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Mps, rivela i nomi dei 100 grandi debitori: ecco le liste

Lo disse un famoso economista, ma si concede di ricordare che fu lui Enrico Cucci a farne un modello di vita bancaria. Se hai un debito di $ 10.000 è un problema tuo, ma se è 1 milione di dollari è un problema delle banche, questo ragionamento poteva anche essere vero anni fa, quando le banche erano ricchi si opponevano alle scalate ostili. Ora costano, salvare le banche costano denaro pubblico, quindi il problema è di tutti, e già vale i sacrifici di chi in queste banche si lavora, gente di sportello in esubero, si parla dei piani alti.

Nei giorni scorsi, il quotidiano libero ha divulgato i 100 debitori più conosciute di Monte dei Paschi di Siena, causando moltissime le azioni anche inaspettate su tutta la rete. Ovviamente venire a conoscere tutti i dettagli sui debitori con nomi molto lustri del nostro paese in questo periodo economico ha evidenziato molto interesse della popolazione.

Il problema più piccolo è di poco superiore ai 24 milioni di euro e viene dalla Plusvalore spa, una società in liquidazione che appartiene al gruppo Delta di Bologna, una sorta di appendice italiana della Cassa di risparmio di San Marino. Quello più rilevante ha il nome del gruppo Sorgenia all’inizio appartenuto a Carlo De Benedetti e poi ceduto a un pool di banche creditrici: la sola Sorgenia Power rappresenta un peso da 318,9 milioni di euro. Fra questi due estremi ci sono altri 98 nomi di società: ecco la annunciatissima lista dei debitori del Monte dei Paschi di Siena che non hanno onorato le restituzioni dei prestiti secondo le scadenze stabilite e che è agli atti della commissione di inchiesta sulle banche guidata da Pier Ferdinando Casini.

Quella lista ufficialmente è stata secretata dall’ufficio di presidenza della commissione ma il segreto è in gran parte di Pulcinella perché molti nomi erano quelli anticipati da Libero nel gennaio scorso. Qualcuno aveva precisato, qualcun altro smentito, ma i finanziamenti di Mps erano stati quasi sempre resi pubblici e le difficoltà di rientrare dall’esposizione in gran parte note. D’altra parte non si tratta di vicende private, perché quelle difficoltà a rientrare dai prestiti ricevuti si sono trasformate in un problema gigantesco per la banca senese e hanno comportato la necessità dell’intervento del governo, con impiego di soldi pubblici. Diventa davvero difficile comprendere perché i cittadini debbano pagare senza nemmeno essere consultati guai che oltretutto non abbiano nemmeno il diritto di conoscere. Ai contribuenti si fa un danno e a questo si aggiunge la beffa di rendere segreti i motivi di quel prelievo dalle loro tasche. Ecco perché Libero, non potendo riparare il danno, ha deciso almeno di evitare ai contribuenti quella odiosa beffa, pubblicando quella lista dei primi cento debitori del gruppo bancario senese che almeno offre un piccolo spicchio di informazione a chi ha diritto di conoscere.

Ai lettori una premessa: quella lista è assai tardiva, e non racconta tutta la verità sui guai passati da Mps anche per una scellerata gestione del credito. Messi tutti insieme, i primi 100 debitori rappresentano per la banca un problema di poco inferiore ai 5 miliardi di euro: si tratta di una somma alta, ma assai più bassa dei guai passati dall’istituto senese in questi anni. Quei 100 sono quelli esistenti al 30 settembre scorso, ma non vi figurano centinaia di altri clienti che hanno preso i soldi e poi non li hanno restituiti semplicemente perché quei buchi sono stati nel tempo accantonati o quei crediti cartolarizzati in operazioni di importo mostruoso: Mps ha già subito tutti i danni possibili, ma il tumore che li ha causati è ormai stato estirpato, e quindi dimenticato. Sarebbe opportuno avere la verità anche su quella lista ormai fantasma, che però può raccontare un altro pezzo di questa disastrata storia.

