle, trovi in questa caratteristica un qualche fondamento.

Cenni di biologia comportamentale
In molti animali alcuni tipi di comportamento appaiono stereotipati, in particolare quelli dell’alimentazione e della riproduzione e sono caratteristici di ogni specie. Tinbergen nel 1935 affermava che «il comportamento innato o istinto è un meccanismo nervoso, organizzato gerarchicamente, sensibile a determinati impulsi innescanti, scatenanti e indirizzanti sia interni che esterni, e che reagisce a essi con movimenti coordinati che concorrono alla conservazione dell’individuo e della specie».
Nei ragni la quasi totalità dei comportamenti è di natura istintiva. Un esempio significativo di questo tipo di comportamento viene manifestato da Araneus diadematus i cui individui, subito dopo la nascita tessono fili disordinati, ma già dopo la prima muta sono in grado di costruire il loro specifico modello di ragnatela. Un noto esperimento attuato al proposito prevedeva l’allevamento di alcuni ragni appena nati in tubicini di vetro talmente stretti da consentire loro alcuni movimenti ma non di tessere i loro fili. Liberati, tuttavia, dopo la prima muta, i ragni mostravano di saper tessere, su minuscoli telai, ragnatele che eguagliavano per bellezza e precisione quelle dei ragni nati liberi. Quindi i piccoli ragni isolati fin dalla nascita dimostravano comunque di essere in grado di costruire una tela in modo istintivo, senza apprendere nulla dai loro simili.
D’altro canto l’incapacità ad affrontare problemi imprevisti può essere illustrata dal fatto che se una preda, o lo sperimentatore, rompe una parte della rete già costruita, il ragno riprenderà il lavoro dal punto in cui è stato interrotto, portando a termine il suo programma di tessitura senza ricostruire la parte distrutta. Nonostante le istruzioni per la costruzione della tela siano regolate da un programma impresso nei geni, è anche vero, però, che questi Artropodi sanno mettere in atto comportamenti dettati da opportunità di adattamento. Ragni di una stessa specie non tessono mai ragnatele uguali, nemmeno se messi nello stesso ambiente. Infatti ognuno di essi costruirà ragnatele simili nella trama ma diverse nella forma a seconda della dislocazione dei rami scelti come punti d’aggancio. Il loro programma di costruzione deve essere necessariamente aperto, capace di adattarsi alle esigenze ambientali più disparate. Quindi a seconda della distanza dei punti di ancoraggio, della loro posizione reciproca, dell’esposizione al vento, della copertura fogliare o di qualunque altra variabile, la ragnatela assumerà forme diverse, dimostrando che se la strategia è fissa, la tattica deve essere flessibile.
Altri esempi comportamentali propri di alcuni ragni sono osservabili nei Salticidi, i cui occhi secondari servono alla percezione del movimento, mentre quelli principali sovrintendono all’identificazione degli oggetti: in questo caso si è osservato che certe caratteristiche specifiche dello stimolo, come ad esempio la presenza delle zampe del partner e la loro posizione, determinano specifiche risposte di corteggiamento, inibendo, invece, quelle della caccia.
Sempre nei Salticidi, che annoverano ragni dotati di una buona capacità visiva, si è potuta stabilire una stretta correlazione tra i meccanismi della visione e il comportamento che. in questi ragni, è fortemente condizionato da stimoli ottici, come mostrano le risposte di un maschio salticide davanti ad uno specchio. Poiché l’immagine riflessa viene interpretata come quella di un rivale, la sua vista scatena una serie di risposte molto simili a quelle che si osservano in natura nell’interazione tra due maschi. Non sempre, tuttavia, l’apparato visivo è sufficiente, da solo, a determinare il comportamento predatorio. Infatti anche tra i ragni cacciatori, come quelli appartenenti alla famiglia dei Licosidi, che si orientano essenzialmente con la vista, troviamo molte specie che rimangono in agguato fino al momento in cui ricevono una stimolazione meccanica fornita dai peli tattili detti tricobotri.
Il veleno
Tutti i ragni sono predatori, in particolare di insetti, ma anche di altri invertebrati, non esclusi altri ragni; le specie di taglia maggiore possono persino catturare piccoli vertebrati. Per molte specie hanno particolare importanza i movimenti stessi della preda per stimolarne l’istinto di caccia. Tutti i ragni sono provvisti di veleno che, con la seta, costituisce un’insostituibile arma di predazione. Esso è, tuttavia, anche un mezzo di difesa assai efficace. Di norma il veleno dei ragni possiede un’elevata tossicità specifica, in grado di uccidere, con un’unica puntura, insetti di dimensioni ben maggiori delle loro.
