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Obama, nell’ultimo discorso sullo stato dell’Unione: “Viviamo in tempi di straordinari cambiamenti”

Il discorso sullo Stato dell’Unione nell’anno che si conclude con il voto per un nuovo presidente è sempre un esercizio di equilibrismo per il leader che lascia la Casa Bianca. Deve enfatizzare i propri successi, anche quando non ci sono stati, perché l’obiettivo è entrare nella storia con con un record di obiettivi realizzati. Ma deve anche preparare il terreno per il candidato del proprio partito, perché non c’è migliore prova di essere stato un grande presidente che avere un successore con la stessa tessera.

Obama ha provato stavolta a raggiungere il doppio obiettivo con un approccio che la Casa Bianca ha definito «non convenzionale». Di solito i Discorsi di gennaio, rivolti ai parlamentari della Camera e del Senato in seduta plenaria, sono l’occasione per esporre una strategia politica articolata in proposte di legge che spetta poi al Congresso discutere e approvare. Ma dal2014 Obama ha smesso di lavorare in accordo con i parlamentari, ed è diventato il presidente dei decreti. Alcuni non sono stati finora neppure tradotti in misure concrete, per altri è dimostrata la loro inefficacia.

Come per l’immigrazione: l’amnistia promessa da Barack a 4,5 milioni di irregolari è stata bloccata dai tribunali di primo e secondo grado e si attende il verdetto della Corte Suprema. E a proposito di cambiamento climatico, gli accordi di Parigi sono promesse che non vincolano nessuno, né il Congresso Usa e tantomeno la Cina.

La lotta contro le diseguaglianze farà diventare ancora più ricco l’economista marxista di moda Piketty, e politicamente è solo la scusa per tassare di più e spendere di più in welfare. Quanto all’accordo nucleare con l’Iran, si è già visto che Teheran ha sviluppato un piano missilistico «vietato» subito dopo la firma, per non parlare della nuova minaccia atomica dei nord-coreani ringalluzziti dall’imbelle Obama. Sulla mobilitazione contro il terrorismo il presidente è ancora lì che non chiama islamici i jihadisti islamici, anche dopo San Bernardino.

Eppure, in questa situazione di caos, Obama ha cercato di dipingere un’America in ripresa, sicura, che ha fatto crescere il prestigio degli Usa nel mondo. In realtà, nascosta dai proclami, è la rinuncia alla leadership globale Usa che sta destabilizzando il Medio Oriente, isolando Israele, scatenando il conflitto sciiti-sunniti. Con la sua proverbiale retorica, Obama ha alternato aperture verbose sull’unità del Paese alla pretesa di essere lui il depositario delle «soluzioni di buon senso», che sono invece posizioni ideologiche diparte.

M a l’America non attendeva i proclami diieriper avere un’opinione. Poche ore prima del collegamento a reti unificate, da un sondaggio Cbs-New York Times è emerso che il 47% dà un giudizio negativo su Barack e che il 46% lo approva (alla sua entrata alla Casa Bianca il rating positivo era del 67%). Il tasso di disapprovazione sul lavoro di Obama è più alto di quello di approvazione su tutti i dossier più importanti: in politica estera (il 52% lo boccia contro il 34% che lo approva); sulla minaccia del terrorismo (il 54% contro il 40%); sull’immigrazione (55% contro il 37%).

Sul controllo delle armi, malgrado la campagna emotiva promossa ancora ieri nel discorso, e le misure introdotte d’imperio una settimana fa, Obama è minoranza: solo il 43% è con lui, e il 51% contro. E sette anni dopo l’uscita dalla recessione, la ripresa lenta e fiacca dell’economia Usa non ha convinto il Paese: Obama si è vantato dei risultati, ma solo il 45% degli americani approva il suo operato e il 49% lo boccia.

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