Accanto ai 100 nomi che pubblichiamo ci sono due sigle forse non note alla maggiore parte dei lettori. Una è più intuibile: «soff». Si accompagna a crediti che la banca ha classificato in sofferenza: quei soldi non verranno quindi restituiti perché chi li ha presi non è più in grado di farlo, o perché fallito o perché in situazione finanziaria comunque non compatibile con il pagamento dei suoi debiti. La seconda sigla- «Utp»- è l’acronimo di una frase inglese: «unlikely to pay». Questa espressione che in italiano si traduce «inadempienze probabili» si usa quando la banca è a buona ragione convinta che il cliente non rimborserà tutto il debito secondo il capitale e gli interessi calcolati. Magari lo farà in parte e cercherà di avere sconti sul dovuto, e in ogni caso per riavere qualcosa sarà necessario escutere le garanzie fornite al momento della concessione del credito.

La lista dei 100 debitori ha 42 clienti in sofferenza e 58 classificati come probabili inadempienti. Fra di loro ci sono molti nomi noti dell’impresa locale e nazionale. Ci sono grandi armatori arrivati sull’orlo del fallimento ma con il gruppo ancora in bonis come la Rizzo Bottiglieri e De Carlini (RBD) Armatori, cui fu concessa con generosità nuova finanza quando a guidare la banca senese era Giuseppe Mussari: oggi la loro esposizione lorda è di 255 milioni di euro. C’è l’esattore ufficiale della Regione Sicilia che si chiama Riscossione Sicilia (ex Serit Sicilia) e che è sull’orlo della liquidazione e a Mps deve la bellezza di 237 milioni di euro. C’è un altro gruppo di armatori questa volta napoletano come la Giuseppe Bottiglieri shipping che nel 2017 è stata ammessa al concordato preventivo in continuità e che deve all’istituto senese 120,3 milioni di euro.

Sono invece considerati ormai persi i 109 milioni di euro che doveva uno dei colossi delle cooperative rosse, quella Unieco di Reggio Emilia che nella primavera scorsa è andata in liquidazione coatta amministrativa: nel suo cda sedeva perfino il numero uno di Lega Coop, Ivan Lusetti. Ma fra i grandi debitori di Mps si troverà una specie di guida Monaci vip, dove a vario titolo si troveranno società che al momento dell’erogazione del credito appartenevano a imprese pubbliche come Fintecna o addirittura ad enti pubblici come il comune di Napoli (Bagnoli Futura) o di Roma (Atac spa), al mondo della cooperazione come all’imprenditoria privata. Fra gli azionisti delle società prime debitrici del Monte dei Paschi figurano infatti imprenditori come la famiglia Merloni con la capogruppo, o come Maurizio Zamparini ben noto al mondo del calcio (sua la Gasda spa) e ancora Alfio Marchini (Nsfi srl), l’ex raider bresciano Emilio Gnutti, i fratelli fiorentini Corrado e Mascolo Fratini che vendettero il loro Four Season di Firenze al Qatar, il gruppo Mezzaroma, quello familiare di Luca Cordero di Montezemolo e tanti altri più o meno noti.

Al Monte dei Paschi anche un piccolo record: i suoi problemi nascono anche da uno sceicco degli Emirati Arabi, paese ricchissimo che ha fra i migliori pagatori del mondo. C’è una società- laItem Capomulini srl, che doveva costruire un mega resort Hilton Capomulini a Catania- che con Mps ha un debito di difficile restituzione da 26,6 milioni di euro. Il proprietario è appunto uno sceicco di Abu Dhabi, Hamed bin Al Ahmed…