Pungendo le prede catturate i ragni iniettano loro il veleno per immobilizzarle e digerirne le parli interne, che verranno in seguito succhiate e ingerite. Ma il veleno prodotto dalle ghiandole chelicerali contiene sostanze potenzialmente tossiche anche per l’uomo, sebbene convenga avvertire che solo alcune specie di ragni possono essere pericolose per l’uomo: una dozzina in tutto, tra quelle conosciute nel mondo.
Sovente la pericolosità di un ragno risulta praticamente nulla per il fatto che il suo veleno viene iniettato in dosi insufficienti a causare danni di qualche rilievo oppure perché i cheliceri non sono abbastanza robusti da penetrare la pelle umana o ancora perché le occasioni di incontro sono molto rare.
I veleni pericolosi per l’uomo possono essere di tipo neurotossico o di tipo necrotizzante. I veleni neurotossici agiscono sul sistema nervoso e sulla muscolatura da questo controllata; i veleni di tipo necrotizzante producono effetti degenerativi a carico dei tessuti circostanti il punto di inoculo.
I ragni appartenenti al genere Loxosceles, diffusi soprattutto nei paesi tropicali, sono dotati di quest’ultimo genere di veleno. In Italia e nell’area mediterranea è presente Loxosceles rufescens la cui puntura produce fenomeni di necrosi locale, con una placca violacea circondata da un edema che lascia un’ulcera necrotica guaribile nel giro di 1-3 settimane.
La famosa vedova nera Latrodectus mactans (famiglia Theridiidae), assai diffusa nel continente americano, possiede un veleno neurotossico. In questa specie, mentre il maschio è inoffensivo, la femmina, molto più grande (1,3 cm circa) e caratterizzata da una macchia rossa sotto l’addome, può inoculare un veleno molto attivo: una sua puntura causa dolore e febbre, ma in genere non riesce fatale aH’uomo.
II nome le deriva dalla credenza che la femmina di questa specie divori sistematicamente il maschio ad accoppiamento terminato.

Per quanto riguarda i Latrodectus è temuta anche la nostra malmignatta o ragno volterrano, tipico dell’Europa mediterranea, facilmente riconoscibile dalle tredici macchioline rosse dislocate sulFaddome, che le hanno meritato la denominazione scientifica di Latrodectus tredecimguttatus. Pur essendo una specie parente della vedova nera americana la sua potenziale pericolosità è ridotta da un’indole schiva e poco aggressiva. Anche il ragno d’acqua, Argyroneta aquatica, appartenente alla famiglia degli Argironetidi, può infliggere dolorose punture, così come alcune specie del genere Cheiracanthium appartenente alla famiglia dei Clubionidi, come C. erraticum od anche C. punctorium, entrambi presenti sul territorio italiano, che posseggono un veleno necrotizzante, ma le complicazioni nell’uomo sono piuttosto rare.
In natura quasi tutte le specie velenose portano delle livree vistose e. tra i colori di avvertimento utilizzati, compaiono sovente il nero e il rosso, che nelle vedove nere, per esempio, ricorrono in combinazione.
Il veleno neurotossico interferisce con la regolare attivazione degli impulsi nervosi della preda. Le tossine sono molto specifiche ed efficaci e, poiché la loro produzione comporta costi elevati, l’animale ne dosa adeguatamente la quantità inoculata ogni volta nella sua preda. Le tossine prodotte da questi animali vengono accumulate in modo particolare prima di essere somministrate, per evitare l’autoavvelenamento. Essendo però di natura proteica vengono inattivate dagli enzimi proteolitici digestivi quando il predatore ingerisce la preda avvelenata.
Le punture di ragno inflitte all’uomo possono provocare due principali sindromi: l’aracnismo e il loxoscelismo.
Nel primo caso la sintomatologia dipende da una neurotossina inoculata nella parte lesa, sebbene la puntura possa apparire poco o nulla dolorosa. In breve, tuttavia, possono intervenire forti bruciori e sensazione di trafittura nel punto di inoculo che durano talora per diverse ore, mentre il malessere generale si risolve di solito nelle quarantott’ore successive. Nel secondo caso si possono sviluppare due forme clinicamente distinguibili: la forma cutanea o la forma sistemica. La prima, che è percentualmente la più frequente, produce attorno al punto di inoculo un eritema che può evolvere in una lesione necrotica nei successivi tre o quattro giorni, con persistenza di bruciore doloroso. La forma sistemica, o viscerocutanea, è più rara ma può divenire molto seria e provocare complicazioni a livello ematico.