Debitori Mps, la lista: parte 1, clicca e scarica

Debitori Mps, la lista: parte 2, clicca e scarica

La crisi del mercato bancario e finanziario, a cui è seguita quella dei debiti sovrani che ha principalmente interessato gli Stati Sud-Europei, hanno, in aggregato, provocato pesanti ripercussioni sul settore bancario e su alcuni dei soggetti che in questo operano. Sia negli Stati Uniti sia in Europa, pertanto, si è provveduto senza indugio a prendere misure d’emergenza che permettessero di calmierare le fluttuazioni dei mercati e le speculazioni di cui questi ultimi erano oggetto. Le misure intraprese sono state delle più differenti tipologie: esse infatti sono andate dal salvataggio tramite nazionalizzazione, alla definizione di un processo di re- regulation, passando per i cd. “aiuti di Stato” forniti singolarmente alle banche oppure forniti alla generalità del sistema bancario in difficoltà. Nel nostro Paese, l’ente creditizio che ha fronteggiato e tutt’ora fronteggia le maggiori difficoltà in tal senso è la banca Monte dei Paschi di Siena, da sempre caratterizzata per il forte legame con la Fondazione, la quale ancora oggi è il principale azionista della banca. MPS, dall’inizio del nuovo millennio, in linea con quanto fatto dagli altri operatori nazionali, ha dato il via ad un processo di espansione del gruppo attraverso sia acquisizioni di altre aziende del credito (Banca del Salento e Banca Antonveneta), sia attraverso l’ingresso in nuovi mercati come quello finanziario ed assicurativo (attività di Bancassicurazione tramite la joint-venuture costituita con Axa). Tuttavia, alcune delle operazioni poste in essere nell’arco dell’ultimo decennio non sono risultate in seguito redditizie ed economicamente sostenibili. Queste, infatti, in molti casi sono state caratterizzate da prezzi di acquisto particolarmente elevati, dall’assenza di procedimenti di due diligence per definirne il prezzo di mercato, e da un modus operandi perseguito dal management MPS che non era orientato a porre in essere scelte di investimento oculate, sostenibili anche nel lungo periodo e redditizie, ma tali scelte erano tuttavia dettate da logiche politiche, di partito, che proprio il legame diretto con la Fondazione MPS ed indiretto con gli enti locali senesi imponevano di perseguire attraverso una penetrante azione di direzione e coordinamento. Il legame si sostanziava inoltre attraverso un perverso sistema di nomine delle massime cariche della banca in cui non venivano selezionati soggetti che si fossero distinti per particolari competenze tecniche o professionali, bensì soggetti che rispondessero a determinate logiche politiche, di partito, che permettessero di mantenere il legame tra la banca ed il territorio. Tale modus operandi, congiuntamente con l’avvento delle suddette crisi, ha determinato per la banca senese forti instabilità economiche e finanziarie (perdite rilevate negli anni 2011 e 2012) ed in particolar modo ha un’inadeguatezza patrimoniale ormai non più sostenibile. Alla pesante crisi che ha colpito MPS si è cercato e si sta ancora oggi cercando di porre rimedio tramite la definizione del Piano Industriale di medio periodo relativo agli anni 2012-2015, ed attraverso l’emissione dei “Nuovi strumenti finanziari di patrimonializzazione” (cd. Monti Bond). Tuttavia, il perdurare della recessione economica nel paese, l’instabilità politica, la scarsa reputazione della banca ed i suoi risultati economici e finanziari rilevati nel corso dei recenti esercizi, sembrano prospettare per MPS un futuro in cui sarà necessario implementare e ricalibrare i target di medio periodo, e soprattutto i mezzi e gli strumenti tramite i quali raggiungere tali obiettivi. Andiamo adesso con ordine ad analizzare punto per punto in maniera dettagliata i passaggi determinanti che brevemente abbiamo appena riassunto.

Deregulation e crisi finanziaria del 2007:
Sin dal biennio 2007-2008 il mercato bancario e finanziario hanno dovuto fronteggiare una forte crisi iniziata negli Stati Uniti ed in seguito sviluppatasi a “macchia d’olio” nella gran parte dei paesi mondiali. Negli ultimi decenni gli istituti bancari si sono visti assoggettati ad un sempre meno complesso tessuto di regole, fenomeno che tecnicamente ha preso il nome di “deregualtion”, il quale ha permesso alle banche sia commerciali sia di investimento di creare più complessi e diffusi strumenti finanziari al fine di prendere capitali a prestito per fronteggiare i rischi di liquidità e di insolvenza dei propri clienti . In aggiunta a ciò, va aggiunta la bolla immobiliare sviluppatasi negli Stati Uniti, definita anche bolla dei mutui subprime, la quale al momento del suo scoppio ha portato al dissesto delle attività finanziarie e non all’interno dei bilanci degli intermediari. Ma andiamo con ordine. Sin dagli anni ’80 i paesi occidentali in particolar modo hanno sviluppato ed innovato costantemente i propri sistemi finanziari. Ciò ha portato al superamento da parte dei player all’interno del mercato dello svolgimento della mera attività bancaria consistente in raccolta di risparmio pubblico ed erogazione del credito. Questo è principalmente dovuto ad alcuni fattori tra i quali: lo sviluppo di una rete di mezzi informatici che hanno sempre più permesso l’esecuzione di transazioni sicure ed in tempo reale; la mobilità internazionale dei capitali la quale è stata favorita dalla creazione di una sorta di “mercato mondiale” volto all’eliminazione delle barriere al commercio internazionale; la possibilità da parte degli intermediari finanziari di strumenti finanziari diversificati per far fronte ai rischi a cui questi si esponevano. Inoltre, potremmo citare altri elementi determinanti come la maggiore esposizione ad attività rischiose, una nuova filosofia di trading orientato a guadagno non più di lungo bensì di breve – brevissimo periodo , l’uso sempre più sconsiderato della leva finanziaria e, per concludere, le attività finanziarie hanno subito un sempre più ampio processo di deregolamentazione .

Con il termine deregulation si vuole indicare in processo il cui obiettivo risulta essere la riduzione ed il “dimagrimento” dell’ apparato di regole e leggi presenti all’ interno di un mercato. Tale concetto si sposa pienamente con i principi fondamentali della teoria neoclassica secondo la quale i mercati sono più efficienti nel momento in cui vengono lasciati liberi di far confluire le risorse dai settori meno redditizi a quelli maggiormente redditizi, agendo così sull’ aumento della produttività del sistema e sull’efficienza stessa. Questo è maggiormente verificato quando i mercati sono “liquidi” e liberi di scambiare risorse a bassi costi di transazione. Inoltre, la creazione e la conseguente erogazione di nuovi strumenti finanziari ha portato a quella che potremmo definire “customizzazione” del prodotto finanziario il quale prevede la possibilità di adattamento delle caratteristiche dello stesso alle esigenze ed al profilo di rischio del singolo investitore. Queste sopra citate sono quindi alcune delle determinanti che hanno aperto il mercato finanziario ai piccoli investitori e non più soltanto ai grandi intermediari finanziari come era consuetudine nel periodo antecedente la deregulation. Tuttavia, non dobbiamo e non possiamo pensare che le cose siano soltanto migliorate attraverso la riduzione dell’apparato di regole,in quanto il mercato lasciato nelle mani degli “animai spirit” degli operatori fa si che il ciclo economico venga accentuato in modo tale da alterare sia periodi di crescita sia periodi di recessioni. Tutto ciò sta all’ origine di quelle che sono denominate le “bolle speculative”. A questo va aggiunta l’ accessibilità al mercato finanziario dei fondi di soggetti i quali, stando alle regole precedenti, non erano abilitati all’accesso in quanto ritenuti più rischiosi. Questo è un problema che porta si ad un miglioramento degli standard di vita delle famiglie, ma allo stesso momento incrementa quelli che sono i problemi di gestione dei mutui ed aumenta la probabilità di insolvenza della controparte per le banche e gli altri intermediari finanziari.

Abbiamo fatto questo breve accenno al processo di deregolamentazione dei mercati finanziari in quanto ben si collega alle cause che hanno portato al dissesto finanziario con cui al giorno d’oggi stiamo facendo i conti. Tutto infatti ha inizio con la grande bolla immobiliare che ha avuto luogo negli Stati Uniti in cui i prezzi del mercato real estate si gonfiavano anno dopo anno e veniva concesso l’accesso al credito a soggetti i quali presentavano garanzie basse, se non nulle. E’ quindi necessario introdurre il concetto di subprime, il quale ha giocato un ruolo chiave nell’esplosione della crisi che ha poi negli anni contagiato i mercati internazionali, coinvolgendo soprattutto quello bancario. Con il termine mutuo subprime si vuole indicare la concessione del prestito ad un soggetto il quale non potrebbe accedervi ai tassi di mercato a causa di problemi pregressi nella sua storia di debitore. Tali tipologie di prestito presentano un altro grado di rischio per entrambe le controparti in quanto queste, per motivi diversi, si trovano esposte nel caso del creditore a doversi confrontare con un debitore con alto rischio di insolvenza, nel caso del debitore a doversi vedere applicati alti tassi di interesse superiori a quelli di mercato, anche detti prime loan. Le banche tuttavia riuscivano ad assicurarsi nei confronti dell’ insolvenza del debitore in quanto ponevano delle ipoteche sul mutuo immobiliare che le stesse concedevano.