Le vespe nemiche dei ragni
I ragni, oltre ad essere degli eccellenti cacciatori, possono venire predati, a loro volta, da numerosi altri animali. I predatori naturali dei ragni includono altri ragni, insetti, pesci, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi. Ma nel novero dei nemici di questi artropodi bisogna tuttavia inserire anche l’uomo al quale, sebbene non ne sia un diretto predatore, spetta una grande responsabilità relativa alla loro diminuzione o distruzione diretta ed indiretta Bisogna infatti ritenere che un’importante incidenza negativa sulla conservazione di questo ordine di animali dipenda dalla scomparsa degli habitat adatti alla vita di ciascuna specie. Quindi la distruzione diretta di ambienti particolari o, più normalmente, la banalizzazione di vastissime aree territoriali sempre più uniformi e simili tra loro, non fa altro che sottrarre alle entità più specializzate ogni possibilità di sopravvivenza. Ed è senza dubbio questa, insieme all’uso massiccio e generalizzato di sostanze normalmente definite come “insetticide”, la causa maggiore dellimpoverimento della fauna araneologica delle nostre regioni di pianura.
Merita, però, di essere segnalato con la giusta rilevanza anche un altro aspetto meno noto relativo ad alcuni particolari predatori che basano una parte rilevante della loro esistenza sulla possibilità di vivere a spese dei ragni. Ed è specialmente nel mondo degli insetti che troviamo i più temibili e voraci persecutori di questi Aracnidi. In particolare, alcune vespe appartenenti alle famiglie Sphecidae e Pompilidae si sono specializzate nella cattura di ragni appartenenti ai diversi
gruppi. Queste vespe allo stadio adulto, generalmente, si nutrono di nettare, mentre allo stadio larvale divorano i ragni portati loro dalla madre. La preda, punta più volte dalla vespa, viene paralizzata e generalmente colpita nelle zone di minor resistenza dell’esoscheletro. La maggior parte dei Pompilidi e alcuni Sfecidi sono definiti parassitoidi dei ragni poiché, allo stadio larvale, causano sempre la morte dei loro ospiti, a differenza dei parassiti.
Le vespe della famiglia Pompilidae sono attivissime cacciatrici e dirigono le loro attenzioni esclusivamente sui ragni. Raramente questi imenotteri, chiamati anche falchi dei ragni, costruiscono delle celle in cui deporre le loro prede. Più frequentemente il pompilide trascina il ragno paralizzato fino ad un punto adatto allo scavo dove, praticata una fossetta, vi seppellisce la preda deponendovi sopra un uovo.
In particolare il pompilide Episyron albonotatus ha sviluppato una raffinata tecnica di caccia rivolta alla cattura delle sue prede costituite dai ragni del genere Argiope. Avvicinatosi alla ragnatela di questi ultimi l’imenottero prende a muoversi sopra i fili che la compongono costringendo il malcapitato ragno a calarsi al suolo con un filo di seta in cerca di salvezza. Una volta arrivata a terra, l’Argiope viene raggiunta dalla vespa che la paralizza colpendola con il suo pungiglione. Anche Batozonus lacerticida, diversamente da quanto farebbe intendere il suo nome, è un cacciatore di ragni del genere Argiope che vengono raggiunti e paralizzati sulla loro tela.
Gli Sfecidi, differentemente dai Pompilidi, catturano e approvvigionano i propri nidi con un numero maggiore di prede e debbono essere considerati un rilevante fattore di mortalità dei ragni. In particolare al genere Sceliphron (Sphecidae), ben rappresentato sul nostro territorio (S. spirifex, S. caementarium, S. curvatum), appartengono imenotteri che conducono vita solitaria. Sono insetti snelli, dal colore nero e giallo, le cui femmine catturano e trasportano al proprio nido i ragni che serviranno come nutrimento per la prole. La costruzione del nido pluricellulare precede la caccia e, di norma, in ogni singola

celletta vengono ammassate più prede (fino a venti per cella). Il nido viene costruito con del fango umido ed è composto in media da una dozzina di celle: quindi una singola femmina di questo sfecide può arrivare a catturare centinaia di prede. Questi nidi sono spesso visibili lungo i muri delle case, sotto le grondaie, airinterno di solai, stalle o fienili. Preferibilmente vengono catturati ragni costruttori di ragnatele bidimensionali come gli Araneidi, probabilmente perché più facili da catturare rispetto ai più veloci e mimetici ragni terricoli, come i Licosidi o i Salticidi.

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