Inoltre, essendo il mutuo immobiliare un asset poco liquido, grazie alla deregolamentazione che lasciava alle banche un ampio raggio di azione, gli intermediari creditizi emettevano strumenti finanziari che permettevano di trasferire il rischio di credito ed inoltre di trasformare le scadenze dei propri asset che quindi andavano a ridurre la loro esposizione al rischio di liquidità. Queste operazioni, all’ epoca dette anche off balance sheet, permettevano la costruzione di strumenti finanziari i quali racchiudevano al loro interno pacchetti di crediti, relativi a diversi debitori, con un rating “AAA” dato dalle agenzie che si trovavano a valutare il titolo. Cresceva quindi in quegli anni in maniera esponenziale l’esposizione al rischio di credito delle banche, le quali però sembravano non curarsi di un probabile scoppio della bolla sin li gonfiatasi, e che quindi continuavano ad erogare crediti senza sosta tanto che il mercato subprime crebbe dal 2001 al 2005 dalla quota di 145 miliardi a quella di 635 miliardi. Al fine di cercare di calmierare il boom del mercato real estate la FED portò i tassi di riferimento dall’ 1,5% al 5,25% nel 20074 ma questo non fece altro che incrementare il costo di prendere a prestito il denaro da parte dei debitori che si trovarono ad affrontare quindi un insostenibile aumento delle rate dei mutui. Questo fu così uno degli inneschi che fece esplodere la bolla immobiliare statunitense con effetti devastanti in tutto il mercato finanziario globale. I debitori subprime infatti, non potendo sostenere le onerose rate dei mutui e dei fidi dichiaravano il proprio stato di insolvenza e le banche quindi rivendicavano il proprio diritto al credito pignorando gli immobili ipotecati al momento dell’erogazione del credito. Tuttavia tali intermediari finanziari si trovavano adesso in pancia un sostanzioso numero di immobili, attività tipicamente poco liquide, i quali avevano anche perso enormemente il loro valore a causa dello scoppio della bolla.

Gli intermediari allo stesso tempo avevano inoltre contagiato tutti gli altri attraverso la sopra citata cartolarizzazione dei crediti. Si era così innescato un diabolic loop in cui le banche d’affari di tutto il mondo si trovavano miliardi di crediti inesigibili in portafoglio di cui non conoscevano neanche la provenienza. Questo meccanismo portò ad un crollo della fiducia nel mercato interbancario, tanto che le banche preferivano mantenere la liquidità al proprio interno pur rinunciando al tasso di interesso attivo corrisposto, in luogo di effettuare prestiti ad altre banche delle quali non conoscevano la reale situazione di bilancio. Era scoppiata la grande crisi finanziaria. Sin dal 2011, inoltre Europa si è sviluppata una forte crisi del debito pubblico e della fiducia degli investitori sulle possibilità di crescita dei Paesi al suo interno. Ciò ha portato un aumento degli spread, dei differenziali di rendimento dei titoli di Stato sia breve a lungo tra i paesi del Nord Europa e quelli del Mediterraneo (Italia, Spagna, Portogallo, Cipro e Grecia). Le banche in questo caso hanno dovuto fronteggiare grandi perdite di bilancio a cause delle considerevoli svalutazioni di tali immobilizzazioni finanziarie. Questo ha inciso in maniera indiretta anche sulla loro disponibilità e capacità all’ erogazione di prestiti ai singoli individui. Le ingenti perdite infatti hanno fatto si che le banche si ritrovassero sotto-capitalizzate e necessitassero quindi di fondi al fine di raggiungere i target indicati a seguito dei vari incontri di Basilea. In aggiunta, la forte recessione che ha colpito gli Stati SudEuropei ed il loro alto livello di pressione fiscale, ha allontanato gli investitori internazionali dall’ investire i propri capitali in tali Paesi, ed ha aggravato ancora di più le condizioni di coloro che in tali Paesi operavano ed operano facendo aumentare ancora di più il rischio di insolvenza. Ma come gli Stati, le Banche Centrali dei vari Paesi e le autorità di regolamentazione hanno affrontato l’ impatto della crisi sui mercati ?

In linea generale è riemersa la consapevolezza della necessità di tornare a regolamentare il mercato finanziario in quanto ci si è accorti che l’assenza di regole era stato elemento determinante per lo scoppio della crisi. Si pensi alla cartolarizzazione spregiudicata ed allocata in maniera inefficiente da parte delle banche che comunque nonostante tali operazioni mantenevano un’elevata porzione di rischio nei loro bilanci. Si pensi inoltre all’eccessivo grado di leva finanziaria (Lehman Brothers nel 2007 aveva una leva finanziaria di 31:1), tipico delle banche di investimento, che non ha fatto altro che aggravare la situazione nel momento dello scoppio della bolla. Le questioni più dibattute diventarono quindi quelle del sistema di funzionamento delle agenzie di rating, la modifica della struttura degli incentivi al raggiungimento degli obiettivi e la ridefinizione dei supervisori finanziari5. Per quanto riguarda le agenzie di rating, queste sono state fortemente criticate per il loro operato a livello mondiale tanto che il Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama ha avviato una causa nei confronti di Standard & Poor’s per aver sopravvalutato il rating dei subprime cartolarizzati. E’ evidente il forte conflitto di interesse che questi soggetti riscontrano quando vanno ad esprimere i giudizi su strumenti erogati e definiti da coloro che rappresentano la principale fonte di remunerazione per le agenzie stesse. Passando al secondo problema, quello della definizione e del funzionamento della struttura degli incentivi all’ interno delle istituzioni finanziarie, si è voluto passare da un sistema di remunerazione legato ai risultati di lungo periodo considerando il livello di rischio assunto superando così il sistema precedente con cui i bonus dei manager erano legati alla performance di breve-brevissimo periodo e che quindi inducevano all’ assunzione scellerata di rischi. Venendo ai supervisori istituzionali, questi necessitavano certamente di una radicale riforma e ridefinizione dei compiti e delle responsabilità in quanto si erano mostrati totalmente incapaci di prevenire e di affrontare la crisi dovuta sicuramente anche ad una loro “culpa in vigilando”. Avevano infatti completamente fallito in quella che era la loro principale mission, vale a dire il mantenimento dell’ equilibrio e della stabilità finanziaria nel mercato.

Erano questi i tre principali elementi che avevano colpito trasversalmente il mercato a causa delle loro inefficienze. Passiamo adesso ad analizzare le diverse modalità di affrontare le crisi e le diverse misure di salvataggio adottate nei vari Paesi nei confronti di singoli intermediari o gruppi di essi. Vedremo che tali misure sono state profondamente divergenti tra loro a seconda dei casi e della particolare situazione rilevata al momento della messa in atto delle misure stesse.
Lehman Brothers
Il caso più celebre ed eclatante è sicuramente quello del fallimento di Lehman Brothers, colosso bancario avente base negli Stati Uniti, che il 15 Settembre 2008 chiese l’ammissione ai benefici del Capitolo 11 del Bankruptcy Code statunitense. Fu sicuramente la più grande bancarotta della storia. La banca fu colpita dalla crisi subprime in cui aveva adottato il modello di intermediazione definito come ‘”originate to distribute”, processo attraverso il quale i mutui concessi vengono “impacchettati” ed distribuiti a veicoli societari appositamente predisposti attraverso l’emissione di titoli. Il caso Lehman Brothers funge inoltre da esempio per chiarire il concetto di “abuso” di leverage ed infatti il rapporto asset- equity nel 2007 registrava un insostenibile valore di 31:18. Ciò significava che un decremento delle attività intorno al 3-4% avrebbe completamente eroso il valore dell’equity della società stessa. La banca al momento in cui chiese l’ammissione al Chapter 11 del Bankruptcy Code presentava un debito di oltre 613 miliardi di dollari9, una cifra che, secondo i dirigenti delle altre banche statunitensi e dei vertici della FED non meritava il salvataggio. Si potrebbe sindacare sulla correttezza o meno della decisione di non salvare un colosso bancario del calibro di Lehman, ma non essendo questa la sede, ci possiamo soltanto limitare a dire che questa banca è stata la prima, ed anche l’ultima, lasciata fallire da parte delle autorità governative mondiali. Il fallimento creò infatti un sentimento di incertezza e di mancanza di garanzie nei mercati mondiali tale da congelare il mercato interbancario a causa della totale mancanza di fiducia tra gli operatori.

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